POVERTÁ IN ITALIA E NEL SUD. IL RISCHIO PER LA NOSTRA AREA SENZA FIAT

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Dietro i numeri dell”Istat su povertĂ  assoluta e relativa, si nascondono drammatiche storie di uomini e donne. Da noi, senza la Fiat, è vera povertĂ  la mancanza di lavoro.
Di Don Aniello Tortora

Secondo i dati contenuti nel Rapporto Istat per il 2009 in Italia le famiglie in condizioni di povertĂ  relativa sono state due milioni 657mila e hanno rappresentato il 10,8% delle famiglie residenti; si tratta di sette milioni 810mila individui poveri, il 13,1% dell’intera popolazione. Sempre nel 2009, un milione 162mila famiglie (il 4,7% delle famiglie residenti) sono risultate in condizione di povertĂ  assoluta per un totale di tre milioni e 74mila individui (il 5,2% dell’intera popolazione).

Sia la povertĂ  relativa, che quella assoluta, sono risultate sostanzialmente stabili rispetto al 2008, sia a livello nazionale sia a livello di singole ripartizioni. La soglia di povertĂ  relativa per una famiglia di due componenti è pari alla spesa media mensile per persona, che nel 2009 è risultata di 983,01 euro (-1,7% rispetto al valore della soglia nel 2008).
L’incidenza della povertĂ  assoluta viene calcolata sulla base di una soglia di povertĂ  che corrisponde alla spesa mensile minima necessaria per acquisire il paniere di beni e servizi che, nel contesto italiano e per una determinata famiglia, sono considerati essenziali a conseguire uno standard di vita minimamente accettabile.

Nel 2009, il Mezzogiorno ha confermato gli elevati livelli di incidenza della povertĂ  raggiunti nel 2008 (22,7% per la relativa, 7,7% per l’assoluta) e ha mostrato un aumento del valore dell’intensitĂ  della povertĂ  assoluta (dal 17,3% al 18,8%), dovuto al fatto che il numero di famiglie assolutamente povere è rimasto pressochè identico, ma le loro condizioni medie sono peggiorate.
L’incidenza di povertĂ  assoluta è aumentata, tra il 2008 e il 2009, per le famiglie con persona di riferimento operaia, (dal 5,9% al 6,9%), mentre l’incidenza di povertĂ  relativa, per tali famiglie, è aumentata solo nel Centro (dal 7,9% all’11,3%).
La condizione delle famiglie con i consumi più contenuti non è risultata peggiorata rispetto a quella delle altre famiglie.

Secondo l’Istat, il motivo per il quale la povertĂ  non è cresciuta nell’anno della crisi va ricercato nel fatto che l’80% del calo dell’occupazione ha colpito i giovani, in particolare quelli che vivono nella famiglia di origine, mentre due ammortizzatori sociali fondamentali hanno mitigato gli effetti della crisi: la famiglia, che ha protetto i giovani che avevano perso l’occupazione, e la cassa integrazione guadagni, che ha protetto i genitori dalla perdita del lavoro.

Ho riportato queste cifre perchè spesso i poveri non li “vediamo”, eppure sono vicinissimi a noi. Basta solo “accorgersene”. Dobbiamo fare tutti uno sforzo di attenzione all”altro, perchè il male più grande della societĂ  di oggi, come diceva Madre Teresa, è l”indifferenza. Accorgersi dell”altro, dei suoi bisogni, materiali e spirituali, è la grande sfida dell”uomo contemporaneo.
Nel nostro Sud la vera povertĂ  è la mancanza di lavoro per i nostri giovani, il lavoro precario e il rischio della perdita del lavoro, per chi giĂ  ce l”ha (penso ai quarantenni e ai cinquantenni, i “nuovi poveri” di oggi).

Mi auguro veramente che anche i lavoratori della Fiat, dopo un altro anno di purgatorio di Cassa integrazione, possano finalmente produrre la nuova Panda a Pomigliano e, “ricchi del loro lavoro” siano capaci di assicurare un po” di pace a se stessi e alle loro famiglie.

LA RUBRICA

LE PAROLE CHIAVE DEI SAPERI DI STRADA E LA COMMOZIONE INTELLETTUALE

Il benessere educativo è una meta. Per giungervi occorre fare un percorso con tappe significative, in grado di riparare danni subìti o prevenire ulteriori guasti.
Di Annamaria Franzoni


La sede del Seminario dei “Saperi di strada per la promozione della cittadinanza giovanile” ha costituito, tra l”altro, anche il luogo in cui dare spazio ai pensieri e alle narrazioni di Carla Melazzini, maestra di strada e pedagogista di grande valore, della quale tutti coloro che hanno avuto il piacere di conoscere o condividere esperienze lavorative serbano un ricordo arricchente.
Cesare Moreno ha raccolto in un testo i suoi scritti e tale lavoro, quando sarĂ  pubblicato, costituirĂ  un riferimento per chiunque si approcci alla formazione e all”educazione giovanile.

Nella sede seminariale sono stati letti alcuni brani tratti da tale testo e Luigi Barca ha usato il termine “commozione intellettuale” per indicare il sentimento che ci ha accomunati durante la lettura di alcune pagine e che nasce dal semplice fatto che quei pensieri siano realmente esistiti e praticati.
Tra le parole-chiave emerse dagli interventi e dal dibattito mi sembra che abbiano assunto particolare rilevanza “la narrazione” intesa come grande momento del processo educativo ad ogni livello e che consente il riconoscimento e il senso della memoria storica di ciò che siamo e di ciò che facciamo.

L” “accoglienza” ha costituito l”altra variabile condicio sine qua non è possibile procedere nella direzione di benessere educativo, mentre circle time, patto formativo, restituzione sono stati altri elementi di frequente richiamo.
Il binomio “incontro antropologico e cittadinanza” hanno, poi, costituito le principali idee su cui basare un percorso serio di riparazione dei danni subiti o elementi preventivi per evitare la creazione di nuovi danni.
“Il dubbio” infine è stato eletto a simbolo di una comunitĂ  che apprende che, per il fatto stesso di essere sempre alla ricerca della veritĂ , non può mai avere certezze.

Cesare Moreno ha, nel corso della mattinata, riassunto l’intervento video di Canevaro che non è stato possibile trasmettere in diretta. Stimolanti e interessanti interventi si sono, poi, susseguiti tra cui ricordiamo quelli di Maria Luisa Iavarone, Valentina Ghione, Angela Giustino Vitolo, Giovanni Laino, Palma Menna, Mariagrazia Contini, Clelia Bartoli, Romolo Perrotta, Fiorella Farinelli, Teresa Centro, Dario Bacchini, Marco Rossi Doria, Luigi Vero Tarca, Guelfo Margherita, Alessandro Tolomelli, Francesca Marone, Cesare Moreno.

I profondi e significativi dati emersi da questi interventi hanno espresso enunciati forti legati alla psico-pedagogia e alla metodologia pedagogico-didattica che, insieme a quelli di ambiti disciplinari differenti, possono trasmigrare nei sistemi di promozione della cittadinanza giovanile, obiettivo di questo seminario, che vedrĂ  impegnati gli studiosi in un”altra giornata di confronto presso l”Istituto Italiano per gli Studi Filosofici di Palazzo Serra di Cassano oggi, giovedì 15 luglio dalle ore 9,30 alle 13,30.

OSSERVATORIO ADOLESCENTI

TRAME DI PALAZZO PER I FONDI PUBBLICI

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I problemi in Campania non mancano. Il caldo di questi giorni ci ricorda che il sollievo dei bagni a mare è impedito in gran parte dei litorali della regione. Ma i politici sono troppo impegnati nelle trame di palazzo per mettere le mani sui fondi …

È arrivata l”estate, la stagione dei bagni a mare, del sole sulle spiagge, del relax, dopo un anno di lavoro, di impegni, di corse avanti e indietro per accompagnare i figli a scuola, di traffico per raggiungere l”ufficio. Per i campani, dai napoletani, agli avellinesi, ai beneventani, ma anche per salernitani e casertani, inizia la stagione dell”inferno e non solo per il caldo canicolare. Raggiungere le spiagge è una impresa, chiusi dentro auto bollenti in un traffico più convulso di quello invernale in una giornata di pioggia. All”arrivo sui lidi, immancabile la bandiera rossa che indica il divieto di bagnarsi nell”acqua inquinata di colore indefinito e ribollente di schiume e macchie di catrame.

Incuranti di ogni divieto uomini, donne e bambini giocano, nuotano, si tuffano, gridando e starnazzando, nell”acqua maleodorante. I più fortunati affollano i lidi di Posillipo, gli stabilimenti balneari con piscine anche per i più piccoli, le localitĂ  della costiera sorrentina e amalfitana, le spiagge di Ischia, di Procida, e gli scogli di Capri, ma per trovare una spiaggia da bandiera blu dovrebbero spingersi fino a Massalubrense. Per fortuna, i più previdenti si sono fatti un punto d”appoggio in Calabria e si rifugiano nel carnaio di Scalea o di S.Maria del Cedro dove almeno l”acqua sembra ancora pulita nonostante le condotte fognarie che d”estate scaricano tutto il sovrabbondante direttamente a mare.

I beneventani hanno da tempo cambiato direzione. Si spostano verso le riviere molisane e abruzzesi senza neppure più tentare di raggiungere le spiagge salernitane. Il Cilento resta irraggiungibile per i pendolari ma è talmente ingombro di villaggi turistici abusivi che non è difficile trovare a caro prezzo sistemazione. Sul litorale domizio si sono moltiplicati gli stabilimenti balneari, anche molto belli e attrezzati, ma spiagge e mare restano talmente inquinati da correre sempre il rischio almeno di infezioni gastriche e dermatiti. Una bella situazione, non c”è che dire. Potremmo continuare a lungo parlando anche del litorale che da Portici si stende fino a Castellammare e che una volta raccoglieva le speranze di refrigerio di tutti gli abitanti dell”area vesuviana, ma non faremmo che ripetere le stesse geremiadi.

Sembra incredibile ma sono decenni che si continua a parlare di disinquinamento del golfo di Napoli, di riqualificazione del litorale domizio, di rilancio del turismo balneare, ma niente di significativo è stato fatto per modificare una situazione che continua a deteriorarsi. Non che non siano state investite risorse e spese una quantitĂ  incredibile di fondi regionali ed europei. Basterebbe ricordare i progetti per il disinquinamento del golfo di Napoli, la bonifica del fiume Sarno, la costruzione del depuratore di Sorrento, la messa a norma dell”impianto di depurazione di Cuma, la riqualificazione del litorale torrese-stabiese, tanto per restare in provincia di Napoli.

Per non parlare del sistema di smaltimento dei reflui fognari di quasi tutti i comuni costieri che praticamente consiste in condotte sottomarine che smaltiscono i reflui a 500-800 metri dalle coste, nella convinzione che ci penserĂ  poi il mare a digerire tutto. Nessuno pensa che è troppo per qualsiasi mare lo smaltimento delle acque nere prodotte da quasi quattro milioni di abitanti, che tra l”altro in periodo estivo aumentano e notevolmente. Ma tant”è. I nostri amministratori sono in altre faccende affaccendati, come dimostrano i fatti di questi giorni per quanto riguarda la presidenza della Regione Campania.

Per conquistare la postazione tutte le armi, anche le più squallide, sono buone. Una battaglia di questo tipo si può mai fare per risolvere i problemi dei cittadini e del territorio? Penso proprio di no. Certe lotte oscure di palazzo possono solo servire a conquistare posizioni per mettere le mani sui fondi pubblici e continuare ad alimentare interessi personali e di lobbies affaristiche ed inconfessabili.
(Fonte foto: rete Internet)

POLITICA E CAMORRA

IL BRIGANTE BARONE SCOVATO A TROCCHIA E UCCISO NELL’ARMADIO

Nell”estate del 1861 tra Somma e Napoli erano tutti favorevoli a Garibaldi e ai piemontesi e questo segnò la fine del brigante Barone, tradito da Luisa Mollo. Il tesoro mai trovato del brigante.
Di Carmine Cimmino

Vincenzo Barone fu condannato a morte dalla sua follia, e dai gruppi che solo qualche mese prima lo avevano “riscaldato”. Nell” estate del “61 di borbonici, non se ne trovavano quasi più, tra Somma e Napoli: nobili, “galantuomini”, proprietari e funzionari erano saltati in blocco sul carro dei “piemontesi” vincitori, e le tre squadre di contrabbandieri del territorio, i Borrelli, gli Scarpati e i Minore, si erano alleate con “famiglie” importanti dell”Onorata SocietĂ  napoletana, quelle del Porto e del Carmine, fin dal primo momento favorevoli a Garibaldi e ai “piemontesi”. Non c”era più spazio per Vincenzo Barone.

Suo fratello Giovanni, “monaco del Sacro Cuore di Secondigliano”, lo aveva avvertito con due lettere giĂ  agli inizi di luglio: guardati da Pasquale Scarpati Vammana e dai De Luca: ti fanno “picchetto”, per metterti nelle mani dei soldati: “Allontanati dalla montagna, perchè può accadere che un giorno di questi sei preso come un fesso, come così sei, perchè se avessi intisa la famiglia, non ti avessi trovato in tanti guai:perciò stati attento, finchè non abbiamo accomodato questa faccenda”.

Ma era troppo tardi: e la “faccenda” si era fatta così grossa, che non poteva più essere “accomodata”, nemmeno in un territorio come il nostro, in cui non c”è assurditĂ  che non possa diventare realtĂ : “se po” ffa”.” La mattina del 26 agosto 1861 40 Guardie nazionali di Somma, guidate da Enrico e Carlo Giova e una compagnia di bersaglieri al comando del maggiore Calcagnini salirono in montagna dall” Olivella e rastrellarono accuratamente covi, grotte, forre e pagliai. Vincenzo Terracciano lo trovarono dietro una roccia, inginocchiato, confuso: in una mano stringeva una coroncina, nell”altra una pistola carica: in tasca aveva una manciata di proiettili per caprioli.

È probabile che le cose siano andate proprio così. Tuttavia, non dobbiamo dimenticare che le sentenze per i briganti fucilati sul posto, con il rito sommario previsto dalle leggi eccezionali, “per essere stati presi con le armi addosso” le scrissero non i giudici, ma i fucilatori stessi. Terracciano farfugliò che stava recitando il rosario: i bersaglieri lo trascinarono a Sant”Anastasia e all”alba del 27 lo fucilarono.

La sera toccò a Vincenzo Barone. Saverio Ardolino informò i De Luca che Barone stava a Trocchia, in casa della vedova Palamolla (all”orecchio dello scrivano dei carabinieri, che era piemontese, il nome suonò come Paldomolla). I De Luca, che dagli ufficiali della Guardia nazionale di Somma e dei bersaglieri erano stati autorizzati, “per iscritto”, a raccogliere notizie su Barone, anche “dovendo mettersi in corrispondenza”, passarono la notizia a Vincenzo Miranda, capitano della Guardia Nazionale di Sant” Anastasia, e Miranda informò carabinieri e soldati. Al calar della sera il palazzo Palamolla fu circondato. Il ragazzo che stava di sentinella aprì immediatamente la porta, e Sartoris, comandante dei carabinieri, il maggiore Calcagnini, il capitano Magnani e il tenente Giuseppe Negri, che sarebbe diventato senatore e sindaco di Milano, salirono di corsa al primo piano.

I soldati riuscirono a bloccare Gennaro Maione che si stava lanciando giù da una finestra e in una stanza trovarono Luisa Mollo, la donna del brigante, la Bonnie del Vesuvio. Che però tradì il suo uomo: Gaetano Negri, nelle sue lettere, e Sartoris, nella relazione ufficiale, raccontarono che Luisa aveva indicato, con un cenno del capo, un armadio chiuso. Lì si era nascosto Vincenzo Barone. Si legge nella relazione ufficiale che Sartoris e Calcagnini sfondarono uno sportello con il calcio delle carabine, che il brigante sparò, che Sartoris, attraverso lo squarciò, gli scaricò addosso la sua arma. Negri, invece, scrisse che “una scarica generale” si era abbattuta sull”uomo chiuso nell”armadio. Quando lo portarono fuori, il brigante, ferito al petto, respirava ancora, e impugnava ancora la pistola. Si spense pochi minuti dopo.

La mattina del 28, alle 7.30, in Sant” Anastasia i bersaglieri di Calcagnini fucilarono Gennaro Maione. I cadaveri di Barone e di Maione vennero esposti in piazza “e tutti corsero a vedere”. La sera il sindaco di Trocchia, Domenico Russo, scrisse l”atto di morte: “L”anno 1861, il 28 agosto, alle ore 21 davanti a noi sono comparsi Raffaele Gammella, di anni 41, salassatore domiciliato in via Regina a Trocchia, e Vincenzo Mellone, di anni 42, serviente regnicolo, domiciliato in Pollena, e hanno dichiarato che il 27 agosto 1861 alle ore 2.30 di notte è morto nella casa degli eredi Palamolla Vincenzo Barone di anni 22 circa, telajolo e proprietario, domiciliato in Sant” Anastasia, figlio di Luca proprietario e di Serafina Coppola”.

Il brigante teneva con sè un fascio di lettere, in cui c”erano molti nomi e molte informazioni. Venne interrogata la Matilde ventunenne, che si era innamorata di Vincenzo, e per due volte era stata accompagnata proprio da Luisa Mollo alla masseria La Zazzera, per “un abboccamento” con l”amato. Venne interrogata la De Luca monaca di casa, che era stata autorizzata, con i due fratelli, a fare il doppio gioco, ma che aveva scritto al brigante, salutandolo come “carissimo nipote”, per garantirgli che “gli avrebbe rimesso altra polvere da sparo”, non appena il carico fosse giunto da Capua. Il giudice Mezzacapo riteneva che il rifornimento di polvere da sparo non rientrasse tra i “contatti” autorizzati, ma i De Luca vennero subito sottratti all”inchiesta. Vi restarono impigliati i pesci piccoli.

Le carte svelarono che per due mesi tra i covi montani del brigante e l”abitato di Sant” Anastasia e di Somma si era snodata, ogni giorno, una processione di “amici”, di affaristi, di informatori, e che quasi ogni giorno Carmine e Natale Perez e il Torrese di Casa Miranda portavano su pane, pasta, carne, vino, abiti. Nessuno cercò di capire chi avesse “protetto” il viavai. Venti anni dopo si favoleggiava ancora, a Sant” Anastasia, del tesoro di Barone, e qualcuno scavava ancora, senza sosta, di vallone in vallone, nella speranza di trovarlo.

LA STORIA MAGRA

AVVOCATI PENALISTI IN LUTTO PER PROTESTA

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Gli avvocati penalisti protestano per rivendicare i diritti civili nelle strutture carcerarie, in particolare della Campania. Senza risultato gli scioperi precedenti, sorde e assenti le istituzioni.
Di Simona Carandente

Una singolare protesta ha visto ieri come protagonisti gli avvocati penalisti di Napoli, Milano e Palermo, uniti gli uni con gli altri in segno di protesta nei confronti delle istituzioni.
A Napoli in particolare la Camera Penale, in collaborazione con la onlus “Il carcere possibile”, ha dotato iscritti e non di un nastrino nero, da indossare in segno di lutto per simboleggiare, in maniera forte, la “morte”dei diritti civili all”interno delle strutture carcerarie sparse sul territorio nazionale, campano in particolare.

La protesta nasce con il chiaro intento di stimolare l”opinione pubblica, e non solo quella, sulle gravi problematiche esistenti all”interno degli istituti penitenziari, posto che gli scioperi giĂ  attuati dalla categoria, nella forma dell”astensione dalle udienze, non hanno sortito gli effetti sperati, rimanendo praticamente lettera morta.
Le motivazioni dell”iniziativa sono, purtroppo, tristemente note: le condizioni igienico sanitarie esistenti all”interno delle carceri italiane; il disagio del personale penitenziario, costretto a lavorare in situazioni sovente ingestibili; la sostanziale illegalitĂ  in cui si sconta la pena oggi, in Italia, in barba alle più elementari regole del vivere civile nonchè alle statuizioni legislative in materia.

Si legge nel comunicato diffuso dalla Camera Penale di Napoli che nel nostro paese, a fronte di una capienza carceraria di circa 43 mila unitĂ , sono attualmente ristretti circa 68 mila detenuti, con 25 mila persone in più rispetto a quanto tollerabile, in strutture sovente fatiscenti anche a capienza ottimale.
In Campania dall”inizio dell”anno si sono registrati ben 31 suicidi, 44 tentativi di suicidio, 96 aggressioni a personale della polizia penitenziaria, nonchè ferimenti di personale medico e paramedico operante all”interno delle strutture stesse.

Come spiegato dall”avv. Riccardo Polidoro, presidente della onlus Il Carcere Possibile, “nel nostro paese, ed in particolare in Campania, la pena viene espiata in regime di completa illegalitĂ , in spregio finanche dei principi costituzionali vigenti, per i quali la pena deve tendere sempre alla rieducazione del condannato. A tale dato -prosegue l”avv. Polidoro- bisogna aggiungere la violazione della normativa europea sul punto, che vieterebbe l”utilizzo della tortura e dei trattamenti inumani o degradanti ai soggetti ristretti. Eppure tutto questo oggi avviene, e con l”implicito assenso delle istituzioni, che vanificano tutti gli sforzi in tal senso della classe forense e non”. (mail: simonacara@libero.it)
(Fonte foto: Rete Internet)

GLI ARGOMENTI TRATTATI

LA CASA BLU DI CHAGALL E I SAPERI DI STRADA

Giornate di studio per fare il punto sul lavoro di formazione che si fa per gli adolescenti. Si punta ad individuare come ripetere ed esportare il metodo dei “Maestri di strada”.
Di Annamaria Franzoni

Ritengo che non sia sfuggito il valore simbolico della locandina del Seminario “I saperi di strada e cittadinanza attiva. Trame di pensiero e strutture per la promozione di nuove alleanze educative” che presenta la casa blu di Chagall.
La dott.ssa Santa Parrella nell”introdurre i lavori del 2 luglio scorso presso la Sala Consiliare dell”UniversitĂ  Parthenope di Napoli, ha chiarito il senso di tale scelta collegandolo al titolo della sua relazione: “Percorsi spezzati. Una casa da demolire o ristrutturare”.

Il nostro lavoro, il lavoro di tutti quelli che lavorano nella formazione degli adolescenti, ed in particolare in percorsi complessi, di disagio e dispersione, è spesso fatto di percorsi spezzati, di ponti traballanti, passaggi incerti, strade interrotte, in una sorta di cantiere con i lavori sempre in corso, con tanti ragazzi soli e smarriti con la loro rabbia e con la loro paura.

Le giornate di studio segnate, come ci riferisce Cesare Moreno, da parole dense, punti si accumulazione di conoscenze e saperi e da parole fluide, sussurri che hanno percorso come ombre – ora minacciose ora ristoratrici, hanno avuto e avranno in seguito lo scopo di mettere insieme, grazie al contributo degli esperti , tutti autorevoli e qualificati, esperienze di alto impegno, per individuare la ripetibilitĂ  e l”esportabilitĂ  di una metodologia che attraverso lo spazio di riflessivitĂ  comune, accorci le distanze tra teoria e prassi.

Hanno offerto il loro contributo ai lavori e al dibattito dell”auspicata rinnovata cittadinanza giovanile: Santa Parrello , Luigi Vero Barca, Paolo Valerio, Marianella Sclavi,Clotilde Pontecorvo, Anna Maria Ajello, Simonetta M.G. Adamo, Antonio Genovese, Guelfo Margherita, Dora Gambardella, Vittorio Campione, Nicola Magliulo, Alfonso Maurizio Iacono,Mario Spada, Anna la Rocca, in teleconferenza da Portici, Marica Iorio da Roma, Amalia Aiello, dalla sede della Federico II di Via Cortese.

Ricordo che i lavori sono stati seguiti in teleconferenza presso il Centro SINaPsi della Federico II di Napoli, presso il Centro Ricerche ENEA di Portici e ancora presso la Scuola di Dottorato in Scienze della Formazione di Firenze e di Bologna, presso l”UPTER, UniversitĂ  popolare di Roma, sotto la regia della sede riminese che ha messo in contatto i gli studiosi dislocati nei vari punti della nostra Penisola.

ARTICOLO CORRELATO

PANE CUOTTO E ZOFFRITTO PER SOPRAVVIVERE

Quando, dove e da chi nasce il critico gastronomico. Siamo nel 1820 e i piatti aristocratici assumono vesti democratiche. Il ruolo di alcune osterie di Sorrento ma anche di Nola.
Di Carmine CimminoAlessandro Baldassarre Laurent Grimod de La Reynière (nell”immagine), sebbene avesse un nome così fragoroso, scampò alla ghigliottina, che fece scempio di tutti coloro che portavano un cognome inquinato dal de nobiliare. Scampò, sebbene il primo giorno di febbraio del 1783, solo cinque anni prima dello scoppio della Rivoluzione, egli avesse offerto una cena che suscitò meraviglia nella Parigi che contava, e che non era facile a meravigliarsi. La meraviglia venne suscitata non dal numero dei commensali, 17, nè dal menù, a base di carni, nè dalla viva preghiera, rivolta agli invitati, di non portare con sè nè cani nè valletti “dovendo il servizio essere prestato da valletti ad hoc”, nè dalla scoperta sorprendente che tali serventi ad hoc erano banali tavolini, uno per ogni commensale.

Grimod aveva copiato Trimalchione: e i parigini, ritenendo, giustamente, che questa trovata dei tavolini fosse un poco banale, raccontarono che questi valletti ad hoc, altro che tavolini: erano donne nude: donne nude avevano servito i piatti, e avevano offerto le lunghe chiome come asciugamani. La meraviglia nacque dalla forma dell”invito: era la forma di un annuncio mortuario, anche nella misura, cm. 52 x 40, come racconta Ned Rival nel libro che ha dedicato a Grimod. La prima lettera dell” invito, la V di Vous, maiuscola, conteneva il disegno di un catafalco sormontato da una croce, su un fondo nero su cui splendevano lacrime d”argento.

Quando la tempesta rivoluzionaria si placò, Grimod continuò a fare quello che faceva prima dell””89: il critico teatrale. I suoi articoli furono torce accese scagliate nella polveriera del teatro parigino, in cui nei primi anni dell”800 attori e impresari saldavano i conti aperti durante la Rivoluzione, e il grande Talma si accingeva a modificare, tra applausi, proteste e risse, l”arte della recitazione “tragica”. Grimod fu un critico demolitore. Poichè la formazione illuministica lo aveva reso padrone del linguaggio e delle tecniche dell” umorismo, egli riusciva a condensare l”ironia, la battuta beffarda, il sarcasmo in immagini nette e definitive, che “storpiavano” lo sfortunato scelto come bersaglio.

È un” arte della parola, che i Greci chiamarono “diasyrmòs”, arte del ridicolizzare: la parola si fa figura, riduce l”avversario a cosa e lo fa a pezzi. Vi sono “attacchi” di Demostene, di Cicerone, di Marziale, di Gogol, di Truman Capote, che inducono a credere che non esagerassero gallesi e scozzesi quando dicevano che la satira può uccidere: uccidere letteralmente, fuori di metafora. Immagino le convulsioni, gli strepiti e gli svenimenti di M.me Vestris, ritornata sulle scene dopo lungo tempo, quando, alla fine del pezzo che Grimod le aveva dedicato, alla fine di lunghi giri di frasI, che potevano anche prendersi per affettuose carezze, lesse: “la Vestris ormai è una candela spenta”.

(Un paio di pezzi sulla funzione delle immagini, li scriverò, in questa rubrica: sulle immagini e sulla demolizione dell”avversario. Di questi tempi, può essere un tema interessante. Del resto, la cucina di oggi è una cucina di immagini).
Scampato alla ghigliottina, Grimod non scampò alla censura, che lo costrinse a cambiare ambienti e argomenti. E così fondò una rivista, “l”Almanach des Gourmands”, l” almanacco dei buongustai, e creò un mestiere, quello del critico gastronomico. Era il 1820. L”intuizione fu dettata dal genio di Grimod, e dalle circostanze. La ghigliottina aveva cancellato l”aristocrazia di Francia, e i suoi cuochi, per sopravvivere, avevano aperto “botteghe di cibi squisiti”, e, seguendo la moda inglese, raffinati ristoranti.

Il successo dei ristoranti venne decretato dai ricchi borghesi, dai nuovi ricchi, dai deputati che le province di Francia mandavano a Parigi, e che il terribile Talleyrand chiamò “i funghi della rivoluzione”. Nei ristoranti di Parigi si realizzò uno straordinario processo di scambi culturali: i cuochi dei nobili adattarono le loro ricette ai nuovi clienti, i nuovi clienti si adattarono a trovare gustose quelle versioni “democratiche” di piatti aristocratici, che suscitavano in loro la segreta illusione di essersi nobilitati attraverso i vini e i sughi, e i “funghi della rivoluzione” portarono a Parigi i capolavori delle cucine regionali, l”aglio e il pomodoro della Provenza, le zuppe di pesce, gli infiniti modi di cucinare il pollo.

A Napoli questo lavoro di amalgama culinario fu fatto negli anni di Ferdinando II, grazie ai cuochi delle osterie che, tra Castelnuovo, il San Carlo, e piazza San Domenico, venivano frequentate dagli stranieri e dalla “buona borghesia”. Favorirono questi scambi culturali tra gruppi e tra territori anche alcune osterie di Castellammare, di Sorrento, di Torre Annunziata, di Nola: insomma dei luoghi in cui si muovevano turisti, imprenditori, mercanti, ufficiali dell”esercito.

In estate, i nobili napoletani si spostavano nelle ville e nelle masserie vesuviane: i monsù, i cuochi di scuola francese, li seguivano, aprivano le cucine, prestavano attenzione ai prodotti della campagna, insegnavano, osservavano, apprendevano i segreti delle conserve e delle erbe, e i sapori diversi delle diverse specie di mela, di pesca, di albicocca. In questo crogiuolo di esperienze nacque la cucina che impropriamente, forse, chiamiamo napoletana, e della cui storia, complicata, una storia dalle molte teste, e dalle molte bocche, sono stati scritti solo alcuni capitoli.

La “cucina povera” lasciamola stare. I poveri , quando potevano, mangiavano ” “o pane cuotto”. Si soffriggeva – scrive Nello Oliviero- una cipolla finemente tagliata, nel lardo, o nella sugna, o nell”olio; non appena la cipolla aveva raggiunto il colore “rosso Tiziano”, si aggiungeva acqua, e quando l”acqua bolliva, vi si immergevano foglie d”alloro, e poco dopo, “e tozzole di pane raffermo. Si scodellava non appena il pane “si ingrassava”. Chi poteva, cospargeva il tutto di formaggio di pecora: chi non poteva, si accontentava del prezzemolo e del pepe nero. Così si sopravviveva. Con pane cuotto e zoffritto.
(Fonte foto: Rete Internet)


LA RUBRICA

IL REGALO AGLI SPOSI? UN QUARTO DI MAIALE!

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Resiste in Campania il mito della cerimonia perfetta. Tutto lindo, ordinato e bello, tranne il pasto, considerato più o meno un optional, dal prezzo nient”affatto trascurabile.
Di Luigi Jovino

Non tutte le abitudini sono dure a morire. I dati Istat l”hanno dimostrato. Gli italiani riducono i consumi alimentari che una volta erano sacri. Addirittura intoccabili. Sorprendente è il dato da cui si evince che circa il 40 per cento dei cittadini risparmia anche sul pane, preferendo acquistare prodotti definiti di qualitĂ  inferiore. Certamente la crisi aguzza l”ingegno e molte modifiche dei comportamenti alimentari rappresentano un passo in avanti verso il risparmio e un indubbio contributo all”eliminazione degli sprechi. Le statistiche confermano anche un”altra tendenza: resiste in Campania il mito della cerimonia perfetta, consumata nei banchetti per matrimoni, battesimi, cresime e compleanni.

La Campania è la regione italiana dove ci si sposa di più e dove la gente, più che altrove, è solita affidare al ristorante (villa) la coniugazione di un rito antico, pieno di contenuti simbolici e tradizionali. I numeri, però, raccontano che anche in questo settore florido, calano vertiginosamente le presenze e la richiesta delle performance alimentari. Fra qualche decennio, senza timor di sorta, cambierĂ  profondamente l”industria del matrimonio che pure vanta un fatturato non trascurabile nel settore della ristorazione. Ci sono, però, delle anomalie e degli errori di impostazione che andrebbero eliminati fin da subito; non fosse altro per i danni indotti agli sposi, alla famiglia, agli invitati, al ciclo dei rifiuti e all”ambiente. È capitato a molti di noi andare per cerimonie in una di queste lussuose ville, sorte come funghi tra Napoli, Caserta ed Avellino.

L”esperienza, il più delle volte è stata traumatica. La conferma arriva anche dalla testimonianza di parenti, amici e conoscenti che come noi sono stati detenuti e presi in ostaggio nelle dimore nobiliari, trasformate in manieri impenetrabili nei giorni delle cerimonie. Tra panni colorati, hostess, addobbi floreali e panorami mozzafiato il pasto è considerato un optional. Un valore di secondo piano. Niente a che vedere con il sontuoso pranzo di qualche decennio fa con immancabili fritture, anguille, mezzo pollo arrosto, lasagne e cannelloni.

Adesso propinano il solito buffet all”aperto; nei casi migliori con gli angoli dell”ostricaro, del pizzettaro, dei formaggi, dei salumi e della frutta, il tutto condito con prosecco di qualitĂ  mediocre, servito in improbabili flute. I ristoratori sanno bene che solo gli sfizi degli antipasti coprono le esigenze caloriche e azzerano l”istinto della fame anche del convitato più vorace. Si passa poi ai primi piatti, spesso più di due, in cui fanno bella mostra i risotti. Secondi a scelta di carne e pesce, con l”intermezzo del sorbetto, verdure condite e crude, ricco carrello di dolci, torta, spumante e caffè. Il costo medio, villa compresa, si aggira (quando va bene) sui 100 euro a testa. La spesa comporta più di una preoccupazione per gli sposi e i familiari. Non parliamo poi per gli invitati.

Ho visto capofamiglia (di tre o quattro persone) nel panico che, per il semplice fatto di non aver potuto mettere nella busta più di 500 euro, metĂ  cioè dello stipendio medio di un impiegato, si sentivano dei clandestini e degli imbucati. Al massimo riuscivano a ripagare gli sposi del pranzo offerto. Neanche i soldi per il costo della bomboniera! Sarebbe il caso di chiedersi a chi serva tutto questo spreco? E quali sono i motivi per i quali siamo costretti a soffrire. Bisognerebbe invece considerare che quasi il 30 per cento degli italiani soffre di malattie del metabolismo ed anche volendo è impossibilitato a cedere alle tentazioni dei menù delle cerimonie.

Per non parlare delle persone che per problemi dietetici e salutistici neanche sono abituati a consumare un pasto completo al giorno. Partendo da queste considerazioni di fondo diventa chiaro che questo sfarzo è più che un affronto. Il trionfo degli sprechi. Uno specchietto per le allodole per gente semplice che mentre a casa risparmia sul costo del pane è costretta, durante una cerimonia, a dare un calcio a tagliate di manzo, a tartarre o a fritture di scampi e gamberoni. Io stesso ho visto alla fine di banchetti nuziali quantitĂ  enormi di cibo, pronte per la discarica che non facevano altre che aumentare il senso di disgusto provato durante tutto lo sviluppo della cerimonia.

Ma non sarebbe meglio cercare un menù alla carta? La gente mangia quello che vuole. Il portafogli è salvo e il cassonetto del riciclaggio vuoto. Alcuni titolari di ristoranti dicono che è possibile fare delle cerimonie con menù alla carta sempre che la scelta sia limitata a tre o quattro portate per i primi e per secondi. Sarebbe una decisione coerente di rispetto verso se stessi, gli invitati e l”ambiente. Potrebbe essere anche simpatico far le liste di nozze presso i salumieri o le macellerie.

Gli invitati potrebbero decidere di regalare agli sposi, il prosciutto per gli antipasti, una degna bottiglia di vino o un quarto di maiale che neanche ci starebbe male.

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IL LAVORO É UN BENE COMUNE E VA CONSERVATO

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La disoccupa-
zione nell”area Ocse ha raggiunto il picco, ma la ripresa non è tanto vigorosa da limitare i danni. Ecco perchè è fondamentale conservare il bene comune del lavoro a Pomigliano.
Di Don Aniello Tortora

Tutta la cittĂ  di Pomigliano (e non solo) in questi torridi giorni d”estate è ancora in ansia per i lavoratori della Fiat. Non si sa ancora quale sarĂ  il loro futuro. Speriamo nella ragionevolezza delle parti in causa, senza irrigidimento di nessuno, perchè vengano salvati il lavoro e la dignitĂ , che camminano sempre insieme. Proprio ieri sera ho incontrato alcuni tra i 36 “precari”, che stanno vivendo giorni terribili. A luglio, se Tremonti non metterĂ  una firma su un accordo giĂ  preso, non percepiranno più lo stipendio. Anche qui, speriamo nella ragionevolezza: in tutti questi tagli non devono pagare sempre e solo i più deboli e i meno garantiti.

Intanto il tasso di disoccupazione – calcola l”Ocse – è cresciuto in media del 2,9% da dicembre 2007 a marzo 2010, ma l”impatto è stato disomogeneo nei diversi Paesi. A un estremo ci sono gli aumenti considerevoli di Irlanda (+8%) e Spagna (+10%), all”altro gli incrementi inferiori al punto percentuale di Germania, Austria, Belgio, Norvegia e Polonia.
La perdita di posti di lavoro, rileva ancora l”Ocse, è stata sproporzionatamente ampia per alcuni tipi di impiego e settori, come per esempio “l”edilizia, i lavoratori a termine e quelli con competenze basse, i giovani”.

Inoltre, cosa “inusuale”, “l”occupazione è diminuita più tra gli uomini che tra le donne, probabilmente a causa della natura settoriale della recessione”.
Si è dimostrata poi “molto ampia” la differenza nel rischio di perdere il lavoro tra assunti a tempo determinato e indeterminato, mentre “l”occupazione per gli autonomi è calata circa quanto quella dei dipendenti”. La disoccupazione nell”area Ocse “dovrebbe aver raggiunto il picco”, ma “la ripresa non sembra essere abbastanza vigorosa per riassorbire rapidamente gli attuali alti livelli”.

Lo afferma l”Employment outlook 2010 dell”organizzazione parigina, che prevede che “il tasso di disoccupazione dei Paesi Ocse dovrebbe ancora essere al di sopra dell”8% alla fine del 2011”.
“Il rischio che il forte aumento nella disoccupazione diventi di natura ciclica aumenta – prosegue il rapporto – Tale rischio però varia fortemente da Paese a Paese, riflettendo le diversitĂ  nelle esperienze delle varie aree durante la crisi”.
L”Ocse invita quindi i Paesi membri a “fare in modo che i fondi per i programmi di sostegno all”occupazione restino adeguati” anche se “la pressione per tagliare gli ampi deficit sta rapidamente crescendo, e con essa il bisogno di fare scelte difficili su come allocare risorse sempre più scarse”.

“Diventa essenziale – dichiara ancora nel suo rapporto l”organizzazione – focalizzarsi su programmi efficienti in termini di costi, e mirare ai gruppi più svantaggiati che sono a rischio di perdere contatto con il mondo del lavoro”.
“Mentre la ripresa accelera il passo, è essenziale creare gli incentivi giusti per far sì che le aziende assumano più lavoratori”, conclude l”Ocse, e tentare “un ri-bilanciamento delle protezioni ai posti di lavoro tra contratti a tempo determinato e indeterminato”, in modo da “consentire ai lavori temporanei di funzionare meglio come punti di passaggio nel percorso verso un impiego permanente, piuttosto che come trappole”.

“Creare nuovi posti di lavoro dev”essere una prioritĂ  per i governi”. Lo ha dichiarato il segretario generale dell”Ocse, Angel Gurria, presentando a Parigi l”Employment outlook 2010 dell”organizzazione. “Ridurre la disoccupazione e il deficit pubblico allo stesso tempo è una sfida notevole – ha aggiunto – ma dev”essere affrontata fin da ora. Nonostante i segni di ripresa nella maggior parte dei Paesi, rimane il rischio che milioni di persone possano perdere contatto con il mondo del lavoro. Una carenza di posti di lavoro elevata come quella attuale è inaccettabile, e va affrontata con una strategia politica ad ampio raggio”.

In questa ottica è importantissima la “battaglia” che tutti insieme stiamo facendo per conservare il bene comune del lavoro a Pomigliano. È fondamentale creare nuovi posti di lavoro ma è urgentissimo non perdere il lavoro che giĂ  c”è.

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ANCHE QUESTA GIUNTA REGIONALE INVOCA I TERMOVALORIZZATORI!

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L”assessore all”Ambiente della Regione, anzichè dare ai Comuni una linea unica per la raccolta differenziata, torna a parlare di termovaloriz-
zatori.Un modo per eludere il problema e accontentare potenti lobbies.
Di Amato Lamberti

Secondo la commissione europea che è venuta in Campania a verificare la situazione del piano rifiuti, dato che per affrontarla si sono richiesti cospicui fondi europei, l”emergenza rifiuti, non solo non è stata superata, ma “giace dormiente con un alto rischio che possa scoppiare di nuovo”. Linguaggio diplomatico per dire che l”emergenza rifiuti non è stata risolta, nonostante i proclami del governo, e che il modello adottato, quello di aprire solo nuove discariche, non potrĂ  portare ad alcun risultato definitivo. Intanto, i cittadini, possono solo registrare segnali preoccupanti, come quelli dei cumuli di rifiuti che tornano ad ammucchiarsi per le strade e che vengono dati di notte alle fiamme, con i fumi che tornano ad appestare l”aria.

Di nuovo, si fa per dire, c”è solo il fatto che a Pianura come in altre zone della periferia urbana, si registra un continuo furto di centinaia di cassonetti, con il risultato che la gente, non sapendo dove buttarli, ammucchia i sacchetti sui marciapiedi in cumuli che crescono continuamente e debordano sulle strade. Le amministrazioni sono così costrette ad interventi di somma urgenza, vale a dire senza gara e chiamando le imprese disponibili, magari degli amici o degli amici degli amici, dotate delle attrezzature necessarie per la raccolta e la rimozione dei cumuli di rifiuti. Una strategia molto chiara e ben nota, messa in opera da imprese ben collegate con le amministrazioni locali, oltre che con i poteri criminali, per continuare a lucrare all”infinito su una situazione di emergenza pilotata ed orchestrata in modo che non debba mai risolversi.

In questa situazione, le amministrazioni comunali invece di costringere le loro aziende partecipate, come l”Asia, cui hanno delegato la raccolta e lo smaltimento dei rifiuti, a dotarsi dei mezzi necessari per rimuovere i cumuli di rifiuti e di apposite squadre di pronto intervento, continuano a discutere di improbabili piani industriali di smaltimento dei rifiuti.

Il neo assessore all”ambiente della Regione Campania, Giovanni Romano, invocato come un salvatore della situazione, perchè come sindaco di Mercato S.Severino, una civilissima cittadina della valle dell”Irno, aveva ottenuto grandi risultati nella raccolta differenziata, ha promesso: 1) di eliminare le discariche e comunque di non aprirne di nuove; 2) di completare in 120 giorni la redazione del piano regionale dei rifiuti; 3) di completare in 60 giorni la redazione del piano regionale per i rifiuti speciali; 4) di completare in 60 giorni la redazione del piano per le bonifiche; 5) l”avvio immediato delle procedure per la realizzazione di due nuovi termovalorizzatori a Napoli est e a Salerno; 6) l”avvio immediato degli interventi per la riqualificazione degli impianti di depurazione di Napoli est e S.Giovanni a Teduccio.

Un programma bello e corposo di cui verificheremo i tempi di attuazione, ma da lui ci saremmo aspettato ben altro, come, ad esempio, un indirizzo unico e stringente sulle modalitĂ  per realizzare la raccolta differenziata a tutti i comuni della Campania, con la minaccia di applicare la sanzione dello scioglimento per i comuni inadempienti. La sua esperienza avrebbe dovuto insegnargli che laddove non si organizza la raccolta differenziata non è per le difficoltĂ  che la stessa comporta ma perchè altri interessi, spesso inconfessabili, prevalgono.

I comuni inadempienti all”obbligo, previsto dalla legge, della raccolta differenziata, sono quindi doppiamente colpevoli: in primo luogo perchè, come direbbe Tremonti, sono dei “cialtroni” che non sanno fare il proprio mestiere di amministratori della cosa pubblica; in secondo luogo, perchè, nella migliore delle ipotesi, non riescono a superare i condizionamenti ambientali che ostacolano l”avvio di una seria raccolta differenziata. Per entrambe le ragioni andrebbero severamente puniti. Ma dall”assessore Romano, che come sindaco aveva capito così bene l”importanza della raccolta differenziata, non ci saremmo mai aspettato che tornasse a parlare della necessitĂ  di altri termovalorizzatori.

Come lui sa bene, infatti, una raccolta differenziata fatta per bene, consente il recupero e la riutilizzazione di quasi tutte le tipologie dei rifiuti, compresa la parte organica, con l”esclusione della quota minima di frazione indifferenziata, che però può essere trattata anche dagli impianti di biodigestione anaerobica utilizzabili per la frazione umida. Altri termovalorizzatori non sono quindi necessari, oltre che costano troppo: uno basta e avanza, e bisognerebbe solo farlo funzionare decentemente. Non vorremmo che, ancora una volta, il richiamo alla necessitĂ  dei termovalorizzatori serva solo a spostare negli anni la soluzione del problema, oltre ad accontentare gli interessi di lobbies industriali che ormai solo nel Mezzogiorno riescono a trovare ascolto.

Non c”è più tempo per manovre dilatorie: il problema della raccolta e dello smaltimento rifiuti in Campania va affrontato rapidamente e con forza, sapendo di dover vincere grandi resistenze a molti livelli, da quello industriale, a quello politico, a quello criminale. Ma è su questo terreno che si misurano le capacitĂ  di un amministratore.

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