VinGustandoItalia, Le Papacelle, una bontà tutta Napoletana.
Hanno il colore del sole, ma anche del tramonto, dal verde al giallo sole, o da verde a rosso vinato; piccola, dalla forma schiacciata e costoluta; profumo intenso di peperone; gusto dolce leggermente erbaceo. E’ la Papacella napoletana prodotta nei comuni dell’agro nolano ed acerrano. Il peperone papaccella, o meglio, la “papaccella riccia napoletana” è dal 1998 uno dei Presidi Slow Food della Campania. Per apprezzarne tutte le peculiari caratteristiche, è importante saper riconoscere l’originale dai numerosi ibridi in circolazione sui banchi dei mercati: è piccola, ha polpa carnosa e gusto dolce, non piccante. Gli orti in cui si coltivava un tempo la papaccella (le parule) si trovavano in particolare nelle vicinanze di Brusciano, dove molti abitanti hanno come cognome “Papaccio”. Le coltivazioni erano localizzate nei pressi di masserie destinate alla produzione dell’aceto necessario per la conservazione: l’aceto si ricavava solitamente dal cosiddetto vino piccirillo, un vino rosso ottenuto da viti coltivate ad alberata (cioè appoggiate ad alberi vivi disposti in filari, un po come si fa con l’asprinio di aversa con le viti maritate), aspro e poco alcolico, da consumare subito dopo la vendemmia. Il ciutunaro, così in dialetto si chiamava la persona che produceva le conserve, si occupava di immergere in aceto i peperoni e gli altri prodotti dell’orto all’interno dei cosiddetti rancelloni, sorta di botti in legno che potevano contenere fino a 150 chili di papaccelle intere, mai a filetti. La Regione Campania ha recuperato il germoplasma e in un campo sperimentale ha riprodotto i semi originari che sono messi ogni anno a dimora dai produttori del Presidio. La papaccella napoletana è un peperone, dalle bacche piccole, un poco schiacciate e costolute (ecco perché si dice riccia), molto carnosa e saporitissima, ideale per le conserve tradizionali sottaceto oppure sottolio. Le bancarelle dei mercati partenopei, a partire dal mese di luglio fino ai primi freddi, traboccano di peperoni colorati ma solo i napoletani autentici, ormai solo quelli di una certa età, sanno cogliere a colpo d’occhio le autentiche papaccelle ricce. I mercati sono invasi infatti da peperoni ibridi, pressochè identici morfologicamente alle papaccelle di un tempo. La dolcezza della polpa è l’elemento peculiare che distingue la papaccella da altre varietà di aspetto simile ma dal gusto decisamente piccante. Il profumo è particolarmente intenso, con note fresche ed erbacee. La papaccelle, secondo la tradizione, possono essere consumate fresche, arrostite, saltate in padella, oppure al forno, farcite con il classico ripieno di tonno o alici salate, olive, mollica di pane, uvetta, pinoli, pomodorini del piennolo e capperi, ripiene cotte in forno o di accompagnamento a carne di maiale, baccalà o capitone fritto. Le bacche conservate sotto aceto di vino rosso rappresentano invece l’ingrediente principe dell’insalata di rinforzo, tipico piatto delle feste natalizie partenopee. Notizia singolare è che tra i principali estimatori della Papaccella napoletana c’è la Svizzera, infatti consumano circa il 50% del prodotto. A me piacciono cucinate in ogni maniera: a minestrina, in padella, stufate con olive e capperi, nella cianfotta, con la pasta oppure crude nelle insalate, quando si trovano fresche in estate. Nella stagione invernale, mi piace degustarle soffritte come contorno della carne di maiale, insieme a qualche papaccella piccante o forte. Ma quella che preferisco è la papaccella “alla puverella”. Volete la ricetta, vi accontento: si lavano le papaccelle e se ne taglia la calotta superiore; si svuotano con cura e si mettono a colare rovesciate. In una ciotola con dell’acqua immergere la mollica del pane cafone raffermo per farla ammorbidire; quindi, strizzarla e farla saltare in padella con un goccio d’olio evo. Poi, amalgamare la mollica a tutti gli altri ingredienti (olive nere snocciolate e tagliate a pezzetti, capperi sciacquati dal sale, dadini di caciocavallo o bebè di Sorrento, scamorzina affumicata o provola di Agerola, prezzemolo tritato, un po’ d’olio evo, un pizzico di sale). Con questa farcia si imbottiscono le papaccelle, che si andranno a sistemare in una teglia da forno nella quale si sarà già versato un filo d’olio evo e messo uno spicchio d’aglio. Completata la teglia, le papaccelle si cospargono sulla sommità, con il pane grattugiato, si completano con foglioline di prezzemolo tritato e si irrorano con un filo d’olio extravergine d’oliva. Infornare a 160 – 180° C per circa 40 minuti. La residua tendenza acida dell’iniziale pepaina sott’aceto unita ad una “ritrovata” tendenza dolce dovuta agli ingredienti, in particolare alla ulteriore caramellizzazione degli zuccheri del “mosto cotto” dopo il passaggio in forno, vorrebbero un abbinamento con vino di buona morbidezza e freschezza. Anche la discreta struttura della preparazione andrebbe bilanciata con un nettare di dionisio abbastanza di corpo. E allora un buon Greco di Tufo, magari con qualche anno, ma non troppi, alle spalle, ci farà deliziare e valorizzare le nostre papaccelle. E come ricordava Anthelme Brillat-Savarin “Un pasto senza vino è come un giorno senza sole”.
Acerra, aveva allestito un forno abusivo in casa: denunciata 60enne
Aveva allestito un forno abusivo nella sua abitazione di Acerra: 60enne incensurata denunciata dai carabinieri nell’ambito di una serie di controlli per il contrasto alla panificazione abusiva. Al piano terra della sua abitazione, la donna aveva allestito, senza alcuna autorizzazione, un vero e proprio panificio. Impastatrici professionali, due forni e quasi 300 chili di legna da ardere ricavata dallo smaltimento per il trasporto merci sulle quali erano infissi anche alcuni chiodi. La 60enne, che ra pronta ad infornare quasi 40 chilli di prodotti da forno, è stata sanzionata per 1000 euro e la sua attività illecita sequestrata. Il sequestro di Acerra è effetto dell’impegno del Comando Provinciale di Napoli in materia di sicurezza alimentare. La scorsa settimana, i carabinieri della tenenza di Caivano sequestrarono 130 chili di pane privo di indicazioni sulla tracciabilità e prodotti in un forno abusivo. Stessa sorte per un altro commerciante “improvvisato” di Afragola a cui furono sequestrati 31 chili di prodotti da forno. Anche a Giugliano i militari della stazione di Qualiano denunciarono un 67enne perché sorpreso a gestire un panificio abusivo nella sua abitazione. A Napoli, invece, i carabinieri tolsero al mercato nero alimentare quasi 50 chili di pane venduto in strada e cotto senza le prescritte autorizzazioni.
Premio “Bruno Miselli 2020”, un altro importante riconoscimento all’attore anastasiano Antonio Merone
L’ attore riceverà il premio il 24 gennaio a Piedimonte Matese.
Nuovo anno, nuovo premio per l’attore Antonio Merone che il 24 gennaio a Piedimonte Matese riceverà il riconoscimento “Bruno Miselli 2020” per la sezione teatrale.
Un altro importante riconoscimento per l’attore anastasiano Antonio Merone, dopo l’internazionale “Premio Vince”, in memoria del noto attore romano Vincenzo Crocitti, arriva il premio letterario “Bruno Miselli 2020 sezione Teatro”.
La decisione è stata presa in maniera unanime dall’organizzazione e la motivazione sarà resa nota durante la cerimonia di premiazione che si terrà venerdì 24 gennaio alle 17 nella biblioteca comunale di Piedimonte Matese. Mesi fortunati per Antonio Merone, che nel giro di pochissimo tempo, oltre a ricevere numerosi premi alla carriera e tante soddisfazioni professionali e artistiche è stato insignito dell’ onorificenza di cavaliere al merito dal presidente della Repubblica Sergio Matteralla il 2 giugno scorso.
Alla galleria d’arte di Aversa la mostra delle artiste sommesi Mary Pappalardo e Teresa Capasso
La galleria d’arte contemporanea “Spazio Vitale” di Aversa, inaugura il 25 Gennaio 2020 alle ore 19:00 una mostra di due artiste napoletane, Teresa Capasso e Mary Pappalardo che insieme gestiscono da quasi tre anni le mostre nello spazio espositivo ‘O Vascio Room Gallery di Somma Vesuviana.
Qui propongono una serie di lavori incentrati sulla ricerche di morfologie introspettive, paesaggi emotivi ed impasti che attingono ai simboli dell’inconscio. Saranno presenti disegni, incisioni, dipinti, sculture, foto, video e una performance della Capasso. Un dialogo tra due forma mentis creative tanto in sintonia quanto in contrasto con la rispettiva ricerca artistica. La Capasso, con i suoi lavori indaga l’atto della creazione plastica dell’impastare, del plasmare, la trasformazione degli elementi naturali quali le pietre, il legno e il pane, legati e composti secondo un criterio di accorpamento che termina con una doratura finale. Gli elementi sono essenziali, ma non rinuncia mai ad utilizzare questo colore simbolo dell’elevazione spirituale e dello slittamento concettuale su piani artistici-creativi, senza dare spazio ad equivocanti azioni ordinarie e spoetizzate. Video di corpi nudi che cercano la fusione con farina, impasto e colore oro.
Pratica sensuale, necessaria alla creazione del mondo. La Pappalardo porta invece avanti un discorso complementare legato ad una sorta di geografia emotiva, come lei stessa le definisce, delle cartografie immaginarie che segnano territori inesplorati e non nominabili, reali soltanto negli slittamenti dell’anima. Sono presenti dei riferimenti cartografici reali, ma soltanto per utilizzarne la grammatica insita nella lettura di mappe, ovvero disegni folli di pensieri dell’uomo sul territorio che occupa. Disegna ossessivamente linee che formano rilievi, insenature, terre emerse e terre ambite. Traiettorie improbabili di spostamenti emotivi. Sono presenti anche dei flussi, delle irradiazioni energetiche che talvolta si intrecciano inestricabilmente, tal altre si sviluppano secondo linee suadenti e sinuose, percorribili e possibili. Grammatica geografica presente nelle coordinate e nei reticoli. Il lavoro della Pappalardo si comprende e termina su un’opera legata alle coordinate geografiche del suo laboratorio artistico, come a rimarcare quel regno ambito e vivibile per un’artista qual è il suo studio, fucina e luogo che nutre e caratterizza questo strano e necessario essere umano che è l’artista-creatore.
Marigliano, un ricco ed interessante calendario per la festa del Santo Patrono
Un nuovo, interessante evento arricchisce quest’anno il calendario degli eventi per la festa patronale di San Sebastiano
Nell’ambito delle celebrazioni in onore del Santo Protettore, domenica 19 gennaio un gruppo di amici della Parrocchia Santa Maria delle Grazie di Marigliano prova a raccontare, in maniera del tutto sperimentale e inedita, gli ultimi attimi della vita di San Sebastiano.
La fede e l’umanità, la gloria e il dolore, la pietà e la violenza saranno al centro di un racconto, le cui parole ripercorreranno soprattutto i sentimenti generati dai tragici momenti del martirio del Santo Pretoriano. Il punto di vista sarà quello delle pie donne Irene e Lucina, le figure che la tradizione agiografica su Sebastiano ricorda come coloro che si presero cura del corpo del Martire colpito dalle frecce.
Luci e immagini condurranno il pubblico lungo un percorso scenico scandito dalla musica di un contrabbasso, dalla recitazione delle voci narranti e dal canto della Corale parrocchiale. Luogo dello spettacolo sarà la Chiesa dell’Annunziata, adiacente alla Collegiata. L’inizio è previsto per le ore 19:45.
Sant’Anastasia si è data all’illegalità?
Riceviamo e pubblichiamo una riflessione dall’ing Vincenzo Spadaro
Iniziamo, con questo preciso interrogativo, un altro articolo sulla vicenda intitolata concorsopoli da questo giornale. Con l’arresto in successione di due sindaci per corruzione, un vero primato negativo, è un interrogativo più che legittimo. Ancora più che legittimo se si considera anche la massa di voti che i suddetti hanno raccolto durante le campagne elettorali che li hanno eletti. Campagne elettorali caratterizzate, da una parte, dalla massa di personaggi che veleggiano da anni nell’ambito della politica locale senza alcun costrutto per la cittadinanza e, dall’altra, dall’indifferenza del resto della popolazione, diventata inerte e sfiduciata. Personaggi che si muovono senza alcuna remora o pregiudizio di natura morale o ideologica tra i vari schieramenti che si improvvisano in occasione degli appuntamenti elettorali.
L’architetto Pappadia, funzionario del Comune, ha raccontato su questo giornale i misfatti perpetrati dall’Amministrazione Comunale negli anni e le angherie che ha dovuto subire per non essersi allineato ai desiderati del sindaco.
In particolare, vogliamo qui sottolineare la querelle intercorsa sul PUC (Piano Urbanistico Comunale). Dalle dichiarazioni dell’architetto Pappadia, si ha la conferma di quanto semplicemente supposto: l’unico interesse che hanno i personaggi politici prima menzionati sono le particelle catastali dei terreni di proprietà loro e dei loro sodali, da rendere edificabili con il nuovo strumento urbanistico e il conseguente aumento del loro valore commerciale. Nient’altro, non una visione del possibile risanamento del territorio e di un suo sviluppo armonico futuro.
Analogo discorso di opaca gestione è da condurre sul cimitero comunale, affidata a una ditta privata con la procedura del Project Financing. L’affidamento consiste sia nella costruzione di nuovi loculi, sepolcreti e cappelle da cedere a privati a prezzi concordati sia nella manutenzione straordinaria, a carico della ditta, di vecchi manufatti esistenti in gravi condizioni di degrado e nella gestione e manutenzione ordinaria, sempre a carico della ditta, di tutto il complesso cimiteriale.
La costruzione dei nuovi manufatti procede alacremente in quanto finanziata dai cittadini, che ne hanno bisogno per dare degna sepoltura ai loro cari, non così la manutenzione ordinaria e straordinaria dell’esistente che è a carico della ditta. La situazione di degrado di alcune strutture storiche del cimitero comunale si protrae ormai dagli anni ’90 del secolo scorso. La Cappella S.M. delle Grazie, la Chiesa Madre, la Cappella Comunale continuano ad essere interdette al culto perché in pericolo di crollo. Così pure langue la semplice manutenzione degli impianti. C’è legittimamente da chiedersi chi e come al Comune controlla il rispetto delle condizioni contrattuali.
Un’altra questione, dibattuta da anni, è la struttura denominata Villa Giulia su Via Romani. Orbene, con sentenza del Consiglio di Stato n.3577 del 29/5/2019 si confermava la precedente sentenza n.3693 del 5/6/2018 del TAR Campania con cui era stata sentenziata la legittimità dell’ordinanza del Comune di inibizione dell’attività svolta nella struttura e relativa chiusura dei locali. A distanza di oltre 7 mesi, a questa ordinanza non si è dato ancora seguito.
Questi sono solo alcuni dei più vistosi ed evidenti fenomeni di scarsa trasparenza se non di illegalità pura. Se questo è quanto emerso su questioni così rilevanti, non è difficile immaginare lo stile adottato dall’amministrazione comunale su tutta la gestione della cosa pubblica.
Ing. Vincenzo Spadaro
Ricordi ed emozioni da un liceo di provincia….
Era l’anno scolastico 1962 – 63 quando nel Liceo scientifico “V. Cuoco” di Napoli, alla presenza dei genitori, furono premiati gli alunni vincitori delle borse di studio concesse dall’Amministrazione Provinciale. Tra questi c’erano due studenti della sezione distaccata di Somma Vesuviana.
Furono quindici gli studenti premiati, che vale ricordare: Aldo Sgueglia, Salvatore Fioretti, Vincenzo Mozzillo, Giuseppe Fedele, Ciro Panacea, Antonio Sasso, Pasquale Scarano, Sergio Billwiller, Umberto Magliuolo, Pietro Esposito, Bruno Scorza, Mauro Gargiulo, Vincenzo Marzatico e, a sorpresa, due studenti delle sezione staccata di Somma Vesuviana: Raffaele Allocca, il compianto Sindaco di Somma Vesuviana, e Gabriele Vitagliano. I due giovani sommesi ottennero il relativo attestato ed un assegno di ben 30 mila lire all’epoca. Presenziarono alla premiazione, su espresso invito della Presidenza, l’assessore alla Pubblica Istruzione, prof. Occipite Di Prisco, il segretario alla Divisione Studi, avv. Achille Rossi, e l’ing. Fernando Pennarola, l’addetto alle scuole dell’Ufficio Tecnico Provinciale. Il preside del Liceo, prof. Rodolfo Pizzarello, mise in evidenza la portata della premiazione che doveva costituire un forte incentivo per l’alunno a superare se stesso. Nell’occasione a nome del collegio dei professori e della scolaresca tutta, il Preside rivolse un sentito ringraziamento al Presidente dell’Amministrazione Provinciale Antonio Gava, all’Assessore Di Prisco e agli Amministratori, i quali, in una gara spontanea, senza riguardo a tendenze politiche, avevano operato in favore della scuola, per migliorare le sorti dei giovani, i quali trovano in essa confortevole asilo, adeguati ed aggiornati sussidi didattici, tecnici e scientifici. Il giovane Raffaele Allocca, poi, all’esame di maturità fu particolarmente bravo, riconoscendo addirittura un errore nella traccia della prova di matematica. Un’ intuizione questa che gli valse una nota di grande merito. Nel 1969 la quasi sconosciuta sezione staccata del liceo “Cuoco”, come abbiamo letto negli articoli precedenti, ottenne l’autonomia e cominciò a camminare con le proprie gambe. Quanti ricordi ed emozioni da un liceo di provincia. Il compianto Preside Gabriele Perillo, succeduto nel 1980 a Leopoldo Saggese, aveva sempre concesso il giusto riconoscimento agli ottimi docenti, alla loro opera preziosa, che ne determinò l’arricchimento strutturale, con la ripresa della ricca biblioteca sino ad allora trascurata e disordinata, con l’istituzione di nuovi modernissimi laboratori scientifici, con l’introduzione di tecniche sperimentali e con iniziative culturali, che portarono il liceo alla ribalta in campo nazionale e pure all’estro. Agli inizi degli anni Novanta, dopo il preside Gabriele Perillo, arrivò il prof. Silvano Striato. All’epoca c’erano molti problemi strutturali, legati soprattutto alla carenza di aule e alla sicurezza. Ma c’era – ricorda Striato – da parte di tutti, la volontà di far crescere una scuola che era ben inserita e ben voluta dalla comunità locale. In particolare fu efficace l’interessamento dell’Amministrazione Comunale di Somma Vesuviana che fornì suppellettili e attrezzature. Il suo successore, il prof. Antonio Caiazza, si adoperò, invece, perché fosse chiusa la succursale di via Verdi a ridosso della Circumvesuviana. La struttura scolastica si presentava come uno scatolone pericoloso ed inagibile. Il preside Caiazza non solo costrinse tutti, docenti, alunni e personale non docente, nonché i genitori, a fare i sacrifici, istituendo un doppio turno, ma prese in prestito anche alcuni locali presso le scuole elementari e medie. La Provincia di Napoli, dal canto suo, fu costretta a dotare il Torricelli di una sede degna della sua tradizione e del suo valore. Fu così che all’inizio dell’anno scolastico 1997/98 il Torricelli si trasferì finalmente nella nuova sede in via Sant’Aloia. Quando arrivò il nuovo preside Ciro Torrà nel 1997, il Torricelli era angustiato purtroppo da un nuovo problema: il doppio turno. Ormai il liceo era diventato la moda: il luogo comune. Tutti gli studenti, invogliati dai loro genitori, preferivano il liceo a discapito di altri istituti. Una sorta di rivincita sociale: il liceo era stato sempre visto come la scuola dei figli di illustri personalità. Il Preside Torrà ebbe, però, la capacità e l’umiltà di dare ascolto a tutti: voleva conoscere le problematiche dietro ogni giovane, che secondo lui, non era un numero ma una persona. Oltretutto fu dato ascolto alle famiglie nel tentativo di collaborare con loro alla crescita dei figli. Tutto questo – riferisce il preside – grazie anche al merito di un corpo docente, che riuscì a condividere negli anni il suo intento con sacrificio e spirito di dedizione. Quando Torrà concluse la sua attività, il Liceo Torricelli era diventato una sola famiglia. Il complesso scolastico fu lasciato alla saggia guida del dirigente scolastico (e non più preside) Prof. Sabatino D’ Agostino di Ottaviano, uomo di grande cultura e professionalità.
In onore di “ Sant’Antuono” , “pasta e allesse”: eppure è un “piatto” che certi fuochi non li spegne, anzi li accende…E allora?
Il “piatto” che si prepara in onore del Santo eremita a Macerata Campana un tempo era presente in tutta la cultura contadina, in cui le castagne erano “il pane” dei poveri. La castagna, secondo molti scrittori, “incita alla lussuria” ( Pietro Aretino), ed è popolare metafora dell’organo sessuale femminile. Proprio vincendo i desideri e le tentazioni prodotte dalle castagne e dal peperoncino chi mangia “pasta e allesse” dimostra la sua forza morale: perciò il “piatto” è collegato al culto di “Sant’Antuono” e alla sua vittoria sulle tentazioni.
Ingredienti (4 persone): gr. 150 di castagne secche da lessare; gr. 300 di pasta corta; gr. 100 di pancetta; aglio, peperoncino, olio extravergine, sale. Una decina di ore prima della preparazione del “piatto” le castagne secche vanno sgusciate e immerse in acqua con un pizzico di bicarbonato di sodio, utile per ammorbidirle. Iniziata la preparazione del “piatto”, le castagne vanno lessate in una pentola, in acqua abbondante: quando diventano morbide, le scolate e le tenete da parte. Preparate un soffritto con aglio e olio, con la pancetta tagliata a dadini, e con il peperoncino diviso in piccoli pezzi. Quando nel soffriggersi la pancetta si fa di colore vivo, aggiungete le castagne lesse, e, a fuoco lento, lasciate che i sapori si distribuiscano con intensità. La pasta, cotta in acqua salata al punto giusto, e scolata al dente, deve “saltare” in padella, nel soffritto e nelle castagne lesse. Il “piatto” va portato in tavola ben caldo. (La ricetta è quella pubblicata dal sito: www. ecampania.it )
Il “piatto” fa parte, a Macerata Campana, dei riti che accompagnano il culto di “Sant’Antuono”: le castagne sono quelle delle colline di Roccamonfina, e a tavola tradizione vuole che questa “pasta e allesse” sia innaffiata con il vino di uva fragola. Ma il “piatto” fece parte della cucina contadina di tutti quei territori in cui si coltivavano le castagne, e l’abbinamento al culto di “Sant’ Antuono” venne favorito, in primo luogo, dal fatto che culto e raccolta delle castagne facevano parte del “calendario” invernale. Abbiamo già ricordato, un anno fa, che Plinio e Marziale assegnavano il primato della squisitezza alle castagne napoletane, che per secoli le castagne sono state il “pane dei poveri” – ma c’erano anche le castagne dei ricchi, “i marroni” – , che venivano consumate, a Napoli, con diversi nomi e tipi di cottura, e che sono decine i “pezzi” e le poesie che giornalisti e scrittori napoletani hanno dedicato al frutto. E numerosi sono le metafore e le “sentenze” che il frutto ha ispirato, a partire da Poliziano che paragonò la donna alla castagna, poiché “ ha bella la corteccia / ma l’ha dentro la magagna”: ma Poliziano, si sa, era un antifemminista. Se i medici non avessero dimostrato che non è salutare mangiare sempre lo stesso piatto, Emanuele Rocco avrebbe mangiato per tutta la vita solo castagne: ma poiché era necessario variare, egli suggeriva ai suoi lettori di unire alle castagne o le ghiande o le fave: non “ c’è maggior delizia” di questi accoppiamenti.Una parente di mia madre mangiava almeno una volta alla settimana una zuppa di castagne schiacciate, cotte nella salsa di pomodoro e cosparse di “odori”: era, questo “piatto”, l’erede di una ricetta descritta da Apicio, che i traduttori hanno chiamato “castagne ad uso lenticchie”. Rinviamo ad altra occasione il racconto dello splendore dei castagneti vesuviani, che meritarono anche l’ammirazione di D’Annunzio, e della prosperità che essi alimentarono almeno fino alla prima guerra mondiale, procurando pane e lavoro ai contadini, ai guardaboschi, ai boscaioli autorizzati e a quelli di “contrabbando”, ai falegnami che fabbricavano con arte e con gusto porte, portoni, telai di finestre, ai bottai che tendevano i cerchi per le botti, ai carbonai, agli intagliatori del legno che preparavano le parti interne delle carrozze e dei calessi.
Ora vogliamo capire se la “pasta e allesse” venne dedicata a Sant’Antonio Abate solo per necessità di stagione e di miseria, o anche perché a molti parve naturale immaginare che le castagne, dolci e delicate nel profumo e nel sapore, aiutassero chi ne mangiava a tenere a bada i richiami peccaminosi della carne, a spegnere, o, almeno, a placare il fuoco dei desideri e le tentazioni del piacere seguendo i moniti e l’esempio dell’eremita egiziano. E invece è vero il contrario, come hanno sostenuto, a partire dal ‘500, gli “studiosi” di questi temi: le castagne, quel fuoco, non lo spengono, ma l’accendono, sollecitando la mente e il corpo a cercare quel piacere là. Del resto, dal Piemonte alla Sicilia la castagna è metafora dell’organo sessuale femminile: lo dicono il Sassetti, il Batacchi, il Giuggiola, lo dissero due autorità del settore, Giovanni Boccaccio e Pietro Aretino. E il pudico Della Casa scrisse nel “Galateo”: “Le nostre donne…..per ischifare quella paroletta sospetta, dicono piuttosto “le castagne””.Ma non vedo contraddizioni. Disse Seneca che è credibile l’elogio della povertà solo se lo fa un ricco che ha avuto la forza di rinunciare a tutte le sue ricchezze: le esortazioni alla castità fatte dal Santo eremita non sarebbero state credibili, se egli non avesse dato l’esempio resistendo alle tentazioni e alle tentatrici, belle quanto le giovani donne dipinte da Teodoro Chasseriau nel quadro che il pittore dedicò alla resistenza di Sant’Antonio e che pubblichiamo in appendice.
“Il piatto” è dedicato al Santo proprio perché castagne e peperoncino, e il bicchiere di vino, accendono i desideri della carne: e proprio chi ha gustato il piatto potrà dimostrare la sua forza morale resistendo alla fiamma degli impulsi e delle sollecitazioni che incominciano a snodarsi e a fremere nelle sue membra…..
Polveri, il sindaco di Acerra: “Controlleremo la Friel”. Gli ambientalisti: “Ha annullato la sorpresa”
Grazie alle piogge il morso delle polveri sottili ieri ha leggermente mollato la presa nel vasto territorio di Acerra. Qui però le centraline di rilevamento delle temute polveri PM10 hanno fatto registrare fino al 16 gennaio, ultimo dato attendibile disponibile (nella giornata del 17 i tradizionali fuochi di Sant’Antonio hanno fatto impazzire gli strumenti), 12 giorni di sforamento del livello massimo stabilito per legge, con picchi elevatissimi. E’ comunque un numero di sforamenti da capogiro: sempre in base alla legge se un comune sfora di 35 volte in un anno scattano gravi rischi per la salute di intere comunità. E’ davvero una brutta faccenda quindi, molto seria. Pure alla luce del fatto che nei 16 giorni monitorati non sono stati validati i risultati dei controlli effettuati il 6 e 7 gennaio a causa, secondo quanto riferito dalle autorità competenti, di “un malfunzionamento delle centraline”. Comunque ormai si è più che compreso che esista una particolare criticità in questa zona, una situazione “speciale” che però i responsabili dell’Arpa, l’Agenzia regionale per la protezione ambientale, attribuiscono “soprattutto al traffico automobilistico e ai camini dei riscaldamenti domestici”. L’altro ieri intanto il sindaco di Acerra, Raffaele Lettieri, ha chiesto proprio l’intervento dell’Arpa. Il primo cittadino, nella sua veste di massimo responsabile della tutela della salute pubblica nel territorio che amministra, vuole dare il via a una serie di controlli coordinati tra i caschi bianchi della polizia municipale e i tecnici dell’Agenzia. Dovrà però mettersi in fila perché ci sono anche altri comuni che hanno richiesto all’Arpac lo stesso tipo di aiuto. Nel comunicato diramato l’altro ieri pomeriggio Lettieri ha inoltre annunciato che intende controllare i vari impianti industriali della zona. Ne ha nominato solo uno: la Friel, la centrale che produce energia elettrica dalla combustione di olio. La sua ciminiera si trova praticamente accanto ai tre camini dell’inceneritore, nella zona agricola a nord della città, a ridosso dalla cinta urbana. Gli ambientalisti però sono infuriati. Hanno fatto notare che il comunicato diramato alla stampa ha fatto svanire l’effetto sorpresa del controllo richiesto per la Friel. L’intenzione del primo cittadino l’altro ieri pomeriggio era già stata pubblicata da diversi giornali on line. In ogni caso il sindaco sabato, ieri, ha fatto sapere che “per capire meglio quello che sta succedendo sarà necessario conoscere i risultati del controllo effettuato nell’inceneritore alcuni giorni fa dagli ispettori ministeriali” e che la polizia municipale l’altro ieri di controlli ne ha già effettuati diversi al traffico automobilistico: fermate e sanzionate vetture che avevano la revisione scaduta. Ma la sensazione è che la piaga delle polveri sottili sia invincibile. I dati di quest’ultima settimana forniscono la solita certezza e cioè che sono le attività umane, emissioni industriali, traffico, camini domestici e commerciali, roghi tossici di rifiuti, a creare il problema che poi viene alimentato dall’alta pressione, dall’assenza di vento e dalla morfologia di questi territori pianeggianti, addirittura concavi, stretti tra i rilievi dell’Appennino a nord e a est e il Vesuvio a sud. Del resto lo provano i numeri rilevati dalle tre centraline Arpac ubicate ad Acerra, quelle della zona industriale, della zona semiperiferica (scuola Capasso) e del centro urbano (scuola Caporale, di cui mancano le registrazioni del 15 e del 14 gennaio). Ebbene, da lunedi a giovedi questi strumenti hanno registrato livelli di PM10 fino a più del doppio stabilito dalla legge. Domenica però le centraline di Acerra praticamente non hanno sforato. Solo quella della scuola Capasso ha fatto registrare 52 microgrammi per metro cubo, valore di soli due microgrammi superiore alla soglia di rischio. Allarmanti anche i dati delle polveri più sottili, le PM2.5.
L’abito da sposa che “racconta” Napoli è di Atelier Gifuni


L’abito da sposa che racconta Napoli è un modello a sirena, naturalmente. Sirena come lo era Partenope nei miti, colei che cercò di sedurre Ulisse con il suo bellissimo canto ma, non riuscendo nell’intento, si gettò per il dolore da una delle rocce più alte e si lasciò trascinare fino al golfo di Napoli, sull’isolotto di Megaride. Qui si dissolse prendendo la forma di una città incantevole, dalla collina di Capodimonte fino a Posillipo. La leggenda di Partenope assume forme diverse in tanti altri miti e racconti – dalle storie della tradizione orale fino alla versione di Matilde Serao che vuole Partenope innamorata dell’eroe ateniese Cimone e «madre» del popolo napoletano, ma su un punto tutti collimano: la sirena rappresenta Napoli e continua a vivere accanto al suo popolo.
Dunque, per Luisa e l’Atelier Gifuni, l’abito che simboleggia la città non poteva che essere una sirena. In mikado di seta pura, con le coppe che delineano il Vesuvio e il Monte Somma – simbolo della provincia vesuviana dove la sartoria ha sede, in via D’Auria 77 a Sant’Anastasia (ma tra pochi mesi la sede di Atelier Gifuni si sposterà dinanzi al Santuario di Madonna dell’Arco) – con una cintura di perline ricamata a mano e tante strisce di tessuto in chiffon di seta pura che Luisa ha voluto stracciare, lacerare, lasciare libere. «La linea si chiama Passione e la mia prima passione, appunto, è Napoli – dice Luisa Gifuni – che è anche tormento, dolore e al contempo bellezza senza eguali. Fa male vedere le proprie radici lacerate, bistrattate come lo sono oggi, ma l’amore non cambia e la speranza rimane».
Linee pure dunque, per la sirena in mikado che richiama Partenope, un corpetto dove la scollatura ha la forma di Vesuvio e Monte Somma uno accanto all’altro, una cintura di perline che rappresenta il popolo napoletano e tante tante striscioline di chiffon di seta pura che volano libere, confuse. «La sarta mi derideva quando ho letteralmente stracciato lo chiffon senza rifinirlo – racconta Luisa – ma è quel che volevo rappresentare, le profonde lacerazioni della nostra città: per ottenere l’effetto, occorreva strappare il bello non qualcosa di simile o meno costoso».Per indossare quest’abito, simbolo potente, Luisa ha scelto una donna che Napoli e la sua provincia la racconta, che ne conosce bellezze e tormenti e che la ama, allo stesso tempo, profondamente: Mary Liguori, giornalista de Il Mattino, cronista di nera, vesuviana che porta Napoli sulla pelle e nel cuore.
Modella per un giorno, togliendosi le scarpe come una vera «battente» del Lunedì in Albis, Mary ha indossato l’abito per lo shooting fotografico e ha posato gratuitamente sullo sfondo di un altro simbolo del vesuviano, il Santuario di Madonna dell’Arco.
Un luogo non scelto a caso ma in virtù dei fini benefici che Luisa Esposito Gifuni ha voluto dare al servizio fotografico e alla realizzazione dell’abito da sposa: alla Caritas del Santuario infatti, che ogni giorno serve pasti caldi a settanta famiglie nella mensa inaugurata circa due anni fa, sarà devoluto interamente il ricavato della vendita dell’abito alla sposa che vorrà indossarlo.
