Sembra tutto ancora prematuro perché mancano più di cinque mesi alle elezioni comunali. Eppure i giochi già sembrano fatti nelle confinanti città di Pomigliano e Casalnuovo, due centri del Napoletano che insieme fanno sfiorare i 100mila abitanti (39mila a Pomigliano e 50mila a Casalnuovo) per un numero di elettori che tocca le 60mila persone (32mila a Pomigliano e 37mila a Casalnuovo). E che qui i giochi chiamiamoli “politici” siano già fatti sta nelle cose. E’ così, purtroppo. Tutto scontato, ovviamente non nella prospettiva di chi vincerà ma di certo in quella di una vera, tangibile, possibilità di cambiare le cose, di dare un calcio ai “soliti”, endemici, problemi dell’area partenopea: l’ingiustizia sociale, il clientelismo, l’inquinamento, la camorra mafiosa, la criminalità di strada, i disservizi, gli interessi personali, il cemento facile, la corruzione, la disoccupazione, lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, le prepotenze, gli abusi, i controlli inesistenti per chi invece dovrebbe essere controllato in ogni istante della sua, delinquenziale, esistenza. Ne è una prova il semplice fatto che anche qui, alle competizioni comunali, si ripresenteranno per l’ennesima volta sempre le stesse facce della politicuccia locale, gli esponenti delle stesse famiglie che governano queste comunità da decenni e decenni. Il rapporto della prefettura di Napoli di cinque anni fa è stato emblematico in tal senso. “A governare i comuni del Napoletano sono sempre le stesse famiglie da almeno trent’anni”, titolavano i giornali dell’epoca circa le conclusioni del documento. Così sarà anche nel 2020. Anche a Pomigliano e a Casalnuovo, dove già è pronta la valanga delle liste civiche. Si perché la regola sarà quella dell’“assolutamente niente partiti”, ormai populisticamente percepiti come il male assoluto. Dunque: sempre e solo e una volta di più “famiglie civiche”. Perché è la famiglia ciò che davvero conta. La famiglia e i suoi amici come epicentro del destino di ognuno di noi quindi. E’ un proditorio ritorno al passato latifondista del Mezzogiorno, all’antico padrinato raccontato da Verga e Sciascia. La “famigghia” e soltanto la famigghia. In tutta questa fissità oscurantista l’eccezione, l’ingranaggio guasto che potrebbe inceppare il sistema intriso di sangue infetto potrebbe essere rappresentato dal cosiddetto “nuovo”, dal Movimento Cinque Stelle. Ma il condizionale è d’obbligo perché potrebbe non essere così nemmeno in questo caso. Almeno finora non lo è stato perché non c’è stata la prova di un benché minimo potenziale pure solo blandamente efficace. Basti osservare quello che hanno fatto, o meglio, quello che non hanno fatto sotto le insegne pentastellate i quattro consiglieri comunali di opposizione a Pomigliano e l’unico grillino in quello di Casalnuovo: non hanno inciso per nulla, non hanno svelato niente o quasi, non sono mai stati capaci di mettere alla briga i signorotti paesani. Anzi, da loro si sono spesso viste posizioni di retroguardia. Ci sono stati pure inspiegabili silenzi se non addirittura in qualche caso timidi accenni d’inciucio con chi comanda, sospetti di ambiguo compromesso. Sicuramente da queste parti i grillini, tutti fedelissimi del pomiglianese capo politico nazionale Luigi Di Maio, hanno mancato alla promessa solenne che fecero quando vennero eletti, quella di “aprire i palazzi come esattamente fa un apriscatole”. Perché questo promisero quando entrarono nei municipi della zona a est di Napoli, cinque anni fa. E invece dopo tutto questo tempo il bilancio della loro azione politica e sociale è di quelli magrissimi. Non hanno aperto un bel niente. Hanno in compenso creato tanti dubbi i fedelissimi del Luigino nazionale. Tutti fedelissimi tranne una: la ex consigliera comunale di Pomigliano Maria Busiello. L’anno scorso la ex esponente dei cinque stelle è stata costretta a dimettersi dopo un drammatico scontro iniziato dal sindaco ottantenne Raffaele Russo, qui divenuto per la prima volta sindaco negli anni Settanta. Durante quella vicenda Maria Busiello è stata lasciata sola dai suoi stessi “amici” a cinque stelle. A ogni modo nel frattempo Russo l’anno prossimo non potrà ripresentarsi come candidato primo cittadino. Sta per finire il suo secondo mandato e la legge non gliene concederà un terzo. In giro però c’è chi scommette che lui voglia morire sindaco di Pomigliano e che forse potrebbe continuare a comandare da presidente del consiglio comunale grazie a un “nuovo” sindaco di estremo gradimento e certa fedeltà. C’è chi sospetta pure che la consiliatura che uscirà dalla tornata primaverile potrebbe essere brevissima per consentirgli un terzo incarico sulla poltrona più importante della città delle fabbriche, terzo incarico che potrebbe essere preceduto da un’amministrazione “lampo”. In questa ridda di ipotesi c’è però una certezza: qui i vecchi poteri non hanno la minima intenzione di mollare. Continuano a monopolizzare ogni cosa. Anche le vite della gente che non ha speranza, una speranza che non è più nemmeno ipotizzabile.



