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In questi giorni tremendi, caratterizzati da una durissima prova psicofisica senza precedenti per tutti noi, per non perdere la speranza e per distrarsi un po’, vi voglio raccontare di un’artista straordinario, dalla straripante carica vitale e di questo particolare episodio della sua carriera che ha segnato una vera svolta per la canzone d’autore italiana. Il tutto inserito in un contesto storico sociale di grande entusiasmo, sviluppo e rinascita per il nostro Paese. Che sia di buon auspicio.

Nel blu dipinto di blu, con la sua eccezionale carica innovativa è stata capace di mettere a soqquadro l’intero ambiente canoro italiano. La canzone con cui Domenico Modugno vinse il Festival di Sanremo nel 1958 ha avuto un concepimento molto affascinante.

In una calda domenica di luglio del 1957, Modugno (a bordo della sua automobile) avrebbe dovuto passare a prendere il giovane artista Franco Migliacci, con cui aveva da poco instaurato un legame d’amicizia, per trascorrere insieme una giornata al mare, a Fregene. In realtà non rispettò l’appuntamento e Franco, molto amareggiato, mandò giù (da solo) una bottiglia di buon Chianti prima di addormentarsi profondamente. Al risveglio, nel dormiveglia e probabilmente ancora in preda ai fumi dell’alcool, si soffermò su due stampe di Marc Chagall che erano sulla parete di fronte al letto. Si trattava di Le peintre e di Le coq rouge. Cominciò a fantasticare e poi di getto buttò giù alcuni versi: “Di blu mi sono dipinto, di blu mi sono vestito per intonarmi al cielo, lassù nel firmamento, volare verso il sole e volare, volare felice più in alto del sole e ancora più su, nel blu dipinto di blu”.

La sera stessa, nonostante fosse ancora seccato per il “torto” subito dall’amico, glieli fece leggere. Mimmo intuì da subito la potenzialità di quell’idea che si sarebbe dimostrata vincente da lì a qualche mese. Ci lavorarono insieme, con meticolosità e passione, perfezionando il testo a quattro mani, mentre della melodia se ne occupò il solo Modugno. I bene informati raccontano di un Modugno euforico, per aver finalmente trovato la combinazione giusta degli accordi, che spalanca le imposte della finestra della sua abitazione nei pressi di Piazza di Spagna e che comincia a cantare a squarciagola.

Erano gli anni del nascente boom economico, l’Italia stava per lasciarsi definitivamente alle spalle lo spettro della miseria del dopoguerra e anche il mondo della canzone andava alla ricerca di nuovi slanci e sperimentazioni. Il brano fu inciso per la Fonit e presentato in coppia con Johnny Dorelli al Festival della Canzone Italiana di Sanremo il 30 gennaio del 1958. L’intuizione dei due amici si rivelò geniale. La canzone raccontava con enfasi di un sogno in cui gli italiani si riconobbero fin da subito, la melodia orecchiabile e al tempo stessa innovativa fece colpo, ma quello che costituì il grande valore aggiunto fu l’interpretazione magistrale, appassionata e partecipe, a braccia spalancate, con quella voce un po’ nasale ma profondamente sanguigna e accorata, del padre del cantautorato italiano.

Gli italiani si riconobbero in quel volo speranzoso e al contempo liberatorio, un volo a vele spiegate e braccia aperte di cui avevano un estremo bisogno. Il brano rappresenta un vero e proprio spartiacque: prima di Volare la canzone italiana si era cimentata con edere avvinte, alti papaveri e vecchi scarponi. Dal quel freddo fine gennaio del ‘58 le cose sarebbero andate diversamente e ben lo sapranno Lucio Battisti, Gino Paoli, tutti gli altri cantautori, le interpreti e i cantanti venuti dopo.

L’anticristo della canzonetta, l’innovatore, il rivoluzionario, deflagrò la prima bomba facendo saltare tutti gli schemi. Dopo di lui sarebbe venuto tutto il resto che non dovrebbe smettere mai di essergli grato.