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Lo smisurato elenco di significati reali, di simboli e di metafore della parola “pane”. La sottile differenza tra “il nero pane” e il “pane nero”.  Il complesso significato dell’espressione napoletano “ azzupparce ‘o ppane”. Le parole e il gesto di Gesù che annuncia il tradimento di Giuda. Una poesia di Viviani.  Come negli anni ‘70 i professori di lingua napoletana  del Circolo “A.Diaz” e di piazza San Lorenzo in Ottaviano avrebbero definito quelli che nella terribile tragedia che stiamo vivendo “ce se azzuppano ‘o ppane”.

 

Ingredienti: fette di pane casareccio raffermo, olio evo q.b.,  mezza cipolla bianca, 700 ml di passata di pomodoro, formaggio grattugiato, sale. mozzarelle q.b., brodo vegetale q.b. Preparare il sugo semplice: versare un filo di olio evo e far rosolare la cipolla affettata sottile. Aggiungere la passata di pomodoro, regolare di sale e far cuocere con coperchio a fuoco medio per circa 20 minuti . Eliminare la crosta dalle fette di pane raffermo. Portare il forno a 180°C, aggiungere sul fondo di una teglia un po’ di sugo e sistemare le fette di pane cercando di coprire tutto il fondo. Bagnare leggermente con il brodo caldo le fette di pane, condirle con mestoli di sugo, pezzetti di mozzarella e formaggio grattugiato. Ricoprire con altre fette di pane e ripetere il tutto sino ad esaurimento degli ingredienti Cuocere a 180°C già caldo in forno per circa 20 minuti; prima di sfornare passare la teglia sotto il grill per dorare leggermente la superficie delle lasagne, che vanno servite tiepide (dal sito “giallo zafferano”).

 

Poche parole hanno un campo semantico pari a quello della parola “pane”, un campo che tra l’altro è proprio, oltre che della lingua italiana, anche delle lingue territoriali: ed è sconfinata la “selva” di simboli e di metafore che il pane ha dettato alla religione, alla politica, alla sapienza popolare e, dunque, ai proverbi: e anche ai pittori, da Vermeer a Dali, che dall’immagine del pane era addirittura ossessionato. Ancora nei primi anni del Novecento il pane “nero” era segno concreto e simbolico della fame, della povertà, dell’emarginazione di un’intera classe sociale: racconta Massimo Montanari che i braccianti che dall’Appannino marchigiano scendevano a lavorare nell’ Agro romano mangiavano pane “nero” composto per due terzi da farina di granoturco e per un terzo di ghiande triturate. Sotto i Borbone il Comune di Nocera dettava “l’assisa per il pane” anche ai Comuni del Vesuviano e nei manifesti il “pane nero”, di cui non si specificava la composizione, era pudicamente chiamato “pane bruno” e costava anche quattro volte meno del “pane bianco”. Nel 1874 la polizia nolana si dichiarava certa dell’appartenenza di Francesco Carfora, muratore, a un clan di camorra perché i suoi genitori, “braccianti”, mangiavano, a detta dei vicini di casa, pane “bianco, di fiore di carosella”. I miei genitori, i miei zii, e i professori  di quell’ Università della lingua napoletana che fu per me Piazza San Lorenzo con il  Circolo “A. Diaz” – parlo degli anni’70- usavano l’espressione “pane nero” nel significato tradizionale di povertà concreta, ma quando dovevano indicare una situazione di forte disagio, di pesante difficoltà, in cui poteva trovarsi anche chi povero non era, dicevano “nero pane”. Questo momento terribile che stiamo vivendo lo classificherebbero come tempo di “nero pane” per tutti, ma per molti anche di “pane nero”.

Chi approfitta delle disgrazie degli altri per renderle ancora più dolorose e lo fa per trarne un guadagno, o solo per un impietoso divertimento, i Napoletani dicono che “ce se azzuppa ‘o ppane”. Nell’ Ultima Cena, scrive Matteo, Gesù annuncia che sarà tradito da colui “che mette con me la mano nel piatto”. Secondo Giovanni, la denuncia di Gesù è ancora più diretta: “ Mi tradirà colui al quale io darò un pezzo di pane, dopo averlo intinto nel piatto.”. “ E, intinto un pezzo di pane, lo dà a Giuda”. Da qui, la icastica espressione della lingua napoletana. Che si adatta anche a chi si diverte a prendere in giro, a “sfottere” un povero cristo che invece avrebbe bisogno di comprensione e di aiuto.  “Mast’Errico”, protagonista di una straordinaria poesia di Viviani, è uno “scarpariello” infelice tre volte: perché sta seduto da mattina a sera “nnanz’’o bancariello”, per guadagnare qualche soldo; perché sua moglie non solo è una donna violenta – la chiamano “’a surdata” –  ma per di più lo tradisce  “ cu nu favezo pezzente”; perché tutti gli abitanti del vicolo sanno del tradimento – lui solo non lo sa, o finge di non saperlo – e ognuno “ce se azzuppa ‘o ppane”, prendendo in giro l’infelicfe e bersagliandolo con epiteti volgari.

Nella indicibile tragedia che stiamo vivendo “ce se azzuppano ‘o ppane” in parecchi: a livelli alti e a livelli bassi, giocatori di Borsa, investitori, qualche governo, “alleato” per di più, venditori di materiale contraffatto- disinfettanti, disinquinanti, mascherine-  e i soliti manovratori di costi e di prezzi. Un mitico professore di lingua napoletana, che insegnava nel Circolo “A.Diaz” – Geppino Barone – li avrebbe chiamati, con una pronuncia che non si può descrivere,  “zuzzusi”.

(FONTE FOTO: CUCINAFACILEDIELENA)