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Gaetano Miranda, nato a Sant’Anastasia, scrittore, giornalista, fondatore del giornalismo sportivo. Il colera del 1884, lo “sventramento” di antichi quartieri di Napoli: Miranda scrive “Napoli che muore”, e usa come prefazione la lettera di Luigi Capuana. La raccolta “Napoli che muore” è dedicata da Miranda ad Attilio Pratella suo fraterno amico: e la “dedica” è una pagina che non ha pari all’interno della letteratura italiana dell’ultimo trentennio dell’Ottocento. Una vicenda straordinaria: il peregrinare quotidiano del pittore e dello scrittore nelle” viscere di Napoli”, tra i minacciosi sospetti dei miseri che sono sopravvissuti al colera e vivono nella “nera povertà”.

 

Gaetano Miranda nacque a Sant’Anastasia nel1863 e già a 21anni esordì come scrittore con la raccolta di novelle “Gli orfani”, pubblicata nel1884 da Giannini e illustrata da Attilio Pratella: e da qui nacque la solida amicizia tra il giovane anastasiano e l’illustre pittore. Dalla letteratura il Miranda passò, nel 1891, al giornalismo, e fu subito direttore assai ispirato della nuova rivista “La tavola rotonda”. Negli ultimi anni della sua vita- morì nel1935- costretto dalla crisi delle sue finanze, fece da segretario a Eduardo Scarpetta, collaborò con il “Giornale d’Itala” e con il “Giorno” di Matilde Serao e fu uno dei fondatori del giornalismo sportivo, dedicandosi su “Mezzogiorno sportivo” alla cronaca delle corse ippiche, che lo appassionavano, purtroppo per lui, non solo come giornalista. Ma il nostro giornale riserverà molto spazio a questo significativo rappresentante della cultura e della società napoletane della Belle ‘Epoque, poiché Carmine Cimmino progetta di dedicare un libro e una mostra agli articoli che Miranda scrisse sulla pittura. Il colera del 1884 impose la realizzazione rapida del “risanamento” della città, che altri preferivano chiamare “sventramento” denunciando gli interessi “innominabili” che si nascondevano dietro quella che un atto del Consiglio Comunale di Napoli (24 ottobre 1885) definiva “bonificazione dei così detti quartieri bassi, di Porto, Pendino, Mercato e Vicaria”: lì “ la popolazione vive agglomerata in luridi tuguri, privi la più parte di aria e di luce, e dove tutte le epidemie menano strage di vite umane”. A questa parte storica della città che lo “sventramento” avrebbe cancellato per sempre Gaetano Miranda dedicò una raccolta di otto novelle, pubblicata nel1887 con il titolo “Napoli che muore”.  Egli aveva chiesto a Luigi Capuana, “della cui amicizia altamente mi onoro”, una prefazione, e Capuana per dirgli che non poteva “contentarlo”, perché aveva già “rifiutato lo stesso piccolo servigio ad altri che me lo avevano chiesto prima di Lei”, gli scrisse una lunga lettera: parve al Miranda che questa lettera fosse di per sé una prefazione, e come prefazione la pubblicò “commettendo un’indiscrezione che l’illustre uomo vorrà perdonare”.

Capuana vedeva nelle novelle il segno dell’amore smisurato che l’autore nutriva per la città, un amore che infiammava anche i lettori: “ Ed ecco che cosa vuol dire l’ Arte. Quella stessa Napoli dai vicoli sporchi e oscuri, dai fondachi luridi e ammorbanti, io l’ho guardata compassionevolmente, l’ho amata con tenerezza nelle pagine delle sue novelle così belle ed evidenti per movimento e colorito.”.  Gaetano Miranda dedicò il libro ad Attilio Pratella, “fraternamente”, e nella lettera di dedica egli ricorda all’amico le lunghe escursioni nelle “viscere di Napoli”:  “ tu venuto qui da Bologna, innamorato del mare, tu verista accanito, ammiratore di Zola e di Wagner, avevi una voglia matta di penetrare nelle viscere di questa vecchia Napoli che ti avevano descritta, e io, napoletano nel sangue, ti accompagnavo, spinto anch’io dal desiderio di studiare, di cercare, di vedere…”. Davanti a un vicolo pieno di “penombra e di mistero”, davanti a un “palazzotto lurido”, Pratella apriva la cassetta dei colori e con poche pennellate fissava in schizzi splendidi le immagini, e di tanto in tanto bestemmiava in bolognese verso la folla di curiosi che gli si stringeva intorno e gli impediva di lavorare. A casa, “nella quiete dello studiolo”, Gaetano Miranda cercava di fare con la penna ciò che l’amico aveva fatto con il pennello: ma “la mia penna non era il tuo pennello, e le mie lunghe strisce di carta, dove le parole si inseguivano attraverso gli sgorbi e le cancellature, non avevano la fresca evidenza delle tue belle assicelle dipinte.”

Cosa sia stato il “pennello” di Pratella viene ampiamente dimostrato dalle immagini dei due quadri che accompagnano l’articolo.

Non era facile aggirarsi per i quartieri destinati alla demolizione, per i “fondachi” dove il colera aveva ucciso migliaia di infelici: ma i sopravvissuti non volevano lasciare quei luoghi di morte, volevano restare nei “bassi fetidi e malsani”, e le donne, con i loro sguardi pieni di sospetto e di minaccia, facevano capire ai due estranei, al pittore e allo scrittore, che non erano ospiti graditi. “ “Sarrann’e ngigniere d’’o municipio” disse sottovoce una vecchia gialla e rugosa, che intrecciava stuoie in un cantuccio, e guardò cupamente, con i suoi occhi lagrimosi e terribili, l’album dove tu schizzavi a matita una parte del fondaco.”. Gaetano Miranda ricorda all’amico i vicoli del Molo Vecchio, le locande dai nomi strani “Locanda della Fortuna”, ”Locanda della Rosa”, “Locanda della Stella d’oro”, dove si dorme per due soldi a sera, dove cercano un letto quelli che non hanno casa, dove la polizia irrompe ogni notte a caccia di malviventi, “dove alloggiano tutti questi poveri contadini magri e pallidi che vanno a cercare fortuna in America”.

E’ difficile trovare nella letteratura “verista” dell’ultimo trentennio dell’Ottocento una pagina così autentica e così drammatica. E non c’è nella storia della cultura italiana una vicenda che possa reggere il confronto con il peregrinare quotidiano di un pittore e di uno scrittore “nelle viscere” di una città unica, originale in ogni suo aspetto, anche nel confronto quotidiano con la miseria e con la morte: “questa vecchia Napoli”.