LA GUERRA PER L’AUTONOMIA. CERCOLA CONTRO MASSA

La battaglia per “l”indi-
pendenza” delle frazioni. 1861: Cercola contro Massa, la pianura contro la montagna. Il destino della società vesuviana.
Di Carmine Cimmino

Un personaggio di cui abbiamo già parlato, Gaetano Martinez, comandante distrettuale della Guardia Nazionale, il 10 marzo 1861 fu costretto a precipitarsi a Massa di Somma, ove si stava sviluppando “un movimento di folla” contro Domenico Ricciardi, sindaco della città, ma nato e residente a Cercola, che di Massa era frazione. Martinez si trovò in mezzo a un subbuglio. Una folla di uomini e donne “bastantemente armata di mazze” cercava di raggiungere ad ogni costo, pressando e gridando, il sindaco, a fatica protetto dalle guardie nazionali di Massa, guidate dal capitano Piromallo.

Nel bailamme Martinez riuscì a capire che la folla accusava il Ricciardi di tramare in favore dell”autonomia di Cercola, “e di immiserire ancora di più” il capoluogo. Martinez sulle prime si vestì d”autorità e a muso duro “diede addosso a un chiassatore, Ciro Mellone”, sperando che gli altri si calmassero. Ma poichè non si calmarono, Martinez si ritirò precipitosamente: intanto da Cercola arrivavano le carrozzelle con le guardie nazionali della frazione, pronte a difendere il “loro” sindaco.

Il nuovo ordinamento politico ravvivò in tutto il territorio la guerra per l”autonomia che da tempo frazioni o “quartieri” importanti combattevano contro i capoluoghi per diventare comuni autonomi: Flocco contro Boscoreale, San Giuseppe contro Ottajano, Cercola contro Massa. E restava ancora da risolvere la spinosa questione dei confini tra Somma e Sant”Anastasia. All”origine di questa guerra c”erano il passato e il presente di un campanilismo esasperato; e c”era la contesa tra gruppi e consorterie per il controllo del potere politico locale e delle strutture economiche del territorio. La questione dell”autonomia di Cercola venne affrontata dal Consiglio Provinciale nella seduta del 19 Settembre 1865: il Presidente era Paolo Emilio Imbriani, Giuseppe Lazzaro era il segretario, e nei banchi dei consiglieri sedevano, tra gli altri, Francesco Avellino, il marchese Michele Avitabile, il marchese Rodolfo D” Afflitto, e Luigi Frojo.

Luigi Frojo, attraverso l”Istituto di Incoraggiamento e poi attraverso la Scuola di Portici, disegnò, per l”enologia vesuviana, una strategia di sviluppo che sarebbe ancora valida e funzionale, se a qualcuno interessasse veramente il destino dei vini del Somma-Vesuvio (la prossima edizione di Vesuvinum ci darà l”opportunità di affrontare la questione). Con grande lucidità Luigi Frojo osservò che questo “movimento” per l”autonomia era fatalmente imposto dalle ragioni della geografia e dell”economia: se a monte si produce, a valle si produce e si commercia; a valle si costruiscono case, strade e ferrovie.

Nel 1865, nel centro abitato di Massa vivevano 700 persone, a Cercola 1100: a Cercola era concentrata tutta l”attività economica del Comune. Il vino prodotto nelle zone “alpestri” veniva lavorato e venduto a Cercola, negli “stabilimenti” di Andrea Barone, Vincenzo D”Ambrosio e Giuseppe Montella, e una famiglia di sensali cercolesi, i Fiore, controllava il mercato delle pesche e delle albicocche prodotte negli orti di collina, tra Massa e San Sebastiano. Era a tal punto strategica la posizione di Cercola, che tra il 1865 e il 1880 vi immigrarono, da Barra, da Ponticelli, da Portici, da Sant” Anastasia, imprenditori importanti: i De Luca Bosso, che con i Ricciardi erano interessati agli appalti dei lavori pubblici: ponti, strade, ferrovie; i Paparo; i Montella e i Di Siena, che costruivano botti e fusti.

Botti costruiva a Cercola, nel 1876, un Ciro Mellone, omonimo del “chiassatore” che nel “61 aveva suscitato l”ira di Martinez. E non si può escludere che fosse la stessa persona. Il Domenico Ricciardi, che il Mellone chiassatore aveva cercato di portare sotto i colpi del suo bastone, nel 1888 era sindaco di Cercola, diventata intanto Comune autonomo.

In quella seduta del settembre del “65 Luigi Frojo invitò i presenti a considerare che le trasformazioni in atto del modello industriale e il disegno della rete ferroviaria spostavano in pianura, inesorabilmente, la linea di sviluppo dell”economia; e che questa tendenza risultava necessaria, di una necessità ferrea, nel territorio vesuviano interno, dove c”era spazio solo per gli investimenti nella lavorazione dei prodotti agricoli e nell”artigianato. La minaccia costante delle eruzioni e un sistema di vie montane “d”ordinario impraticabili” sconsigliavano la costruzione di “stabilimenti” dotati di apparati di macchine complesse e costose. A ovest, i porti di Torre e di Castellammare e la ferrovia Napoli-Portici-Salerno compensavano, in parte, la minaccia dell”incombente vulcano.

Le osservazioni di Frojo vennero puntualmente confermate dai fatti. Nel 1880 il comune più industrializzato del territorio vesuviano è, dopo Torre Annunziata, San Giovanni a Teduccio: ma più della metà degli operai lavora nei 15 pastifici a vapore, che per essere all”avanguardia – e lo sono, soprattutto quelli dei Savino -, non hanno bisogno di impianti troppo sofisticati. Inoltre, i pastifici, i dieci mulini (importanti quelli di Giuseppe Tartarone, di Ferdinando Savino, e dei fratelli Petriccione), lo stabilimento metallurgico Corradini -Mathieu e l”officina meccanica dei fratelli Davide sono dislocati lungo la strada del Porto, in una zona sostanzialmente riparata.

A San Giorgio a Cremano dava lavoro a più di 50 persone una “manifattura” che usava ancora sabbie vulcaniche, l””Antica Fabbrica di lastre, campane e bottiglie” di Giuseppe Bruno: vi si producevano “lastre semplici, doppie, rigate, colorate, opache, curvate, mussoline”, che gli ultimi Borbone avevano premiato con una sfilza di medaglie e di diplomi.

Luigi Frojo propose di accorpare in un solo Comune i “comuni contermini” di Pollena Trocchia San Sebastiano Massa di Somma e Cercola con l”aggiunta di una parte di Ponticelli “lungo la strada che dal Ponte della Cercola va alla Casina Petrone”. Sapeva che la sua proposta “urtava suscettività e permalosità”, ma riteneva che fosse necessario, “una volta tanto”, badare “all”interesse della massa, di cui tutti parlano, ma a cui nessuno veramente pensa.”. Un secolo e mezzo fa Luigi Frojo sollevava una questione di capitale importanza.
Qual è oggi lo stato delle cose? qual è il destino dei comuni vesuviani, dei comuni che fanno parte del Parco Nazionale del Vesuvio?
(Fonte foto: sit.provincia.napoli.it)

LA STORIA MAGRA

La Festa delle Lucerne, un modello culturale in cerca di una forma definitiva di rito

Ogni aspetto della festa trasmette a tutti gli altri aspetti il proprio significato e ogni traccia suggerisce altre possibili  e suggestive letture.   Questa festa è un raro esempio di modello culturale aperto che cerca la forma  definitiva    di rito. Mi viene di paragonarlo a un deposito archeologico, in cui sono confluiti molti relitti dello smisurato patrimonio delle tradizioni di Somma, e altri continuano ad aggiungersi, così che lo spettatore attento coglie, nello svolgersi dell’evento, la suggestione di un’energia che scompone per ricomporre . Poiché ogni aspetto della festa trasmette a tutti gli altri aspetti  il proprio significato, e ne riceve un incremento di senso, viene a crearsi un perfetto circolo ermeneutico, all’interno del quale gli oggetti, diventando cose, svelano gli intrecci molteplici delle relazioni, e le cose, caricandosi di valori simbolici, si aprono a ogni possibile lettura. La festa, proprio perché non ha ancora il rigore formale del rito, è un divenire, in cui il presente  innerva il passato e fa sì che la dialettica tra la morte e la vita risulti uno dei principi archetipi dell’evento e, inoltre, che ogni spettatore diventi  attore. Chi entra nello spazio della festa,  entra in uno spazio iniziatico: si separa dalla propria attualità, cerca la conoscenza di principi  e di forme che credeva di ignorare, e invece scopre che li aveva solo dimenticati. In questo senso, e’ una festa totalmente vesuviana, perché costruita sulla dimensione vesuviana del tempo, che è una dimensione circolare, in cui il flusso si dispiega  con ritmo non uniforme, ma per accelerazioni e per pause: un ritmo di pieni e di vuoti: è il tempo di Eraclito, è il tempo di Parmenide.  Nel flusso  la  Montagna  è un punto fermo: gli altri punti fermi sono la notte, l’acqua, lo specchio, la lucerna. La notte e la lucerna ricordano che la festa ha le sue radici nel culto dei morti. La lucerna, a cui è dedicato lo splendido manifesto di quest’anno,  è affine ai tre manufatti, la coppa, il vaso, la brocca, sui quali Georg Simmel, Ernst Bloch e Martin Heidegger meditarono per scoprire l’elemento che trasforma  un oggetto anonimo e banale  in una cosa: e cioè in un nodo vitale di valori e di relazioni . La lucerna porta in sé la fiamma che fa luce finché è viva, finché non si spegne. Questa battaglia tra la vita e la morte, tra la luce e la tenebra,  si svolge sulla spazio cavo di un manufatto che ha la forma di un circolo: ma il beccuccio apre un varco nell’anello, interrompe la continuità della linea, mette in comunicazione  l’ interno e l’esterno, così come la porta dell’ Ade apre al mondo dei vivi il regno dei morti. E la civiltà contadina non ha mai escluso che la porta potesse essere attraversata in entrambi i sensi. I morti possono tornare, e non solo nel sogno, nelle visioni e negli incantesimi.  Alcuni teologi della Curia nolana  dopo le eruzioni del 1631 e del 1660 sostennero seriamente che l’ Atrio del Cavallo era una delle porte dell’Inferno, e un cronista dell’eruzione del 1631  scrisse, con non molta convinzione, in verità, che poco prima della catastrofe erano avvenuti alcuni prodigi di avvertimento: e tra questi si segnalava la resurrezione, con apparizione in luogo pubblico, di due defunti.  Candido Greco cesellò una splendida pagina sull’ipotesi che il nome stesso di  Somma fosse legato a Plutone, dio dei morti. La lucerna, l’abbondanza del cibo, il banchetto, si riferiscono, con evidenza, al simposio rituale che augurava al defunto un fausto viaggio nell’ aldilà e ,nello stesso tempo, prefigurava il convito a cui egli avrebbe partecipato nell’ Ade. Questo rito fu un cardine del culto dei morti presso gli Etruschi e, a partire dal II sec. a.C., presso le comunità delle città marittime di Campania e di Puglia, in cui più rapidamente si diffusero i culti misterici  greci, egiziani, orientali. Questo elemento rituale è sopravvissuto nella cerimonia, che ancora si pratica, del cuonzolo, il pranzo  in cui i parenti del defunto, subito dopo le esequie, consumano pietanze offerte dai vicini di casa.   Al culto dei morti era collegato, a livello archetipo, il culto della fecondità: la relazione veniva svelata da una trama di miti che avevano come protagoniste  Cerere, dea delle messi,  sua figlia Proserpina rapita dallo zio Plutone, signore dei morti,   Diana, dea molteplice della verginità, delle fasi lunari, dei parti, della notte popolata da fantasmi e da mostri. La Madonna della Neve, a cui la festa delle lucerne è consacrata,  ha sotto la Sua materna tutela la salute e la fertilità, difende la vita degli uomini e i prodotti dei campi  dalla siccità che brucia la vegetazione e porta la febbre; in cambio, i contadini Le offrono  la loro fatica. E’ un’offerta sincera e umile:  la felce, che insieme a rami di castagno  adorna i luoghi della festa, rappresenta la sincerità, e  la castagna, che ha nutrito per secoli i vesuviani poveri, è il simbolo dell’ obbedienza: non a caso, il suo colore terroso è quello del saio dei francescani.  La neve suggerisce la purezza,  la vitalità dell’acqua, ma anche il gelo, e perciò anche la minaccia della morte che i vesuviani cercano di stornare da sé con la devozione per la Madonna, per i Suoi carismi e per i Suoi titoli , per quella Religione della Madre in cui francescani, domenicani e gesuiti fecero confluire, dopo averli purgati, alcuni valori essenziali dell’antica religiosità delle terre del Vesuvio e della Campania Felice. Anche questa festa, come altre feste sommesi, conserva tracce cospicue di antichi riti iniziatici, la cui importanza e la cui vitalità  verranno certamente confermate dagli scavi archeologici . Il travestimento e il mascheramento riconducono al culto di Dioniso, che fu veramente il nume di questo territorio e ne segnò per sempre la storia. A Dioniso e alla Villa dei Misteri  fa pensare lo specchio, simbolo nodo di simboli:  “ cosa “ che duplica il mondo,  strumento della riflessione e dello sdoppiamento,  mezzo  grazie al quale l’uomo conquista la totale conoscenza di sé dopo essersi liberato dall’ “ inganno “ delle apparenze.  Alla forza simbolica dello specchio si richiamavano costantemente i predicatori gesuiti, quando invitavano i peccatori a riflettersi nella propria coscienza. La lunga stagione eruttiva che iniziò nel 1631 sconvolse dalle fondamenta il mondo vesuviano e portò in superficie pratiche e credenze che il tempo aveva sommerso. La Chiesa intervenne immediatamente, a frenare e a purgare. I Gesuiti napoletani inviarono nel territorio missionari di grande rilievo, come De Geronimo, Marquez, Martinez  e Mangrella,  i quali durante la missione del 1688, condotta in Ottajano, adottarono la pratica penitenziale della processione notturna . “ Per meglio muovere gli animi a compunzione e penitenza uscirono tre volte i Padri a notte inoltrata per le vie con l’immagine del Crocifisso e alcuni lumi, e in diversi posti… e cantavano alcune massime e disinganni, al cui eco uscivano quanti giungevano a sentirli: si teneva loro un breve discorso che si chiudeva con un atto di contrizione…”.Si legge nella relazione che le donne si affacciavano dalle “ logge “ per ascoltare  “ i disinganni “, per rispondere al canto e per pentirsi pubblicamente dei propri peccati.  Di questa pratica rimane qualche traccia nella festa sommese,  ed è una traccia che suggerisce, alla riflessione e alla ricerca, altre suggestive piste.

Ma che Festa è?

Il successo della Festa delle lucerne ha rilanciato proposte e discussioni. Molti si interrogano sul senso della manifestazione e sui suoi sviluppi futuri  “Non ci fa paura la fatica, ma la perdita di senso”. La frase di Carlin Petrini sembra un vestito cucito addosso all’ultima edizione della Festa delle lucerne, di cui ancora conserviamo negli occhi immagini, visioni e tentazioni. La Festa 2010 ha lasciato aperti molti interrogativi. Non sono mancate le critiche. Ho incontrato molte persone che chiedevano “Ma che significa? Che senso ha?”. Nonostante le molteplici interpretazioni, i litri di inchiostro versati e milioni di parole scambiate in dibattiti, aule universitarie e simposi il significato della Festa resta sconosciuto ai più. Sarebbe il caso di interrogarsi sull’opportunità di rendere più leggibili i significati di una manifestazione in cui la gente ama calarsi per viverla profondamente. Non sono stati neanche pochi i reduci delle passate edizioni che hanno accennato alla perdita di senso. Eppure stavolta nelle decorazioni usate da bancarellari, cuochi dell’ultima ora e da enotecari improvvisati non c’era una sola cosa fuori posto. L’effetto scenico è stato eccezionale. Sembrava quasi che la gente del Casamale, guidata dalla mano di un esperto architetto dell’immaginario, avesse disegnato scenari d’incanto per costruire la grande suggestione. Non c’era, però, la stessa atmosfera delle passate edizioni. Qualcosa ha disturbato. Innanzitutto la folla. Un serpente ininterrotto di gente. Una sola massa. Un corpo enorme di persone. Milioni di teste. Il rauco vociare gracchiante. Esclamazioni, urlate ad alta voce. Altro che contemplazione del silenzio! Il Mediano è stato l’unico organo di stampa ad aver predetto che l’afflusso poteva rappresentare un problema. Per fortuna è andato tutto bene. Molti, però, hanno avuto paura. La Festa delle lucerne rischia di diventare uno spettacolo di consumo e si sottopone al giudizio di studiosi, esperti di comunicazione e del pubblico in tutta la sua bellezza, ma anche nelle contraddizioni. Contiene però nella sua stessa essenza elementi che la caratterizzano e che costruiscono i significati più profondi che spesso vengono celati perché non sembrano eclatanti. Spetta agli organizzatori rifondare la manifestazione, riportando a galla i valori fondanti. Non bisogna avere paura di rinnovare una tradizione che non può essere ingessata dai giudizi di critici e di esperti di arte, tradizione e della comunicazione. Tre episodi in particolare parlano della grande forza rigeneratrice di una comunità che non ama solo essere ammirata, ma che ha l’esigenza estrema di proiettarsi verso il futuro. Marilena è una ragazza di 31 anni che nel giorno della Feste delle lucerne si è licenziata dal suo impiego ad Aosta per venire a vivere a Somma, città da cui i suoi genitori sono emigrati 35 anni fa. Marilena ha curato l’addobbo di un vicolo  e con Ferdinando, poeta e barbiere ha costruito una scenetta davanti alle lucerne in cui sono stati rappresentate la speranza, la critica alla società attuale e la lotta all’inquinamento. Invece delle “papere” che molti antropologi definiscono derivate dal culto di Priapo, Marilena e Ferdinando hanno messo sott’acqua sacchetti di rifiuti e lattine. Sopra la scritta “Non vogliamo più che sia così”. Questo messaggio profondamente attuale modernizza il sistema di comunicazione, offre un senso alla Festa. Apre una prospettiva. Si proietta con piena legittimità verso il futuro. Rinnova la tradizione per conservarla  e per renderla più attuale che mai. I due giovani ragazzi, eredi della tradizione di antichi avi che hanno inventato il gioco delle lucerne, non hanno tenuto minimamente conto delle opinioni che di chi vorrebbe relegare la Festa in una specie di archetipo della memoria. Altro esempio positivo è quello di Lello Maione e dei suoi amici che hanno costruito un percorso matematico della  Feste delle lucerne, rimasto sconosciuto ai visitatori. In questa iniziativa c’è il germe del cambiamento di una società contadina che si rinnova, attualizzando i suoi contenuti senza aver paura di trasformarli in modello di comunicazione moderna e in ricerca scientifica. Non è stata un’operazione dotta. Uno snobismo intellettuale, ma un tentativo di rigenerarsi, utilizzando le stesse basi della tradizione. Un ultimo esempio è stato veramente commovente. L’ingegnere Arcangelo Rianna e Ciccillo Salierno, noto umorista  e suonatore di tamburo, la mattina di sabato, si sono visti aggirare, armati di metro e carta millimetrata, nei vicoli dove erano sistemate le strutture delle lucerne. Hanno voluto lasciare una documentazione scritta ai posteri sul sistema di allestimento dei quadri di legno su cui poggiano le lucerne. Sono gli ultimi rimasti in grado di farlo. <E’ stata una nostra iniziativa spontanea – hanno detto-. Quattro anno sono tanti e non vogliamo che si perda questa conoscenza>. In pratica hanno consegnato al Granaio della memoria il loro sapere. Un’azione degna dei loro antenati contadini che non hanno avuto mai paura di parlare di morte. Di esorcizzarla. E di costruirci sopra la rappresentazione “sacra” delle Festa delle lucerne.

IL MISTERO DEL “MUSSILLO”. L’INFELICE DESTINO DEL BACCALÁ

L”Officina dei sensi oggi, è alle prese col “mussillo” di stocco (“mussillo” perchè?) e col baccalà, il quale in salsa bianca piacerà e sarà lodato.
Di Carmine CimminoA mia madre, figlia e sorella di cavallai, bastava un colpo d”occhio per valutare il livello di “spugnatura” del “mussillo” di stocco, e per stabilire se conveniva cucinarlo “bianco” o “rosso”. A casa nostra il “mussillo” era di stocco: il baccalà entrava nel menù raramente: e a Natale solo “per devozione”. Mario Stefanile faceva nascere la parola “mussillo” da “musso”, che in napoletano è la bocca quando fa l”enfatica e risucchia nelle sue smorfie tutta l”espressività della faccia: “fare “o musso stuorto, tenere “o musso, metterse c””o musso”: che dovrebbero corrispondere all”italiano “tenere il broncio”, ma con in più un pizzico di risentimento urtante, di fastidiosa “sprucitezza”: soprattutto quando “” o musso” è lungo “”no parmo”, un palmo.

Con Stefanile si schierò Francesco D”Ascoli: ma nel suo vocabolario non viene spiegato cosa c”entri un piccolo muso, “”o mussillo”, con la schiena del merluzzo, lavorata a stocco e a baccalà. Andreoli nota che i napoletani chiamano “mussillo” anche il musino, il muggine (in latino, muxinus), alla cui famiglia appartiene il cefalo: e noi possiamo aggiungere che il nome “musino” Francesco Redi lo dava anche all”anguilla. Ma le cose non quadrano: non si capisce cosa c” entri il “musso”.

Renato De Falco considera “mussillo” una variante di “murzillo”, “”no muorzo piccerillo”, un boccone. Petronio Petrone in un articolo pubblicato tempo fa sul Denaro ha bocciato questa interpretazione “proprio per i motivi addotti dallo stesso De Falco”. Argomenta Petrone: mentre “”o mussillo” è la parte migliore dello stocco e del baccalà, “”e morzelle” sono pezzi di “scella” e scarto della sfilettatura: insomma roba di poco conto. Sfugge al Petrone che “”a morzella”, di cui parla lui, e “”o murzillo”, di cui parla De Falco, sono cose diversissime, nella lingua napoletana.

“”O murzillo”, scrive D”Ascoli, significa: pezzettino, bocconcino; bocconcino gustoso e gradevole; uomo di modeste dimensioni fisiche; bella ragazza che muove i sensi di chi la osserva. Anche oggi, nei luoghi in cui si parla ancora la lingua napoletana, di uno che abbia buon gusto – in fatto di cibo e in fatto di donne -, si dice: “gli piace “o meglio murzillo”. Dunque, anche una bella donna è “nu murzillo: il maschile non rimanda a un genere, ma all”assoluto di un”idea, come talvolta il neutro in latino e in greco.

Il Petrone fa nascere mussillo dalla mousse, dall” “impasto morbido, soffice, corposo che hanno anche il patè, il purè, il soufflè, la mousse di tonno”: “anche la mousse di frutta, banana, pera, pesca, somiglia, per consistenza, al filetto morbido e pastoso del baccalà”. È un” interpretazione ardita. La mousse e il mussillo provengono da filosofie e da sociologie del cibo che, dopo essersi a lungo ignorate, si stanno incontrando solo ora, in qualche tempio della cucina informale, in cui tutto sa di tutto, e dunque di niente. Inoltre, la virtù naturale del mussillo di stocco non è il “morbido”, ma il “calloso”, e più esattamente il “galluso”, e cioè una consistenza che non è mai durezza.

Il pezzo di “mussillo galluso” si sfoglia a punta di forchetta, e lo “sfoglio” è un godimento masticarlo: si torce in bocca, si fende, non si frantuma. Avrebbe detto Toulouse Lautrec, che era un grande cuoco – molti pittori lo sono stati, ci deve essere una ragione – avrebbe detto che lo stocco “galluso” cede dopo aver combattuto: il piacere nasce dalla combinazione dei due momenti. È perciò necessario che gli odori e le salse non stordiscano il valore della sostanza riottosa e arrendevole.

E dunque mussillo è una saggia variante di murzillo: vi si conserva per vie misteriose la memoria del latino medievale “musilum”, che non è solo la bocca, ma anche un rostro, un “corpo” allungato e sottile: così lo stocco si chiama stocco, perchè ha la forma di un bastone, e la perfetta funzionalità di un pugnale.

*** Baccalà: “Persona magra e sparuta, allampanata; anche, stupida, malaccorta”. La sentenza emessa da Giacomo Devoto e da Gian Carlo Oli è impietosa: quale delitto ha compiuto il baccalà per essere condannato a dare il nome a un tipo di persona tanto magra da trovarsi sul punto di sparire, di dissolversi, e tanto affamata da essere ridotta al lumicino, alla làmpana, cioè alla lampada? Il problema del baccalà è la sua forma, diciamo così, sformata: e con la forma, l”essere, in certe parti, solo pelle e lisca.

Nessun alimento mai ha suggerito con maggiore immediatezza la penitenza quaresimale e i sacrifici della povertà. Il baccalà non ha un sapore caratteristico, e se anche l”avesse, il sale lo spegnerebbe: “la sua fibra tigliosa – scrive Pellegrino Artusi, il divulgatore della cucina dell”Italia unita – non è confacente agli stomachi deboli, perciò io non l”ho mai potuto digerire. Questo salume supplisce, nei giorni di magro, con molto vantaggio, il pesce, che è insufficiente al consumo, caro di prezzo e spesso non fresco”.

Baccalà si chiama il tragico protagonista di una poesia di Eduardo: “Era luongo duje metre e vinticinche,// ” mmane appese mpont”a ddoje cordelle,// “a capa “e mbomma, “e piede a barchetelle:// “o mettetteno nomme Baccalà”.

Dalle ricette di Artusi: baccalà in salsa bianca. Lessate il baccalà e nettatelo dalla pelle, dalle lische e dalla spina. Lessate anche una patata di circa 150 grammi e tagliatela a tocchetti. Fate una “balsamella” con il latte e la farina e quando è cotta uniteci un poco di prezzemolo tritato, datele l”odore della noce moscata, versateci dentro la patata e salatela. Poi aggiungete il baccalà a pezzi, mescolate e dopo un poco di riposo servitelo: piacerà e sarà lodato.
(Fonte foto: Rete Internet)

LA RUBRICA

L’AMORE AL TEMPO DI FACEBOOK

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Con i social network l”approccio all”amore è cambiato. Due sono le nuove figure: i fidanzati virtuali e i parloni informatici. Questi ultimi, preda della solitudine.
Di Luigi Jovino

Come cambia l”amore nell”epoca dei social network? Di risposte ce ne sono tante, considerato il gran parlare che se ne fa nei circoli affollati di sociologi e di scienziati della comunicazione. Sicuramente due nuove figure si elevano soprattutto: i fidanzati virtuali e i “parloni” informatici. Per sgomberare il campo da probabili equivoci occorre dire subito che i parloni informatici rappresentano il corrispettivo (in formato letterale) dei guardoni, incubo temutissimo dalle coppiette in “camporella”.

Il termine non deve sembrare dispregiativo e con una certa dose di fantasia si può anche pensare ad un tentativo di evoluzione del linguaggio. I parloni informatici attaccano in tutte le direzioni, dimenando avverbi, citazioni dotte e locuzioni forti. Vogliono impressionare e segnano con la mano pesante perchè sanno di avere a sostegno niente altro che la grammatica e qualche costruzione sintattica. In questo nuovo tentativo di approccio mancano i profumi, gli sguardi sinceri, i leggeri tentennamenti delle dita e le vedute in originale. I giovani, invece, sono più essenziali ed hanno creato un gergo fatto di numeri, troncamenti, segni, simboli e parole. Per indicare una misura del sentimento raddoppiano a dismisura le lettere del tvb e sembrano di aver risolto il problema.

Il linguaggio è universale e codificato. Massificato. I giovani hanno eliminato l”esclusività delle storie di amore. Vivono l”amore con gli altri. Si beano della globalizzazione. Hanno ridotto all”osso un sentimento e non sembrano farsene un grande problema. A differenza dei parloni, loro segano le parole. Quando hanno detto “amò” sentono di avere l”universo in tasca. Se sono vicini, poi, si abbracciano e si scambiano effusioni. Nel gioco al massacro hanno partita facile i professionisti della parola. Quelli che ci lavorano. Alla lunga, però, l”azzardo viene scoperto. In molti restano con un palmo di naso. C”è anche però chi cerca di difendersi dai nuovi attacchi di seduzione.

Furoreggia su Facebook un link con la scritta “Non sono interessato a relazioni d”amore” che molte persone inseriscono sulla propria bacheca a scanso di equivoci. In questo modo si cerca di selezionare gli utenti, tenendo lontano i pappagalli informatici. I social network rappresentano una conquista della civiltà moderna ed hanno grandi meriti per quanto riguarda la circolazione delle informazioni, specialmente nei paesi, come il nostro, in cui vige una dittatura gestita ad arte dal potere mediatico. I social network insomma non si discutono e andrebbero gestiti e studiati a scuola per le implicazioni positive che ne potrebbero derivare.

Tra i teen agers l”indice di gradimento è altissimo. Facebook è al secondo posto dopo la mamma e prima degli amichetti del cuore. Offrono grandi suggestioni. Sono vetrine in cui ci si può specchiare. Programmazione in rete personalizzata in cui ognuno può inventarsi una telenovela e vedersi rappresentato. Offrono alla gente la possibilità di esprimere il meglio o il peggio di sè. Basta che se ne faccia utile professione. Anche le persone che utilizzano il link con la freccia, però, non si fanno scrupolo di mettere le foto più belle, magari con leggeri ritocchi. C”è sempre qualcuno da colpire, e a cui va indirizzato un messaggio. Semplice, essenziale, ma comunque un messaggio. Non sono pochi neanche quelli che utilizzano nomi di fantasia, caricando foto dal web in un perverso gioco di scambio di identità.

Chi ha detto che la mancanza dell”autostima poteva essere considerata il male del secolo non ha pensato ai rimedi che può offrire Facebook. In qualche modo lenisce e cura le ferite e presenta il profilo di un”umanità varia. Gli infedeli cronici, per esempio, si tengono ben lontani dal mondo dei social network. Praticano il verbo del “nessuno deve sapere” e se vanno su Facebook o su Twitter lo fanno giusto per giocare, sperando di rafforzare il concetto contrario di quello che realmente sanno di essere. Su Facebook insomma circolano gli infedeli iniziati, infedeli timidi e personaggi che neanche immaginano di poter essere infedeli. Le tentazioni sono tante. Una frase, una parola, una faccina con il sorriso, due punti, apri parentesi e trattino breve. I segni hanno preso il posto dei sospiri e dei languidi sguardi d”amore.

La parola ha preso il sopravvento con l”aiuto della grafica. E molti tentativi di approccio colpiscono al cuore. Nel vorticoso mondo del virtuale anche le sensazioni però sono codificate in algoritmi e dipendono essenzialmente dai trasformatori di corrente o da una carica di batteria. In questo senso molto è cambiato sull”approccio all”amore. In tempo di guerra furoreggiava “Il segretario galante”, un libro indispensabile per gli innamorati semianalfabeti che riprendevano frasi appositamente costruite per impressionare e concupire le persone amate. Ho letto una lettera inviata dal fronte da un soldato alla sua fidanzata che più o meno cominciava così “Inviolata fanciulla, ti giunga il mio pensiero che sorvola da trincea in trincea”.

Nessuno si sognerebbe oggi di iniziare una frase con la locuzione “Inviolata fanciulla”. Si correrebbe il rischio di ricevere una sonora pernacchia oppure di offendere la persona amata per il semplice fatto di aver sottolineato un valore che può essere indesiderato. Per essere sicuri di non sbagliare i parloni informatici allora si affidano ai classici. Basta copiare una poesia, meglio ancora se si mette la foto di un tramonto o di un quadro impressionista ed il gioco è fatto. In amore la parola ha grandissima importanza. Nel suo libro “La chimica dell”amore” Piero Angela riporta decine di studi e di ricerche, concluse da prestigiose università di tutto il mondo in cui si dimostra l”effetto biochimico stimolante delle parole nell”atto sessuale.

Tra l”altro l”esperienza personale di ognuno di noi fornisce interessanti conferme. Per questione di cellule e di meccanismi neurotrasmettitori le femmine sembrano più influenzabili dalle parole. Capita, perciò, che dopo estenuanti chattate su Facebook o su Twitter le femmine, ma anche gli uomini, si sentano soddisfatte come se avessero consumato un lungo amplesso informatico. Alla lunga però il gioco non rende. Le parole restano parole. La solitudine la fa da padrone. E sale lento un senso di angoscia. L”amore ai tempi di Facebook è fatto soprattutto di questo: di solitudine, di rimorsi e di aspirazioni fallite. A volte sembra di essere in un ricovero per reduci che hanno abdicato, scegliendo solo il lato rappresentativo dell”amore.

Grande assente è l”autoironia che esprime al meglio la qualità di una persona. Più tranquilli, invece, sono i fidanzati informatici che si ritrovano ad ore stabilite per scambiarsi teneri messaggini. Al posto delle panchine uno schermo ai cristalli di quarzo ed una nuda tastiera. Segnano la rivincita sui parloni informatici, ma restano poca cosa. Roba da pubblicità progresso.

LA RUBRICA

É TEMPO DI VACANZE. CORTE CAUSA CRISI

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Il periodo estivo è sinonimo di vacanze, le quali devono fare i conti con la crisi. La durata delle ferie si accorcia a dodici giorni di media e una famiglia su dieci resterà a casa. Si consolida la “solidarietà estiva”.
Di Don Aniello Tortora

Domenica scorsa Papa Benedetto all”Angelus ha parlato delle vacanze. Così ha esordito: “Siamo ormai nel cuore dell”estate, almeno nell”emisfero boreale. È questo il tempo in cui sono chiuse le scuole e si concentra la maggior parte delle ferie. Anche le attività pastorali delle parrocchie sono ridotte, e io stesso ho sospeso per un periodo le udienze. È dunque un momento favorevole per dare il primo posto a ciò che effettivamente è più importante nella vita, vale a dire l”ascolto della Parola del Signore. Ce lo ricorda anche il Vangelo di questa domenica, con il celebre episodio della visita di Gesù a casa di Marta e Maria, narrato da san Luca (10,38-42).

Cari amici, come dicevo, questa pagina di Vangelo è quanto mai intonata al tempo delle ferie, perchè richiama il fatto che la persona umana deve sì lavorare, impegnarsi nelle occupazioni domestiche e professionali, ma ha bisogno prima di tutto di Dio, che è luce interiore di Amore e di Verità. Senza amore, anche le attività più importanti perdono di valore, e non danno gioia. Senza un significato profondo, tutto il nostro fare si riduce ad attivismo sterile e disordinato. E chi ci dà l”Amore e la Verità, se non Gesù Cristo? Impariamo dunque, fratelli, ad aiutarci gli uni gli altri, a collaborare, ma prima ancora a scegliere insieme la parte migliore, che è e sarà sempre il nostro bene più grande”.

Anche se c”è crisi, comunque si parte per le vacanze. Le statistiche però parlano chiaro: la durata delle ferie si accorcia a dodici giorni di media, e una famiglia su dieci resterà a casa. Estate come vacanza, ma anche solo come stacco dal lavoro, occasione per visitare luoghi, conoscere persone, stare con gli amici, ritemprare il fisico, concedersi la lettura di un libro, praticare sport, trascorrere più tempo di coppia, giocare con i figli. E, forse, anche ritrovare sè stessi attraverso spazi di silenzio e, per chi crede, di preghiera. Ma l”estate serve ad impegnarsi per “coltivare sè stessi” e condividere i disagi degli altri. Tantissimi, soprattutto giovani, dedicano il loro tempo ai campi di formazione e di approfondimento (penso all” Azione Cattolica e alle tante altre associazioni cattoliche e non). Come pure moltissimi approfittano di questo periodo per lasciare l”Italia e fare esperienze di solidarietà e di condivisione.

Anche qui, in Italia, la “solidarietà estiva” è molto estesa. Penso, in questo momento, al “luglio insieme, dell”Associazione AGVH, che si interessa dei disabili a Pomigliano. È bello vedere tanti volontari (ma ce ne vorrebbero molti di più!) dedicare le loro serate a questi nostri amici diversamente abili e regalare loro un sorriso, un”amicizia gratuita. Come pure i pellegrinaggi a Lourdes sono segno di attenzione al mondo, sempre più vasto, dei malati . Occorre, inoltre, rivolgere la nostra attenzione verso i tanti “volontari” delle nostre famiglie, che ben volentieri rinunciano ad una vacanza per stare vicino ad una mamma o ad un papà anziani o ad altri familiari costretti su un letto di dolore. Come pure serve tener presenti le tante persone che in questo periodo afoso sono inchiodati su un letto di un ospedale: anch”essi attendono una carezza, una visita, un”amicizia solidale.

La malasanità esiste da sempre nella nostra Regione. È necessario compiere tutti gli sforzi possibili per far funzionare sempre con migliori risultati, soprattutto in questo periodo, le strutture ambulatoriali e ospedaliere, mettendo al centro delle nostre attenzioni la persona malata e non il profitto. Il grado di civiltà di un popolo si misura anche dai servizi efficienti che sa offrire particolarmente in questo lasso di tempo. Anche le Amministrazioni comunali devono organizzare meglio e di più i loro servizi sociali, per rispondere alle tante richieste di aiuto, che in estate sono continuamente in crescita. La solidarietà, come la salute, non vanno mai in vacanza.

Le vacanze sono, ancora, l”occasione per godere e rispettare la natura, il creato. La nostra Italia, con le sue bellezze naturali (mare, fiumi, laghi, monti) è stata baciata da Dio. È compito di tutti custodire questi beni comuni, preziosissimi. Non sarebbe il caso, per noi campani, di rilanciare il turismo, anche come occasione per “creare lavoro”?
(Fonte foto: Rete Internet)

LA RUBRICA

LA GUERRA PER BANDE ALLA REGIONE CAMPANIA

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È il ricatto la chiave di lettura di una politica trasformatasi in gestione di comitati d”affari, lontani dalle esigenze della gente e del Paese.
Di Amato Lamberti

Le spiagge libere dell”intero litorale campano non sono mai state così affollate come quest”anno. Spiagge libere è naturalmente un eufemismo per indicare luoghi abbandonati, privi di ogni manutenzione, dove i rifiuti si accumulano sulle spiagge, senza acqua, senza servizi igienici, dove il ristoro di una bottiglia d”acqua è assicurato solo da venditori ambulanti abusivi. Quest”affollamento è il segno più vistoso di una crisi economica che attanaglia molte famiglie soprattutto quelle numerose.

Fa impressione vedere una quantità impressionante di bambine e di bambini giocare nell”acqua schiumosa dal colore giallognolo-verdastro o su spiagge invase da detriti di ogni genere. Non ci sono i soldi, continua a ripetere la gente, per utilizzare gli stabilimenti balneari più o meno attrezzati, almeno per quanto riguarda la pulizia delle spiagge: il mare è lo stesso, come testimoniano le bandiere rosse dei divieti di balneazione. Alcuni stabilimenti hanno anche abbassato i prezzi, ma restano desolatamente deserti.

Sulla spiaggia i discorsi sono sempre gli stessi. Non si trova lavoro, le fabbriche chiudono, i fortunati sono quelli che possono godere della cassa integrazione, anche l”edilizia è ferma, i negozi familiari chiudono, non per ferie, ma per cessazione attività. Ma anche i supermercati incontrano difficoltà, qualcuno sta per chiudere, altri hanno già chiuso per fallimento, perfino Ikea a Salerno, da poco aperto, sembra vicino alla chiusura. Per non parlare degli alberghi, anche quelli del litorale; quelli aperti sono vuoti e rimediano con ristorante e discoteca serale, ma la maggior parte sono chiusi e hanno licenziato il personale.

Apri i giornali per cercare qualche speranza e ti accorgi che i problemi della gente non esistono. Parlano solo dei politici e delle loro beghe per acquistare o difendere un potere che è tutto interno ai loro apparati, e lo fanno con un linguaggio che è quello dei reality show, dove si complotta incontrandosi a cena, si preparano dossier falsi sulle abitudini sessuali degli avversari politici, si discute di nuovi scenari di governo, mentre si promuovono alla politica meteorine, escort, amanti e, qualche volta, legittime consorti, figli e nipoti, senz”altro titolo che quello del legame familiare o del potere di ricatto.

Ecco, forse il ricatto è la vera chiave di lettura di una politica trasformatasi in gestione di comitati d”affari che niente hanno a che fare con le esigenze della gente e del Paese. Tutto serve solo a fare affari; anche le innovazioni hanno diritto di cittadinanza solo se producono affari, incarichi, consulenze e tangenti. Il caso dell”eolico in Sardegna è emblematico. Ma i picchi si raggiungeranno con il ponte di Messina e con il ritorno al nucleare. Per non parlare dei termovalorizzatori, dei degassificatori, dei campi solari. Il problema non sono mai i risultati conseguibili e la ricaduta dei benefici sui cittadini, in termini di occupazione e di risparmio, ma gli affari realizzabili e il fieno da mettere in cascina, come dicevano una volta i valligiani del Nord.

Se poi si guarda a cosa succede nelle amministrazioni pubbliche in Campania veramente cadono solo le braccia. In Regione è guerra per bande, prima per conquistare la posizione di comando e poi per gestire i fondi disponibili, pochi o molti che siano. Il fatto che le imprese continuino a chiudere al ritmo di decine al giorno non vale neppure una riunione con gli industriali per capire che cosa stia succedendo. E, intanto, ogni giorno, centinaia di famiglie cadono in disperazione. Le uniche riunioni sono quelle con i disoccupati organizzati, sia perchè mettono sotto assedio i palazzi e sia perchè bisogna saldare i debiti elettorali contratti prima che vengano allo scoperto.

Le Province non meritano nessuna attenzione perchè sembrano impegnate solo nella dimostrazione di una inutilità tesa evidentemente a sostenere la richiesta sempre più pressante di cancellazione. A godere della loro esistenza sono solo assessori, consiglieri, consulenti per via dei compensi accreditati sempre con puntualità. Ad essi vanno aggiunti gli uffici stampa, in alcuni casi faraonici, che non si è capito a cosa possono servire visto che i giornali sembrano ignorare la stessa esistenza delle Province.
Il Comune di Napoli, forte del fatto che, secondo l”Istat, ha il maggior numero di famiglie in condizione sia di povertà estrema che di indigenza (insieme fanno il 30% delle famiglie, circa 300.000 persone), si dedica unicamente alle nomine nelle società partecipate (che a questo punto della legislatura sa tanto di sistemazione dei fedelissimi) e alla organizzazione di Estate a Napoli. Neppure il completamento dei cantieri avviati sembra una priorità, eppure lavorando su tre turni si potrebbe creare molta occupazione e completare i lavori entro settembre.

Due piccioni con una fava, si potrebbe dire. Altrove i lavori stradali si completano d”estate quando gli uffici e le scuole sono chiusi e molta gente è fuori per vacanza; a Napoli, non si lavora d”estate perchè si aspettano le piogge autunnali, il fermo dei lavori per inclemenza del tempo e il prolungamento all”infinito dei lavori, con relativa lievitazione dei costi. Una logica, quella del cantiere interminabile, dura a morire perchè troppi sono i vantaggi “politici” e chi se ne frega degli svantaggi per i cittadini.
(Fonte foto: rete Internet)

POLITICA E CAMORRA

SAPERI DI STRADA: INTERVISTA A CESARE MORENO

A conclusione del primo ciclo di incontri per promuovere nuove alleanze educative, abbiamo intervistato Cesare Moreno, il promotore dell”iniziativa.
Di Annamaria Franzoni

Si è concluso il 15 luglio, presso l”Istituto Italiano degli Studi Filosofici al Palazzo Serra di Cassano a Montedidio il primo ciclo delle giornate di studio Organizzate da Maestri di Strada e Istituto Italiano Studi Filosofici con la collaborazione di NOVERIS srl e NovaMetis srl, sul tema “Saperi di strada e cittadinanza dei giovani: Trame di pensiero e strutture per la promozione di nuove alleanze educative”.

Tale incontro, che ha fatto seguito a intense giornate svoltesi anche presso le sedi universitarie della Federico II di Napoli e in teleconferenza in diverse città d”Italia ha costituito un momento di riflessione intermedia, indispensabile per fare il punto della situazione sull”andamento degli incontri svolti prima della pausa estiva e progettare il futuro di questo gruppo in fieri.
È stato posto il problema di darsi un nome e si è pensato a “Gruppo di Studio Permanente:”, perchè , come ha affermato Cesare Moreno , promotore dell”iniziativa, sembra che sia “il profilo migliore, meno minaccioso e che insiste sul fatto che vogliamo capire e studiare, più che sul fatto che già sappiamo e già vogliamo”.

Ho rivolto, in conclusione di questa interessante giornata di studio, alcune domande a Cesare Moreno, al maestro di strada che con grande impegno e tenacia ha tradotto in realtà una sua bella idea. Cosa ti ha spinto alla realizzazione di questo “convivio” così variegato di esperti?
“Quando nell”agosto dell”anno scorso si decretò, nel solito modo strisciante, che il progetto Chance era finito, ero solo, come in tutte le estati da dodici anni a questa parte, a prendere decisioni di fatto circa la sopravvivenza del progetto. Alcuni mesi dopo diventò chiaro che non solo Chance era finito, ma sarebbe stato fatto a pezzi. Ho cercato disperatamente di trovare punti di appoggio, qualcuno che prendesse le difese sia pure solo intellettuali di una pratica che avevano osannato per anni. Niente da fare. La questione riguardava me: il mio brutto carattere e non so quali altre caratteristiche personali. Dunque ho pensato che il catino era troppo piccolo per la tempesta ed ho cercato di allargarlo”.

Perchè variegato?

“Sono anni che cerco di spiegare che un progetto educativo deve necessariamente essere un progetto di cambiamento sociale. Non nel senso rivoluzionario e neppure riformista, ma nel senso semplice che l”educazione cambia le relazioni umane sociali locali e che è necessario un lavoro consapevole per questo. Dunque le persone convocate in tanti modi avevano avuto relazioni con Chance e con la mia particolare elaborazione. Era necessario che si incontrassero e si rendessero conto che tra discipline e gruppi accademici diversi esiste un collegamento reale che si manifesta in progetti concreti”.

Quale obiettivo lega i componenti del neonato “Gruppo di studio permanente:.”?
“L”obiettivo si va definendo in corso d”opera. Inizialmente credo che tutti sentissero forte l”esigenza di sviluppare un pensiero complesso che aiuti l”educazione ed il cambiamento sociale. Penso che l”obiettivo di fondo debba rimanere questo. Io penso soprattutto al pensiero, perchè in questi anni sia in politica sia in educazione ho visto troppe volte velleità di cambiamento che in realtà percorrono strade già percorse, pensieri che hanno già in sè il germe del fallimento; troppi portatori sani del virus del pensiero unico, del potere concentrato, della scienza per pochi. Siamo abbastanza istruiti da poterci forgiare con le nostre mani gli attrezzi che ci servono a sviluppare un lavoro educativo fatto bene, ma abbiamo bisogno del sostegno di categorie di pensiero nuove rispetto a quelle che sono all”origine del nostro sistema economico sociale e delle forme di pensiero più diffuse, sia quelle dominanti sia quelle di opposizione.
Se si scorrono le pubblicazioni ed i temi di riflessione dei convenuti si vede subito che rappresentano ognuno nel proprio campo il tentativo di uscire fuori da forme di pensiero che hanno fatto non pochi danni negli ultimi due secoli”.

Quando hai parlato del tuo ruolo talvolta il tono è apparso testamentario, era questo il senso?
“Io non faccio testamenti nè lascio eredità, dico solo che un patrimonio di idee e di pratiche esiste se esiste una comunità che li tiene in vita. Una comunità fatta tutta di ultrasessantenni per forza di cose non va lontano. Un singolo meno che mai. Ci sono scelte pratiche che aiutano il farsi avanti delle nuove generazioni e scelte che lo impediscono. Vorrei che qualcuno ragionasse su queste cose invece che – come mi accade da anni – le persone dicano : pensa a campare!”.

OSSERVATORIO ADOLESCENTI

TENGO “O PREVETE A CASA”: IPOTESI SUL MENÙ DELLA CENA IN CASA VESPA…

La cena tra potenti a casa di Bruno Vespa ha precedenti storici di non poco rilievo. Inventate dai greci, continuate dai romani, perfezionate da italiani e francesi, con l”aiuto delle contigue:stanze da letto.
Di Carmine CimminoI banchetti delle persone comuni talvolta mettono in subbuglio lo stomaco e il fegato di chi è presente, le cene dei potenti, invece, agitano la bile prima di tutto in chi è assente. Dicono le cronache che Bruno Vespa, conduttore di “Porta a Porta”, per festeggiare i cinquanta anni di sua vita sacrificati al giornalismo, ha invitato a cena il Presidente del Consiglio, il cardinale Segretario di Stato del Vaticano, il governatore della Banca d”Italia, un potente finanziere, e il leader dell” UDC. C”erano ovviamente le signore. Si può ragionevolmente dedurre dalle cronache che mancavano i rappresentanti dell” opposizione: credo che anche tra di loro Vespa abbia più di un amico, ma egli sa perfettamente come si organizza un convito, e come si fa l”assortimento degli ingredienti.

Era fatale che in questa cena si parlasse di politica; l”on. Berlusconi ha sondato la disponibilità dell”on. Casini a entrare nel governo, e Casini ha posto una condizione: un nuovo governo, non si sa se di intese larghissime, o solo larghe. Non capisco le polemiche. Le cene politiche le hanno inventate i greci, i romani le hanno perfezionate, gli italiani e i francesi vi hanno costruito una parte della loro storia: nelle sale da pranzo e nelle contigue stanze da letto. La rivoluzione del 1848 fu preparata in Francia attraverso la “campagna dei banchetti”, e sui “banchetti” Crispi e Giolitti costruirono i successi elettorali. La DC rinnovò il costume, con alterna fortuna. Erano banchetti di massa, di programma e di promesse: ora sono cene intime, ma il menù non varia.

La tavola salda e rinsalda vecchie e nuove amicizie, e il mangiare lo stesso pane e bere vino insieme dovrebbero garantire riservatezza e lealtà. Amen. A proposito, qualcuno non ha digerito la presenza del cardinal Bertone. E anche qui non capisco. Una volta nei paesi ai pranzi importanti si invitava il prete: “E che? Tengo “o prevete a casa?” sbotta il napoletano quando i prezzi delle cibarie gli sembrano insostenibili: poichè invitare un prete a pranzo era un onore costoso: costava in tempo di grasso, e costava ancora di più in tempo di magro, o di digiuno, perchè bisognava bandire la carne, e imbandire il pesce.

Il 28 maggio 1904 Vittorio Emanuele III visitò Bologna. Sebbene l”asprezza delle disposizioni pontificie che vietavano ai cattolici di partecipare alla vita politica fosse stata attenuata, il “non expedit” era ancora in vigore: e perciò il cardinale Domenico Svampa, arcivescovo di Bologna, chiese a Pio X l”autorizzazione a incontrare il re: non gli andava di essere scortese con il Savoia. Il permesso venne rapidamente concesso. Confortato dalla “licenza”, il cardinale partecipò anche al pranzo ufficiale, ove, dicono le cronache, sedette alla destra del sovrano.

E per consentire allo Svampa di rispettare il così detto “digiuno dei quattro tempi”, che è una cosa assai difficile da spiegare, venne predisposto solo per lui un menù per il digiuno: un digiuno parziale: è infinita la sapienza della Chiesa nell”uso degli aggettivi, delle regole, e delle eccezioni. Bisogna dare a Dio ciò che è di Dio, e a Cesare ciò che è di Cesare. Certo, con Dio non si sbaglia, visto che a Lui appartiene tutto. Il problema sta nello stabilire cosa appartenga a Cesare. Ma questo è un altro discorso.

Una cena tra amici che devono ricomporre un”alleanza politica, infranta da sostanziali divergenze sul programma e sui programmi: la rottura accompagnata e seguita da qualche eccesso verbale: una cena condizionata dall”abitudine dei convitati alla diplomazia, che è allenamento al sospetto, e a cercare l”ombra dietro le parole più chiare, e allusioni e avvertimenti nelle cose più innocenti: vallo a preparare un menù, per una cena così. Bisogna scartare l”agnello e il pesce, perchè fanno pensare all” Ultima Cena, e dunque alla morte e al tradimento.

Non è il caso di servire gamberi, perchè anche essi compaiono sulla tavola dell” Ultima Cena in alcuni dipinti del Quattro e del Cinquecento, e c”è chi dice che sono simbolo del digiuno quaresimale, e chi dice che rappresentano l”eresia, poichè vanno all” indietro, e che alludono allo scorpione velenoso, e dunque a Giuda. Lo stesso discorso vale per le anguille, da quando qualcuno ha creduto di vederne alcuni rocchi sulla tavola del Cenacolo di Leonardo. L”anguilla, poi, pratica pozze d”acqua melmosa, si muove senza sosta, è sfuggente.

Le quaglie, manco a parlarne: potrebbero suggerire il riferimento al “salto della quaglia”, che nel lessico della politica esprime concetti molto brutti, tutti più o meno collegati all”idea del trasformismo. E niente funghi, che fanno pensare ai parassiti e al veleno, e niente fave e i piselli, nè di serra, nè conservati: li accompagna un ricco repertorio di immagini, che riguardano il sesso: e va bene: ma anche il mondo dei morti: “e questo arrasso sia”. E dunque che hanno mangiato i convitati di Vespa ?

P.S. Mentre chiudo l”articolo, leggo su un blog che hanno mangiato spaghetti a vongole, spigole e caprese, e bevuto Greco di Tufo. Noto che la spigola è un pesce predatore, che la caprese mette insieme i colori della nostra bandiera, il rosso del pomodoro, il bianco della mozzarella, il verde del basilico; che il Greco arrivò a Tufo dal Vesuvio, e conserva in sè, anche a Tufo, una nota infernale di zolfo, la sulfurea memoria della sua origine. Se queste notizie sono esatte, il menù è stato un omaggio alla cucina napoletana d”esportazione.

Forse proprio dai piatti è partito un segnale forte per Casini. Forse Bossi si è veramente preoccupato solo dopo aver avuto notizie sul menù: ma sarebbe più tranquillo , se sapesse che in lingua napoletana le vongole sono non solo i mitili bivalve protagonisti della nostra cucina, ma anche “le chiacchiere senza senso, le parole dette a sproposito”. Insomma, ” “e ppalle, “e “nnorchie, “e stroppole”.

2° p.s. Per i veri potenti il menù è l”ultima delle preoccupazioni. Una volta Giovanni Agnelli invitò a cena nella casa romana finanzieri e banchieri di prima fila, ministri col portafoglio, e segretari dei partiti che contavano. Concluso il banchetto, un giornalista domandò a uno dei convitati cosa avessero mangiato. E quello rispose che non lo sapeva, che nel piatto c”era un qualcosa che poteva essere petto di pollo, ma anche pesce, o chi sa cosa. Saperlo, non gli importava proprio.
(Fonte foto: Rete Internet)

LA RUBRICA

ELOGIO DEL CRETINO

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I cretini in giro sono in dose massiccia perchè merce preferita dagli uomini di potere. Attenzione alla differenza tra cretini e ignoranti. Di Luigi Jovino Si corrono prevedibili rischi a manifestare troppa intelligenza. La vita scorre più facile per i mediocri. La strada, invece, è quasi spianata per i cretini. Murphy lancia il monito di “non dialogare con i cretini”, ma questa categoria di persone è sicuramente tra le più loquaci. Si passano mesi, a volte anni o addirittura una vita a dialogare con i cretini senza che si costruisca un vantaggio obiettivo. I cretini si moltiplicano perchè rappresentano merce preferita dagli uomini di potere. In qualche modo sono incentivati. Un libro, scritto qualche anno fa addirittura ipotizzava che i cretini sono favoriti dalla selezione genetica. Nella guerra quotidiana ed in quelle vere sono gli uomini di muscoli, cervelli e nervi ad essere i più impegnati. Non deve meravigliare, inoltre, che un cretino sappia usare correttamente i congiuntivi o sia in grado di gestire situazioni difficili come compilare un bilancio, stendere una delibera e scrivere articoli di un giornale. In patologia esiste il caso degli “idioti sapienti”, individui socialmente inutili che focalizzano l’interesse cerebrale in un unico settore del sapere. I cretini sono privilegiati perchè più portati all’obbedienza. Per svolgere questa missione, spesso, si specializzano. Nel mondo esistono cretini specializzati che per niente rinuncerebbero alla propria funzione. Chi sa di non avere tante possibilità nel bagaglio personale è più portato alla fedeltà assoluta e al rispetto di chi occupa una posizione superiore. Gli uomini intelligenti, invece, sanno di essere liberi e ne fanno opportuna professione. A volte vengono utilizzati nei team di potere se sono ricattabili. In questo caso diventano essenziali. Ci sono intelligenti ricattabili che hanno fatto la fortuna di uomini politici, di presidenti di potenti associazioni, di scuole e di industrie pubbliche e private. La peggiore categoria, però, è rappresentata dai cretini presuntuosi che spesso perdono il senso della reale condizione e si lanciano in assurde prospezioni intellettive. Per essere dei bravi presuntuosi occorrono: un livello superiore di intelligenza e una discreta dose di autoironia. Non basta la faccia tosta e qualsiasi altro attributo fisico. Si corre il rischio di cadere nel patetico. In questo caso cala a pennello la definizione di “scemo”. Tra cretini ed ignoranti, invece, c’è una bella differenza. Gli ignoranti, negli anni Settanta, nelle assemblee di partito suscitavano profondi applausi appena manifestavano la propria condizione. Oggi non esistono più gli ignoranti di una volta. In un mondo frastornato di specializzazioni si trovano ignoranti in informatica, in politica, in sport e in letteratura. Sono pochi gli ignoranti totali. La società odierna non lo permette. C’è sempre qualcuno che sa compilare un sms, il numero del cellulare o che ricorda a memoria il Pin del bancomat. In una società così composita chi ha un livello superiore di intelligenza, a meno che non sia un genio, parte svantaggiato. Troppe volte si deve arrangiare. Capita anche che un uomo molto intelligente per raggiungere uno scopo si finga un cretino. Il buonsenso popolare rappresenta questo atteggiamento nella parabola di Ulisse che “fa lo scemo per non andare in guerra”. In questo caso il comportamento umano dimostra una irrisolvibile dicotomia. Chiunque si ritenga un cretino, e ogni riferimento a persone e cose è oggettivamente voluto, leggendo questo editoriale non si dimostri offeso. In fondo c’è sempre la magra consolazione di sentirsi attuali. Il mondo va nella direzione degli imbecilli. LA RUBRICA