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La storia e e le antiche rappresentazioni del Carnevale a Somma Vesuviana

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Domenica 23 febbraio a partire dalle ore 16:00 ritorna a Somma Vesuviana il Carnevale al Borgo Casamale con la consueta sfilata di carri allegorici per il paese. Tante rappresentazioni tra cui Zeza, i 12 Mesi e la Morte di Carnevale.

Un tempo a Somma Vesuviana il martedì grasso era caratterizzato, in serata, da una corteo funebre di un carrettino a forma di bara con all’interno un fantoccio, normalmente di paglia, simboleggiante Carnevale morto. Ogni tanto, nel silenzio più assoluto, si levava una litania a più voci dei partecipanti in maschera. La rappresentazione veniva preparata con meticolosità nei quartieri del paese e, dopo una abbondante mangiata di lasagne senza forchetta, veniva svolta in corteo per la città. Tutte le maschere avevano delle mete ben precise: si recavano presso famiglie prescelte – che aprivano solo se riconoscevano qualche mascherato – a mangiare sanguinaccio, migliaccio e a bere qualche buon bicchiere di vino.

A Rione Trieste, ad esempio, la morte di Carnevale veniva esaltata da una lenta litania ed era rappresentata dal carretto col morto, da un prete, da una sposa e quattro prefiche. Alla masseria Muletto, invece, si rappresentava la “Zeza” col pisciavinnolo e ‘o cauraro, Vincenzella, zi ron Nicola, Peppe e ‘o Pullecenella.

Al Pigno, altra zona di Somma, il Carnevale era di paglia ed era trasportato dalla località Piazzolla di Nola su una carriola, illuminata da quattro candele nei rispettivi lati. Il lamento funebre intonato era il seguente: Carnevale mio, si sapev ca tu muriv, t’accereve n’ata vallina!  Ma in tutti funerali l’espressione più frequente era la seguente: Carnevà pecchè si muorto / t’hé mangaiat’ ‘o sangu’ ‘e puorco/ gioia mò muore! I balli e i canti duravano fino al mattino.

Al Casamale le ragazze, intanto, preparavano profumati migliacci: era ed è il dolce caratteristico della ricorrenza, e lo infornavano nel forno della panificazione. Il pranzo aveva le sue precipue caratteristiche. Il ruoto di lasagne con ricotta, polpette e salsa era d’obbligo. L’utilizzo degli ingredienti, in particolare, nascondeva diversi significati. Per prima cosa – come afferma lo studioso Angelo Di Mauro –  si nota la commistione d’elementi – carne, latte, pomodori, farina – che ripete, in un certo senso, la confusione e il disordine del periodo. La ricotta, che ritroviamo anche nel migliaccio, è un prodotto, come per le uova, che annunzia l’inizio della rinascita vegetale e animale. La carne, normalmente, è tritata e non è quindi, metaforicamente, soggetta a resurrezione. Carnevale, infatti, non risorge. Il migliaccio è un dolce di semola, che contrariamente alla pastiera pasquale ha i semi completamente macinati. A Pasqua, invece, il grano è messo a mollo come a germogliare. Per quanto riguarda il sanguinaccio, diciamo subito che si presentava una volta come una crema scura, fatta con sangue di maiale, cioccolata, latte e farina e, spesso, frutta candita e pinoli. Oggi le norme igieniche hanno accentuato la scomparsa di questa ricetta.  Una volta le maschere più frequenti erano di Pulcinella, Arlecchino, il prete, il vescovo, il vecchio e molte Zeze, donne pettorute, il moschettiere nero, il corsaro e così via. Oltre il nero i colori più usati erano il bianco e il rosso.

Per quanto riguarda la rappresentazione dei Dodici Mesi, bisogna evidenziare che l’ultima rappresentazione a Somma Vesuviana, prima di qualche edizione contemporanea, risale a parecchi anni prima della seconda guerra mondiale. Essa si svolgeva partendo dalle masserie a nord del paese e arrivava al centro della città, spesso sotto i balconi di una fidanzata di qualcuno del gruppo. Un’altra, invece, partiva da Rione Trieste e girava per le strade del rione e tra i cortili, questuando, recitando e banchettando. Quest’ultima fu riproposta nel 1986. I testi furono raccolti dalla tradizione orale contadina delle masserie Allocca e Muletto. Furono predisposti sei carri, non disponendo all’epoca di dodici cavalli; a coppia i Mesi vi montarono su e scendendo dal Casamale per via San Pietro, via Roma, via Gramsci si fermarono in piazza Vittorio Emanuele III a sciorinare lazzi e versi. I vestiti furono lasciati all’inventiva dei giovani.  Pulcinella precedeva tutti a piedi, suonando in compagnia tamorre e putipù. Marcusalemme (Matusalemme) era vestito con un gran mantello e barba bianca e fluente. Poi seguivano i Dodici Mesi. Settembre, ad esempio, era vestito da contadino, marzo portava due ombrelli, uno nero per la pioggia e uno a fiori per i tempi belli. Gennaio, invece, era con il mantello nero infiocchettato di neve e scarponi. Febbraio aveva in mano un bottazzello, con gilè e scarpe da pecorai; all’epoca era magistralmente interpretato da Michele Febbraro alias ‘e Zeza. Insomma, come affermava il folklorista Paolo Toschi (1893 – 1974), il Carnevale aveva l’obbligo di esaltare il corpo, il riso e la gozzoviglia (in contrapposizione alla quaresima)…un momento di allentamento dei vincoli di una rigida morale e di sfogo ad un represso scuro fondo di istinti e di passioni.