Somma Vesuviana, coronavirus. Il sindaco: “No allarmismi, si prevenzione!”

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Riceviamo e  pubblichiamo dal sindaco Salvatore Di Sarno Comunicazione importante diretta a coloro che stanno facendo rientro a Somma Vesuviana dalle zone a rischio #coronavirus No allarmismi, si prevenzione!!! Si comunica alla cittadinanza che tutte le persone interessate a spostamenti dalle aree interessate dal focolaio di diffusione del coronavirus in particolare le regioni del nord Italia devono immediatamente comunicare al sindaco ed agli uffici di Polizia municipale i loro spostamenti, la data di arrivo sul territorio comunale di Somma Vesuviana. Tali comunicazioni, devono essere effettuate a tutela della salute pubblica e per scopo meramente precauzionale al fine di permettere alle autorità sanitarie di porre in essere tutte le iniziative previste dal protocollo del ministero della salute. Il presente comunicato ha solo scopo precauzionale pertanto si invita la popolazione a non creare inutili allarmismi. Si prega di dare la massima diffusione. Questi i numeri da contattare 3282776361 (sindaco) 0818931049 (polizia municipale)

Il Coronavirus non è alle porte di Napoli: l’uomo ricoverato ad Acerra è sano. Negativo al test. Rabbia per i ritardi

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    Il temutissimo Coronavirus non è sbarcato per la prima volta al sud, nella popolatissima area metropolitana di Napoli. Nella stanza per il codice rosso del pronto soccorso della clinica Villa dei Fiori, ad Acerra, diciotto chilometri a nord est del capoluogo, si trova un giovane uomo, un 32enne di Afragola. Sembrava che fosse stato contagiato dalla pericolosa malattia. Invece non è così. Dopo ben venti ore il laboratorio ha dato l’esito delle analisi: è negativo. L’uomo era giunto a bordo della sua vettura nel primo pomeriggio di ieri all’interno della grande struttura ospedaliera privata convenzionata con la Regione Campania. Ha detto ai medici di provenire dal mercato ortofrutticolo di Prato, dove lavora come commerciante e dove si trova ogni giorno a contatto con molti cinesi. Prato è infatti denominata la piccola “Pechino” d’Italia. Il lavoratore del settore ortofrutticolo in mattinata ha accusato una forte tosse e quindi, trovandosi per il fine settimana a casa sua, nella cintura a nord di Napoli, è giunto nel presidio sanitario acerrano. Qui i medici hanno subito applicato il rigido protocollo approntato in casi del genere: isolamento totale e mascherine e guanti per tutti, per il paziente e per i medici e per gli infermieri che lo assistono. Comunque adesso la paura è finita, per Napoli e per tutto il Napoletano. Il paziente di Afragola era giunto al pronto soccorso di Acerra accusando una tosse insistente e un po’ di febbre. Ma non aveva la polmonite, sintomo tipico del Coronavirus. Gli era stata diagnosticata soltanto una bronchite. Ma per sicurezza i sanitari della Villa dei Fiori, dopo aver ascoltato la direzione dell’Asl Napoli 2 nord, hanno inviato un tampone ai responsabili dell’ospedale Cotugno di Napoli, il nosocomio specializzato nelle malattie infettive. E alla fine, stamane, dopo una lunghissima quanto snervante attesa è giunto il responso dal Cotugno: il paziente di Afgragola ricoverato ad Acerra non ha il Coronavirus. Nel frattempo erano state messe in campo tutte la cautele del caso. C’è però tanta rabbia. “E’ mai possibile che ieri sera l’ospedale Cotugno non abbia voluto fare l’analisi del tampone e del sangue ? – lamenta Lenina Castaldo, sindacalista e rappresentante degli infermieri della Villa dei Fiori – un intero ospedale e un’intera città, Acerra, sono rimasti isolati per venti ore di fila perché il Cotugno ha rinviato l’esame del tampone a stamattina. E’ vergognoso”

Fammi sentire bella: Docufilm e inedito per Mia Martini

Parte oggi Frazioni musicali, la nuova rubrica de Il mediano.it diretta dal prof. Ciro Castaldo. Docente di Matematica e Fisica al Liceo Statale Cristoforo Colombo di Marigliano (Na), convinto promotore di una didattica alternativa fondata sulla relazione e sul modello costruttivista dei saperi, da anni coltiva la sua passione per la musica d’autore e per quegli artisti che con le loro scelte e la loro musica hanno dato una scossa al mondo discografico e al contempo al costume del nostro Paese. Supportato dai suoi allievi è sostenitore della Giornata dell’arte e della creatività studentesca e responsabile del progetto Coro & Colombo Big Band. È direttore artistico del Mia Martini Festival (giunto alla sesta edizione), presidente dell’associazione no profit per Mia Martini Universo di Mimì e biografo dell’artista. Per le Edizioni Melagrana ha pubblicato Tante facce nella memoria e Martini Cocktail e dirige la collana I grandi della musica. Il primo articolo della nascente rubrica è dedicato proprio al mito della sirena della Costa viola, l’intramontabile Mia Martini, alla messa in onda di un Docufilm a lei dedicato e alla pubblicazione di un brano inedito del 1991.   Fammi sentire bella, canzone inedita di Mia Martini, è rimasta nel cassetto per ben ventinove anni. Finalmente vede la luce grazie alla Sugar Music e a una meritata e giusta collocazione nel Docufilm diretto da Giorgio Verdelli – cui dà il titolo – che andrà in onda giovedì 27 febbraio alle 21.20 su Rai Tre. Di canzoni che raccontano una storia è pieno il panorama musicale di ogni tempo e di ogni luogo. La peculiarità di questo brano è la storia che porta con sé: una storia che si dipana in un tempo dalle dimensioni – per così dire – mitiche e nella molteplicità degli eventi e dei luoghi attraverso i quali la canzone è giunta fino a noi. Se, a prodotto finito, infatti, bastano quattro minuti d’ascolto per apprezzare o meno una creazione, quello che è costato, in termini di fatica e sudore per arrivare alla sua realizzazione, lo sanno solamente in pochi. In tal senso, risulta che la gestazione di Fammi sentire bella sia una tra le più lunghe e laboriose mai riscontrate nella storia della musica leggera italiana. A inizio anni novanta Mia Martini ha soggiornato varie volte e a lungo nella bellissima villa della Cingallegra sulla collina di Settignano da cui si gode un’incantevole vista della splendida Firenze. Mimì era giunta a casa del Maestro Giancarlo Bigazzi per preparare l’album che avrebbe presentato in occasione del XLII Festival della canzone italiana di Sanremo. Del team Bigazzi, oltre alle bellissime Versilia, Lacrime (che ha dato il titolo allo splendido disco) e Gli uomini non cambiano, nel 33 giri sarebbe dovuta confluire anche Fammi sentire bella. “Mimì, tra le altre cose, fece ascoltare a Giancarlo un nastro con inciso un giro di accordi, più che altro un’idea su cui sviluppare una canzone”, racconta la signora Gianna Albini Bigazzi, moglie del Maestro. “La composizione di Angelo Valsiglio entusiasmò solo per la parte iniziale mio marito che dopo vari tentativi creò il resto. La proverbiale interpretazione di Mia Martini suggellò il tutto”. … È tardi e dopo svariate ore di lavoro ininterrotto, di smontaggio, rimontaggio e registrazioni piano e voce, nel fumoso salone non si riesce a trovare il titolo… “Non è possibile, è la quarta volta che vi chiamo e che riscaldo la cena… prendetevi una pausa o di questo passo farete l’alba” irrompe Gianna. Suo marito, spazientito, le fa notare che manca la cosa più importante per quadrare il cerchio e Gianna, come spesso accade nella risoluzione di un problema scientifico, da agente esterno alla vicenda esordisce: “Scusate, ma il titolo è già nel testo… è Fammi sentire bella. Adesso venite in cucina che è pronto!”. Dopo un classico rimbrotto del Maestro che però esegue un’immediata verifica e l’entusiasmo di bambina di Mimì, i tre si guardano sornioni e i due artisti, finalmente soddisfatti, non possono far altro che darle ragione. Angelo Valsiglio, informato telefonicamente da Mia Martini, pur esprimendo soddisfazione per la soluzione trovata, impone la partecipazione del brano al Festival di Sanremo, pena la sua esclusione dall’album Lacrime. Mimì da artista caparbia e libertaria, con la franchezza che da sempre la caratterizza, sostiene molto piccata che non accetterà mai un tale ricatto e che a Sanremo gareggerà con Gli uomini non cambiano. Da quel giorno la registrazione con la versione definitiva rimane nel cassetto. Molti anni dopo la scomparsa di Mia Martini, la signora Caterina Caselli, tramite Gianna Bigazzi, ha la possibilità di ascoltare il brano; ne resta affascinata, decide di acquistarne i diritti e lo fa rivestire con una nuova orchestrazione diretta abilmente dal Maestro Marco Falagiani, con l’obiettivo di destinarlo a colonna sonora di un film importante. Dopo queste e altre vicissitudini, Fammi sentire bella diventerà finalmente il titolo e il leitmotiv di un docufilm di pregevole e sapiente fattura, che vuole raccontare alle vecchie e soprattutto alle nuove generazioni il percorso artistico e umano della più grande interprete d’autore di tutti i tempi. Non ci resta  che ringraziare la caparbietà delle signore Bigazzi e Caselli e ascoltare la meravigliosa e coinvolgente voce di Mia Martini che, rivolgendosi al suo amore, canta: “quando non ci sei io sto con me, rimetto in ordine la biancheria, suona il telefono, riattaccano, speravo fossi tu che a cena non ritorni quasi mai… stasera quando tornerai fammi sentire bella, bella come il mare, come era fino a ieri il nostro amore… stasera quando tornerai fammi sentire stella, al centro del tuo cielo, della tua malinconia ed allegria”.      

VinGustandoItalia, vino ed alimenti per migliorare la salute e le difese immunitarie

  Il vino nella Bibbia viene menzionato per le sue qualità disinfettanti, citandolo nella parabola del buon samaritano…  Negli ultimi anni ci sono molti progressi scientifici che hanno dimostrato i benefici per la salute del vino. I bevitori moderati hanno il 23% in meno di probabilità di sviluppare demenza, secondo i ricercatori del Centro medico dell’Università di Loyola. Il professor Edward J. Neafsey, autore della ricerca, ha dichiarato: “Il consumo di vino, se è moderato, è benefico per la salute”. Il vino è uno dei beni più antichi dell’umanità. Costituisce insieme a petrolio e cereali la cosiddetta “trilogia mediterranea”, considerata una delle combinazioni alimentari più sane, conosciuta dal Neolitico ai giorni nostri. La parola vino deriva dal latino vinum, che significa forza, vigore, si tratta di una bevanda oltre che piacevole e salutare, anche digestiva, stimolante, tonificante, … purché il suo consumo sia moderato. Plinio il Vecchio, studioso e scrittore latino del I secolo d.C., nella sua storia naturale, ironizza, anche se in modo molto appropriato, dicendo che il vino è di per sé un rimedio e nutre il sangue dell’uomo, costringe lo stomaco, intorpidisce i dolori e le preoccupazioni. Vari autori hanno riscontrato nel vino effetti terapeutici per il trattamento di anemie, raffreddori, arteriosclerosi, calcoli biliari, diabete, anoressia, diarrea, costipazione, cistite, pielite, artrite, osteoartrosi, alitosi, gozzo, ecc. Fino a non molti anni fa era usato come una droga molto efficace ed è noto che gli egiziani usavano il vino come antisettico e i persiani come germicida. Senofonte, nella sua Anabasi, racconta che Ciro ordinò alle sue truppe di trasportare nelle loro provviste il vino per mescolarlo con l’acqua di terre straniere, poiché contenevano germi ai quali l’organismo dei loro uomini non era abituato. Per molto tempo è stato utilizzato efficacemente per combattere la presenza di germi nocivi negli alimenti crudi, nel caso delle insalate. Nella Bibbia (San Luca, 10.33-34) viene menzionato per le sue qualità disinfettanti, citandolo nella parabola del buon samaritano ( Un samaritano che stava arrivando andò da lui e, vedendolo, si mosse verso la compassione; vedendo le ferite, versò olio e vino in esse ), dove l’olio viene utilizzato per evitare il contatto delle ferite con l’aria e il vino come disinfettante, grazie all’effetto prodotto dall’alcool e dai tannini in esso contenuti. Quasi tutti i cardiologi raccomandano un bicchiere di buon rosso ai loro pazienti, perché l’alcol riduce del 50% il rischio coronarico. Sebbene non vi siano ancora prove conclusive a conferma della relazione tra consumo moderato di vino e longevità, gli studi epidemiologici condotti finora hanno chiaramente dimostrato che il tasso di mortalità per malattie cardiovascolari è significativamente più basso in quei centri abitati che godono un moderato consumo di bevande alcoliche, perché i tannini trasportati dal vino rosso sono quelli che prevengono le malattie cardiache. Se da un lato c’è chi pensa che i benefici derivino dalle sostanze flavonoidi, un gruppo di composti che si trovano anche in alimenti come mele o fragole, tuttavia, non dobbiamo dimenticare che il vino ha anche acido salicilico, popolarmente noto come Aspirina, che è quella prescritta ai malati di cuore per ridurre la viscosità del sangue. A questo proposito, bisogna menzionare quello che è stato chiamato il paradosso francese. Qualche anno fa l’ Organizzazione mondiale della sanità (OMS) ha avviato il Progetto Monica , grazie al quale è stato notato che, tranne in Francia e in altri paesi del Mediterraneo, in tutti i paesi c’era una relazione tra alta mortalità cardiovascolare e alto apporto grassi animali. Questo fenomeno, noto come il paradosso francese , ovvero la bassa mortalità coronarica nonostante un elevato apporto di grassi animali con una riduzione del 40% del rischio coronarico, è stato spiegato dall’assunzione abituale di vino associata alla dieta mediterranea. e altri fattori psicosociali e socioeconomici che compongono questa dieta. È stato dimostrato che l’incidenza di infarto, una conseguenza dell’arteriosclerosi, è inferiore nei paesi che consumano bevande a basso contenuto alcolico, come il vino.  Oltre il vino, anche molti cibi hanno la capacità di rafforzare il sistema immunitario, se assunti con regolarità. Alcuni li conosciamo a memoria, come le arance, o il miele che difendono dal raffreddore. Altri, sono delle vere e proprie scoperte, come il cioccolato, i funghi o molte erbe aromatiche, veri e propri antibiotici naturali. In primis le Verdure, ottime quelle amare per le proprietà depurative. Via  libera a radicchio, cicoria, tarassaco, catalogna (sia cotte che crude). Perfette quelle di colore arancione o rosso (carote, zucca, barbabietole) ricche di betacarotene – serve ad aumentare il numero delle cellule che combattono le infezioni e contribuisce all’eliminazione dei radicali liberi. Importantissimi anche cavoli e cavolfiore per la loro azione anticancro. Utili anche pomodori e peperoni per la vitamina C e i polifenoli, meglio se assunti crudi, in insalata. Poi Aglio e cipolla: l’aglio contiene zolfo, che inibisce la crescita batterica e mantinene pulito l’intestino. Inoltre l’allicina e il solfuro, stimolano la moltiplicazione delle cellule che servono a combattere le infezioni. L’allicina ha spiccati effetti antibiotici, antimicrobici e antifungini. Chi assume aglio con regolarità, soffre del 46% in meno di raffreddori stagionali e guarisce più velocemente dalle infreddature. Come non citare il Miele: ottimo alleato per la salute. Contiene sostanze con una elevata azione battericida e agisce come un antibiotico naturale. Con l’arrivo dei primi freddi un cucchiaino di miele la mattina, sciolto nel latte, nel tè o nel caffè o spalmato sul pane, aiuta a disinfettare le prime vie respiratorie, prevenendo e contrastando tosse, raffreddore e mal di gola. Non tutti sanno che Il cioccolato fondente non dovrebbe mai mancare nelle nostre diete, poiché è in grado di potenziare un gruppo di linfociti, capaci di migliorare l’adattamento delle nostre difese al mutare delle infezioni. Anche i Funghi perche contengono betaglucani, carboidrati complessi che migliorano l’attività del sistema immunitario contro le infezioni e contro il cancro. I funghi sono ricchi di selenio – che aiuta i globuli bianchi a produrre le citochine (molecole proteiche) – e di beta-glucano, un immunostimolante che attiva i globuli bianchi, responsabili della difesa contro le infezioni. Se poi abbiniamo anche un po di attività fisica il nostro corpo e la nostra mente ci ringrazieranno.

La storia e e le antiche rappresentazioni del Carnevale a Somma Vesuviana

Domenica 23 febbraio a partire dalle ore 16:00 ritorna a Somma Vesuviana il Carnevale al Borgo Casamale con la consueta sfilata di carri allegorici per il paese. Tante rappresentazioni tra cui Zeza, i 12 Mesi e la Morte di Carnevale. Un tempo a Somma Vesuviana il martedì grasso era caratterizzato, in serata, da una corteo funebre di un carrettino a forma di bara con all’interno un fantoccio, normalmente di paglia, simboleggiante Carnevale morto. Ogni tanto, nel silenzio più assoluto, si levava una litania a più voci dei partecipanti in maschera. La rappresentazione veniva preparata con meticolosità nei quartieri del paese e, dopo una abbondante mangiata di lasagne senza forchetta, veniva svolta in corteo per la città. Tutte le maschere avevano delle mete ben precise: si recavano presso famiglie prescelte – che aprivano solo se riconoscevano qualche mascherato – a mangiare sanguinaccio, migliaccio e a bere qualche buon bicchiere di vino. A Rione Trieste, ad esempio, la morte di Carnevale veniva esaltata da una lenta litania ed era rappresentata dal carretto col morto, da un prete, da una sposa e quattro prefiche. Alla masseria Muletto, invece, si rappresentava la “Zeza” col pisciavinnolo e ‘o cauraro, Vincenzella, zi ron Nicola, Peppe e ‘o Pullecenella. Al Pigno, altra zona di Somma, il Carnevale era di paglia ed era trasportato dalla località Piazzolla di Nola su una carriola, illuminata da quattro candele nei rispettivi lati. Il lamento funebre intonato era il seguente: Carnevale mio, si sapev ca tu muriv, t’accereve n’ata vallina!  Ma in tutti funerali l’espressione più frequente era la seguente: Carnevà pecchè si muorto / t’hé mangaiat’ ‘o sangu’ ‘e puorco/ gioia mò muore! I balli e i canti duravano fino al mattino. Al Casamale le ragazze, intanto, preparavano profumati migliacci: era ed è il dolce caratteristico della ricorrenza, e lo infornavano nel forno della panificazione. Il pranzo aveva le sue precipue caratteristiche. Il ruoto di lasagne con ricotta, polpette e salsa era d’obbligo. L’utilizzo degli ingredienti, in particolare, nascondeva diversi significati. Per prima cosa – come afferma lo studioso Angelo Di Mauro –  si nota la commistione d’elementi – carne, latte, pomodori, farina – che ripete, in un certo senso, la confusione e il disordine del periodo. La ricotta, che ritroviamo anche nel migliaccio, è un prodotto, come per le uova, che annunzia l’inizio della rinascita vegetale e animale. La carne, normalmente, è tritata e non è quindi, metaforicamente, soggetta a resurrezione. Carnevale, infatti, non risorge. Il migliaccio è un dolce di semola, che contrariamente alla pastiera pasquale ha i semi completamente macinati. A Pasqua, invece, il grano è messo a mollo come a germogliare. Per quanto riguarda il sanguinaccio, diciamo subito che si presentava una volta come una crema scura, fatta con sangue di maiale, cioccolata, latte e farina e, spesso, frutta candita e pinoli. Oggi le norme igieniche hanno accentuato la scomparsa di questa ricetta.  Una volta le maschere più frequenti erano di Pulcinella, Arlecchino, il prete, il vescovo, il vecchio e molte Zeze, donne pettorute, il moschettiere nero, il corsaro e così via. Oltre il nero i colori più usati erano il bianco e il rosso. Per quanto riguarda la rappresentazione dei Dodici Mesi, bisogna evidenziare che l’ultima rappresentazione a Somma Vesuviana, prima di qualche edizione contemporanea, risale a parecchi anni prima della seconda guerra mondiale. Essa si svolgeva partendo dalle masserie a nord del paese e arrivava al centro della città, spesso sotto i balconi di una fidanzata di qualcuno del gruppo. Un’altra, invece, partiva da Rione Trieste e girava per le strade del rione e tra i cortili, questuando, recitando e banchettando. Quest’ultima fu riproposta nel 1986. I testi furono raccolti dalla tradizione orale contadina delle masserie Allocca e Muletto. Furono predisposti sei carri, non disponendo all’epoca di dodici cavalli; a coppia i Mesi vi montarono su e scendendo dal Casamale per via San Pietro, via Roma, via Gramsci si fermarono in piazza Vittorio Emanuele III a sciorinare lazzi e versi. I vestiti furono lasciati all’inventiva dei giovani.  Pulcinella precedeva tutti a piedi, suonando in compagnia tamorre e putipù. Marcusalemme (Matusalemme) era vestito con un gran mantello e barba bianca e fluente. Poi seguivano i Dodici Mesi. Settembre, ad esempio, era vestito da contadino, marzo portava due ombrelli, uno nero per la pioggia e uno a fiori per i tempi belli. Gennaio, invece, era con il mantello nero infiocchettato di neve e scarponi. Febbraio aveva in mano un bottazzello, con gilè e scarpe da pecorai; all’epoca era magistralmente interpretato da Michele Febbraro alias ‘e Zeza. Insomma, come affermava il folklorista Paolo Toschi (1893 – 1974), il Carnevale aveva l’obbligo di esaltare il corpo, il riso e la gozzoviglia (in contrapposizione alla quaresima)…un momento di allentamento dei vincoli di una rigida morale e di sfogo ad un represso scuro fondo di istinti e di passioni.

“Le chiacchiere di Carnevale”:le creò Raffaele Esposito, l’inventore della “pizza margherita”. Sarà vero?

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Qualche documento dice  un’altra verità, e per la “pizza margherita”, e per le “chiacchiere”, dolce diffuso in tutte le regioni italiane, con nomi che variano da una regione all’altra.  I “frictilia” romani.  Negli ultimi anni del regno borbonico i più famosi caffè di Napoli, e tra questi  il “caffè Europa” e il “Testa d’oro”, aprono le vetrine ai dolci pugliesi, calabresi e siciliani e a biscotti che sembrano gli antenati delle ”chiacchiere”.   Gr 400 di farina, 3 uova, gr. 50 di burro, gr. 70 di zucchero, gr. 5 di lievito per dolci, 3 cucchiai di limoncello, buccia grattugiata di mezzo limone, olio di semi di arachide per friggere, zucchero a velo Su una spianatoia di legno costruisci una “montagna” di farina passata al setaccio. Al centro,nel buco, metti le uova, lo zucchero, il lievito per dolci, il limoncello, la buccia grattugiata del limone e il burro, e poi amalgama accuratamente tutti gli ingredienti, finché l’impasto non risulta compatto, ma morbido Trascorso il tempo di riposo, dividi il panetto in quattro parti. Comincia a lavorare una porzione alla volta stendendo l’impasto fino a raggiungere i 2 mm di spessore. Se ti è difficile stendere la pasta a mano con il matterello, puoi utilizzare uno stendi pasta. Dopo aver tirato l’impasto, utilizza la rotella tagliapasta nel senso orizzontale per creare dei rettangolini. Incidi al centro di ogni rettangolo con la rotellina creando un taglio interno. Metti a scaldare l’olio in una padella dai bordi alti e cuoci le chiacchiere. L’olio per friggere le chiacchiere di carnevale napoletane non deve mai superare i 180°C. Fai attenzione, perché essendo i “nastri” sottili, la cottura avviene in poco tempo.. Quando le chiacchiere saranno cotte, adagiale su un vassoio coperto di carta assorbente ( dal blog: giallo zafferano, la ricetta di Vale).   Raccontano che Raffaele Esposito, pizzaiolo e pasticciere geniale, chef della pizzeria “Pietro e basta così”, che poi divenne “Pizzeria Brandi”,  alla regina Margherita dedicò la pizza con mozzarella e pomodoro e che, quando la regina gli chiese dei dolci da consumare nei pomeriggi riservati agli incontri con le amiche, egli “inventò” le “chiacchiere”, che la regina gradì: ma credo che il nome non le sia piaciuto: le “chiacchiere” non si addicono a una regina, nemmeno quando parla con le amiche. Ma forse il racconto sa un po’ di chiacchiera. Già in un articolo del 1866 Emanuele Rocco scrive che “sulle pizze coperte di formaggio grattugiato, condite con lo strutto” e ornate con foglie di basilico qualche pizzaiolo “aggiunge sottili fette di mozzarella. Talora si fa uso di prosciutto affettato, di pomidoro, di arselle”. Forse Raffaele Esposito ebbe solo l’idea di dedicare alla regina una pizza che con i suoi ingredienti ricordava i colori della bandiera italiana. Ancora più confusa è la storia delle “chiacchiere”, e non poteva essere altrimenti. Tutto nasce dai “frictilia”, dolci di pasta fritta nello strutto e coperta di miele che i Romani consumavano in quasi tutte le feste, anche nei “Saturnalia”, il loro “Carnevale”. I “nastri” che noi chiamiamo “chiacchiere” e altri chiamano “cenci”, “frappe” e “bugie” sono diffusi, da secoli, in tutta la cucina popolare italiana, e quasi certamente ad essi si riferisce uno degli autori di una “strenna”napoletana  del 1838 quando parla delle “liste di farina fritta” coperte di “gelato di pistacchio”: e anche i “biscotti alla Provenzale” citati da Ippolito Cavalcanti potrebbero essere qualcosa di simile alle “chiacchiere”. Sotto gli ultimi Borbone alcuni “caffè” aprirono le loro vetrine ai dolci più noti delle regioni del Regno, anche per accontentare i clienti che da tutto il Sud venivano a Napoli, spinti  dalle ragioni dell’economia, della politica, della cultura. Gli aristocratici – napoletani, regnicoli, stranieri- gli ufficiali dell’esercito, gli intellettuali e i “patiti” del San Carlo, si radunavano, ad ora tarda, nelle sale del “caffè Europa”, al “Largo del Palazzo”, cenavano e nella carta dei “desserts” trovavano anche torte e biscotti alle mandorle, biscotti, gelati e creme al pistacchio, i mostaccioli e i “ginetti”, biscotti calabresi e siculi ricoperti di confettini, da cui derivano gli “anginetti” cilentani, che però hanno forma a spirale. I Calabresi e i Siciliani frequentavano il “caffè Testa d’oro” a Toledo, che fu a lungo gestito da una famiglia palermitana. Poco lontano, nel palazzo Berio, lo Spiller aprì, a metà del 1858, la prima pasticceria svizzera, che cercò di modificare radicalmente l’arte napoletana del dolce. Ma Pintauro resistette gloriosamente. E trionfò.    

Pomigliano, la polizia locale arresta pluripregiudicati ladri d’auto e scassinatori tra gli applausi dei cittadini

Il colonnello Luigi Maiello, comandante della Polizia Locale di Pomigliano d’Arco
Il comandante Luigi Maiello: «Il controllo del territorio sta funzionando e il plauso va anche a chi ha segnalato, per raggiungere gli obiettivi occorre collaborare, tessere una grande rete per la sicurezza partecipata».   Giuseppe G. (28 anni) e Umberto L. (43 anni), pluripregiudicati, sono stati colti sul fatto mentre scassinavano un’auto e arrestati. Sono loro i ladri che nelle notti pomiglianesi forzavano e razziavano le automobili in sosta, magari dinanzi ai locali della movida. A segnalarli, con un messaggio inviato al comandante della polizia locale Maiello, il gestore di un’attività commerciale. I due erano in via I. Rabin, uno forzava le portiere con un grosso cacciavite, l’altro fungeva da «palo».  Raccolta la segnalazione nell’immediato – erano circa l’una ma da ormai settimane la polizia locale di Pomigliano pattuglia la città palmo a palmo in ciascuna notte dei weekend –  un’auto con agenti in borghese è giunta sul posto cogliendo sul fatto i ladri e sequestrando refurtiva e materiale da scasso. Cacciaviti, pinze a forbice, utilizzati evidentemente per scassinare auto o appartamenti, oltre ad una cospicua refurtiva. Il colonnello Maiello e gli agenti di Polizia locale li stavano tracciando da giorni grazie al sistema di videosorveglianza, anche prima della segnalazione che ha permesso di coglierli in flagrante e probabilmente riusciranno a far luce anche su furti precedenti.   Giorni e giorni nelle auto civetta, in collaborazione con i commercianti della movida e con tutti coloro che lavorano per il benessere e la sicurezza del territorio. «L’arresto è stato eseguito dal maresciallo Lucia Esposito – dice il comandante Maiello che era personalmente di pattuglia insieme alla collega e al maresciallo Tranchese – ed è uno dei tanti risultati di questo esperimento che sta funzionando soprattutto grazie alla rete, e al continuo e costante contatto con cittadini ed esercenti via whatsapp».  Al momento dell’arresto numerose persone presenti hanno applaudito. Il giudice del tribunale di Nola ha convalidato gli arresti e applicato misure cautelari.  

Coronavirus, la proposta del sindaco di Ottaviano: “Verificare chi è venuto dalla Cina in Campania”

“Un tavolo tecnico con tutti i direttori generali e sanitari delle Asl, il comitato ristretto dei sindaci Asl, i responsabili degli aeroporti e il questore per verificare chi è arrivato in Campania dalla Cina negli ultimi 40 giorni, compresi quelli che sono passati da altri scali europei e internazionali”. È la proposta del sindaco di Ottaviano, Luca Capasso, che ha scritto al presidente della Regione Campania, Vincenzo De Luca per invitarlo ad assumere ulteriori iniziative sull’infezione da coronavirus che preoccupa l’intero Paese.

Spiega Capasso: “In Campania abbiamo avuti diversi casi sospetti. Siamo una regione che ha continui contatti commerciali con la Cina: la nostra attenzione, senza allarmismi, deve essere alta. E allora chiedo al Governatore di mettere in campo tutte le energie per individuare, per quanto possibile, chi è arrivato in Campania dalla Cina negli ultimi 40 giorni. Non si tratta di schedarli, né tantomeno di discriminarli: si tratta di dare certezze e sicurezza alla gente. Senza panico, ma con determinazione, affrontiamo il problema e preveniamo ogni eventuale emergenza”.

Sant’Anastasia, Gpn vs Comune, udienza in tribunale martedì 10 marzo

Il viceprefetto Stefania Rodà, commissario straordinario che ha sostituito Gaetano Cupello, ha adottato una delibera per costituirsi in giudizio nel procedimento proposto dalla Gpn, la ditta di igiene urbana che fino a poche settimane fa era aggiudicataria dell’appalto a Sant’Anastasia.   La Gpn, con atto di citazione notificato il 21 novembre 2019, contestava gli atti con i quali il funzionario Luigi Pappadia, allora responsabile del servizio ambiente, aveva applicato una sanzione pecuniaria per il mancato raggiungimento della percentuale di raccolta differenziata per l’anno 2018. L’intento della chiamata in giudizio del Comune da parte della Gpn è quello di ottenere l’annullamento o la revoca di quella penale ammontante a centinaia di migliaia di euro.  Il commissario, visti gli atti, ha ritenuto opportuno che il Comune di Sant’Anastasia si costituisca in giudizio «atteso che non emerge in maniera palese la fondatezza della pretesa di controparte e non ricorrono i presupposti per una definizione transattiva della vertenza», dando incarico all’avvocato dell’ente, Antonietta Colantuoni, con ampio mandato e facoltà di chiamare in causa terzi.    

Nola, Centro studi su Giordano Bruno: interviene la fondazione Hyria Novla.

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Il presidente Felice Scotti: “Nola capitale del pensiero bruniano”
Un centro studi su Giordano Bruno per dare l’opportunità non solo ai giovani, ma anche ai tanti studiosi ed appassionati, di avere  materiale a disposizione per meglio conoscere ed approfondire il pensiero di uno degli uomini più complessi e discussi del mondo.
A rilanciare la proposta all’amministrazione comunale di Nola è la fondazione Hyria Novla presieduta dall’avvocato Felice Scotti all’indomani delle celebrazioni promosse dal comune per l’anniversario della morte del filosofo in sinergia con l’associazione nolana guidata da Paolino Fusco.
“È necessaria un’azione culturale forte – spiega il presidente Scotti – L’istituzione di un centro bruniano rappresenterebbe per Nola una grande opportunità. Penso a tutti quei giovani che, per motivi di studio, raggiungerebbero questi luoghi apprezzandone la bellezza e facendosi ambasciatori del patrimonio nolano. Penso al prestigio di carattere anche scientifico che porterebbe un’iniziativa del genere con l’arrivo a Nola di professionisti accademici. Un discorso che come fondazione abbiamo avviato già lo scorso anno con il commissario prefettizio e che, ci auguriamo, possa essere ripreso dall’attuale amministrazione. Tra poche settimane – conclude Scotti – ci sarà il certame bruniano con la partecipazione di centinaia di ragazzi da tutta Italia a cui la fondazione ha sempre dato il proprio sostegno. Auspichiamo di intraprendere un discorso ben più articolato per portare Nola a diventare capitale del pensiero bruniano”.