Somma Vesuviana, intitolazioni ferme in giunta. Roberto Cimmino(PSI): “non dipende da noi”

Le intitolazioni a strade e piazze sono ferme da tempo. C’è chi dà la colpa ai socialisti ma il commissario di sezione PSI di Somma Vesuviana , Roberto Cimmino, smentisce categoricamente.  Piazzale Don Armando, via Cavaliere Auricchio, via Cesare Augusto e non solo. Molte intitolazioni a strade o piazze , proposte dalla commissione toponomastica e accolte favorevolmente dal sindaco,  sono state bloccate in giunta. Da chi? Come mai questo stop? Voci insistenti di corridoio attribuirebbero la “colpa” al gruppo dei socialisti che avrebbero messo un veto a qualsiasi intitolazione e chiesto con forza al sindaco di prendere posizione sulla intitolazione dalla piazza principale a Francesco De Martino. Abbiamo chiesto chiarimenti al commissario di sezione PSI di Somma Vesuviana , Roberto Cimmino  :”Noi socialisti- ha dichiarato Cimmino- non abbiamo mai messo nessun veto contro l’intestazione o intitolazione di altre piazze o vie ad altre persone. Assolutamente no, tant’è vero che non abbiamo mai strumentalizzato l’intestazione della piazza a De Martino o a chicchessia. Noi stiamo chiedendo soltanto che la piazza oggi a  Somma Vesuviana non può più essere intitolata ad un re che tanto male ha fatto alla nazione. Detto questo,  se qualcuno ha messo in giro una voce secondo la quale i socialisti stiano mettendo un paletto o un veto affinchè si faccia piazza De Martino  e le altre no, non è per niente vero. Noi socialisti non abbiamo messo nessun veto del genere. Anzi,  siamo favorevoli affinchè  vie,  piazze o strade  possano essere intitolate a persone che hanno  fatto la  storia del nostro paese. Sono anni che chiediamo di cancellare l’intitolazione a Vittorio Emanuele  e continueremo a chiederlo. Vogliamo solo risposte”. Intanto sui gruppi social di Somma Vesuviana da qualche giorno è riapparso il manifesto del referendum per l’intitolazione della piazza al commendatore Francesco De Siervo. A questo punto spetta al sindaco, Salvatore Di Sarno,  fare da ago della bilancia tra le parti per evitare la rottura degli equilibri.

Acerra: forno abusivo in abitazione, 60enne denunciata

Continuano le attività dei carabinieri del Comando provinciale di Napoli di contrasto alla panificazione abusiva. L’ultimo controllo – effettuato ad Acerra dai Carabinieri della locale stazione – è costato una denuncia ad una 60enne incensurata del posto. Al piano terra della sua abitazione aveva allestito, senza alcuna autorizzazione, un vero e proprio panificio. Impastatrici professionali, 2 forni e quasi 300 chili di legna da ardere ricavata dallo smaltimento per il trasporto merci sulle quali erano infissi anche alcuni chiodi. La donna – pronta ad infornare quasi 40 chilli di prodotti da forno – è stata sanzionata per 1000 euro e la sua attività illecita sequestrata. Il sequestro di Acerra è effetto dell’impegno del Comando Provinciale di Napoli in materia di sicurezza alimentare. La scorsa settimana, i carabinieri della tenenza di Caivano sequestrarono ben 130 chili di pane privo di indicazioni sulla tracciabilità e prodotti in un forno abusivo. Stessa sorte per un altro commerciante “improvvisato” di Afragola a cui furono sequestrati 31 chili di prodotti da forno. Anche a Giugliano i militari della stazione di Qualiano denunciarono un 67enne perché sorpreso a gestire un panificio abusivo nella sua abitazione. A Napoli, invece, i carabinieri tolsero al mercato nero alimentare quasi 50 chili di pane venduto in strada e cotto senza le prescritte autorizzazioni.

Somma Vesuviana, il Torricelli inaugura la mostra “Il Genio di Leonardo” (foto gallery)

Il Liceo Scientifico-Classico “E. Torricelli” dà il via alla manifestazione culturale dedicata al grande maestro, Leonardo Da Vinci. La mostra itinerante, giunta direttamente da Firenze, sarà aperta al pubblico fino al 25 gennaio 2020. Leonardo Da Vinci sbarca con le sue opere al Liceo Scientifico-Classico “E. Torricelli” di Somma Vesuviana. Ufficialmente inaugurata dal Dirigente Scolastico, la Prof.ssa Anna Giugliano, insieme alle Istituzioni locali, la mostra si presenta quale migliore strumento per questo liceo che si impegna nel creare un fronte comune tra scuola e cittadinanza, dimostrando di dare giusti stimoli e risposte formative ai giovani. È il loro coinvolgimento che segna il successo di un ente scolastico, che per l’evento ha lasciato spazio proprio a chi popola la scuola, gli studenti. Leonardo in persona, accompagnato da Isabella d’Este, moglie di Francesco II Gonzaga, ha aperto le danze con uno stuzzicante dialogo intrattenuto insieme a una studentessa di oggi. Passato e presente si fondono all’insegna dell’arte: è l’amore per la cultura che rende eterni. La mostra, giunta a Somma Vesuviana da Firenze e diretta poi a Barcellona, è propriamente definita didattica in quanto non si presenta come una passiva esposizione della riproduzione delle opere del maestro, ma sono previsti momenti di approfondimento sulla pittura, sulle macchine e sul culto leonardesco. L’esposizione è divisa secondo i quattro principi della natura: acqua, fuoco, terra, aria, mettendo in luce i meccanismi di macchine di ingegneria idraulica e da guerra, realizzate in larga parte per Ludovico il Moro, oltre alla straordinaria opera degli ingranaggi, anticipati di 500 anni da Leonardo e utilizzati ancora oggi. Le macchine, nello specifico, si caratterizzano per i tre elementi-cardine ricorrenti nelle opere di ingegneria leonardesca: ruota dentata, rocchetto e vite senza fine. Ampio spazio è riservato anche all’eredità pittorica che l’artista ha lasciato ai posteri. A tal proposito Vasari, nel narrare la sua vita, scriveva della sua passione rivolta alla scienza più che al mondo religioso. La sua è stata una visione particolare del sacro: le figure dei santi che portano la sua firma, mostrano sempre il loro aspetto più umano. Il 2 maggio 1519, all’età di 67 anni, Leonardo si spegne, abbracciato dal Re di Francia Francesco I, che lo ha nominato “Pittore, Ingegnere e Architetto del Regno di Francia”. Della morte aveva scritto «Così come una giornata ben spesa dà lieto dormire, così una vita ben usata dà lieto morire». Con queste parole si concluse la sua intensa vita e cominciò il mito dell’estro di un uomo che «si sveglia nella notte mentre tutti gli altri continuano a dormire», come direbbe il padre fondatore della psicoanalisi, Freud. Leonardo Da Vinci ha dimostrato di essere un artista poliedrico, sempre all’apice della scienza, emblema di quel genio che è racchiuso in ogni uomo, ma che solo pochi al pari del grande maestro riescono a far emergere.

Somma Vesuviana, anziano escluso da graduatorie assistenza: le precisazioni della dirigente Iolanda Marrazzo

Riceviamo e Pubblichiamo il chiarimento sulla questione assistenza domiciliare disabile dalla  Responsabile Ufficio di Piano Ambito Territoriale N 22 del Comune di Somma Vesuviana Dott.ssa Iolanda Marrazzo Egr. Direttore, in merito alla situazione denunciata sul giornale da Lei diretto Il Mediano (ilmediano.it) con un articolo del 16 gennaio 2020 a titolo “Somma Vesuviana, anziano con grave handicap escluso da graduatorie assistenza”, La informo che: • il Nomenclatore Regionale dei Servizi Sociali denominato “Classificazione Interventi e Servizi Regione Campania per la promozione della sicurezza sociale” prevede due distinti Servizi di Assistenza Domiciliare Socio-Assistenziale:  Servizio di Assistenza Domiciliare Socio-Assistenziale per Persone con Disabilità: codice D7 – G1;  Servizio di Assistenza Domiciliare Socio-Assistenziale per Persone Anziane: codice E7 – G1. Il signor A.D.P. di anni 66, citato nel suo articolo, ha presentato Domanda per il Servizio di Assistenza Domiciliare Socio-Assistenziale per Anziani avendo superato i 65 anni di età e ricadendo nell’Area Persone Anziane prevista dal Nomenclatore Regionale. La Graduatoria di Ambito del Servizio di Assistenza Domiciliare Socio-Assistenziale per gli Anziani pubblicata dall’Ufficio di Piano dell’Ambito Territoriale N 22, è una graduatoria provvisoria e, pertanto, il signor A.D.P. presente all’111 posto è un potenziale beneficiario. La valutazione dei singoli casi e la stesura della graduatoria provvisoria è stata effettuata secondo i criteri oggettivi resi pubblici mediante “Avviso Pubblico Servizio Assistenza Domiciliare Sociale per Anziani e Persone con Disabilità” approvato con Determinazione Reg. Gen. N. 1792 del 22/10/2019 del Comune di Somma Vesuviana e pubblicata sui siti web istituzionali dei Comuni appartenenti all’Ambito Territoriale N 22. Allo scadere dei termini di presentazione dei ricorsi avversi alla Graduatoria provvisoria gli stessi (compreso quello già presentato dal Sig. A.D.P.) saranno esaminati e questo ufficio provvederà a redigere la Graduatoria definitiva. Nel caso in esame, qualora l’utente non dovesse rientrare in posizione utile ad usufruire del Servizio potrà essere istruita procedura per usufruire del Servizio ADI (Assistenza Domiciliare Integrata) come già anticipato verbalmente al Sig. A.D.P. Si resta a disposizione per eventuali ulteriori comunicazioni sia a mezzo PEC all’indirizzo responsabile.po7@pec.sommavesuviana.info e sia allo 081/8939227. Ambito Territoriale N 22 La Responsabile Ufficio di Piano F.to Dott.ssa Iolanda Marrazzo

Abusivismo e scarsa igiene nei panifici: i NAS a Pomigliano e Sant’Antimo

Autorizzazioni mancanti e condizioni sanitarie precarie. Queste le contestazioni avanzate dai carabinieri nei confronti di due panificatori      Sant’Antimo: i carabinieri del NAS hanno effettuato un’ispezione igienico-sanitaria in un panificio industriale al cui termine hanno proceduto alla chiusura amministrativa di un locale dedito alla produzione di prodotti della panificazione e adibito anche a deposito di materie prime che però è stato messo in funzione abusivamente dal gestore dell’attività ed è pure risultato privo dei minimi requisiti igienico-sanitari e strutturali previsti dalla normativa comunitaria vigente. Pomigliano d’Arco, in via Roma: i carabinieri del NAS di Napoli, nell’ambito dei controlli nel settore della panificazione e dei prodotti da forno, hanno eseguito un’ispezione igienico sanitaria in un panificio, con annesso punto vendita, al cui termine hanno proceduto alla chiusura amministrativa di un deposito per alimenti risultato privo di autorizzazioni nonché dei minimi requisiti igienico sanitari e strutturali previsti dalla normativa vigente. Durante questa operazione i militari hanno proceduto al sequestro amministrativo di 70 chili di prodotti da forno e di rosticceria, esposti in vendita e risultati privi di qualsivoglia informazione utile a garantirne la rintracciabilità alimentare.

Il Cippo di Sant’Antonio delle baby-gang. Borrelli:”bisogna fermarli”

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Il Cippo di Sant’Antonio, caos in tutta Napoli e provincia. Arrivano le denunce dei Verdi.  Borrelli:”bisogna fermarli a tutti i costi. Rischio guerriglie urbane e sassaiole.” Riceviamo e pubblichiamo comunicato stampa del consigliere regionale Borrelli. Il 17 gennaio i ragazzi dei vicoli di Napoli, quelli delle famigerate baby-gang, danno vita ad una tradizione, il cosiddetto “cippo di Sant’Antuono”, ovvero dei roghi in onore di Sant’Antonio trasformandola in un evento barbaro e incivile durante il quale appiccano incendi ad un ammassi di alberi di Natale e anche di rifiuti raccolti per strada, precedentemente ottenuti attraverso furti e razzie. La pericolosità legata a questa tradizione non è legata solo all’evento culmine, cioè i fuochi, ma a tutta la trafila che ragazzi compiono per arrivare ad esso: i furti degli alberi e l’utilizzo di nascondigli per la refurtiva, che spesso consistono in vecchi edifici abbandonati e forzati. I Verdi stanno denunciando decine di casi in tutta la città di alberi rubati ammassati, che la notte del 17 gennaio saranno dati alle fiamme, mettendo in pericolo la cittadinanza. In molte zone della città di Napoli e in diverse zone della provincia tra cui ad esempio Castellammare si rischiano vere e proprie guerriglie urbane. “Per portare avanti questa barbara ed illegale tradizione, i ragazzi compiono tutta una serie di peripezie che mettono in pericolo la propria incolumità e quella degli altri cittadini. Le città diventano, in questo periodo dell’anno, scenario di uno spettacolo grottesco, messo su dai ragazzini che ammassano gli alberi in luoghi abbandonati, forzandoli, che diventano molto pericolosi. Per questo stiamo segnalando alle autorità tutti i luoghi che sono stati adibiti a depositi di alberi, faremo in modo che siano fermati prima che diano vita ai fuochi pericolosi per tutta la cittadinanza. Ad esempio ai Quartieri Spagnoli, l’edificio che ospitava l’ex Municipio in Via San Matteo, nonostante tutte le misure preventive, viene forzato ogni anno per diventare un sito di stoccaggio degli alberi rubati. Le ‘acrobazie’ che compiono i ragazzi per potervi entrare, trasportando gli alberi, diventano manovre pericolosissime e per questo sono intervenuti agenti dei Carabinieri e della Polizia Municipale. Nonostante ciò, hanno proseguito nelle loro operazioni di recupero degli alberi per poter poi dar vita ai fuochi illegali e pericolosi, in barba ad ogni regola e legge, mettendo in subbuglio ed agitazione l’intero quartiere. E ciò accade in diverse zone della città, creando caso ovunque. Addirittura vengono utilizzati i social per darsi appuntamento ai roghi, abbiamo segnalato una conversazione che racconta di un falò che dovrebbe aver luogo ad Agnano. Mi chiedo, allora, quale sia il ruolo dei genitori di questi ragazzi, cosa facciano e dove siano quando i loro figli si danno ad atti vandalici e criminali. Il rischio è che si creino per l’ennesima volta vere e proprie guerriglie urbane pericolosissime con sassaiole contro le forze dell’ordine” – sono state le dure parole del Consigliere regionale dei Verdi Francesco Emilio Borrelli in lotta affinché il cippo di Sant’Antonio vada ad estinguersi. (fonte foto: rete internet)

“Napoli che muore”, 1887: l’appassionata lettera di Gaetano Miranda, lo scrittore di Sant’Anastasia, all’amico Attilio Pratella

Gaetano Miranda, nato a Sant’Anastasia, scrittore, giornalista, fondatore del giornalismo sportivo. Il colera del 1884, lo “sventramento” di antichi quartieri di Napoli: Miranda scrive “Napoli che muore”, e usa come prefazione la lettera di Luigi Capuana. La raccolta “Napoli che muore” è dedicata da Miranda ad Attilio Pratella suo fraterno amico: e la “dedica” è una pagina che non ha pari all’interno della letteratura italiana dell’ultimo trentennio dell’Ottocento. Una vicenda straordinaria: il peregrinare quotidiano del pittore e dello scrittore nelle” viscere di Napoli”, tra i minacciosi sospetti dei miseri che sono sopravvissuti al colera e vivono nella “nera povertà”.   Gaetano Miranda nacque a Sant’Anastasia nel1863 e già a 21anni esordì come scrittore con la raccolta di novelle “Gli orfani”, pubblicata nel1884 da Giannini e illustrata da Attilio Pratella: e da qui nacque la solida amicizia tra il giovane anastasiano e l’illustre pittore. Dalla letteratura il Miranda passò, nel 1891, al giornalismo, e fu subito direttore assai ispirato della nuova rivista “La tavola rotonda”. Negli ultimi anni della sua vita- morì nel1935- costretto dalla crisi delle sue finanze, fece da segretario a Eduardo Scarpetta, collaborò con il “Giornale d’Itala” e con il “Giorno” di Matilde Serao e fu uno dei fondatori del giornalismo sportivo, dedicandosi su “Mezzogiorno sportivo” alla cronaca delle corse ippiche, che lo appassionavano, purtroppo per lui, non solo come giornalista. Ma il nostro giornale riserverà molto spazio a questo significativo rappresentante della cultura e della società napoletane della Belle ‘Epoque, poiché Carmine Cimmino progetta di dedicare un libro e una mostra agli articoli che Miranda scrisse sulla pittura. Il colera del 1884 impose la realizzazione rapida del “risanamento” della città, che altri preferivano chiamare “sventramento” denunciando gli interessi “innominabili” che si nascondevano dietro quella che un atto del Consiglio Comunale di Napoli (24 ottobre 1885) definiva “bonificazione dei così detti quartieri bassi, di Porto, Pendino, Mercato e Vicaria”: lì “ la popolazione vive agglomerata in luridi tuguri, privi la più parte di aria e di luce, e dove tutte le epidemie menano strage di vite umane”. A questa parte storica della città che lo “sventramento” avrebbe cancellato per sempre Gaetano Miranda dedicò una raccolta di otto novelle, pubblicata nel1887 con il titolo “Napoli che muore”.  Egli aveva chiesto a Luigi Capuana, “della cui amicizia altamente mi onoro”, una prefazione, e Capuana per dirgli che non poteva “contentarlo”, perché aveva già “rifiutato lo stesso piccolo servigio ad altri che me lo avevano chiesto prima di Lei”, gli scrisse una lunga lettera: parve al Miranda che questa lettera fosse di per sé una prefazione, e come prefazione la pubblicò “commettendo un’indiscrezione che l’illustre uomo vorrà perdonare”. Capuana vedeva nelle novelle il segno dell’amore smisurato che l’autore nutriva per la città, un amore che infiammava anche i lettori: “ Ed ecco che cosa vuol dire l’ Arte. Quella stessa Napoli dai vicoli sporchi e oscuri, dai fondachi luridi e ammorbanti, io l’ho guardata compassionevolmente, l’ho amata con tenerezza nelle pagine delle sue novelle così belle ed evidenti per movimento e colorito.”.  Gaetano Miranda dedicò il libro ad Attilio Pratella, “fraternamente”, e nella lettera di dedica egli ricorda all’amico le lunghe escursioni nelle “viscere di Napoli”:  “ tu venuto qui da Bologna, innamorato del mare, tu verista accanito, ammiratore di Zola e di Wagner, avevi una voglia matta di penetrare nelle viscere di questa vecchia Napoli che ti avevano descritta, e io, napoletano nel sangue, ti accompagnavo, spinto anch’io dal desiderio di studiare, di cercare, di vedere…”. Davanti a un vicolo pieno di “penombra e di mistero”, davanti a un “palazzotto lurido”, Pratella apriva la cassetta dei colori e con poche pennellate fissava in schizzi splendidi le immagini, e di tanto in tanto bestemmiava in bolognese verso la folla di curiosi che gli si stringeva intorno e gli impediva di lavorare. A casa, “nella quiete dello studiolo”, Gaetano Miranda cercava di fare con la penna ciò che l’amico aveva fatto con il pennello: ma “la mia penna non era il tuo pennello, e le mie lunghe strisce di carta, dove le parole si inseguivano attraverso gli sgorbi e le cancellature, non avevano la fresca evidenza delle tue belle assicelle dipinte.” Cosa sia stato il “pennello” di Pratella viene ampiamente dimostrato dalle immagini dei due quadri che accompagnano l’articolo. Non era facile aggirarsi per i quartieri destinati alla demolizione, per i “fondachi” dove il colera aveva ucciso migliaia di infelici: ma i sopravvissuti non volevano lasciare quei luoghi di morte, volevano restare nei “bassi fetidi e malsani”, e le donne, con i loro sguardi pieni di sospetto e di minaccia, facevano capire ai due estranei, al pittore e allo scrittore, che non erano ospiti graditi. “ “Sarrann’e ngigniere d’’o municipio” disse sottovoce una vecchia gialla e rugosa, che intrecciava stuoie in un cantuccio, e guardò cupamente, con i suoi occhi lagrimosi e terribili, l’album dove tu schizzavi a matita una parte del fondaco.”. Gaetano Miranda ricorda all’amico i vicoli del Molo Vecchio, le locande dai nomi strani “Locanda della Fortuna”, ”Locanda della Rosa”, “Locanda della Stella d’oro”, dove si dorme per due soldi a sera, dove cercano un letto quelli che non hanno casa, dove la polizia irrompe ogni notte a caccia di malviventi, “dove alloggiano tutti questi poveri contadini magri e pallidi che vanno a cercare fortuna in America”. E’ difficile trovare nella letteratura “verista” dell’ultimo trentennio dell’Ottocento una pagina così autentica e così drammatica. E non c’è nella storia della cultura italiana una vicenda che possa reggere il confronto con il peregrinare quotidiano di un pittore e di uno scrittore “nelle viscere” di una città unica, originale in ogni suo aspetto, anche nel confronto quotidiano con la miseria e con la morte: “questa vecchia Napoli”.  

Somma Vesuviana, la lettera: “Sant’Antuono e il Casamale”

Riceviamo e pubblichiamo, da un lettore che ha chiesto di restare anonimo, questa considerazione sulla festa contadina di Sant’Antuono.  Appartiene al popolo. Il Fuoco di Sant’Antuono è del Popolo. Nessuna pianificazione, nessun masto di festa: ogni anno, ad ogni inizio ciclo, da millenni, il rito si ripropone autoctono, definito, possente. Sospinto dal cuore di ogni singolo credente. Non necessariamente praticante, anzi… Sarà per l’estrema umiltà del Santo, per il suo legame stretto con gli animali da cortile, per quel suo carattere burbero. Il santo eremita è sicuramente quello che maggiormente incarna la cultura contadina arcaica, dalla quale tutti noi discendiamo, e che per questo ognuno sente vicino a se, nel profondo della propria anima. Non ha bisogno di particolari rievocazioni questa festa contadina. Nei suoi caratteri distintivi non sono contemplate fastose celebrazioni. Come il fuoco, su cui si fonda e di cui si nutre, essa è primordiale, congenita, semplice e potente. Il fuoco, la sua capacità evocatrice di luce nelle tenebre di un inverno che sembra la morte definitiva della natura, che riscalda la gelida terra, che risveglia le piante dal loro sonno spettrale, che allontana i lemuri maligni da un mondo lasciato sprotetto dagli spiriti degli antenati, da poco rientrati nell’aldilà dopo il caos della rinascita del dio. Taumaturgo che purifica dalle malattie del corpo e dell’anima. Che riscalda i cuori degli amanti troppo freddi, quando, nella penombra della cappella del Santo, ragazze innamorate tiravano fuori dal reggipetto la carta rossa e crepitante, con la quale si addobbavano le cassette di frutta che venivano avviate al mercato. Guardinghe la strofinavano fra le mani, riproducendo il suono secco di un fuoco di fascine appena acceso: “Sant’Antò, comme se friccechea sta carta, accussì ‘e appiccià o core ‘a vavillo”. Il fuoco è dentro ognuno di noi, a volte sonnacchioso, come il ceppo nell’angolo del focolare, a volte impetuoso, come nei grandi falò della rifondazione. Molti anni fa, ma poi non proprio tanti, il movimento intorno al rito nasceva in modo naturale. Al Casamale, ma non solo lì, si cominciava qualche giorno prima a raccogliere qualche vecchio oggetto da bruciare. Le donne avevano  già preparati i “cigoli” per il tortano, ed il semolino per qualche migliaccio, in sentore del carnevale, prossimo a venire. Il giorno del Santo poi il grosso del lavoro lo avevano già fatto i contadini, accumulando ammassi di fascine di rami sottili, risultato delle potature da poco fatte. E però, nonostante questo, i bambini continuavano a girare per le case a chiedere a canute signore e ceffi burberi, ma dagli occhi buoni, qualcosa da poter bruciare nel “fucarazzo”. Come anime pure, candidi coboldi, vagavano, fra tintinnanti risate, alla ricerca di doni da offrire alle anime pezzentelle, dato che sono sempre primizie i doni dei bambini. Poi di primo pomeriggio la costruzione dei falò. Ve n’era uno in ogni cortile, o agli angoli delle strade, negli slarghi, quando i vicoli erano troppo stretti per allestirne uno all’interno. A dispetto della loro mole, i fucaroni avevano una dimensione familiare, dove più famiglie di un cortile o di un vicolo vi si riunivano intorno. E, in maniera del tutto naturale, non vi era un capo del falò, qualcuno che tirava le fila: le persone, uomini donne e bambini si riunivano spontaneamente, intorno a quella piccola impresa, che serviva a celebrare il santo popolare, al calare delle prime ombre della sera. Come un’evoluzione naturale. Niente gradassate, nulla a che vedere con gli eccessi e la teatralità del carnevale prossimo. “Oi Ne’ nun t’avvicina troppo ca t’appicce ‘core”, e potevano svanire i sogni di fidanzamento, formulati davanti al Santo qualche ora prima. Il fuoco riscaldava il corpo e l’anima, ed una volta avviata la brace anche lo stomaco: qualche salsiccia o costatella di maiale venivano arrostite. Ci si riempivano i panini benedetti poc’anzi alla messa solenne, e venivano distribuiti. Ma senza scambi, senza pretese: chi poteva offriva un po’ di carne, chi un po’ di vino, chi portava il pane. E chi non aveva nulla, portava solo la pancia e la fame. Nessun distinguo, niente “do ut des”: Un solo corpo, unito intorno al fuoco primigenio, fondatore del caos, dove non ha senso alcuna differenza di classe o di proprietà. Negli anni, per tanti motivi, questa dimensione intima dei fucaroni è andata un po’ scemando. Pochi i fuochi rimasti nei cortili e lungo le strade. Mentre si concentrava l’opera intorno a pochi di essi, cercando di curarne di più la riuscita. Nella mente ognuno vorrebbe fare qualcosa per i grandi falò, ma poi i ritmi moderni hanno rubato sempre più tempo. Oggi al Casamale una decina di persone allestiscono un grande fuoco sulla piazza della collegiata, per il piacere di tutta la comunità. Sacrificando tempo e risorse alle proprie famiglie ed al proprio lavoro. Seguendo quell’istinto innato verso la celebrazione del grande rito del fuoco, la devozione al Santo, il rinnovamento ciclico della tradizione. A sera, innanzi al falò, pochi muli testardi distribuiscono panini benedetti con salsiccia, friarielli, nnoglia. Ed ogni altri ben di dio. Mettendoci del loro, ma anche raccogliendo e redistribuendo, fino all’ultima stilla, le libagioni offerte da amici, familiari, ed anche sconosciuti che hanno chiaro però il senso della festa. E chiunque voglia dare una mano è subito parte del tutto. Su al Casamale, nelle pieghe frettolose della vita moderna, il senso del rito non si è mai perso. Ognuno ne ha innata memoria, come un patrimonio genetico gelosamente custodito in ogni cellula del proprio corpo. Sant’Antuono è il santo del Popolo, e ad esso appartiene. Nessuna briglia incatena il Rito. Sarebbe bello se ovunque fosse sempre così. E mo attaccamme a suná ‘a tammorra.”  

Sant’Anastasia, la Gpn sull’esposto di Luigi Pappadia: “Da noi mai richieste o pressioni”

Riceviamo e pubblichiamo di seguito una richiesta di rettifica pervenutaci da Arturo Salomone (responsabile della Gpn) e da Nicola Alfano (socio ed ex amministratore della Gpn) in merito all’articolo che trovate qui (leggi). In coda alla precisazione, trovate la risposta della giornalista Daniela Spadaro. Gentile direttore, in relazione all’articolo recante il titolo «Sant’Anastasia, la penitenza dell’architetto Luigi Pappadia», pubblicato su ilmediano.it in data 3 gennaio 2020 a firma della dott.ssa Daniela Spadaro, riteniamo doveroso rappresentare quanto segue. Sul punto, va evidenziato come l’articolo in oggetto – fondato integralmente su un presunto esposto che l’Arch. Pappadia avrebbe depositato presso i Carabinieri di Castello di Cisterna (esposto una cui copia poi, secondo quanto riferito dalla giornalista nel successivo articolo del 6 gennaio 2020, il Pappadia avrebbe addirittura consegnato al giornale, sic!) – risulti particolarmente allusivo ed idoneo ad ingenerare nei lettori la falsa rappresentazione che tra la Gpn e l’ex Sindaco di Sant’Anastasia Lello Abete sussistessero non meglio precisati rapporti di tipo personale e/o cointeressenze. Presunti rapporti che avrebbero spinto il Sindaco a chiedere reiteratamente ed insistentemente di non applicare le penali nei confronti della Gpn e che – dopo che l’Arch. Pappadia si sarebbe rifiutato di accedere alla richiesta – sarebbero stati, addirittura, la causa dell’allontanamento del Dirigente dal settore Ambiente. In particolare, affermerebbe nell’esposto il Pappadia (frase riportata tra virgolette nell’articolo) che il suo allontanamento sarebbe stato determinato – per espressa asserzione del Sindaco – da un «atteggiamento non collaborativo e di conflitto con la Gpn». Orbene, la versione fornita dall’ex Dirigente del Comune di Sant’Anastasia risulta del tutto destituita di fondamento. In primo luogo, va segnalato che – contrariamente a quanto si sostiene erroneamente nell’articolo – in relazione alla correttezza o meno della penale (in ogni caso applicata) non si è ancora pronunziato nel merito alcun giudice, essendo tuttora pendenti innanzi al giudice civile i ricorsi presentati dalla Gpn (il giudice, semplicemente, non ha accolto la richiesta di sospensiva inoltrata in via cautelare dalla Gpn). Ergo, la correttezza o meno dell’applicazione della pensale risulta ancora sub judice non essendovi allo stato neppure una pronunzia di primo grado. Ancora, del tutto distonica rispetto al reale snodarsi degli accadimenti risulta la ricostruzione – operata dal Pappadia – secondo la quale vi sarebbe stato il Sindaco che insisteva, per non meglio precisate ragioni, per la non applicazione della penale ed altri soggetti – tra cui il Pappadia stesso – che invece ritenevano doverosa l’applicazione della stessa. Il tema è stato, di contro, oggetto di decine di riunioni (e non già di sole due riunioni come evidenziato dall’ex Dirigente) in cui tutti i soggetti presenti hanno costantemente evidenziato l’ingiustizia sostanziale della penale, attesa l’oggettiva impossibilità per la Gpn di rispettare la percentuale di raccolta differenziata indicata nel capitolato e nel contratto di affidamento. In particolare, era stato proprio l’Architetto Pappadia il primo fautore di una soluzione che, previo intervento ed assunzione di responsabilità di tutte le Istituzioni coinvolte, evitasse di penalizzare la Gpn per una situazione determinatasi per cause di forza maggiore ed in ogni caso non imputabili ad un cattivo espletamento del servizio. Ed invero – lungi dal giustificare il mancato raggiungimento dell’obiettivo della percentuale di raccolta differenziata esclusivamente con l’atteggiamento poco civile della collettività che sversava in maniera scorretta i rifiuti (tema comunque di indubbio rilievo che è stato più volte formalmente segnalato dall’azienda alle autorità competenti, chiedendo a più riprese l’intervento dei vigili e della forza pubblica) – la Gpn aveva più volte segnalato, ricevendo l’avallo di tutti i soggetti partecipanti alle riunioni (in primis lo stesso Architetto Pappadia), l’intrinseca contraddittorietà del capitolato di ricorso al giudice civile – come già evidenziato in sede e del relativo contratto che imponeva alla ditta, da un lato, di raggiungere la percentuale del 65% di raccolta differenziata e, dall’altro, di occuparsi anche del riassetto del territorio e, cioè, del recupero e dello smaltimento dei rifiuti abbandonati sulla strada. In altri termini, due attività in insanabile conflitto tra di loro (è evidente, infatti, che più si espleta correttamente l’attività di riassetto più giocoforza scende la percentuale di raccolta differenziata). Si ribadisce: nel corso delle riunioni tutti i soggetti partecipanti avevano rilevato la fondatezza delle criticità segnalate dalla Gpn e avevano espresso la loro contrarietà all’applicazione delle penali. Arrivati al dunque – e presumibilmente per il timore di assumersi qualsivoglia responsabilità – si è deciso diversamente (sono cioè state applicate le penali) e la Gpn non può che prenderne atto. Sarà, dunque – come è fisiologico che sia – il giudice amministrativo a stabilire la correttezza o meno della decisione di applicare le sanzioni. Ciò che, invece, non è accettabile è che – attraverso una ricostruzione allusiva e fondata su elementi non rispondenti al vero – si cerchi, da parte del Pappadia, di veicolare alla pubblica opinione l’esistenza di rapporti poco chiari tra la Gpn e la precedente amministrazione del Comune di Sant’Anastasia. Vogliamo essere chiari sul punto: con l’allontanamento dell’Arch. Pappadia dal ruolo di responsabile del settore Ambiente, la Gpn non c’entra assolutamente nulla né mai la società ha fatto alcuna richiesta o pressione al Sindaco Abete in tal senso. La storia della Gpn – come correttamente rilevato dal vostro giornale nel successivo articolo del 6 gennaio (leggi qui) – si muove su sentieri radicalmente opposti rispetto a quelli tratteggiati dal Pappadia: cultura del lavoro, sviluppo tecnologico, rispetto della legalità e denuncia del malaffare che, purtroppo, talvolta ancora si annida tra le pieghe delle pubbliche amministrazioni del nostro Stato. È per tale motivo – e considerato che l’articolo e le affermazioni dell’Architetto Pappadia hanno determinato un rilevante strepitus tanto che il giornale da Lei diretto e la stessa giornalista Spadaro sono dovuti intervenire, dopo le ormai purtroppo usuali evocazioni di «manette», per evidenziare correttamente che in relazione alla vicenda narrata dal Pappadia non vi sono iscritti nel registro degli indagati e per ricordare che la Gpn ha sempre agito nel massimo rispetto della legalità – che riteniamo doveroso fornire una versione dei fatti corretta e rispettosa del reale evolversi degli eventi, a tutela della società e dei soggetti che l’amministrano e vi lavorano. Restiamo a disposizione per ogni ulteriore chiarimento e ci dichiariamo, sin d’ora, disponibili a fornire risposta ad ogni domanda che il suo giornale intendesse eventualmente porci. Risponde Daniela Spadaro Gentili signori Alfano e Salomone, posto che alcune erronee interpretazioni colte sui social avevamo già provveduto a precisarle – un compito ormai quotidiano nell’era dove esimi «esperti» di diritto penale scambiano esposti con denunce, critiche con lese maestà e gradi di giudizio con caramelle – comprendiamo la necessità di veicolare la posizione della Società e restiamo disponibili, oggi e come sempre, ad accogliere le versioni di tutti. A dire il vero però ci sono dei punti, nella ricostruzione da Voi fattaci pervenire, che ci causano non poche perplessità, soprattutto nei passaggi in cui si fa riferimento all’esposto dell’Arch. Luigi Pappadia. Quel «sic!», quell’ «addirittura», quei condizionali, quel mettere in dubbio che un esposto a firma di Pappadia esista…orbene, o abbiamo interpretato erroneamente le Vostre allusioni, o c’è qualcosa che non va. Mai, sottolineiamo mai, avremmo pubblicato una ricostruzione basata su un documento che non ci fosse stato fornito e che non avessimo riconosciuto come autentico, a meno che l’architetto Pappadia non abbia avuto modo di procurarsi la firma autografa dell’allora tenente (oggi capitano) che ha raccolto le sue dichiarazioni e, per giunta, il timbro della Compagnia dei Carabinieri di Castello di Cisterna. Dunque, quello che Voi, signori Alfano e Salomone, chiamate un «presunto» esposto è un esposto e basta, di cui siamo in possesso. In caso contrario dovremmo presumere che stiate accusando l’architetto Pappadia di averci consegnato un esposto falso ma non ci risulta che l’ex dirigente in questione sia avvezzo a tali azioni criminose anche perché, con o senza documento, la storia avrebbe potuto raccontarcela comunque. Quanto alle dichiarazioni dell’architetto Pappadia, beh…quella è la sua versione, come del resto avete appena fornito la vostra. Quale delle due (in verità non sempre in contrasto perché alcune decisioni non erano certo adottabili dalla Gpn) sia reale non spetta a noi dirlo, a meno che non intendiate rispondere  (e rettificare) per nome e conto dell’ex sindaco Abete perché, vedano, signori Alfano e Salomone, non comprendiamo alcune precisazioni pur giustificandole con il timore che i lettori fraintendano.
Un passaggio dell’esposto firmato dall’architetto Luigi Pappadia
Soltanto il sindaco Abete, non la GPN, potrebbe smentire Pappadia quando racconta come gli sia stato alla presenza del vicesindaco (la quale ha tra l’altro confermato la versione dell’ex dirigente) comunicato che «non poteva essere più il responsabile del settore ambiente in quanto non collaborativo ed in conflitto con la Gpn». Ergo, si tratta di un episodio che comprende tre attori: Pappadia, l’ex vicesindaco Aprea e l’ex sindaco Abete, dunque mai avremmo pensato o scritto che la Gpn abbia potuto fare pressioni affinché un dirigente fosse rimosso. A che titolo poi? Soltanto uno sciocco potrebbe pensare che una qualsivoglia ditta o società possa dettare l’agenda o chiedere la rimozione di un dirigente ad un’autorità politica quale il Sindaco di una città e infatti Pappadia ha sempre e soltanto parlato di richieste dell’ex primo cittadino in questo senso, non certo della Gpn cui premeva soltanto non pagare la penale applicata – e prevista da contratto e capitolato – ritenendola ingiusta. Mai, sottolineiamo ancora, abbiamo fatto cenno a rapporti poco chiari tra la Gpn e la scorsa amministrazione, mai, nemmeno un’allusione. Tant’è che nell’esposto Pappadia racconta come la preoccupazione del Sindaco fosse non avere disservizi nella raccolta in campagna elettorale e fa cenno alla presenza dei responsabili Gpn soltanto in riunioni ufficiali (al Comune). In ogni caso, ci preme ringraziarVi per le precisazioni, assicurando che sempre Ilmediano.it sarà disponibile ad accoglierle, come saremmo disponibili – avendo colto appieno la difficoltà di aumentare le percentuali di raccolta differenziata e al contempo svolgere le attività di riassetto – a capire quali siano, per esempio, le differenze con l’altissima percentuale di raccolta differenziata in comuni limitrofi dove pure agisce la Gpn e quali siano i correttivi da applicare, a Vostro parere, in futuro, perché anche Sant’Anastasia stia al passo. Ecco, questo sarebbe interessante, per i cittadini e per i futuri amministratori di questa città.      Daniela Spadaro

Volkswagen T-Roc, 2019 in top ten: i motivi del successo

In tutti i settori ci sono marchi che i consumatori conoscono particolarmente bene, per via della loro storia e della qualità dei prodotti. Nel settore auto brand come la Volkswagen sono rinomati in tutto il mondo, e vantano una folta schiera di appassionati anche nel nostro Paese. Spesso i nuovi modelli sono di grande attualità e fanno parlare di sé, ma ce ne sono alcuni che poi, sul lungo periodo, dimostrano le loro caratteristiche vincenti. Tra questi bisogna citare un modello di successo come il T-Roc, un crossover compatto che risulta attualmente fra le 10 automobili più vendute del 2019. Vediamo quindi di approfondirne le caratteristiche.

T-Roc style: successo (non) compatto

Spesso, guidando per le grandi città, ci si imbatte in un T-Roc. Ci si trova infatti di fronte ad una delle vetture più vendute nel 2019, come tra l’altro confermano pure i dati di settore. La Volkswagen T Roc, su Quattroruote, ad esempio, viene lodata per la guida nel complesso equilibrata su strada e gli spazi abbondanti.  Inoltre, come si può notare, sono presenti anche diversi allestimenti, il che va incontro alle esigenze di una vasta fetta di automobilisti italiani. Le sue dimensioni più compatte di un SUV, poi, rendono la T-Roc perfetta pure per la mobilità cittadina. E i consumi? All’incirca 4 litri ogni 100 chilometri, ma dipende dal modello e dal suo motore.

Cresce il mercato dei crossover: ecco perché

Nelle città i crossover e i suv sono sempre più frequenti. Comodi, spaziosi, spesso sono anche molto maneggevoli. Sono in grado di adattarsi alla vita di città e si esaltano nei viaggi e nelle lunghe tratte. Lo stress cittadino non spaventa i crossover: se la vita nelle grandi metropoli è sempre più complessa, al volante di questi modelli tutto diventa più lineare e moderno. Il mercato dei crossover cresce per via della versatilità di queste vetture, visto che sono grandi ma anche compatte: si adattano al traffico cittadino e ai parcheggi. Non passano mai inosservate, spesso abbinano alla capienza anche un’estetica moderna e di livello. Quali sono gli altri motivi alla base di questo boom? Ad esempio l’accessibilità in termini di prezzo, se si fa ovviamente eccezione per le fasce Premium e Luxury, insieme ai consumi non esagerati e alla presenza di moltissimi modelli diversi. Le stesse ricerche di settore sembrano confermare il trend positivo. Dal 2013 il comparto dei crossover ha infatti vissuto una scalata da record, con una crescita costante e un’imposizione sempre più evidente di questa nicchia di auto. Al punto che la quota di vendite dei crossover è passata dal 17% al 28%, con un totale di veicoli che sfiora il tetto del mezzo milione di unità. Il tasso di crescita del mercato negli ultimi anni, invece, è stato pari al +41% (un altro dato significativo). Quali sono i modelli più venduti? Oltre alla già citata T-Roc, troviamo anche la Fiat 500X, la Jeep Renegade, la Hyundai Tucson e la Nissan Qashqai.