CONDIVIDI

Il “piatto” che si prepara in onore del Santo eremita a Macerata Campana un tempo era presente in tutta la cultura contadina, in cui le castagne erano “il pane” dei poveri. La castagna, secondo molti scrittori, “incita alla lussuria” ( Pietro Aretino), ed è popolare metafora dell’organo sessuale femminile. Proprio vincendo i desideri e le tentazioni prodotte dalle castagne e dal peperoncino chi mangia “pasta e allesse” dimostra la sua forza morale: perciò il “piatto” è collegato al culto di “Sant’Antuono” e alla sua vittoria sulle tentazioni.

 

Ingredienti (4 persone): gr. 150 di castagne secche da lessare; gr. 300 di pasta corta; gr. 100 di pancetta; aglio, peperoncino, olio extravergine, sale. Una decina di ore prima della preparazione del “piatto” le castagne secche vanno sgusciate e immerse in acqua con un pizzico di bicarbonato di sodio, utile per ammorbidirle. Iniziata la preparazione del “piatto”, le castagne vanno lessate in una pentola, in acqua abbondante: quando diventano morbide, le scolate e le tenete da parte. Preparate un soffritto con aglio e olio, con la pancetta tagliata a dadini, e con il peperoncino diviso in piccoli pezzi. Quando nel soffriggersi la pancetta si fa di colore vivo, aggiungete le castagne lesse, e, a fuoco lento, lasciate che i sapori si distribuiscano con intensità. La pasta, cotta in acqua salata al punto giusto, e scolata al dente, deve “saltare” in padella, nel soffritto e nelle castagne lesse. Il “piatto” va portato in tavola ben caldo. (La ricetta è quella pubblicata dal sito: www. ecampania.it )

 

Il “piatto” fa parte, a Macerata Campana, dei riti che accompagnano il culto di “Sant’Antuono”: le castagne sono quelle delle colline di Roccamonfina, e a tavola tradizione vuole che questa “pasta e allesse” sia innaffiata con il vino di uva fragola. Ma il “piatto” fece parte della cucina contadina di tutti quei territori in cui si coltivavano le castagne, e l’abbinamento al culto di “Sant’ Antuono” venne favorito, in primo luogo, dal fatto che culto e raccolta delle castagne facevano parte del “calendario” invernale. Abbiamo già ricordato, un anno fa,  che Plinio e Marziale assegnavano il primato della squisitezza alle castagne napoletane, che per secoli le castagne sono state il “pane dei poveri” – ma c’erano anche le castagne dei ricchi, “i marroni” – , che venivano consumate, a Napoli, con diversi nomi e tipi di cottura, e che sono decine i “pezzi” e le poesie che giornalisti e scrittori napoletani hanno dedicato al frutto. E numerosi sono le metafore e le “sentenze” che il frutto ha ispirato, a partire da Poliziano che paragonò la donna alla castagna, poiché “ ha bella la corteccia / ma l’ha dentro la magagna”: ma Poliziano, si sa, era un antifemminista. Se i medici non avessero dimostrato che non è salutare mangiare sempre lo stesso piatto, Emanuele Rocco avrebbe mangiato per tutta la vita solo castagne: ma poiché era necessario variare, egli suggeriva ai suoi lettori di unire alle castagne o le ghiande o le fave: non “ c’è maggior delizia” di questi accoppiamenti.Una parente di mia madre mangiava almeno una volta alla settimana una zuppa di castagne schiacciate, cotte nella salsa di pomodoro e cosparse di “odori”: era, questo “piatto”, l’erede di una ricetta descritta da Apicio, che i traduttori hanno chiamato “castagne ad uso lenticchie”. Rinviamo ad altra occasione il racconto dello splendore dei castagneti vesuviani, che meritarono anche l’ammirazione di D’Annunzio, e della prosperità che essi alimentarono almeno fino alla prima guerra mondiale, procurando pane e lavoro ai contadini, ai guardaboschi, ai boscaioli autorizzati e a quelli di “contrabbando”, ai falegnami che fabbricavano con arte e con gusto porte, portoni, telai di finestre, ai bottai che tendevano i cerchi per le botti, ai carbonai, agli intagliatori del legno che preparavano le parti interne delle carrozze e dei calessi.

Ora vogliamo capire se la “pasta e allesse” venne dedicata a Sant’Antonio Abate solo per necessità di stagione e di miseria, o anche perché a molti parve naturale immaginare che le castagne, dolci e delicate nel profumo e nel sapore, aiutassero chi ne mangiava a tenere a bada i richiami peccaminosi della carne, a spegnere, o, almeno, a placare il fuoco dei desideri e le tentazioni del piacere seguendo i moniti e l’esempio dell’eremita egiziano. E invece è vero il contrario, come hanno sostenuto, a partire dal ‘500, gli “studiosi” di questi temi: le castagne, quel fuoco, non lo spengono, ma l’accendono, sollecitando la mente e il corpo a cercare quel piacere là.  Del resto, dal Piemonte alla Sicilia la castagna è metafora dell’organo sessuale femminile: lo dicono il Sassetti, il Batacchi, il Giuggiola, lo dissero due autorità del settore, Giovanni Boccaccio e Pietro Aretino. E il pudico Della Casa scrisse nel “Galateo”: “Le nostre donne…..per ischifare quella paroletta sospetta, dicono piuttosto “le castagne””.Ma non vedo contraddizioni. Disse Seneca che è credibile l’elogio della povertà solo se lo fa un ricco che ha avuto la forza di rinunciare a tutte le sue ricchezze:  le esortazioni alla castità fatte dal Santo eremita non sarebbero state credibili, se egli non avesse dato l’esempio resistendo alle tentazioni e alle tentatrici, belle quanto le giovani donne dipinte da Teodoro Chasseriau nel quadro che il pittore dedicò alla resistenza di Sant’Antonio e che pubblichiamo in appendice.

“Il piatto” è dedicato al Santo proprio perché castagne e peperoncino, e il bicchiere di vino, accendono i desideri della carne: e proprio chi ha gustato il piatto potrà dimostrare la sua forza morale resistendo alla fiamma degli impulsi e delle sollecitazioni che incominciano a snodarsi e a fremere nelle sue membra…..