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Riceviamo e pubblichiamo, da un lettore che ha chiesto di restare anonimo, questa considerazione sulla festa contadina di Sant’Antuono. 

Appartiene al popolo.
Il Fuoco di Sant’Antuono è del Popolo. Nessuna pianificazione, nessun masto di festa: ogni anno, ad ogni inizio ciclo, da millenni, il rito si ripropone autoctono, definito, possente. Sospinto dal cuore di ogni singolo credente. Non necessariamente praticante, anzi…
Sarà per l’estrema umiltà del Santo, per il suo legame stretto con gli animali da cortile, per quel suo carattere burbero. Il santo eremita è sicuramente quello che maggiormente incarna la cultura contadina arcaica, dalla quale tutti noi discendiamo, e che per questo ognuno sente vicino a se, nel profondo della propria anima.

Non ha bisogno di particolari rievocazioni questa festa contadina. Nei suoi caratteri distintivi non sono contemplate fastose celebrazioni. Come il fuoco, su cui si fonda e di cui si nutre, essa è primordiale, congenita, semplice e potente. Il fuoco, la sua capacità evocatrice di luce nelle tenebre di un inverno che sembra la morte definitiva della natura, che riscalda la gelida terra, che risveglia le piante dal loro sonno spettrale, che allontana i lemuri maligni da un mondo lasciato sprotetto dagli spiriti degli antenati, da poco rientrati nell’aldilà dopo il caos della rinascita del dio. Taumaturgo che purifica dalle malattie del corpo e dell’anima. Che riscalda i cuori degli amanti troppo freddi, quando, nella penombra della cappella del Santo, ragazze innamorate tiravano fuori dal reggipetto la carta rossa e crepitante, con la quale si addobbavano le cassette di frutta che venivano avviate al mercato. Guardinghe la strofinavano fra le mani, riproducendo il suono secco di un fuoco di fascine appena acceso: “Sant’Antò, comme se friccechea sta carta, accussì ‘e appiccià o core ‘a vavillo”. Il fuoco è dentro ognuno di noi, a volte sonnacchioso, come il ceppo nell’angolo del focolare, a volte impetuoso, come nei grandi falò della rifondazione.
Molti anni fa, ma poi non proprio tanti, il movimento intorno al rito nasceva in modo naturale. Al Casamale, ma non solo lì, si cominciava qualche giorno prima a raccogliere qualche vecchio oggetto da bruciare. Le donne avevano  già preparati i “cigoli” per il tortano, ed il semolino per qualche migliaccio, in sentore del carnevale, prossimo a venire. Il giorno del Santo poi il grosso del lavoro lo avevano già fatto i contadini, accumulando ammassi di fascine di rami sottili, risultato delle potature da poco fatte. E però, nonostante questo, i bambini continuavano a girare per le case a chiedere a canute signore e ceffi burberi, ma dagli occhi buoni, qualcosa da poter bruciare nel “fucarazzo”. Come anime pure, candidi coboldi, vagavano, fra tintinnanti risate, alla ricerca di doni da offrire alle anime pezzentelle, dato che sono sempre primizie i doni dei bambini.
Poi di primo pomeriggio la costruzione dei falò. Ve n’era uno in ogni cortile, o agli angoli delle strade, negli slarghi, quando i vicoli erano troppo stretti per allestirne uno all’interno. A dispetto della loro mole, i fucaroni avevano una dimensione familiare, dove più famiglie di un cortile o di un vicolo vi si riunivano intorno. E, in maniera del tutto naturale, non vi era un capo del falò, qualcuno che tirava le fila: le persone, uomini donne e bambini si riunivano spontaneamente, intorno a quella piccola impresa, che serviva a celebrare il santo popolare, al calare delle prime ombre della sera. Come un’evoluzione naturale. Niente gradassate, nulla a che vedere con gli eccessi e la teatralità del carnevale prossimo.

“Oi Ne’ nun t’avvicina troppo ca t’appicce ‘core”, e potevano svanire i sogni di fidanzamento, formulati davanti al Santo qualche ora prima. Il fuoco riscaldava il corpo e l’anima, ed una volta avviata la brace anche lo stomaco: qualche salsiccia o costatella di maiale venivano arrostite. Ci si riempivano i panini benedetti poc’anzi alla messa solenne, e venivano distribuiti. Ma senza scambi, senza pretese: chi poteva offriva un po’ di carne, chi un po’ di vino, chi portava il pane. E chi non aveva nulla, portava solo la pancia e la fame. Nessun distinguo, niente “do ut des”: Un solo corpo, unito intorno al fuoco primigenio, fondatore del caos, dove non ha senso alcuna differenza di classe o di proprietà.
Negli anni, per tanti motivi, questa dimensione intima dei fucaroni è andata un po’ scemando. Pochi i fuochi rimasti nei cortili e lungo le strade. Mentre si concentrava l’opera intorno a pochi di essi, cercando di curarne di più la riuscita. Nella mente ognuno vorrebbe fare qualcosa per i grandi falò, ma poi i ritmi moderni hanno rubato sempre più tempo.
Oggi al Casamale una decina di persone allestiscono un grande fuoco sulla piazza della collegiata, per il piacere di tutta la comunità. Sacrificando tempo e risorse alle proprie famiglie ed al proprio lavoro. Seguendo quell’istinto innato verso la celebrazione del grande rito del fuoco, la devozione al Santo, il rinnovamento ciclico della tradizione. A sera, innanzi al falò, pochi muli testardi distribuiscono panini benedetti con salsiccia, friarielli, nnoglia. Ed ogni altri ben di dio. Mettendoci del loro, ma anche raccogliendo e redistribuendo, fino all’ultima stilla, le libagioni offerte da amici, familiari, ed anche sconosciuti che hanno chiaro però il senso della festa. E chiunque voglia dare una mano è subito parte del tutto.
Su al Casamale, nelle pieghe frettolose della vita moderna, il senso del rito non si è mai perso. Ognuno ne ha innata memoria, come un patrimonio genetico gelosamente custodito in ogni cellula del proprio corpo.
Sant’Antuono è il santo del Popolo, e ad esso appartiene. Nessuna briglia incatena il Rito.
Sarebbe bello se ovunque fosse sempre così.
E mo attaccamme a suná ‘a tammorra.”