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Su tutte le porte di Napoli prostrata dalla peste del 1656 Mattia Preti dipinse l’Immacolata e i Santi Protettori della città

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Mattia Preti a Napoli, nel 1656, e l’inesatto racconto del De Dominici, che per fortuna descrisse temi e struttura dei dipinti, tutti cancellati dal tempo e da errori di restauro: solo l’affresco della Porta di San Gennaro potrebbe essere recuperato. I lavori dovevano iniziare a febbraio. I documenti pubblicati da Bartolomeo Capasso. I bozzetti conservati al Museo di Capodimonte e le ipotesi formulate da Raffaello Causa.

 

Narra Bernardo De Dominici che, sul finire del 1656, Mattia Preti fuggì da Roma a Napoli, per sottrarsi ai rigori della legge, avendo ferito un pittore che aveva espresso un giudizio sprezzante sulle opere che il Preti aveva realizzato in Sant’ Andrea della Valle. Ma a Napoli il pittore fece anche di peggio. L’ingresso nella città, che lentamente si stava liberando dalla terribile peste, era severamente proibito ai forestieri: e Mattia Preti uccise una guardia che voleva far rispettare la legge e impedirgli di entrare. Il pittore venne arrestato: e per sfuggire alla sicura condanna alla pena capitale promise che avrebbe decorato gratis le porte della città di Napoli. Questo è il racconto del De Dominici, che almeno su un punto – ed è un punto di fondamentale importanza – viene smentito dai documenti. Infatti nel 1878 Bartolomeo Capasso pubblicò nell’ “Archivio storico delle province napoletane” l’atto del pagamento – l’ultima rata dell’ “ingaggio”-  che nell’aprile del 1659 gli Eletti di Napoli fecero al pittore, e cioè “ducati 1500 e una libbra di oltremarino”, che era il costosissimo colore azzurro. L’incarico di “affrescare” le Porte era stato dato al pittore il 27 settembre 1656: gli si faceva obbligo di rappresentare su ogni Porta la Madonna con il Bambino e i Santi Protettori della città e di sottoporre all’approvazione degli Eletti i disegni preparatori. Cause naturali e restauri spesso dannosi, come quelli effettuati nella seconda metà dell’Ottocento,  hanno fatto sì che gli affreschi si perdessero completamente. Nel Museo di Capodimonte si conservano due bozzetti: uno di essi, di cui pubblichiamo l’immagine, è stato collegato da Raffaello Causa all’affresco sulla porta dello Spirito Santo, poiché corrisponde sostanzialmente alla descrizione che ne fa il De Dominici: al centro in alto sta la Beata Vergine, ai Suoi lati San Gennaro e altri Santi protettori chiedono a Dio misericordia; ai piedi della Vergine l’angelo ripone la spada nel fodero, come per annunciare  che Dio ha perdonato le colpe degli uomini ponendo fine all’incubo della peste. I cui “segni” sono raffigurati nella parte inferiore dell’opera: i cadaveri degli appestati, una donna morta, il figlio accasciato sul suo seno, un uomo nudo che trascina un corpo senza vita. Si può notare che uno dei due monatti di destra si copre naso e bocca con un panno annodato sulla nuca. Gli studiosi hanno notato che il gruppo della madre morente e del figlio steso sul suo corpo venne poi ripetuto dal Preti in un quadro dell’Immacolata, realizzato per una chiesa di Malta.

L’Immacolata venne dipinta su tutte le Porte della città. A Porta Capuana San Gennaro, Sant’Agnello Abate, San Michele Arcangelo e San Rocco la imploravano di placare l’ira del Signore; sulla Porta di Costantinopoli la Vergine appariva a San Gennaro e a San Gaetano, mentre sulla Porta Nolana erano San Francesco Saverio e Santa Rosalia che, con San Gennaro, indicavano alla Madre di Cristo le vittime della peste, e tra queste i cadaveri di una donna e di un bambino, il cui corpo, devastato dalle piaghe, veniva sbranato da un cane. Le scene più terribili Mattia Preti le dipinse sulla Porta del Carmine, perché in quel quartiere c’era stato il numero più alto di morti.Invece sulla Porta di Chiaia San Gennaro, San Gaetano e San Francesco ringraziavano l’Immacolata perché la peste era finita.

Un mese fa dovevano iniziare i lavori di restauro dell’affresco sulla Porta di San Gennaro, già sottoposto, con la struttura, a un intervento di recupero che venne realizzato nel 1997.  In questo affresco, racconta De Dominici, il pittore rappresentò la peste “in un gran figurone di donna nuda tutta impiagata con cenci in testa, seduta sopra alcuni scalini, la qual si morde con rabbiosi denti le mani”, perché l’Immacolata, prestando ascolto alle preghiere di San Gennaro e di S. Francesco Saverio, e avendo pietà di Napoli, devastata dal “mostro”, l’ha finalmente cacciata dalla città.