I FANTASTICI RITI DEL VINO VESUVIANO

Le terre vesuviane trasudano di storia e storie, queste ultime nate per cantare le lodi dei vini locali, come il lagrima e il greco, “secco, dallo splendido colore dell”oro, potente al punto che giĂ  l”odore trasmette forza all”anima e al corpo…

Il primo ragionato esame dei vini vesuviani si trova nella lettera che il bottigliere di Paolo III, Sante Lancerio, inviò nel 1549 al cardinale Guido Ascanio Sforza. I mercanti e i marinai – dice Lancerio – chiamano latini tutti i vini, eccetto greco, moscatello, mangiaguerra, corso e razzese. Per Paolo III e per il suo bottigliere il Greco di Somma non ha rivali. Può essere fumoso e possente, ma, trattato con cura, diventa dorato e profumato. Il papa ne beveva ad ogni pasto, anche quando viaggiava – tale vino non patisce il travaglio – , e con quello di 6 o di 8 anni, “che era più perfetto“, ogni mattina si bagnava gli occhi e le parti virili. Il ragionamento analogico del papa pare chiaro, e, nella chiarezza, sospetto.

Il greco di Posillipo era poco robusto, pativa il calore dell’estate e i lunghi viaggi, e spesso risultava agrestino e grasso. Il greco d’Ischia, portato a perfezione, era dolce, mordente, di colore incerato: ma talvolta risultava lapposo, allappante, insomma con quel sapore aspro e vischioso che talvolta ha la frutta acerba; ed aveva un colore opaco, che qualcuno rischiarava conciando il vino con le tacchie, e cioè con i gusci, della nocciola di Avella. Paolo III non volle mai bere il greco di Torre, che è schiavo dell”annata: nell’annata cattiva si annerisce, ma anche nella buona è vino per servi e fornaciari: i fornaciari, arrostiti dalle vampe delle fornaci, bevevano di tutto.

Un tale monsignor Capobianco spesso donava al Pontefice qualche botte di greco di Nola, che però egli non gradiva, trovandolo vario nel colore e matroso, grasso, opilativo e verdesco: proprio come il latino bianco di Torre. È una condanna, senza appello: il greco di Nola era contaminato dalla matre, cioè dalla feccia, lasciava in bocca un sapore denso di zolfo, e allo zolfo facevano pensare i suoi riflessi verdazzurro, e, infine, oppilava, ostruiva, tutti i canali anatomici. Insomma, questo Capobianco attentava alla vita del papa, che soffriva di reumatismi. Perciò nelle sere d’estate beveva un delicatissimo vino adatto a donne, a signori e a podagrosi: il Massaquano bianco e rosso, prodotto a Vico e a Sorrento.

Egli rosicava i flussi dell’artrosi con l’asprino bianco e nero di Aversa, il vino prediletto dalle cortigiane e dagli osti napoletani. I quali lodavano anche il mangiaguerra, prodotto tra Angri e Castellammare, in luoghi notoriamente di vendemmia tarda: Paolo III lo teneva in poco conto, non perchè si temeva (o si sperava) che riscaldasse gli umori della lussuria, ma perchè era opilativo e provocava catarro e flemma grossa. Vino pieno, adatto ai vecchi, era considerato l’aglianico rosso di Somma, specie quello odorifero, pastoso e di poco colore. Ai piedi della montagna di Somma un vitigno affine all’aglianico produceva il rosso Fistignano, dolce e gagliardo: quello della masseria di monsignor Domenico Terracina era una raritĂ , di cui i vicerè spagnoli lasciavano al Pontefice solo una piccola parte.

Di un greco rosso parla, nei primi anni del sec.XVII, anche il vescovo Lancellotti, quando durante la visita pastorale a Somma ricorda ai confratelli del SS. Corpo di Cristo che il greco rosso prodotto nei vigneti della confraternita devono venderlo all”asta, e non portarselo a casa.
In tutti i “casali e luoghi del Somma” – dice Lancerio – si produceva il lagrima, che del resto poteva esser “fatto in tutte le parti del mondo, ove si fa vino”. E il bottigliere del papa dĂ  la spiegazione più seria del nome lagrima: “Si chiama lagrima perchè alla vendemmia colgono l’uva rossa e la mettono nel palmento, ovvero zina, ovvero, alla romana, vasca. E quando è piena, cavano, innanzi che l’uva sia ben pigiata, il vino che può uscire, e lo imbottano. E questo chiamano lagrima, perchè nel vendemmiare, quando l’uva è ben matura, sempre geme”.

Il vero lagrima – ammonisce il bottigliere – è odorifero, mordente, polputo, non del tutto bianco: un vino nobilissimo, ma tutto fuoco e vapori. Diego Moles, che alla metĂ  del sec. XVII fu Presidente della Regia Camera di Napoli, poteva esercitare convenientemente l’altissimo ufficio solo di mattina, poichè, avendo l’abitudine di bere a pranzo lagrima in grande quantitĂ , fino a sera restava in balia dei fumi che gli offuscavano la mente. Anche Andrea Bacci, nel “De naturali vinorum historia”, pubblicata a Roma nel 1597, giudicò senza rivali, tra i vini campani, quelli vesuviani, e tra questi il greco di Somma, secco, dallo splendido colore dell’oro, potente a tal punto che giĂ  l”odore trasmetteva forza all”anima e al corpo. Il Bacci non condivideva il giudizio di Paolo III e di Lancerio sul mangiaguerra, ritenendolo un vino robusto e, mescolato con il Greco, capace di combattere il catarro; e faceva venire il nome “lagrima” dal fatto che gli acini non venivano pigiati, ma si lasciava che stillassero naturalmente lacrime di mosto.

Nel 1631 il Vesuvio, che Bernardo Martirano aveva immaginato come un dio che corteggia “la bella Ottajana”, incenerì il territorio con i suoi torrenti di fuoco e tale fu la desolazione che – poetò Giacomo Fenice – Ottajano e Resina / non hanno se volisse pe’ semmenta/ na pecora, no puorco, na jommenta. G.B. Bergazzano attribuì la colpa di tutto al grieco di Somma e al lacrima, che avevano allentato i costumi, dissolto il pudore delle donne e costretto Giove a sprofondare nel fuoco la montagna e le sue vigne.

Scherzava il poeta – barbiere, ma erano seri i teologi della Curia vescovile di Nola quando nel 1640, e poi nel 1668 e poi nel 1672, si riunirono per stabilire cosa bisognasse fare contro i “muroli et le campe”, i terribili insetti che devastavano le vigne tra Lauro e il Vesuvio peggio di un biblico flagello e, divorandone i pampini e i germogli, le riducevano in desolati ammassi di sterpi. Si decise ogni volta che il vescovo di Nola, vestito pontificalmente, dopo aver detto messa davanti alla Chiesa di San Michele in Ottajano, maledicesse gli insetti voraci , figli di Beelzebub signore delle mosche, e intimasse loro di tornare nell’Inferno attraverso le paludi della Longola, lungo il fiume Sarno, o l’Atrio del Cavallo.

Nel 1668, poichè le vigne più devastate erano quelle dei Medici a Terzigno, il vicario del vescovo di Nola lanciò l’anatema contro i muroli anche dalla chiesa di Sant’Antonio, “sita nella massaria di Tommaso Iovino allo Campitello”. La storia del vino vesuviano è fatta anche di questi fantastici riti.
(Fonte foto: Rete Internet)

CIBI E RITI VESUVIANI

A NAPOLI IL FUTURO SINDACO DEVE RIQUALIFICARE PER ATTRARRE

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Per evitare di correre solo dietro le emergenze, chi si candida a sindaco deve puntare sulla riqualificazione di alcune zone della cittĂ  e farne attrattori di cultura e turismo.
Di Amato Lamberti

Napoli non è Mumbai, come dice Macry (Corriere del Mezzogiorno di domenica scorsa, ndr), anche perchè ha meno di un milione di abitanti e non presenta estese baraccopoli in cui vivono, ridotti allo stato di pura e semplice sopravvivenza, centinaia di migliaia di persone. Le uniche favelas sono quelle di ridotte dimensioni, sparse in piccoli agglomerati su tutto il territorio, in cui vive una popolazione di rom abbandonati a sè stessi e alle loro abitudini e tradizioni. I grandi, come Scampia, e piccoli, come Taverna del Ferro, agglomerati di edilizia economica e popolare, assomigliano alle banlieu francesi, prive come sono di servizi sociali, di luoghi d”aggregazione per i giovani, di strutture positive di socialitĂ .

Non è neppure Barcellona, sempre per riprendere l”esempio di Macry, perchè non riesce a coniugare le esigenze di una moderna socialitĂ  fatta di tempo libero, intrattenimento, loisir, consumo e divertimento, con lo straordinario accumulo di palazzi, monumenti, musei, siti archeologici, occasioni culturali, concentrato e affastellato nello spazio ridotto di un centro antico che è l”anima della cittĂ , oltre che il suo maggiore richiamo turistico. Le ramblas di Napoli potrebbero essere Piazza mercato, la zona degli Orefici, via Duomo, via Tribunali, San Biagio dei Librai, S.Gregorio Armeno, via Costantinopoli, piazza Bellini, piazza Dante, oltre naturalmente a via Toledo (foto) e via Chiaia.

Ma a nessun amministratore viene in mente di elaborare un progetto che renda vivibile e produttiva, di economia e nuova socialitĂ , l”anima di Napoli, vale a dire il suo Centro Antico. Il Forum Internazionale delle Culture poteva essere l”occasione per mettere in campo un progetto di riqualificazione mirata del “corpo di Napoli”, quello dove lo straniero, artista o viaggiatore che fosse, ha sempre ritrovato nei secoli l”essenza e l”anima della cittĂ . Il problema per Napoli non è assomigliare a qualunque altra cittĂ , fossero pure Barcellona, Lisbona, Parigi, Vienna, Praga. Napoli ha una sua identitĂ  talmente forte da sfidare il tempo, le trasformazioni urbane, i cambiamenti della popolazione, l”incuria degli amministratori, l”ottusitĂ  degli speculatori. Napoli è una cittĂ  magica in tutti i sensi, altro che Praga, ed è questa magia a continuare ad attrarre intellettuali, visitatori, artisti e turisti.

Ma non si può continuare ad intervenire senza un disegno complessivo in testa. A furia di “ripulire” si rischia di “cancellare” la magia dei luoghi e della cittĂ . Si prenda esempio, non per copiare, ma per elaborare idee e proposte, da quello che si è fatto nelle cittĂ  che hanno voluto innanzitutto difendere la loro anima. A Lisbona il quartiere di Alfama, una sorta di Quartieri spagnoli, è stato restaurato eliminando solo le superfetazioni dell”ultimo secolo e gli si è ridato vita con i locali in cui si può vivere l”emozione del “fado”. A Praga, il quartiere “Stare Mesto” è stato difeso dall”assalto della speculazione edilizia vincolandolo totalmente ma favorendo l”insediamento di ristoranti, pub, laboratori artigiani, antiquari, botteghe e studi d”artista. Perchè a Napoli le uniche idee che si mettono in campo debbono privilegiare la speculazione e la distruzione dell”anima della cittĂ ?

La riqualificazione di alcune zone della cittĂ  antica, come piazza Mercato, i Quartieri spagnoli, la SanitĂ , è un problema che va affrontato prima o poi se si vuole realmente far diventare attrattiva la cittĂ  a livello di cultura e di turismo. Non potrebbe, questa riqualificazione, diventare il programma di chi vuole candidarsi alla guida della cittĂ ? O Napoli è condannata ad una navigazione a vista che sa correre solo dietro le emergenze?
(Fonte foto: Wikipedia)

CITTÁ AL SETACCIO

PERCHÉ NON SI POSSONO RIMPIANGERE I BORBONE

Di seguito la seconda parte della risposta ai lettori che pongono quesiti e sollevano questioni sulla disamina storica dei fatti accaduti nelle nostre zone a ridosso dell”unitĂ  d”Italia.
Di Carmine Cimmino

Dicevano i Greci che nella storia degli individui e in quella dei popoli c”è “il momento”, la circostanza in cui individui e popoli devono svelarsi, e non possono più mentire nè a sè stessi nè agli altri. Il momento di Francesco II si manifesta il 30 maggio 1860, quando, avendo avuto notizia dell”ingresso di Garibaldi in Palermo, egli convoca il Consiglio di Stato, per esaminare e per decidere. E decide di rivolgersi alla Francia, e di aprire un canale diplomatico con Vittorio Emanuele II.

Sono tentativi disperati, che servono a Francesco II solo per misurare con esattezza l”isolamento a cui il padre aveva condannato il Regno e la dinastia decidendo, dopo il “48, che Napoli non avrebbe avuto una politica estera. In quel consiglio di Stato del 30 maggio incomincia a prendere forma un progetto, che si realizza il 25 giugno, con un Atto Sovrano: Francesco II adotta il regime costituzionale e concede l”amnistia per tutti i reati politici. Attenti alle date. Francesco II dĂ  al suo popolo la costituzione mentre Garibaldi sta ancora in Sicilia a riflettere sul groviglio di problemi politici e diplomatici in cui si è infilato prendendo Palermo. La Calabria è ancora saldamente nelle mani dell”esercito borbonico: vi si trovano 16000 soldati, di cui almeno 8000 sono truppa scelta. Li comanda il generale Vial, che ha affidato il controllo di Reggio al generale Gallotti e la difesa dello stretto a una solida squadra navale e alle truppe dei generali Briganti e Melendez.

Eppure, Francesco II concede la costituzione. Alla radice della concessione c”è il riconoscimento degli errori del nonno, Francesco I, e del padre e c”è il ricorso all” espediente di cui la dinastia si era giĂ  servita per venir fuori dalle tempeste del “21 e del “48. Ritornato il sereno, Ferdinando I e Ferdinando II si erano rimangiati costituzione e giuramento: e parve ad alcuni che Francesco II fosse stato condannato dal destino a pagare quei tradimenti. Anche gli storici più benevoli con gli ultimi Borbone riconoscono che quella concessione, fatta fuori tempo massimo, scardinò il sistema: quando Garibaldi sbarcò in Calabria, il Regno si stava giĂ  sfasciando.

Il nuovo governo presieduto da Antonio Spinelli allontana i funzionari più compromessi e sottopone la polizia a uno spurgo così radicale che l”8 agosto – Garibaldi sta ancora in Sicilia – il prefetto di polizia avverte il ministro dell”interno Liborio Romano che l”ordine pubblico non può essere garantito nemmeno nella capitale (Archivio di Stato di Napoli, Ministero di polizia, fasci 1144-48). Il 5 luglio il governo aveva approvato la legge per la creazione della Guardia Nazionale di Napoli, ma aveva aspettato due settimane prima di estendere il provvedimento a tutti i comuni del Regno: sapeva, forse, che sarebbe rimasto lettera morta. La Guardia nazionale avrebbe dovuto armarsi con i fucili delle disciolte guardie urbane, odiate dalla gente non meno della polizia: ma perfino a pochi chilometri da Napoli, a Portici, a San Giorgio a Cremano, a Somma, i “fedelissimi” urbani avevano nascosto sciabole, schioppi e munizioni e ne ritardavano la consegna.

Il 23 luglio il governo autorizzò gli Intendenti a rinnovare la metĂ  dei decurionati (i consigli comunali) e a nominare nuovi sindaci al posto di quelli troppo manifestamente antiliberali. Sarebbe interessante il racconto di quello che avvenne nei comuni vesuviani quando l”Intendente di Napoli cercò di applicare il decreto. Solo a Sant”Anastasia e a Torre Annunziata si trovò un liberale moderato che avesse i requisiti e accettasse la nomina. Francesco II venne abbandonato anche dal clero. Il 26 giugno, il giorno dopo la pubblicazione dell” Atto Sovrano con cui egli concedeva la costituzione, il cardinale Riario Sforza, arcivescovo di Napoli, gli scrisse personalmente per ricordargli che la libertĂ  di stampa e l”istituzione della guardia nazionale e dei circoli popolari costituivano una grave minaccia per l”ordine sociale ed erano atti contrari agli interessi e alla dottrina della Chiesa. Proprio così scrisse il Cardinale.

Molti vescovi, consapevoli dell”ostilitĂ  che la gente provava nei loro confronti, dopo il 25 giugno abbandonarono le loro sedi. L”ostilitĂ  nasceva dall”urgenza della miseria e dalla fame di terre. In Basilicata, in Puglia, nell”alta Calabria, ma anche nel Cilento e nella stessa Provincia di Napoli curie vescovili e ordini religiosi avevano allungato le mani rapaci sui demani comunali, spartendoseli, dovunque, con le “cricche” dei “galantuomini” locali, in quel rimescolio di atti falsificati e di documenti occultati e distrutti che è la nera matrice delle pagine più vergognose della storia del Sud, e che ha contaminato alle radici le relazioni sociali delle comunitĂ  imprimendo sull”immagine della proprietĂ  fondiaria il sospetto del dolo e del latrocinio.

Francesco II cercò di rassicurare i rapaci usurpatori promettendo che “i demani usurpati” non sarebbero stati toccati, ma dopo il 25 giugno accadde ciò che era accaduto dopo la costituzione del “21 e dopo quella del “48. I contadini invasero le terre dei vescovi e dei monasteri e pretesero che i Comuni, riacquistatane la proprietĂ , le distribuissero in quote tra coloro che avevano il diritto e il bisogno di coltivarle. Il 2 agosto 1860 i contadini di Bronte, illudendosi che Garibaldi portasse qualcosa di veramente nuovo, cercarono di ottenere con la forza ciò che il potere borbonico negava da quaranta anni: la divisione delle terre demaniali, e in particolare di quelle che nel 1798 i Borbone avevano regalato, insieme con il titolo di duca, all”ammiraglio Nelson.

I fatti sono noti: l”episodio esemplare dettò a Verga un capolavoro assoluto, la novella LibertĂ . I ribelli incendiarono l”archivio comunale, massacrarono i “galantuomini” che erano il perno del potere borbonico, e cioè il notaio e l”avvocato, e non risparmiarono i loro figli. Sollecitati dal console inglese, arrivarono i garibaldini: Bixio arrestò i colpevoli, veri e presunti, dell”eccidio, fucilò, minacciò, riportò l”ordine a Bronte. Fece quello che non avrebbe fatto nemmeno Salvatore Maniscalco, che nel “51 Ferdinando II aveva messo a capo della polizia dell”isola.

Ora, mi pare strano che i nostalgici dei Borbone si approprino l”eccidio di Bronte. Bixio arrestò e fucilò dei “ribelli” che non avevano preso le armi contro i Piemontesi, ma contro gli uomini di penna e di toga, contro i “galantuomini” che incarnavano, ai loro occhi, una dinastia in cui i loro occhi non vedevano che il potere del sopruso e del privilegio.

Questo è il nodo del problema. La borghesia agraria si schierò con i Piemontesi a patto che “cambiassero tutto, affinchè nulla cambiasse”. Nei prossimi articoli descriveremo i giorni nefasti del biennio 1860 – 61 in cui i liberali napoletani contribuirono a costruire lo sgangherato edificio in cui siamo costretti ad abitare, e presenteremo un Gattopardo vesuviano, Giuseppe IV Medici, principe di Ottajano.
(Fonte foto: Repubblica.it)

LA PRIMA PARTE DELLA RISPOSTA

LO SAPEVATE CHE LA CLAQUE É NATA A NAPOLI…

Nei Riti che di solito raccontiamo, oggi trova spazio anche una curiositĂ  storica, che vede Napoli e i napoletani spalle dei primi attori. Parliamo del debutto a Napoli di Nerone cantante, dei tipi di applauso: rombi, tegole e mattoni…

Il pubblico di Napoli svolse un ruolo decisivo nello sviluppo della cultura dell”applauso: basti pensare che inventò la claque. Duemila anni fa, grazie a Nerone e alla sua passione per il canto. In un primo tempo l”imperatore si accontentò di ascoltare Terpno che ogni sera, a chiusura del banchetto, prendeva la cetra e si esibiva fino a notte fonda. Poi decise di emularlo. Prima di tutto, irrobustì la voce, che era tenue, e aveva un timbro “fosco” che sarebbe andato bene, duemila anni dopo, per le canzoni dell”esistenzialismo e della mala, ma che non si adattava alla musica e ai testi dell”epoca. Per dar forza a questa sua voce particolare, Nerone accettò di farsi torturare: si sdraiava a terra, sul dorso, e si faceva piazzare sul petto una lastra di piombo, e così sforzava, a lungo, il respiro; si purgava con clisteri, non mangiava frutta, e spesso si accontentava di un piatto di porri all”olio.

Grazie a Nerone, i porri diventarono un ortaggio alla moda: i più ricercati venivano dall” Egitto, da Ostia e da Ariccia. I medici li consigliavano come lassativo e come rinfrescante, e non escludevano che fossero afrodisiaci, poichè il porro “odia il suolo irrigato, e ama il concime e la terra grassa”.
Tanti sacrifici, sopportati in nome dell”arte, non furono vani: l”imperatore incominciò a esibirsi per gli intimi, e a ogni esibizione crescevano il controllo delle tecniche e la qualitĂ  del canto, e soprattutto crescevano gli applausi. Quando fu pienamente sicuro di sè, Nerone decise di esibirsi in pubblico: la musica che resta nascosta non viene apprezzata da nessuno. Ma dove debuttare?

Se egli fosse stato veramente quel Nerone che ci hanno dipinto a nero di seppia, avrebbe debuttato direttamente in Grecia, la terra sacra del canto e della musica; sarebbero stati applausi a scena aperta, anche se non avesse aperto la bocca; si sarebbero sbracciati, i Greci, a chiedergli il bis, e a pregarlo di prolungare la tournèe, anche se non avesse indovinato una nota.

Ma l”imperatore mostrò rispetto di sè e della sua vocazione. Scartò Roma, considerando i Romani troppo incompetenti di musica, e scelse Napoli, cittĂ  di spiriti e di umori ancora tutti greci, e dunque esperta di canto e di cantanti, e teatro continuo di spettacoli d”ogni genere.
Il debutto di Nerone fu un trionfo, prima, durante e dopo. E non solo per lo scroscio ininterrotto degli applausi. Finito lo spettacolo, gli spettatori uscirono dal teatro, ancora acclamando con l”ultimo soffio di voce, e battendo ancora le mani; e l”ultimo gruppo s”era appena allontanato, quando una scossa di terremoto buttò giù l”edificio. Svetonio dice invece che la scossa ci fu a spettacolo in corso, e che Nerone non si mosse finchè non portò a termine il pezzo che aveva iniziato.

Un dato è certo: il terremoto non fece nè morti nè feriti. Si può supporre che i Napoletani, nella valutazione del fatto, si siano divisi in due partiti: di qua i pessimisti, immediatamente persuasi che Nerone portasse jella, dall”altra, gli altri, convinti del contrario: sì il terremoto c”è stato, ma siamo tutti salvi e sani: nemmeno un graffio. E dunque questo imperatore porta bene, altro che jella. Vinse questa seconda dottrina, poichè Nerone continuò a esibirsi a Napoli. Avendo apprezzato gli elogi musicali che gli cantavano alcuni Alessandrini appena arrivati in cittĂ  con le navi del grano, l”imperatore fece venire dall”Egitto i loro concittadini più bravi in simili pratiche, li aggregò a cinquemila robusti giovanotti che erano il fiore della plebe di Napoli, divise la massa in squadre, e ordinò che imparassero i tipi fondamentali dell”applauso: a partire dai “bombi”, i ronzii, che ne costituivano il suono di base, e restavano compatti nel crescendo.

In questo corpo si innestavano, a comando, le impennate vertiginose, le vibrazioni estreme. Che si chiamavano “tegole”, perchè le mani si tenevano incavate, e ne veniva fuori un fragore sordo, la cupa minaccia di una tempesta imminente; e si chiamavano “mattoni”, perchè le palme delle mani cozzavano violentemente, producendo uno strepito secco, chiaro, uno sparo, come di due mattoni che si urtano, o di mano che batte con forza l”argilla nella forma. I clacchisti si distinguevano per le folte chiome e per l” eleganza dell”abbigliamento; i loro capi guadagnavano decine di migliaia di sesterzi. Il potere è sempre stato generoso con clacchisti semplici e direttori di claque.

A Napoli Nerone apprese che le Gallie si erano ribellate sotto la guida di Vindice, e che era incominciato l”ultimo atto della sua vita e del suo impero. E lui, questo epilogo, lo visse e lo recitò in uno stato in cui la realtĂ  e la scena, il ruolo dell”imperatore e le maschere dell”attore musicista e cantante costituivano oramai un tutt”uno. Delle accuse e degli oltraggi che i ribelli gli rivolgevano nei loro editti, lo facevano incavolare soprattutto le espressioni di disprezzo riservate alla sua arte.

Negli ultimi giorni, quando anche i Romani lo mollarono, e giĂ  si udiva il passo cadenzato delle legioni dei “liberatori”, qualcuno scrisse sulle colonne della cittĂ  che con il suo canto Nerone aveva svegliato anche i galli (e si giocava sul duplice significato del termine “gallus”, che in latino indica il popolo e anche il re del pollaio): insomma, è venuto il momento di dirti la veritĂ : tu non canti: tu strilli. Come si vede, l”arte italica di cacciar fuori il coraggio quando non si corrono più rischi ha radici antiche. L”imperatore cantante cercò di sottrarsi al destino di morte: ma quando tentò di convincere gli ufficiali della sua guardia del corpo a fuggire con lui in Asia, uno di essi lo sbeffeggiò recitandogli un verso di Virgilio: “Fino a questo punto è penoso morire?” (e penso a certi professoroni francesi che hanno osato sostenere che i Romani non avevano senso dell”umorismo).

Quando infine si accorse che arrivavano i cavalieri incaricati di prenderlo vivo, Nerone declamò con voce tremante un bel verso di Omero: “mi giunge all”orecchio il galoppo dei cavalli veloci”, e con l”aiuto del liberto Epafrodito si cacciò un pugnale in gola. Poco prima, aveva detto: “Quale artista muore con me”. Che mi pare un”espressione monumentale.
Chiamare gli applausi tegole e mattoni non era stata una grande idea: con quei nomi uno scroscio di applausi uccide.
(Fonte foto: gsr-roma.com)

LA RUBRICA

RISPOSTE AI LETTORI

La rubrica “La storia magra” del prof. Carmine Cimmino, solleva questioni, polemiche e genera commenti. Segno che la storia nostra (del Sud) e quella della nostra Nazione stentano ancora a fondersi.


Il problema dell”unificazione dell”Italia è la somma di tre problemi: 1) la debolezza strutturale del Regno delle due Sicilie; 2) l”arrivo di Garibaldi e dell”esercito piemontese; le luogotenenze, la guerra contro il così detto brigantaggio: insomma la storia degli anni 1861- 1870; 3) gli “arcana” della scelte politiche dello Stato italiano dal 1870 ad oggi e la progressiva riduzione del Sud a territorio “marginale” – marginale in tutti i sensi – rispetto al Nord. Tratteremo un capo alla volta.

Avendo scritto dieci anni fa un libro sui briganti del Vesuvio, conosco perfettamente gli argomenti dei nostalgici dei Borbone. Rispondo sinteticamente, prendendo come anno di riferimento il 1850: Garibaldi, i Mille e i Piemontesi sarebbero arrivati dieci anni dopo. Rispondo con dati tratti da documenti borbonici e da scrittori “borbonici”. Dunque, in quell”anno l”industria metalmeccanica napoletana era la prima d”Italia, grazie anche ai capitali stranieri e alla politica protezionistica. Ma la produzione agricola passava da una crisi all”altra, soprattutto perchè i prezzi dei prodotti si mantenevano bassi: non c”erano strade, e il commercio interno non poteva svilupparsi.

Tra il 1830 e il 1850 il grano arrivò a costare sul mercato di Napoli 7 ducati l”ettolitro, mentre in Basilicata i contadini erano costretti a venderlo a meno di 2 ducati l”ettolitro. Chiunque abbia letto i documenti dell”Ufficio borbonico Ponti e Strade sa che intere province erano tagliate fuori dal resto del Regno. Per rendersene conto basta leggere le relazioni della Polizia borbonica sull”ultimo viaggio di Ferdinando II, da Napoli in Puglia. La prima linea ferroviaria costruita in Italia fu la Napoli –Portici. È un primato che nessuno contesta. Fu inaugurata nel 1839. E dopo? La Napoli- Caserta venne costruita nel 1840. E dopo? Niente di niente.

Giacinto De Sivo, lo storico che per primo scrisse della “congiura universale” che aveva abbattuto i Borbone, e che pagò con l”esilio la sua lealtĂ  alla dinastia, aprì la sua Storia ricordando che il 23 novembre del 1859 Francesco II “ordinava una commissione per discutere sui disegni di ampliamento al porto di Napoli: ordinava il proseguimento della strada ferrata per Sanseverino e Salerno..” E poco dopo prometteva nuove linee: da Napoli a Lecce; da Napoli ai confini dell” Abruzzo; da Palermo a Catania. Perchè la dinastia aveva adottato la strategia dell”isolamento? Perchè non aveva investito capitali nella costruzione di strade, di porti e di ferrovie? Eppure, la borghesia produttiva chiedeva rispettosamente, ma fermamente, lo sviluppo delle comunicazioni: per rendersene conto, basta leggere i fascicoli degli “Annali civili del Regno delle Due Sicilie” (soprattutto i fascicoli del 1852 e del 1854): forse è utile dire che la pubblicazione degli Annali era controllata dal governo borbonico, e che ogni “pezzo” veniva vagliato dalla censura.

Non ci dobbiamo meravigliare se la quota pro capite del commercio estero del Regno era tra le più basse d”Europa: ducati 6,52 per abitante, comprendendo nel conto la Sicilia; e senza la Sicilia, ducati 5,52 per abitante. Il dato è del 1858: in quell”anno, la quota del Regno di Sardegna era di ducati 40,13 per abitante, e quella della Toscana era di ducati 31,70; perfino la quota dello Stato Pontificio era superiore: ducati 9,06 per abitante. Sì, le casse dello Stato erano colme di argento e di oro, che i Piemontesi saccheggiarono. Perchè questa enorme massa di metallo non era stata impiegata in investimenti redditizi?

Mancavano le banche. C”era un istituto bancario a Napoli, con una succursale a Bari; nel 1850 la Cassa di Palermo e di Messina venne trasformata in “Banco dei Reali Domini al di lĂ  del Faro”; intere regioni erano prive di “sportelli” bancari, e perfino per i commercianti della provincia di Napoli era quasi impossibile ottenere fedi di credito. Era così insopportabile la situazione che nel 1842 gli “Annali del Regno delle due Sicilie” osarono pubblicare un lungo saggio, intitolato “Proposta di banche provinciali di risparmio e di circolazione”. Dilagava l”usura, ovviamente (Domenico Demarco in “Il crollo del Regno delle due Sicilie” e Nicola Ostuni in “Finanza e economia nel Regno delle Due Sicilie”, che è del 1992, hanno analizzato scientificamente la questione sulla base dei bilanci dello Stato ).

E vorrei non parlare, ma dovrò farlo, delle percentuali di analfabeti, e del livello culturale degli alfabetizzati. Certo, la borghesia poteva procurarsi maestri e professori privati di buon livello, e alcune “facoltĂ ” dell” UniversitĂ  di Napoli erano eccellenti: ma in quasi tutto il Regno il numero di coloro che non sapevano nè leggere nè scrivere era spropositato. Numerosi decurioni (consiglieri comunali) di Comuni della Provincia di Napoli firmavano i verbali di consiglio aiutandosi con una stampiglia di legno.
Strade, scuole, banche: le scelte di Francesco I e di Ferdinando II in questi tre settori strategici obbedirono a un “secretum imperii”: impedire l”ampliamento e il potenziamento del ceto borghese, bloccare la diffusione di una mentalitĂ  borghese. Come aveva vaticinato Metternich, la dinastia morì di una “infezione” contratta durante i moti del “20-“21: la paura.

De Sivo spiegò il crollo con la congiura “universale” della Francia, dell”Inghilterra e della Massoneria, e con l”oro piemontese che aveva corrotto i capi dell”esercito napoletano. Se è vero tutto questo, cosa dobbiamo pensare di una dinastia che non si accorse nemmeno in punto di morte di aver affidato le sorti del regno a una manica di incapaci, di felloni, di corrotti e di traditori?
Vorrei raccontarvi la vita quotidiana nei Comuni: la vita dei clan dei “galantuomini” e la vita dei “miseri”, così come viene descritta, con assoluta chiarezza, dalle relazioni degli Intendenti borbonici (i Prefetti di oggi), dagli atti comunali, dalle “suppliche” che i parroci più sensibili rivolgevano alla MaestĂ  del Re “umiliandosi davanti al trono”, dalle Commissioni Sanitarie che dovevano affrontare le epidemie cicliche di colera e di “febbri tifoidee”.

E mi riferisco non ai Comuni di quelle regioni in cui, come avrebbe scritto Carlo Levi, Cristo non era arrivato, ma ai Comuni della Provincia di Napoli e di Terra di Lavoro: province considerate ricche e sotto il controllo diretto dell” Amministrazione Centrale.
Ho letto centinaia di documenti del fondo Sottointendenza di Castellammare e dell” Intendenza di Napoli, e atti di processi, e centinaia di note e relazioni della polizia borbonica: potrei aggiungere all”elenco i molti diari di viaggio di stranieri che visitavano il Regno. Le carte borboniche non riescono a nascondere le storie dell” ordinaria sopraffazione e il dramma di una povertĂ  che spesso alimentava un degrado morale intollerabile. Certo, prima di giudicare, bisogna mettersi d”accordo sui termini della prospettiva storica. Ma ci sono limiti che anche il giudizio relativo deve rispettare.

Il processo dell”unificazione fu una vicenda di violenze, di massacri, di rapine, di progetti canaglieschi di cui ancora oggi paghiamo le conseguenze. Questa veritĂ  è nota da tempo: la Storia del brigantaggio dopo l”UnitĂ , di F. Molfese, venne pubblicata da Feltrinelli nel 1964 e lo splendido libro di G. Cingari, Brigantaggio, proprietari e contadini nel Sud (1799- 1900), è del 1976. Ma non riesco a capire come si possano rimpiangere i Borbone. Anche perchè i Piemontesi saccheggiarono e umiliarono il Sud con l”interessata connivenza di buona parte di quei “galantuomini” che fino a pochi mesi prima erano stati borbonici. La “congiura” contro il Sud fu ordita a Napoli e a Torino, tra il 1860 e il 1861, sui telai della malafede di alcuni e della stupiditĂ  politica di altri: A. Scirocco ha descritto minuziosamente la trama in un libro del 1981, Il Mezzogiorno nella crisi dell”unificazione ( 1860-61). Ne parleremo la prossima volta.

(Fonte foto: Repubblica.it)

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IL GIOCO AL MASSACRO PER LA CANDIDATURA A SINDACO DI NAPOLI

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Dei personaggi che si affollano a candidarsi alla guida della cittĂ , si conoscono solo le facce e l”appartenenza. Nessuno verifica quanto conoscano Napoli e quali idee hanno per farle risalire l”abisso in cui è sprofondata.
Di Amato Lamberti

Le candidature a sindaco di Napoli saranno sicuramente il tormentone di questa estate. La cosa è comprensibile ove si pensi che, da un lato, i giornali per colpa delle vacanze non hanno molti fatti su cui costruire informazione appetibile per i lettori, e, dall”altro, le vacanze di politici e amministratori lasciano disponibile solo il gossip delle dichiarazioni e delle ambizioni che cercano di sondare gli umori dell”opinione pubblica. I giornali ci aggiungono poi una attenzione esasperata per tutto ciò che è spettacolarizzabile, come il privato dei politici o i loro scontri di potere.

Basti pensare che lo scontro tra Berlusconi e Fini è stato capace di cancellare completamente ogni dibattito e ogni riflessione sull”approvazione di una finanziaria che condizionerĂ  il Paese per i prossimi due anni. Comunque, visto che si andrĂ  a votare nella prossima primavera per l”elezione del nuovo sindaco e per il rinnovo del consiglio comunale, si può anche dire che il dibattito sia partito in ritardo, soprattutto per quanto riguarda il “che fare?” per la cittĂ  e i cittadini, da parte degli aspiranti alla poltrona di sindaco della cittĂ  forse più travagliata d”Italia. Per ora si discute di nomi e di schieramenti per vincere un confronto che appare problematico anche alla luce delle recenti consultazioni elettorali che in Regione e nelle province hanno visto la vittoria del centrodestra.

Non a caso è nel centrosinistra che regna la maggiore agitazione. Il paradosso è che tutti, nel centrosinistra, sostengono la necessitĂ  si ricompattare un fronte il più ampio possibile, per superare l”attuale frammentazione e darsi qualche chance di vittoria, ma su ogni candidatura, anche solo ventilata, lo sport preferito è quello del tiro al piccione che si è esposto, evidentemente senza fare i conti con le tante aspettative che sono in campo e quelle che ancora non si rivelano. Un gioco al massacro giĂ  visto proprio nelle più recenti consultazioni elettorali e che ha prodotto solo cocenti sconfitte. A mio avviso, il metodo dovrebbe essere diverso: prima dei nomi dei possibili candidati a sindaco, bisognerebbe discutere dei problemi della cittĂ  e delle azioni da mettere in campo per risolverli.

Il paradosso dei paradossi è che, nella mia abbastanza lunga carriera di amministratore, non ho mai incontrato un sindaco, ma anche un consigliere, che dimostrasse di conoscere realmente la realtĂ  che amministrava, a cominciare dal numero delle famiglie in condizioni di bisogno, dalle ragioni di questa situazione, dalla loro collocazione sul territorio, dall”attenzione che i servizi sociali del Comune dedicavano ad ogni particolare situazione. Senza parlare del fatto che molti sindaci ignorano la stessa composizione sociale della popolazione dei loro cittadini, il numero di anziani non autosufficienti, quelli titolari di pensioni di invaliditĂ  e di accompagnamento, il numero di bambini che per carenza di strutture pubbliche sono costretti a usufruire di asili nido e scuole materne privati o ad essere affidati, per carenze economiche, a parenti e reti di vicinato, il numero di donne che lavorano e devono fare i salti mortali per accudire i figli ma anche gli altri familiari conviventi.

Mi si potrebbe rispondere che il sindaco ha un numero sufficiente di assessori che dovrebbero confrontarsi con i problemi della cittadinanza avvalendosi dell”esercito di dirigenti, funzionari e impiegati dell”enorme e pletorica macchina comunale. Ma questo significherebbe accettare il criterio vigente e prevalente nelle amministrazioni pubbliche del Mezzogiorno del navigare a vista, del tamponare le emergenze, senza uno straccio di prospettiva, di orizzonte, di progetto di cambiamento e di innovazione. Il modello di governo delle cittĂ , vigente in tutta Europa, non a caso prevede l”elaborazione di un “piano strategico” che a partire dall”analisi dettagliata e minuta delle condizioni in un determinato momento, definisca la strategia che si intende perseguire per rimuovere diseconomie e situazioni di crisi e orientare lo sviluppo della cittĂ  in direzioni capaci di valorizzarne la storia, la cultura, i saperi, le ricchezze, le potenzialitĂ .

Molte cittĂ  italiane, come Torino, Firenze, Trento, Sassari, Cagliari, Spezia, Piacenza, Fabriano, Teramo, ed alcune comunitĂ  territoriali, come quella dei Nebrodi, di Valle del Belice, delle Terre Sicane, si sono dotate di questo strumento di orientamento e pianificazione dello sviluppo. Anche Napoli si è dotata di un piano strategico molto articolato fondato sull”idea di “Napoli “fuoco” del Mediterraneo, fonte di energie creative e di competenze e luogo centrale di flussi verso l”Oriente:motore di sviluppo per l”intera regione:capace di attivare e mettere a lavoro le straordinarie risorse materiali e immateriali di una terra” che ha solo bisogno di prendere coscienza delle sue potenzialitĂ  finora non pienamente valorizzate.

Un progetto ambizioso che è il risultato di un lavoro collettivo ampiamente partecipato e che meriterebbe di essere messo al centro di ogni discussione sul futuro della cittĂ  soprattutto da chi si candida a guidare come sindaco un rinnovamento che appare a tutti necessario e non più rinviabile. Meraviglia che nel dibattito in corso non se ne faccia parola, neppure da parte di chi, come Oddati, da assessore è stato responsabile della sua realizzazione. L”impressione è che molti non ne conoscano neppure l”esistenza, mentre altri tendano a sottovalutarne l”importanza per la costruzione di un progetto condiviso di governo della cittĂ  finalmente liberato dalla pressione costante delle continue emergenze.

Anche gli organi di informazione non aiutano lo sviluppo di un confronto serio, fondato sulle cose da fare per affrontare i tanti problemi della cittĂ . Problemi che bisognerebbe conoscere per poter dar vita a qualsiasi progetto di cambiamento. Ma dei candidati conosciamo solo i nomi e le facce, oltre alle appartenenze politiche: nessuno verifica quanto conoscano la cittĂ  e quali idee hanno in testa per promuoverne la risalita da un fondo che sembra diventare ogni giorno più abissale.

IL DISASTRO DEL SUD É COLPA DEGLI UOMINI DEL SUD

Il libro “Terroni”, di Pino Aprile, accende il dibattito tra Sud e Nord d”Italia. Tra chi pensa che il Sud sia stato saccheggiato e chi addossa parte delle responsabilitĂ  dell”arretratezza agli stessi meridionali.
Di Carmine Cimmino

Era fatale che succedesse. È giĂ  partita la stagione delle “feste” per l”unitĂ  d”Italia, nascono comitati, si buttano giù bozze di programma, e l”editoria monta “spalliere” e “diane” di fuochi d”artificio. Se un libro non fa fracasso, non ne vendi nemmeno una copia. L”unitĂ  d”Italia è un argomento giĂ  rumoroso di per sè: se il capo dei “lombardi”, che tra l”altro è anche ministro in carica della Repubblica, minaccia di chiamare alle armi, a difesa del carroccio del federalismo, venti milioni di guerrieri, embè, non gli puoi rispondere col violino e col cembalo.

Alla sua bombarda rispondiamo, in tutta calma, con una bombarda e mezza. Voi nordisti non ci avete liberati, ma assoggettati; la vostra ferocia non è stata inferiore nè a quella delle “giacche azzurre” contro Sioux e Piedi Neri, nè a quella dei nazisti a Marzabotto; voi ci avete condannati, per sempre, alla povertĂ  e alla umiliazione, ci avete ridotti per l”eternitĂ  alla condizione di meridionali, di “terroni”. Amen.

Non mi piace “Terroni”, il libro di Pino Aprile. Prima di tutto perchè la storia di quello che avvenne, a Napoli, a Torino, a Palermo, a Reggio, tra il 1830 e il 1865, è tutta un”altra storia: e l”hanno giĂ  raccontata Alfonso Scirocco, Giuseppe Galasso, Domenico Demarco: che hanno amato e amano Napoli e il Sud, e che, per amore di Napoli, del Sud e della veritĂ , hanno letto gli atti, migliaia di atti, tanti atti, tante carte, da poter ricostruire le vicende di quel periodo giorno per giorno. Non mi piace il libro perchè, al di lĂ  delle intenzioni dell”autore, fa oggettivamente il gioco di Bossi e dei suoi: mette la partita in rissa: e le risse, si sa, alzano polvere, e polveroni. Non mi piace perchè offre il solito alibi alla responsabile prima del disastro: la classe dirigente del Sud.

Tra il 1860 e il 1863 Spaventa, Scialoja, Pisanelli, Massari, Nisco, Settembrini, Villari non seppero orientare – e Scirocco e Giuliano Procacci hanno limpidamente dimostrato che avrebbero potuto, se avessero saputo farlo, e voluto farlo – non seppero orientare, nè a Torino, nè a Napoli, la politica dell”unificazione e si dimostrarono tragicamente miopi intorno a tre problemi strutturali: l”organizzazione della burocrazia; la questione del demanio; la politica fiscale.

E vale la pena di ricordare, poi, che dal 1948 al 1994 – gli anni cruciali della ricostruzione postbellica, della prima e della seconda fase del “miracolo” dell”economia italiana, della Cassa del Mezzogiorno, dell”Italsider di Bagnoli e di Taranto, della Fiat di Pomigliano, della pianificazione industriale dopo il terremoto dell””80: un cinquantennio pieno come un uovo di investimenti e di debito pubblico – cocchieri romani, napoletani, avellinesi, lucani, calabresi e siciliani tennero tra le mani, saldamente e ininterrottamente, le redini più importanti della diligenza.

E mi riferisco non solo ai politici, ma anche ai più alti dirigenti dei ministeri. Del resto, quale sia la pasta di cui è fatta buona parte della societĂ  civile napoletana e campana e meridionale, lo vediamo, e lo “sentiamo”, ogni giorno. Non escludo che ci sia stato un disegno per mantenerci per sempre “meridionali”: ma gli autori del disegno, gli artisti, bisogna cercarli tra noi.
Infine, non mi piace il libro di Pino Aprile perchè parte dal presupposto che parlar male dei Borbone voglia dire essere sfegatatamente filopiemontese: è un procedimento dialettico, diciamo così, sportivo, che non si adatta a una questione tanto complessa. Quando apparve inevitabile la guerra tra Cesare e Pompeo Cicerone capì che non poteva restare neutrale. Ma con chi schierarsi ? Esitò a lungo. “So da chi devo tenermi lontano – confessò-, ma non so con chi andare”.

I Piemontesi vennero travolti dagli eventi del “60 e del “61: a Milano, a Firenze e a Bologna trovarono un valido aiuto nella classe dirigente locale; a Napoli, a Reggio, a Cosenza, a Palermo, non ci capirono niente. La caduta dei Borbone innescò faide e vendette all”interno della borghesia meridionale, le cui famiglie si accusavano l”un l”altra d”essere state “fedelissime” alla dinastia sconfitta, e cercavano di coinvolgere nella trama delle vendette, dell”odio e del risentimento i soldati piemontesi. Episodi assai gravi di questo regolamento di conti tra famiglie di “galantuomini” avvennero anche nei comuni vesuviani, e ne segnarono, per decenni, la storia sociale.

Il generale Giuseppe Govone, astigiano, uomo d”arme di altissima dignitĂ , scrisse nelle sue memorie che era stato difficile tenersi fuori da questo miserabile teatro di faide e rappresaglie, in cui però molti ufficiali piemontesi disonorarono la divisa e la bandiera: ma la loro incompetenza, la loro crudeltĂ , il saccheggio, la rapina, i massacri di cui furono responsabili non possono essere la causa della gigantesca catastrofe morale, culturale, economica, che incominciò a scuotere la societĂ  meridionale molto prima dell”arrivo di Garibaldi e infine l”ha ridotta alla forma di oggi: un ammasso di corruzione, inettitudine, arroganza smisurata di alcuni e povertĂ  umiliante di troppi e amara disperazione.

Conviene partire dall”inizio, e far parlare i numeri, perchè dicano esattamente, sulla base dei bilanci dei governi di Ferdinando II e di Francesco II, e delle relazioni non di piemontesi, nè di stranieri, ma di funzionari al servizio dei Borbone, quale era nel regno di Napoli, prima che arrivasse Garibaldi, lo stato dell”economia, delle finanze, delle strade, e quale il rapporto tra i ricchi e i poveri, e quale il livello della miseria, e quale la misura dell”ignoranza. Don Giacinto De Sivo, borbonico puro e simpatico, scrisse, a caldo, che solo la congiura di una “setta mondiale” aveva potuto abbattere la dinastia del “reame il meglio felice del mondo”.

È probabile che il suo concetto di felicitĂ  fosse compatibile col fatto che nel 1835 in Terra d”Otranto c”era un mendicante ogni 13 abitanti, e 1 su 29 in Basilicata, e 1 su 19 nella Calabria ulteriore. A Napoli ce n”erano 6 o 7000, 1 ogni 50 o 60 abitanti “secondo una prudenziale stima”: e queste stime sono del Cagnazzi, che era stato murattiano, ma dopo Murat prese lo stipendio dai Borbone come docente di economia e di statistica all”UniversitĂ  di Napoli.

La discussione non è accademica: aiuterĂ  a capire qual è lo spazio e qual è il tempo in cui la nostra vita è oggi immersa. Centocinquanta anni, nella prospettiva della storia, sono un soffio: le voci dei nostri nonni e dei loro genitori ci giungono ancora chiare e vive. La loro memoria non merita di essere stravolta. Sarebbe interessante organizzare un convegno sul tema, e sentire le ragioni di tutti. Sarebbe utile invitare Pino Aprile.
(Fonte foto: agneseginocchio.it)

IAD, INTERNET ADDICTION DISORDER (DIPENDENZA DALLA RETE)

La dipendenza da Internet sta diventando un”emergenza anche in Italia. Il progetto del Distretto 24 dell”ASL Na1 con il Liceo Mercalli.
Di Annamaria Franzoni

Liberi da compiti domiciliari, allenamenti in palestra, lezioni private di vario genere, impegni parrocchiali e quant”altro, gli adolescenti in estate hanno un motivo in più per restare imbrigliati dalla “dipendenza da mouse”.
La dipendenza da Internet, che è divenuta una vera e propria emergenza sanitaria in Cina, in Giappone e in altri paesi del mondo sta allarmando anche il nostro Paese. Gli esperti italiani sono, infatti, al lavoro per mettere a punto protocolli speciali che definiscano il percorso di cura di queste nuove patologie del ventunesimo secolo.

Il progetto IAD, Internet Addiction disorder (dipendenza dalla rete), organizzato dall”Uosm del distretto 24 della ASL Na1, diretto da Claudio Petrella e gestito in collaborazione con il Consiglio di Classe del biennio G del Liceo Mercalli, a cui si faceva riferimento in uno degli ultimi articoli, ha costituito un evento singolare di formazione/informazione per studenti, genitori, docenti e rappresentanti delle principali agenzie formative presenti sul territorio.
Dopo un”interessante lectio sull”argomento svolta in modo dinamico e coinvolgente dal dott. Bruno Sanseverino e dalla dott.ssa Donatella Bottiglieri che hanno sinteticamente presentato al pubblico dati interessanti , tra cui il fenomeno degli Hikikomori, i ragazzi della I e II G hanno presentato i loro video, realizzati autonomamente sulla base degli spunti e delle riflessioni nate durante la frequenza al corso.

I prodotti elaborati da entrambi i gruppi hanno affascinato il pubblico, che è rimasto colpito sia dalla bravura tecnica espressa, sia dalla capacitĂ  di lavorare in gruppo e esprimere un”azione partecipata e sinergica attraverso trame semplici, ma profonde.
In conclusione dei lavori un interessante dibattito ha evidenziato quanto la problematica trattata sia attuale e stia a cuore a tutti gli operatori delle agenzie formative che nella scuola trovano il nucleo centrale di riferimento.

Sono stati presentati i dati raccolti sui ragazzi del liceo Mercalli, che navigano mediamente 15/23 ore a settimane, non certo per una sterile critica sull”uso di Internet o per allontanarli da esso, ma per far sì che utilizzino in modo corretto e consapevole uno strumento che mal dosato sta portando, nel mondo, a conseguenze devastanti.
Si è, quindi, partiti dalla metafora del grande poeta Rimbaud che presenta un battello privo di una guida e di una direttiva, per approdare ad una imbarcazione all”interno della quale i vogatori, i nostri giovani adolescenti, hanno mostrato di vogare all”unisono, guidati da timonieri che, senza imporsi in modo invasivo, sanno indicare la giusta rotta.

In questo consiste il patto formativo stipulato tra le varie agenzie formative, la famiglia, la scuola, il territorio che in un impegno corale sostenuto dall” entusiasmo e dalla professionalitĂ  contribuiscono alla formazione dell”adolescente di oggi, del cittadino di domani a scuola, in vacanza, in cittĂ , al mare o ai monti.

OSSERVATORIO ADOLESCENTI

IL CULTO VESUVIANO DELLA MADONNA DEL CARMINE

La Madonna è al centro della religiositĂ  vesuviana. Questa centralitĂ  nasce dal passato remoto, e si è consolidata durante le eruzioni del Vesuvio e nelle vicende dell”aspra battaglia che la Chiesa ha combattuto, nelle nostre terre…

Durante e dopo il Concilio Vaticano II, alcuni teologi osservarono che la religione cristiana ora si configura come religione del Padre, quando cioè sottolinea la centralitĂ  del rigore morale e sollecita il cristiano alla battaglia quotidiana contro il peccato; ora, invece, manifestandosi come religione della Madre, offre la rassicurante protezione della Vergine a chi è angosciato dalla pena di vivere, e dalla paura della morte e dal terrore dell”aldilĂ . La storia della religiositĂ  delle terre vesuviane parte dagli antichi culti delle Madri, e si sviluppa attraverso i misteri della Venere pompeiana, di Demetra, di Iside, di Mitra, di Dioniso.

Mitra e Dioniso sono divinitĂ  maschili, ma alcuni elementi, il sangue rituale, il travestimento, il battesimo, il menadismo, rimandano ai riti femminili della feconditĂ . Il sangue, e le preghiere e i pianti delle “parenti” dimostrano con chiarezza quanto forte sia, perfino nel culto di San Gennaro, la presenza di ancestrali memorie, filtrate, purgate, omologate, della devozione alla Madre. La Madonna, con i suoi titoli e con i suoi carismi, è al centro della religiositĂ  vesuviana: la Madonna del Carmine, la Madonna dell”Arco, la “Mamma Schiavona”, la Madonna della Neve, l”Immacolata. Questa centralitĂ  nasce dal passato remoto, e si è consolidata, e potenziata, durante le eruzioni del Vesuvio e nelle vicende dell”aspra battaglia che la Chiesa ha combattuto, nelle nostre terre, contro la cultura della magia, delle fatture e degli incantesimi.

I luoghi di questa cultura furono l”Atrio del Cavallo (lo è ancora?), e i dintorni delle paludi di Volla, della Longola, tra Poggiomarino e Sarno, di Cimitile e di Scafati. In questo territorio del sortilegio i santuari mariani di Madonna dell” Arco e di Pompei occupano, non a caso, posizioni strategiche.

Il culto della Madonna del Carmelo arrivò in Europa dall”Oriente. I Carmelitani giunsero a Napoli a metĂ  del sec.XII e acquistarono, sulla Marina, un ospizio per pescatori e una chiesetta, che intitolarono a Santa Maria la Bruna del Monte Carmelo. Il 16 luglio 1251 la Vergine si manifestò a Simone Stock, generale dell”Ordine, e gli consegnò lo scapolare, segno del patto che Lei stringeva con i suoi fedeli, e della promessa che chiunque indossasse “l”abitino” fino al giorno del trapasso, si sarebbe salvato dai pericoli della vita, e dopo la morte, dal fuoco dell”Inferno.

Da quell”apparizione il 16 luglio divenne il giorno sacro alla Madonna del Carmelo. E tutti i vesuviani gridarono al miracolo osservando che “la conflagrazione vesuviana” del Vesuvio del 1660 cessò proprio il 16 luglio: “se ne deve far festa eternamente in detta giornata”, scrisse nel registro degli atti il notaio segretario del Comune di Ottajano, “per la grazia ricevuta dal nostro Signore per mezzo della Sua Madre Santissima del Carmine”. Scrive un cronista, testimone dell”eruzione, che dal vulcano non venne fuori la lava, ma solo cenere: una cenere bianchissima, “come fosse fioritura di sal comune, che quasi sempre più o meno copiosamente si trova in essa, e ai raggi del sole fiorisce alla sua superficie”; ma Palmieri pensò che vi fosse la leucite, che egli aveva trovato, con l”aiuto del microscopio, nella cenere bianca dell”eruzione del 1872.

Nel 1322 Giovanni XXII aveva definito, con una bolla, il privilegio “sabatino”: i fedeli di Maria del Carmelo sarebbero usciti dalle fiamme del Purgatorio, per entrare in Paradiso, il sabato successivo al giorno della loro morte. Invocata a protezione delle anime “purganti” e di tutti coloro che in vita “tengono la morte “ncoppa “a noce d””o cuollo”, la Madonna Bruna ispirò una devozione che andava oltre i confini della fede, e toccava il cuore anche di chi non credeva. La venerarono tutti coloro che esponevano la vita ai rischi estremi dei viaggi per mare, della guerra, dei lavori pericolosi. A Lei si affidarono i carcerati: giĂ  nel “600 tutti i detenuti della Vicaria, la terribile prigione dei Tribunali di Napoli, dovevano fare l”offerta, ” “a camorra, per l”olio della Madonna”, per l”olio che alimentava la lampada perennemente accesa davanti all”immagine di Maria del Carmelo. I camorristi la elessero a loro Patrona: lo raccontano gli storici, e lo confermano i documenti d”archivio.

Norman Lewis, che fu capo dei servizi segreti dell”esercito britannico durante la II guerra mondiale (e che ha scritto un meraviglioso libro su Napoli, “Napoli “44”), osservò che in una cittĂ  stremata dalla fame e dalla miseria, in cui si rubava di tutto, le navi dal porto e i mozziconi di candela dagli altari, nessuna mano sacrilega osò toccare i beni della Chiesa del Carmine a piazza Mercato. Ciccio Cappuccio, detto “o signorino, fu, dopo Salvatore De Crescenzo, l”ultimo carismatico capo della camorra napoletana dell”Ottocento. Anche il padre era camorrista. Quando fu ospite del carcere di San Francesco, dispose che nella sua camerata ogni sera si recitasse il rosario, e che il mercoledì, giorno sacro alla Madonna del Carmine, non si mangiasse carne.

Il brigante Antonio Cozzolino Pilone indossava “l”abitino”, e “abitini” regalava ai suoi seguaci e alle sue ammiratrici, vantandosi di averli ricevuti direttamente dalle mani di Pio IX, il papa che il 26 marzo 1860 “sotto l”anello del Pescatore” “scomunicò e anatematizzò” i Savoia e tutti coloro che partecipavano alla costruzione del Regno d”Italia.

Nel 1694 la processione ottajanese della Madonna del Carmine consolidò il suo carattere penitenziale, che resiste ancora oggi: e resiste bene, nonostante gli attacchi, forse volontari, forse involontari, di chi ignora le tradizioni e non ha rispetto per i valori dell”identitĂ  civica. Nell”aprile di quell”anno la Madonna, implorata dagli Ottajanesi, aveva di nuovo ammansito il Vesuvio eruttante. Fu un”eruzione particolare, quella del 1694: il fascino dei torrenti di fuoco che scendevano tra Pollena e San Sebastiano attirò per la prima volta una massa di turisti .

Erano tanti i “curiosi” che arrivavano da ogni angolo della regione, che dei cervelli fini di Barra e di Sant”Anastasia “piantarono frasca” sui pagliai e sulle capanne prossimi allo spettacolo della lava: insomma li trasformarono in improvvisate osterie, in cui i “curiosi” potevano comprare vino, pane, cibi cotti, dolci, sorbetti, e anche la compagnia e i favori di certe signore che un cronista, testimone dei fatti, chiamò elegantemente “donne di mondo”.

L” “impresa” venne quasi subito interrotta, bruscamente, dalla furia non del vulcano, ma dei Padri Alcantarini che accorsero da Portici a scagliare l”anatema contro i traffici della lussuria. La storia delle eruzioni sorprende per la sua varietĂ , come il carattere dei vesuviani.
(Fonte foto: Rete Internet)

LA RUBRICA

LE CASE CROLLANO PER INCURIA NON CERTO PER FATALITÁ

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Il crollo di Afragola non è un caso. Si sa che nel sottosuolo di Napoli e provincia vi sono numerose cavitĂ , ma manca una ricognizione completa in grado di prevenire i rischi. Non c”è controllo del territorio e sono troppi gli abusi edilizi.

Il crollo improvviso di una palazzina fatiscente, in una notte di tregenda con pioggia battente, vento a raffiche, tuoni e fulmini, ad Afragola, ha causato tre vittime e un salvataggio che ha del miracoloso, ove si pensi che la bambina estratta viva e in discrete condizioni è restata sepolta per quindici lunghissime ore sotto le macerie della casa crollata. Un crollo annunciato hanno titolato i giornali, riprendendo l’opinione dei cittadini, viste le condizioni di fatiscenza della palazzina in un contesto urbano putrescente per l’incuria degli uomini più che per la vetustĂ  degli edifici.

A confermare le opinioni della gente è venuta la scoperta che la casa poggiava su una cavitĂ  sotterranea tanto grande da inghiottirla completamente per tutta la sua altezza. Certamente la pioggia battente per ore, la potenza dilavante delle acque, la carenza del sistema di raccolta delle acque reflue, hanno avuto una parte rilevante nel disastro, ma è sulla cavitĂ  sotterranea che si addensano le maggiori responsabilitĂ .

Una cavitĂ  sotterranea come tante che si nascondono sotto le case dei paesi e delle cittĂ  della provincia di Napoli per via di un sistema di costruzione che prevedeva, fino agli inizi del Novecento, l’estrazione dei blocchi di tufo al di sotto del piano di costruzione dell’edificio, in modo da realizzare vaste e profonde cantine per la conservazione del vino, la vera ricchezza del nostro territorio, ma anche di olio, salumi, lardo, patate, oltre che del carbone per il riscaldamento invernale. Le cantine erano il valore aggiunto delle abitazioni e si articolavano a più livelli di profonditĂ  proprio per consentire molteplici utilizzazioni.

Il problema è che nel tempo si è continuato a costruire attorno e dentro i palazzi originari: sopraelevazioni, aggiunte abusive, superfetazioni per creare nuovi vani, soppalcature interne per sfruttare l’altezza delle stanze d’altri tempi, hanno modificato i palazzi e probabilmente la stessa loro staticitĂ . Nello stesso tempo si sono ignorate le cavitĂ  sottostanti e anche il reticolo di scavi che finiva per collegare cavitĂ  tra loro distanti e aprirne di nuove magari con il solo scopo di attrezzare depositi. Il risultato è che interi paesi poggiano sul vuoto di cavitĂ  sotterranee di molte delle quali si è persa anche memoria.

Per questo, e dopo alcuni crolli che avevano riproposto il problema della conoscenza del sottosuolo di Napoli, come Amministrazione provinciale si avviò nel 2000 la realizzazione della mappa completa del sottosuolo della provincia di Napoli. Il risultato più significativo fu che tutti i centri storici delle cittĂ  e dei paesi della provincia presentavano le stesse caratteristiche del centro storico di Napoli: numerose cavitĂ , alcune di enormi dimensioni, molte collegate tra di loro con cavitĂ  di più ridotte dimensioni e lunghi camminamenti. Anche le zone periferiche di alcune cittĂ  presentavano numerose cavitĂ , alcune di grande estensione e profonditĂ , che erano servite per estrarre materiale tufaceo da costruzione utilizzato anche a notevole distanza dalla cava.

Sulle cave si era poi negli anni successivi provveduto a costruire anche importanti lottizzazioni senza le pur necessarie opere di messa in sicurezza degli edifici. L’intenzione era quella di mettere a disposizione dei sindaci una mappa aggiornata delle cavitĂ  sotterranee della propria cittĂ  per avviare un lavoro di ricognizione sulla sicurezza degli edifici. Non mi risulta che questo lavoro di ricognizione dello stato del sottosuolo sia stato adeguatamente utilizzato per promuovere verifiche di staticitĂ  e interventi di consolidamento. Anche la cavitĂ  che ad Afragola ha causato il recente crollo era regolarmente censita, così come la presenza di una condotta fognaria da tenere sotto controllo per evitare possibili e pericolose infiltrazioni. Si può quindi veramente parlare di un crollo annunciato, certamente favorito dalla fatiscenza dell’intera abitazione.

Come per tutti gli altri crolli che, soprattutto nelle stagioni piovose, si sono susseguiti negli ultimi anni, nella cittĂ  di Napoli e nelle cittĂ  della provincia, con una cadenza che avrebbe dovuto far riflettere gli amministratori sulla necessitĂ  di interventi preventivi sulle abitazioni che presentavano nel sottosuolo la presenza di cavitĂ  antiche e più recenti magari dovute alla fatiscenza di condotte idriche e fognarie, oltre che dei canali di scolo delle acque piovane. Questa attenzione non c’è stata e ci si ritrova così, ad ogni disastro, ad invocare una fatalitĂ  che invece poteva essere largamente prevista e prevenuta.
(Fonte foto: Rete Internet)

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