Su tutte le porte di Napoli prostrata dalla peste del 1656 Mattia Preti dipinse l’Immacolata e i Santi Protettori della città

Mattia Preti a Napoli, nel 1656, e l’inesatto racconto del De Dominici, che per fortuna descrisse temi e struttura dei dipinti, tutti cancellati dal tempo e da errori di restauro: solo l’affresco della Porta di San Gennaro potrebbe essere recuperato. I lavori dovevano iniziare a febbraio. I documenti pubblicati da Bartolomeo Capasso. I bozzetti conservati al Museo di Capodimonte e le ipotesi formulate da Raffaello Causa.   Narra Bernardo De Dominici che, sul finire del 1656, Mattia Preti fuggì da Roma a Napoli, per sottrarsi ai rigori della legge, avendo ferito un pittore che aveva espresso un giudizio sprezzante sulle opere che il Preti aveva realizzato in Sant’ Andrea della Valle. Ma a Napoli il pittore fece anche di peggio. L’ingresso nella città, che lentamente si stava liberando dalla terribile peste, era severamente proibito ai forestieri: e Mattia Preti uccise una guardia che voleva far rispettare la legge e impedirgli di entrare. Il pittore venne arrestato: e per sfuggire alla sicura condanna alla pena capitale promise che avrebbe decorato gratis le porte della città di Napoli. Questo è il racconto del De Dominici, che almeno su un punto – ed è un punto di fondamentale importanza – viene smentito dai documenti. Infatti nel 1878 Bartolomeo Capasso pubblicò nell’ “Archivio storico delle province napoletane” l’atto del pagamento – l’ultima rata dell’ “ingaggio”-  che nell’aprile del 1659 gli Eletti di Napoli fecero al pittore, e cioè “ducati 1500 e una libbra di oltremarino”, che era il costosissimo colore azzurro. L’incarico di “affrescare” le Porte era stato dato al pittore il 27 settembre 1656: gli si faceva obbligo di rappresentare su ogni Porta la Madonna con il Bambino e i Santi Protettori della città e di sottoporre all’approvazione degli Eletti i disegni preparatori. Cause naturali e restauri spesso dannosi, come quelli effettuati nella seconda metà dell’Ottocento,  hanno fatto sì che gli affreschi si perdessero completamente. Nel Museo di Capodimonte si conservano due bozzetti: uno di essi, di cui pubblichiamo l’immagine, è stato collegato da Raffaello Causa all’affresco sulla porta dello Spirito Santo, poiché corrisponde sostanzialmente alla descrizione che ne fa il De Dominici: al centro in alto sta la Beata Vergine, ai Suoi lati San Gennaro e altri Santi protettori chiedono a Dio misericordia; ai piedi della Vergine l’angelo ripone la spada nel fodero, come per annunciare  che Dio ha perdonato le colpe degli uomini ponendo fine all’incubo della peste. I cui “segni” sono raffigurati nella parte inferiore dell’opera: i cadaveri degli appestati, una donna morta, il figlio accasciato sul suo seno, un uomo nudo che trascina un corpo senza vita. Si può notare che uno dei due monatti di destra si copre naso e bocca con un panno annodato sulla nuca. Gli studiosi hanno notato che il gruppo della madre morente e del figlio steso sul suo corpo venne poi ripetuto dal Preti in un quadro dell’Immacolata, realizzato per una chiesa di Malta. L’Immacolata venne dipinta su tutte le Porte della città. A Porta Capuana San Gennaro, Sant’Agnello Abate, San Michele Arcangelo e San Rocco la imploravano di placare l’ira del Signore; sulla Porta di Costantinopoli la Vergine appariva a San Gennaro e a San Gaetano, mentre sulla Porta Nolana erano San Francesco Saverio e Santa Rosalia che, con San Gennaro, indicavano alla Madre di Cristo le vittime della peste, e tra queste i cadaveri di una donna e di un bambino, il cui corpo, devastato dalle piaghe, veniva sbranato da un cane. Le scene più terribili Mattia Preti le dipinse sulla Porta del Carmine, perché in quel quartiere c’era stato il numero più alto di morti.Invece sulla Porta di Chiaia San Gennaro, San Gaetano e San Francesco ringraziavano l’Immacolata perché la peste era finita. Un mese fa dovevano iniziare i lavori di restauro dell’affresco sulla Porta di San Gennaro, già sottoposto, con la struttura, a un intervento di recupero che venne realizzato nel 1997.  In questo affresco, racconta De Dominici, il pittore rappresentò la peste “in un gran figurone di donna nuda tutta impiagata con cenci in testa, seduta sopra alcuni scalini, la qual si morde con rabbiosi denti le mani”, perché l’Immacolata, prestando ascolto alle preghiere di San Gennaro e di S. Francesco Saverio, e avendo pietà di Napoli, devastata dal “mostro”, l’ha finalmente cacciata dalla città.

Sant’Anastasia, mentre c’è chi si autorizza da sé per celebrare riti religiosi, in città c’è il terzo caso di Covid -19

Terzo positivo a Sant’Anastasia, si tratta di un sessantenne ora ricoverato all’ospedale di Nola. Per la famiglia sono state già avviate le procedure di quarantena obbligatoria. Intanto stamane, nella chiesa francescana di Sant’Antonio, i carabinieri sono intervenuti per bloccare la funzione religiosa che un sacerdote stava celebrando per poche persone, violando i decreti della presidenza del consiglio dei ministri e della regione Campania.

Il Punto di Vista di Francesca Allocca su…la sicurezza ai tempi del Coronavirus

Oggi, in tempo di emergenza sanitaria mondiale, la sicurezza in Italia passa per i dpcm che con pazienza l’avvocato Vittorio de Filippo ci ha riportato. Oggi, più che mai il normale svolgimento delle attività quotidiane ( quelle non soggette alle restrizione del dpcm) passa attraverso l’ordine pubblico, la sicurezza dei luoghi di interesse comune, la lotta al degrado degli stessi come giustamente ci invita a riflettere il collega Giuseppe Auriemma. Oggi, più che mai la sicurezza passa anche attraverso la consistenza del nostro sistema sanitario.  Penso alla sicurezza degli utenti, degli operatori, dei luoghi e dei percorsi della salute. Da sanitario dico che in questo ambito la pianificazione a lungo termine è fondamentale ed osservo che purtroppo questo governo continua a non farlo. In Italia ci sono professionisti di altro profilo, pronti ad offrire la loro opera intellettuale ed umana, ma manca in sostanza un sistema articolato che li sorregga, li faccia lavorare in condizioni normali e che fornisca prospettive future ai pazienti in termini di gestione nel tempo delle patologie. Per fare fronte a questa falla, soprattutto chi lavora in prima linea negli ospedali deve operare allo stremo delle forze fisiche e mentali al fine di “coprire” turni impossibili, svolgere ore di servizio straordinario non pagato e troppo spesso mansioni che non gli competono. Ed ora, in piena emergenza sanitaria mondiale, il problema è amplificato; ora, più che mai, bisogno iniziare a strutturare percorsi e prospettive di sicurezza futura. Eppure il governo mette in trincea 20 mila giovani sanitari con contratti precari. Il decreto legge del 09.03.2020, n. 14 chiude la porta alle stabilizzazioni, non guarda al futuro, non pianifica, non apre prospettive, non organizza percorsi futuri per la gestione dei possibili strascichi della epidemia. Sostanzialmente è il metodo del “mettiamoci un pezza”, la logica è “copriamo il buco “ poi si pensa…. Nel decreto son previste solo assunzioni precarie con il rischio ovvio che gli avvisi pubblici negli ospedali vadano disertati.  Neanche la possibilità di stabilizzazione (ipotesi per assurdo!) è stata considerata!!! Vi è poi come canale prioritario per assorbire piu’ personale sanitario la possibilità di ricorrere a contratti di lavoro di 6 mesi, anche co.co.co., prorogabili in relazione al persistere dello stato di emergenza….per la serie contratti “usa e getta”. Sostanzialmente si “buttano” sul campo di battaglia questi giovani medici appena laureati (dunque evidentemente non abbastanza pronti) senza strumenti di difesa materiale adeguati (perché poi c’è tutto il capitolo della non sicurezza degli operatori, vista l’assenza di adeguata forniture di presidi di protezione individuale), senza la giusta preparazione (non avendo passate esperienza sul campo) sapendo bene che essi rischiano la loro stessa vita e non gli si offre nemmeno la prospettiva di un contratto che da precario potrebbe diventare stabile. A tale proposito ricordo che ad oggi sono gia’ troppi i sanitari uccisi dal coronavirus contratto sul campo di battaglia! Non posso non pensare alle famiglie di questi giovani colleghi! Penso per esempio ai figli di quel collega caduto nella guerra del coronavirus di cui lo stato non si fa carico e per cui lo stato non prospetta sicurezza. Eppure lo stesso governo che non offre lunghe vedute ai propri soldati in trincea,  uno sguardo al futuro ce l’ha…….quello sul futuro della agenzia delle entrate! Si, perchè in un decreto successivo c’è un “lungimirante” prolungamento dei tempi di accertamento fiscale per le cartelle esattoriali del 2015 ormai in prescrizione. Sostanzialmente,  se grazie al valore dei sanitari italiani e nonostante la non programmazione del governo,  dovessimo superare questo momento di emergenza, la persecuzione fiscale sarà la grande certezza delle nostre precarie vite nel prossimo futuro!

Madonna dell’Arco, cancellato il Lunedì in Albis. Padre Alessio: “Sarà un pellegrinaggio dell’anima”

Padre Alessio Romano, Rettore del Santuario di Madonna dell’Arco
Sarebbe stato il 569esimo pellegrinaggio alla Madonna dell’Arco. Sarebbero arrivati in oltre quattrocentomila, i «fujenti». Da ogni parte della Campania ed oltre. Le porte del Santuario si sarebbero aperte alle tre del mattino e in chiesa sarebbero iniziate le preghiere, le invocazioni, i ringraziamenti alla Vergine. Sarebbero state, come da tanti e tanti lustri, ore infinite di passione, fede, folklore. Fuori e dentro il Santuario. Invece no. La vita di tutti è cambiata in poche settimane. Un assembramento anche minimo di persone potrebbe avere conseguenze gravi in termini di diffusione del contagio da Covid – 19. Il coronavirus. «Corona» per la sua forma, per l’appartenenza a quella famiglia di virus che si chiama così. Non c’è modo di contrapporle la corona della Mamma dell’Arco, quella venerata e non temuta. Non c’è maniera, né soluzione. Dopo 569 anni, il pellegrinaggio non si farà. I fujenti o battenti, che dir si voglia, non indosseranno la loro tenuta bianca, con la fascia azzurra a rammentare i colori di Maria. Non strisceranno fino all’altare, non canteranno, non si fermeranno con i loro toselli, lavoro di un anno intero, fuori dalle porte bronzee. Non sverranno, non ci saranno deliqui né soccorsi. Non è pensabile, non è possibile. Padre Alessio Romano, rettore del Santuario, ha condiviso le sue preoccupazioni con il commissario prefettizio del comune di Sant’Anastasia, Stefania Rodà. La decisione è stata epocale, drastica, perentoria. Non sarebbe bastata un’ordinanza, non sarebbe stato sufficiente un avviso per i fedeli della Mamma dell’Arco. Forse non sarebbero arrivati in quattrocentomila, ma centinaia di loro già da settimane scrivono nella posta privata della pagina social del Santuario, chiedendo ragguagli. Sarebbero giunti comunque, numerosi, magari per chiedere alla Madonna di fermare la pandemia che sta affliggendo il mondo intero. Per un miracolo, per una grazia. Stavolta, i domenicani hanno dovuto con la tristezza nel cuore condividere una misura tassativa: il Santuario resterà chiuso da mercoledì 1 aprile fino a lunedì 20 dello stesso mese, in accordo con le autorità religiose, civili e militari competenti. Banditi i riti pasquali con i fedeli, vietato il pellegrinaggio. Non si poteva trasformare un momento di preghiera in un letale veicolo di infezione pubblica dalla portata apocalittica. «Invito a vivere questa decisione come un pellegrinaggio dell’anima – dice padre Alessio Romano – un sacrificio grande per una grazia importante, un momento di tristezza per una gioia duratura, tutto per una grazia importante: la salute dei fratelli. Chiedo di vivere questo tempo, il Lunedì in Albis in particolare, in spirito di vicinanza e preghiera. La devozione alla Madonna non si misura, del resto, con il pellegrinaggio di quel giorno. Ci sarà tempo, torneremo alla nostra vita quotidiana e ciascuno potrà venire a ringraziare Maria anche per aver superato questa dura prova». Il priore salentino che da oltre quindici giorni allieta almeno i cuori degli anastasiani con appuntamenti fissi in streaming, dice Messa, manda in diretta il Rosario, fa suonare le campane e dagli altoparlanti della chiesa diffonde il Magnificat o l’Ave Maria, chiede di vivere la Pasqua e il Lunedì dell’Angelo nelle proprie case, in preghiera. Quella notte però, tra la domenica di resurrezione e il lunedì di Pasquetta, ci sarà una diretta sulla pagina social del Santuario. Il Lunedì sarà virtuale. «Ci sentiremo vicini – promette padre Alessio – e insieme faremo sentire a Maria la nostra voce». La benedizione del priore va in questo momento a tutti i fedeli e ad uno in particolare si rivolge: il presidente Vincenzo De Luca. Ha scritto al governatore, padre Alessio, per chiedere supporto affinché, nonostante la decisione già presa, non ci siano disordini o situazioni di pericolo in prossimità del Santuario o, in ogni caso, a Madonna dell’Arco. «Sono certo ci ascolterà e la Madonna possa benedirlo per l’impegno che sta mettendo nel salvare la Campania». I padri domenicani stanno facendo intanto la loro parte. Il convento di Madonna dell’Arco ha donato, con bonifico disposto il 18 marzo scorso, una discreta somma di denaro all’Asl Napoli 3 Sud affinché sia utilizzata per l’emergenza coronavirus. Non ne vuole parlare, padre Alessio, social come mai priore è stato prima, ha deciso tuttavia di non pubblicizzare l’iniziativa, né rivelare la somma donata. «Giusto così – commenta – pensiamo soltanto a pregare, adesso, restiamo nelle nostre case e, chi può, doni il sangue».    

… E incominciavo a volare nel cielo infinito

In questi giorni tremendi, caratterizzati da una durissima prova psicofisica senza precedenti per tutti noi, per non perdere la speranza e per distrarsi un po’, vi voglio raccontare di un’artista straordinario, dalla straripante carica vitale e di questo particolare episodio della sua carriera che ha segnato una vera svolta per la canzone d’autore italiana. Il tutto inserito in un contesto storico sociale di grande entusiasmo, sviluppo e rinascita per il nostro Paese. Che sia di buon auspicio. Nel blu dipinto di blu, con la sua eccezionale carica innovativa è stata capace di mettere a soqquadro l’intero ambiente canoro italiano. La canzone con cui Domenico Modugno vinse il Festival di Sanremo nel 1958 ha avuto un concepimento molto affascinante. In una calda domenica di luglio del 1957, Modugno (a bordo della sua automobile) avrebbe dovuto passare a prendere il giovane artista Franco Migliacci, con cui aveva da poco instaurato un legame d’amicizia, per trascorrere insieme una giornata al mare, a Fregene. In realtà non rispettò l’appuntamento e Franco, molto amareggiato, mandò giù (da solo) una bottiglia di buon Chianti prima di addormentarsi profondamente. Al risveglio, nel dormiveglia e probabilmente ancora in preda ai fumi dell’alcool, si soffermò su due stampe di Marc Chagall che erano sulla parete di fronte al letto. Si trattava di Le peintre e di Le coq rouge. Cominciò a fantasticare e poi di getto buttò giù alcuni versi: “Di blu mi sono dipinto, di blu mi sono vestito per intonarmi al cielo, lassù nel firmamento, volare verso il sole e volare, volare felice più in alto del sole e ancora più su, nel blu dipinto di blu”. La sera stessa, nonostante fosse ancora seccato per il “torto” subito dall’amico, glieli fece leggere. Mimmo intuì da subito la potenzialità di quell’idea che si sarebbe dimostrata vincente da lì a qualche mese. Ci lavorarono insieme, con meticolosità e passione, perfezionando il testo a quattro mani, mentre della melodia se ne occupò il solo Modugno. I bene informati raccontano di un Modugno euforico, per aver finalmente trovato la combinazione giusta degli accordi, che spalanca le imposte della finestra della sua abitazione nei pressi di Piazza di Spagna e che comincia a cantare a squarciagola. Erano gli anni del nascente boom economico, l’Italia stava per lasciarsi definitivamente alle spalle lo spettro della miseria del dopoguerra e anche il mondo della canzone andava alla ricerca di nuovi slanci e sperimentazioni. Il brano fu inciso per la Fonit e presentato in coppia con Johnny Dorelli al Festival della Canzone Italiana di Sanremo il 30 gennaio del 1958. L’intuizione dei due amici si rivelò geniale. La canzone raccontava con enfasi di un sogno in cui gli italiani si riconobbero fin da subito, la melodia orecchiabile e al tempo stessa innovativa fece colpo, ma quello che costituì il grande valore aggiunto fu l’interpretazione magistrale, appassionata e partecipe, a braccia spalancate, con quella voce un po’ nasale ma profondamente sanguigna e accorata, del padre del cantautorato italiano. Gli italiani si riconobbero in quel volo speranzoso e al contempo liberatorio, un volo a vele spiegate e braccia aperte di cui avevano un estremo bisogno. Il brano rappresenta un vero e proprio spartiacque: prima di Volare la canzone italiana si era cimentata con edere avvinte, alti papaveri e vecchi scarponi. Dal quel freddo fine gennaio del ‘58 le cose sarebbero andate diversamente e ben lo sapranno Lucio Battisti, Gino Paoli, tutti gli altri cantautori, le interpreti e i cantanti venuti dopo. L’anticristo della canzonetta, l’innovatore, il rivoluzionario, deflagrò la prima bomba facendo saltare tutti gli schemi. Dopo di lui sarebbe venuto tutto il resto che non dovrebbe smettere mai di essergli grato.  

“Lasagna di pane”. In tempi di “nero pane” e di “pane nero” non è giusto che qualcuno “ ce se “azzupp’’o ppane”

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Lo smisurato elenco di significati reali, di simboli e di metafore della parola “pane”. La sottile differenza tra “il nero pane” e il “pane nero”.  Il complesso significato dell’espressione napoletano “ azzupparce ‘o ppane”. Le parole e il gesto di Gesù che annuncia il tradimento di Giuda. Una poesia di Viviani.  Come negli anni ‘70 i professori di lingua napoletana  del Circolo “A.Diaz” e di piazza San Lorenzo in Ottaviano avrebbero definito quelli che nella terribile tragedia che stiamo vivendo “ce se azzuppano ‘o ppane”.   Ingredienti: fette di pane casareccio raffermo, olio evo q.b.,  mezza cipolla bianca, 700 ml di passata di pomodoro, formaggio grattugiato, sale. mozzarelle q.b., brodo vegetale q.b. Preparare il sugo semplice: versare un filo di olio evo e far rosolare la cipolla affettata sottile. Aggiungere la passata di pomodoro, regolare di sale e far cuocere con coperchio a fuoco medio per circa 20 minuti . Eliminare la crosta dalle fette di pane raffermo. Portare il forno a 180°C, aggiungere sul fondo di una teglia un po’ di sugo e sistemare le fette di pane cercando di coprire tutto il fondo. Bagnare leggermente con il brodo caldo le fette di pane, condirle con mestoli di sugo, pezzetti di mozzarella e formaggio grattugiato. Ricoprire con altre fette di pane e ripetere il tutto sino ad esaurimento degli ingredienti Cuocere a 180°C già caldo in forno per circa 20 minuti; prima di sfornare passare la teglia sotto il grill per dorare leggermente la superficie delle lasagne, che vanno servite tiepide (dal sito “giallo zafferano”).   Poche parole hanno un campo semantico pari a quello della parola “pane”, un campo che tra l’altro è proprio, oltre che della lingua italiana, anche delle lingue territoriali: ed è sconfinata la “selva” di simboli e di metafore che il pane ha dettato alla religione, alla politica, alla sapienza popolare e, dunque, ai proverbi: e anche ai pittori, da Vermeer a Dali, che dall’immagine del pane era addirittura ossessionato. Ancora nei primi anni del Novecento il pane “nero” era segno concreto e simbolico della fame, della povertà, dell’emarginazione di un’intera classe sociale: racconta Massimo Montanari che i braccianti che dall’Appannino marchigiano scendevano a lavorare nell’ Agro romano mangiavano pane “nero” composto per due terzi da farina di granoturco e per un terzo di ghiande triturate. Sotto i Borbone il Comune di Nocera dettava “l’assisa per il pane” anche ai Comuni del Vesuviano e nei manifesti il “pane nero”, di cui non si specificava la composizione, era pudicamente chiamato “pane bruno” e costava anche quattro volte meno del “pane bianco”. Nel 1874 la polizia nolana si dichiarava certa dell’appartenenza di Francesco Carfora, muratore, a un clan di camorra perché i suoi genitori, “braccianti”, mangiavano, a detta dei vicini di casa, pane “bianco, di fiore di carosella”. I miei genitori, i miei zii, e i professori  di quell’ Università della lingua napoletana che fu per me Piazza San Lorenzo con il  Circolo “A. Diaz” – parlo degli anni’70- usavano l’espressione “pane nero” nel significato tradizionale di povertà concreta, ma quando dovevano indicare una situazione di forte disagio, di pesante difficoltà, in cui poteva trovarsi anche chi povero non era, dicevano “nero pane”. Questo momento terribile che stiamo vivendo lo classificherebbero come tempo di “nero pane” per tutti, ma per molti anche di “pane nero”. Chi approfitta delle disgrazie degli altri per renderle ancora più dolorose e lo fa per trarne un guadagno, o solo per un impietoso divertimento, i Napoletani dicono che “ce se azzuppa ‘o ppane”. Nell’ Ultima Cena, scrive Matteo, Gesù annuncia che sarà tradito da colui “che mette con me la mano nel piatto”. Secondo Giovanni, la denuncia di Gesù è ancora più diretta: “ Mi tradirà colui al quale io darò un pezzo di pane, dopo averlo intinto nel piatto.”. “ E, intinto un pezzo di pane, lo dà a Giuda”. Da qui, la icastica espressione della lingua napoletana. Che si adatta anche a chi si diverte a prendere in giro, a “sfottere” un povero cristo che invece avrebbe bisogno di comprensione e di aiuto.  “Mast’Errico”, protagonista di una straordinaria poesia di Viviani, è uno “scarpariello” infelice tre volte: perché sta seduto da mattina a sera “nnanz’’o bancariello”, per guadagnare qualche soldo; perché sua moglie non solo è una donna violenta – la chiamano “’a surdata” –  ma per di più lo tradisce  “ cu nu favezo pezzente”; perché tutti gli abitanti del vicolo sanno del tradimento – lui solo non lo sa, o finge di non saperlo – e ognuno “ce se azzuppa ‘o ppane”, prendendo in giro l’infelicfe e bersagliandolo con epiteti volgari. Nella indicibile tragedia che stiamo vivendo “ce se azzuppano ‘o ppane” in parecchi: a livelli alti e a livelli bassi, giocatori di Borsa, investitori, qualche governo, “alleato” per di più, venditori di materiale contraffatto- disinfettanti, disinquinanti, mascherine-  e i soliti manovratori di costi e di prezzi. Un mitico professore di lingua napoletana, che insegnava nel Circolo “A.Diaz” – Geppino Barone – li avrebbe chiamati, con una pronuncia che non si può descrivere,  “zuzzusi”. (FONTE FOTO: CUCINAFACILEDIELENA)  

Calcio Napoli: Serie A, la Lega chiede cautela. Ma il Napoli ha deciso: “Il 25 marzo in campo”

Dopo lo stop oggi la SSC Napoli, dal sito ufficiale comunica la ripresa degli allenamenti il 25 marzo

Il Napoli riprenderà gli allenamenti mercoledì prossimo. Lo ha annunciato il club con una nota sul suo sito ufficiale. “La SSC Napoli comunica che la squadra riprenderà mercoledì 25 marzo gli allenamenti al Centro Tecnico con una seduta mattutina”. Quello stabilito per il giorno 25 marzo pare essere un rinvio rispetto a quanto precedentemente deciso. Gli allenamenti del Napoli sono già stati spostati dal 23 marzo, data originaria, alla nuova data del 25 marzo. Vedremo se l’evolversi dello scenario nazionale imporrà un nuovo rinvio, nel frattempo la Serie A sta prendendo tutte le misure per evitare il contagio tra calciatori e staff delle società, mentre è ancora incerto il destino della stagione 2019/2020. La Lega Serie A, supportata dall’Associazione Italiana Calciatori, ha più volte chiesto cautela circa la ripresa degli allenamenti e le occasioni di assembramento, viste le possibilità di trasmissione del coronavirus. Nella direzione opposta quindi la scelta del Napoli, che in una nota sul sito ufficiale scrive: “La SSC Napoli comunica che la squadra riprenderà mercoledì 25 marzo gli allenamenti al Centro Tecnico con una seduta mattutina.” Contributo foto: web

Sant’Anastasia, dodici sanzioni per cittadini usciti di casa senza motivo

Dodici persone fermate e sanzionate ai sensi dell’articolo 650 del codice penale per aver trasgredito alle regole: stare in casa, uscire soltanto per validi e comprovati motivi di lavoro o di necessità. Al momento, a Sant’Anastasia, ci sono 80 persone poste in quarantena obbligatoria.   La Polizia Locale, con la guida del comandante Pasquale Maione, sta controllando il territorio ma ci sono numerosi anastasiani ancora che non sembrano aver compreso il rischio al quale espongono sé stessi e gli altri andando in giro senza motivo. Qualche giorno fa uno dei multati si giustificò dicendo che doveva andare a lavare l’auto, ma anche oggi un’altra persona è stata fermata e sanzionata al lavaggio automatico mentre tirava a lucido la sua vettura.  Altri sono stati multati mentre erano intenti a fare jogging, un altro mentre circolava senza meta a bordo di un trattore e altri «geni» che si sono giustificati dicendo che non avevano mai sentito parlare di coronavirus, di autodichiarazioni o di ordinanze che limitino la normale vita quotidiana.

Napoli: pazienti COVID-19 negli ospedali della ASL NA2

Da oggi tutti gli ospedali della Asl Napoli 2 nord accoglieranno pazienti Covid-19. Le terapie intensive e le Medicine d’urgenza degli ospedali di Giugliano e Frattamaggiore, dopo quello di Pozzuoli, primo in Campania ad accogliere pazienti provenienti dal Cotugno, prenderanno in carico i casi di Covid-19 provenienti da altre strutture. Gli ospedali sono stati autorizzati ad attivare il protocollo protocollo sperimentale che prevede l’utilizzo del farmaco antiartrite Tocilizumab. Intanto sono tutti occupati i 10 posti in terapia intensiva del Loreto Mare, a Napoli, ospedale Covid-19. Entro martedì, saranno attivati anche 20 posti letto in terapia subintensiva. Sono 11, invece, i posti letto occupati nella Terapia intensiva del Policlinico Federico II di Napoli, da pazienti Covid-19, provenienti da altri ospedali. All’ospedale Cardarelli, al momento nessun paziente Covid-19 nell’Ospedale Cardarelli di Napoli. Nella giornata di oggi, si sono registrati solo 2 casi sospetti di coronavirus.

Napoli, dalla comunità cinese mascherine ad Asl

Verdoliva: “gesti concreti, sentire il sostegno alla comunità aiuta”.

Questa mattina la comunità cinese della Campania ha voluto far sentire la sua vicinanza a tutti i cittadini di Napoli, medici, infermieri e operatori sociosanitari in primis, e lo ha fatto con un gesto concreto. “Ci hanno donato 1.000 mascherine FFp2, 3.000 mascherine chirurgiche e 20 taniche da 5 litri ciascuna di gel disinfettante”, rende noto il direttore generale ASL Ciro Verdoliva. “Al Loreto Mare, oggi deputato in maniera specifica all’emergenza Covid-19, la comunità Cinese della Campania ha inoltre donato 500 mascherine FFp2, 2.000 mascherine chirurgiche e 15 taniche da 5 litri ognuna di gel disinfettante – aggiunge – Sono gesti molto concreti, e questo è essenziale, ma devo anche sottolinearne il valore morale. Tutti noi lavoriamo giorno e notte per rispondere all’emergenza e farci trovare pronti in caso di escalation, sentire il sostegno della comunità ci aiuta e ci incoraggia”.