Il “Cristo crocifisso” di Velàzquez: le tre “novità”: il capo chino, i capelli sul volto, il colore della carne

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Mentre gli altri pittori hanno rappresentato un Cristo in croce ancora vivo, il Cristo del pittore spagnolo è morto: da qui i capelli e l’ombra sul volto. Ma da questa morte nasce la Vita: perciò il Corpo di Cristo, “cibo” reale e naturale dei credenti, è serenamente luminoso e vivo: un prodigio anche di tecnica pittorica. Il valore “teologico” del capo chino. L’ammirazione di Miguel de Unamuno, di Manet, di Picasso.   Questo quadro, che oggi è conservato nel Museo del Prado, si disse che Velàzquez l’aveva dipinto, tra il 1631 e il 1632, per il convento madrileno delle Benedettine di San Placido, su richiesta di Filippo IV, re di Spagna, desideroso di espiare in questo modo la sua passione sacrilega per una giovane monaca: ma la notizia di questa passione era  una bufala. Il capolavoro presenta tre novità iconografiche, che, essendo mirabilmente espresse dalla pittura, contribuirono ad attirare l’attenzione di teologi, intellettuali e pittori. Prima di tutto, il capo chino, chiaro riferimento al racconto del Vangelo di Giovanni (19, 30): Gesù beve l’aceto dalla spugna che un soldato porta alla sua bocca con la lancia, dice “Tutto è concluso” e “inclinata la testa, consegnò il suo spirito” a Dio Padre. Mentre negli altri quadri dedicati allo stesso tema Cristo in croce è ancora vivo e volge in alto o in avanti il Suo sguardo, il Cristo di Velàzquez è morto: lo dimostrano, oltre al capo chino, anche gli occhi chiusi e la profonda ferita al costato, da cui esce non solo sangue, ma, novità iconografica significativa, anche il flusso di acqua di cui parla Giovanni (19, 33-34): i soldati spezzano le gambe all’ “altro crocifisso con lui”, ma non a Gesù, perché “videro che era già morto, ma uno dei soldati con la lancia trapassò il suo fianco e subito ne uscirono sangue e acqua”.(La fotografia non consente di vedere l’acqua che fluisce dal centro della ferita, e che il pittore rese con un velo denso di bianco di ossido). Secondo Sant’Agostino, solo il Vangelo di Giovanni sottolinea il fatto che è Cristo che sceglie, sulla croce, il momento di morire: in quel momento nasce la Chiesa, “la nuova Eva venuta fuori dal costato dell’ultimo Adamo”. Cristo china il capo in segno  di obbedienza al Padre e, inoltre, non ha bisogno di guardare verso l’alto come fanno i Santi Martiri al momento della morte, perché Lui muore per Sua volontà, e muore per dare la Vita agli altri. Qualcuno che conosceva gli aneddoti sui pittori della Grecia antica, raccontò che Velàzquez, aveva coperto il volto di Cristo a metà con i capelli, e a metà con l’ombra, poiché il suo pennello non riusciva a rendere con fedeltà le sue intenzioni: così aveva fatto il greco Timante con il volto di Agamennone, sconvolto dalla morte della figlia Ifigenia. Anzi, vinto dall’ira, Veàzquez avrebbe lanciato, come Apelle, i pennelli sulla tela, e i pennelli, imprimendo sulla tela una macchia da cui colavano fili di colore, gli avrebbero suggerito quello che lui fece. Quei capelli e quel volto coperto e in ombra (vedi particolare in appendice) spinsero Miguel de Unamuno, che al “Cristo” di Velàzquez dedicò una raccolta di poesie “filosofiche”, a sospettare che esprimessero l’ultimo dubbio dell’Uomo Dio davanti alla morte, che fossero “una nube nera come l’ala del Maligno”.E’ probabile che Velàzquez, e Francesco Pacheco, che fu suo Maestro e suocero e che si interessò, per i propri quadri, dell’iconografia della figura di Cristo, abbiano avuto notizia delle “visioni” di Marina de Escobar, a cui Cristo stesso avrebbe spiegato che le appariva con il volto in ombra e coperto dai capelli per non tormentarla con la visione di un dolore troppo grande. L’ombra sul volto di Cristo è l’ombra della morte, che però non intacca, anzi rende ancora più vivo il colore del Corpo. E questo vivo Corpo è l’immagine centrale dell’opera. La morte di Cristo è la realizzazione del Disegno, è l’inizio della Chiesa, è l’inizio della nuova Vita per tutti gli uomini, è il momento in cui il Corpo di Cristo diventa “cibo” del cristiano, non cibo simbolico, ma cibo reale e vitale, come ci insegna la teologia dell’Eucarestia, e come suggeriva Miguel de Unamuno. Gli altri pittori della Crocifissione disegnano un Corpo teso negli ultimi spasimi della vita che sta fuggendo via, invece il Corpo del Cristo di Velàzquez è “apollineo” (J. Gallego): Cristo, “il più bello degli uomini”, pare che sia appoggiato alla croce, non che penda da essa. Contribuiscono a suggerire questa serenità assoluta – segno sublime della Vita nuova che nasce dalla morte –i dettagli del disegno e le soluzioni cromatiche: i piedi non sono sovrapposti, ma paralleli, e i chiodi sono due: ne consegue che i muscoli delle gambe sono distesi; la mensola su cui poggiano i piedi rafforza la suggestione della serenità; la luce viene dall’alto e da sinistra, e il fondo è scuro: dunque sul Corpo di Cristo non ci sono ombre dense e nette; Velàzquez ha usato, per dipingere il Corpo, un luminoso ocra, steso con pennelli morbidi, e poi velato da lievi e libere pennellate di bianco di piombo: una “libertà” che incantò Edouard Manet e fece dire a Picasso che Velàzquez è un Maestro assoluto “anche della tecnica pittorica”.

Nola, un tributo d’onore delle forze dell’ordine agli eroi in camice bianco

Le forze dell’ordine dicono grazie ai medici dell’ospedale di Nola. Tricolore, lampeggianti accesi e l’inno di Mameli che rompe il silenzio della notte. La città bruniana si tinge dei colori della gratitudine e della  speranza. Nel silenzio della notte a Nola arriva il sincero contributo delle forze dell’ordine, che in questa lotta contro il virus sono scese in campo al fianco dei medici per prestare soccorso nel tentativo di limitare con controlli e posti di blocco qualsiasi ulteriore forma di contagio. Niente clacson, nessuna sirena accesa. L’omaggio offerto al personale sanitario del nosocomio nolano arriva senza fare trambusto. Solo i lampeggianti illuminano la strada, mentre l’emozione degli astanti non tarda a farsi notare. Le auto tutte in fila, le luci blu che si alternano senza sosta e poi una bandiera. Ecco il tricolore che unisce tutti, lontani e vicini, chi ci ha lasciato e chi ancora combatte a denti stretti. Tutto intorno tace, il silenzio si intensifica come se fosse un rumore che rimbomba nella testa delle persone lì presenti. L’incredulità, la gioia di un momento così semplice ma profondo e inaspettato. Ad un tratto una voce si alza, forte e chiara: «Signori, buonasera!» e il muro del silenzio crolla tutto d’un colpo. «Questa sera alla presenza del sindaco Gaetano Minieri di Nola, del generale di corpo d’armata Carmine De Pascale, coordinatore regionale della Protezione Civile, della Polizia di Stato, i carabinieri, guardia di finanza, l’esercito, polizia municipale, polizia metropolitana, la Protezione Civile del comune di Nola che ha voluto organizzare questo momento per voi e la Pastorale sanitaria della Diocesi di Nola qui rappresentata vogliono dirvi grazie, dedicandovi un momento significativo, un gesto breve ma pregno di affetto. Onori al personale sanitario dell’ospedale S. Maria della Pietà di Nola!». Parole semplici e coincise scuotono gli animi di tutti per ricordare a chi lavora giorno e notte in prima linea, senza sosta, rischiando la propria vita per mettere in salvo quella degli altri, che nessuno è solo. Le forze dell’ordine con grande commozione ringraziano l’operato di tutti coloro che mettono anima e corpo per portare avanti ogni giorno la propria battaglia. Parte l’inno d’Italia. Risuona forte tra le stradine vuote di una città deserta. Più che un inno, si è alzato verso il cielo un vero e proprio grido di speranza rivolto a chi si ritrova ancora sotto osservazione, costretto su un lettino d’ospedale a lottare tra la vita e la morte; a chi, purtroppo, non ce l’ha fatta e forse, anche se da molto lontano, riuscirà a percepire la profonda melodia; in ultimo, ma sicuramente non per ordine d’importanza, ai medici e al personale sanitario che più di tutti sono chiamati “alle armi”. È stato un momento di forte emozione per i presenti, che hanno rivolto un pensiero a tutti i medici contagiati, primo fra tutti al dottor Carmine Sommese, ancora ricoverato presso il Moscati di Avellino. A lui e a tutti, le forze dell’ordine rivolgono il più sincero grazie, accompagnato dalla speranza che questo terribile incubo possa diventare presto solo un triste ricordo.

Coronavirus: decedute ad Acerra due donne giunte da un ospizio di Fuorigrotta

Sono decedute due delle cinque donne anziane affette da Covid19 che la scorsa settimana erano state trasferite nella clinica Villa dei Fiori di Acerra dalla Casa di Mela, la casa di riposo del quartiere partenopeo di Fuorigrotta dove è risultata altissima la percentuale di contagiati. Secondo quanto confermato dai sanitari della clinica la prima a morire è stata una donna di 92 anni. E’ morta all’improvviso, lunedi, crollata a causa di un’insufficienza respiratoria.  La seconda paziente, di 85 anni, ha avuto una sepsi inarrestabile. E’ spirata il giorno dopo, martedi 7 aprile. Intanto oggi nel reparto Covid 19 della clinica di Acerra, inaugurato appena dieci giorni fa, sono state ricoverate altre due donne. Una proviene dall’ospedale di Castellammare di Stabia, ha 55 anni. Si trova in terapia sub intensiva in condizioni serie. Ha il casco sanitario. L ‘altra è giunta dall’ospedale Sant’anna di Boscotrecase ed è in condizioni giudicate non particolarmente preoccupanti. Ora però serpeggiano critiche tra il personale medico e paramedico della grande struttura ospedaliera privata convenzionata di Acerra, perplessità circa i continui trasferimenti di pazienti provenienti da altri territori. Il reparto Covid19 di Acerra, diretto dal dottor Nicola Maresca, ha per il momento soltanto 12 posti, 4 di terapia intensiva e i restanti di sub intensiva. Ma la struttura, costantemente piena, deve servire un territorio di oltre duecentomila abitanti, quello a nord est di Napoli, dove insistono comuni ultra popolati come Acerra, Casalnuovo, Afragola, Pomigliano. Anche qui il virus non molla la presa.

Somma Vesuviana, Covid 19, il consigliere Rianna :”Si acquistino dispositivi di sicurezza per la polizia municipale”

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Il consigliere in un post su Fb fa sapere di aver scritto al sindaco chiedendogli di provvedere all’acquisto immediato di visiere di protezione e di qualsiasi altro dispositivo per la polizia municipale. C’è troppa gente per le strade di Somma Vesuviana, c’è troppa gente nei negozi di alimentari e nei supermercati. Per l’incoscienza di molti, si rischia di vanificare i sacrifici di tutti e adesso occorre una stretta sulle modalità da utilizzare per fare la spesa. A controllare che le persone siano in strada per un giustificato motivo sono le forze dell’ordine, soprattutto la Polizia Municipale‍️ che ringrazio da cittadino e da consigliere comunale. C’è però un problema: i vigili urbani di Somma Vesuviana non sono dotati di dispositivi individuali di protezione adeguati ed ogni sera debbono far ritorno nelle proprie case, dalle famiglie, dai figli. Con quale cuore potremmo prendercela con loro, rispetto ai controlli? Per questo motivo ho appena inoltrato una lettera indirizzata al Sindaco di Somma Vesuviana, che pure si sta tanto prodigando, con la quale gli chiedo, in considerazione della gravissima emergenza sanitaria e dell’indispensabile apporto che la Polizia Municipale sta fornendo quotidianamente, di provvedere all’acquisto immediato di visiere di protezione e di qualsiasi altro dispositivo che possa tutelarli. Sono persone che proteggono noi e tutti insieme abbiamo il preciso dovere di preservarli da ogni rischio‼️

Somma Vesuviana, Covid 19, il Pd istituisce uno sportello virtuale per i cittadini

Riceviamo e pubblichiamo un comunicato stampa dal Pd   Da quando è scoppiata l’emergenza sanitaria dovuta al COVID-19, come Partito Democratico di Somma Vesuviana, abbiamo cercato di apportare un contributo alla nostra Comunità Sommese attraverso un dialogo aperto con il Sindaco, diffondendo informazioni, atti scritti e proposte. Dovendo rispettare le misure restrittive che la situazione c’impone, l’attività del Partito è continuata riunendo il gruppo Dirigente in modalità di videoconferenza in modo da poter analizzare le criticità,  elaborare proposte e iniziative utili alla nostra Comunità. Annunciamo, pertanto, l’istituzione di uno sportello virtuale al cittadino per fornire chiarimenti e aiuti nella compilazione d’istanze finalizzate a  ricevere informazioni sui vari sussidi, contributi predisposti dal piano socio-economico della Regione Campania, per segnalare casi di bisogno o di necessità. Lo sportello sarà pubblicizzato attraverso vari canali e social network, con l’indicazione di un numero telefonico (3914385437) a cui far riferimento. Rivolgiamo la nostra attenzione  in particolare, alle categorie più fragili che in questo momento sono maggiormente penalizzate; ci proponiamo di fare la nostra parte in una situazione che, in misura e modi differenti, è per tutti impegnativa. Nel contempo, rinnoviamo il nostro invito all’Amministrazione Comunale di provvedere a informare la cittadinanza, in modo chiaro e tempestivo, circa tutte le risorse a disposizione, compresi i dispositivi di protezione individuale, i criteri di gestione e l’assegnazione delle stesse. Riteniamo che una un’informazione  dettagliata e puntale, sia la valida garanzia per sgombrare il campo da qualsiasi confusione che, in questo momento di emergenza, non sarebbe di sicuro aiuto. Tutti devono essere salvaguardati e nessuno deve essere lasciato da solo.

Covid 19. Ente parco Vesuvio, l’appello a rimanere in casa durante le festività Pasquali

Il Presidente Casillo: “spero che presto potremmo ritornare a frequentare i meravigliosi sentieri e le bellezze del Parco, ma adesso bisogna continuare a restare a casa”.  In occasione delle festività della Santa Pasqua, l’Ente Parco Nazionale del Vesuvio ribadisce la necessità che tutta la cittadinanza osservi le disposizioni di legge, adottate a livello nazionale e regionale, per contrastare l’emergenza Covid-19. Com’è noto, è fatto divieto di assembramenti e di spostamenti, se non per motivi di necessità; tali restrizioni valgono, ovviamente, anche per le aree verdi ricomprese nel territorio del Parco Nazionale del Vesuvio. Per i trasgressori sono previste sanzioni e denunce penali. Per scoraggiare tali iniziative, i Carabinieri Forestali intensificheranno i controlli e la vigilanza sul territorio nei giorni di Pasqua e Pasquetta. “Spero che presto ritorneremo a frequentare i meravigliosi sentieri del Parco Nazionale del Vesuvio e a godere delle bellezze del nostro territorio – dichiara Agostino Casillo, Presidente del Parco del Vesuvio – ma adesso bisogna continuare a restare a casa e rispettare le regole imposte dai provvedimenti del Governo e della Regione Campania. Stiamo lavorando per farci trovare preparati ad offrire a tutti nuove opportunità di fruizione una volta che tutto sarà finito. Soprattutto i sentieri recentemente inaugurati – aggiunge Casillo – daranno la possibilità di godere della natura in serenità. Una cosa importante, anche restando a casa, però possiamo farla – conclude il Presidente – ovvero acquistare e consumare le eccellenze enogastronomiche prodotte nel Parco Nazionale del Vesuvio così da aiutare le aziende del territorio, che oggi stanno vivendo un momento di grande difficoltà”

Somma Vesuviana: viola la quarantena e si fa visitare in uno studio medico. Ora è positivo al Covid – 19

In tempo di corona virus, ti aspetti che le persone siano attente e in grado di recepire i tanti messaggi che arrivano da ogni dove: dal sindaco, dalle autorità sanitarie, dai vip, dai familiari. E invece no. Ancora in alcuni prevalgono il menefreghismo, l’egoismo, gli istinti più primitivi, il colpevole silenzio. E così, è accaduto che questi comportamenti hanno provocato la chiusura di sue studi medici: uno a Rione Trieste e uno a via Roma. Cosa è successo? Nella giornata di martedì 7 aprile un assistito ha chiesto una visita specialistica presso lo studio di Rione Trieste perché lamentava un dolore al petto. Accompagnato dalla figlia, è stato assistito ma entrambi hanno taciuto di essere in quarantena e, per il padre, di essere in attesa di risposta di tampone per sospetto covid 19. Nel frattempo, lo specialista ha prestato la sua attività anche presso lo studio medico associato di via Roma, fino a ieri pomeriggio (mercoledì 8 aprile), nel quale c’erano anche l’infermiere e la segretaria e dove è stato informato della positività del paziente che si era fatto assistere a Rione Trieste. Pare che nello studio, tuttavia, non ci fossero pazienti in attesa né che siano stati ricevuti in precedenza. Quali le conseguenze? Ora, gli studi medici coinvolti resteranno chiusi giovedì e venerdì (9 e 10 aprile) per la sanificazione; medico e il personale parasanitario dovranno essere sottoposti a tampone e, nel caso fossero positivi, fermarsi e isolarsi in quarantena: sperando che tutto vada bene. E quel signore e la figlia? In questo caso parliamo di violazione della quarantena, una fattispecie prevista e adeguatamente regolata. Chi ha febbre, tosse o altri sintomi collegati al Covid-19 non deve muoversi da casa per alcun motivo. Può contattare il proprio medico di base o i numeri verdi segnalati dal ministero della Salute e mettersi in quarantena. Non rispettando questo iter, oltre ad aver violato l’articolo 650 del codice penale, rischia un processo per lesioni o tentate lesioni volontarie. Lo stesso discorso vale anche per chi sa di aver contratto il virus ma non lo dice a nessuno. Mettendo a rischio la salute di chi lo circonda, può essere imputato dal tentativo di lesioni fino all’omicidio volontario, quando si viene a contatto con soggetti fragili causandone la morte. Tra i due reati c’è però una sfumatura di senso giuridico abbastanza importante. Chi sospetta di aver contratto il virus senza averne certezza ma non prende precauzioni per evitare di infettare persone anziane, immunodepresse o comunque a rischio, commette un dolo eventuale. Con la sua condotta, cioè, accetta l’eventualità di poter contagiare altre persone, provocando lesioni o causandone le morte. In tale circostanza, la pena di reclusione non è inferiore ai 21 anni. Nel secondo caso, quando il positivo sa di esserlo ma non lo dice a nessuno, s’incorre nel dolo diretto. La persona sa benissimo che potrebbe mettere a rischio altre persone, ma non fa nulla per evitarlo (proprio come nel caso delle persone sieropositive che sanno di esserlo e non avvisano il partner né adottano precauzioni). Si applicano, in questo caso, gli stessi principi giuridici relativi ai casi della trasmissione di Hiv e si può arrivare anche a una condanna di omicidio volontario.

Superare la paura e l’ansia in tempo di pandemia Covid-19, i consigli dell’esperto

Dominare la Tigre -2- : la comunicazione del rischio in tempo di pandemia Covid-19 e suoi effetti sulla salute mentale. Le considerazioni  e i preziosi consigli dello psichiatra Giuseppe Auriemma.   Paura, ansia, angoscia, tristezza, disorientamento, rabbia, sono le emozioni che possono prevalere in questi giorni così difficili e carichi di distress emotivo. Gli eventi stressanti inoltre, secondo studi scientifici, favoriscono la comparsa di ulteriori eventi stressanti. I disagi imposti da evento disastroso potrebbero aggravarsi perché il disastro può innescare una sequenza di eventi che spingono l’esistenza di un individuo in una spirale verso il basso (Cheryl Koopmann, et al. APA 1997). Cerchiamo di capire cosa succede e con quali emozioni dobbiamo confrontarci: Panico, paura e ansia, angoscia, sono emozioni considerate come sinonimi in realtà vanno distinte. La paura è un’emozione primaria e congenita, presente nel nostro repertorio genetico, è utile alla nostra sopravvivenza e ci avverte dell’esistenza di un pericolo. Essa è istintiva e svolge un ruolo importante per la nostra sopravvivenza mettendoci in grado di reagire, con attacco o fuga e prima ancora attiva la curiosità che ci spinge ad avvicinarci al pericolo, a fiutarlo, per riprendere eventualmente il controllo della situazione. Se il pericolo viene visto come incontrollabile, come potrebbe essere per un nemico insidioso, invisibile e imprevedibile, come il Coronavirus, allora la paura si trasforma in una forte attivazione emotiva che chiamiamo panico, la persona si blocca, impedita nel pensiero e nelle capacità di reagire. Che fare? Gli esperti suggeriscono in questi casi di panico una semplice manovra quella della respirazione consapevole: fare respiri lunghi, pieni, eventualmente appoggiando la mano sul petto, per riattivare gli automatismi e poi la capacità di pensare. Il più delle volte può generarsi uno stato di trepidazione continua e di disagio pervasivo di minaccia futura, oppure di attesa continua di un pericolo imminente, un’eccessiva preoccupazione che crea disagio insieme emoziono spiacevoli che chiamiamo ansia. Difficile reggere per molto tempo questa tensione, allerta e attesa, senza incorrere in un senso di ipocondria, intesa come tendenza a eccessiva preoccupazione per il proprio stato di salute percependo ogni minimo sintomo come un segnale inequivocabile di infezione da Coronavirus. Il timore di ammalarsi, di perdere i propri cari, la possibilità reale di poter morire, sapere che persone a noi vicino sono decedute, genera un senso di angoscia e di pena, un senso di limite che fa crollare le nostre fatue certezze e illusioni. Simile all’ansia, l’angoscia è uno stato emotivo molto doloroso e oppressivo dalle cui cause la persona che ne soffre, Non è solo una condizione mentale, ma si manifesta nel corpo in vari modi. I sintomi fisici possono essere caratterizzati da vertigini, problemi digestivi, pressione al petto, tensione psichica e muscolare, tremori e insonnia. Inoltre, l’esperienza di angoscia può limitare oltre che gli obiettivi personali, le relazioni intime e sociali. Un eccesso di allerta con comportamenti poco lucidi e controproducenti) può generare un quadro complesso di reazioni psicofisiche (con sintomi fisici, comportamentali, emozionale e cogniti) dovuto a un eccesso di compiti emotivi, cognitivi o sociali avvertiti come eccessivi dal soggetto. Questa risposta è denominata distress o stress negativo, acuto o cronico a seconda della durata degli stimolo-eventi che investono una persona. Tale condizione può comportare una diminuzione delle difese immunitarie. come affrontare quindi questa emergenza da COVID-19, e addomesticare la “tigre” delle emozioni negative? Qualche esperto parla di ammaestrarle, come il cavaliere che addomestica la propria tigre standole in groppa. “la paura va accolta e assecondata perché si trasformi in coraggio” alcuni consigli pratici:
  1. Limita l’esposizione alle notizie sull’epidemia di Covid-19
  2. Riconoscere e accettare l’incertezza, concentrandosi sulle attività svolte nel presente
  3. Accettare le circostanze che non possono essere modificate e concentrarsi su ciò che è possibile modificare
  4. Condividere le proprie emozioni e preoccupazioni, parlare con le persone che ti fanno star bene e sono rassicuranti
  5. Distrarsi dalle emozioni inutili rimanendo occupati mentalmente e fisicamente
  6. Non dire “questo è un momento difficile” ma questo è un momento difficile ma posso farcela”
  7. Mantenere una continuità, rispettando le regole comuni, con le proprie abitudini e routine
  8. Rispettare il più possibile un ritmo sonno veglia regolare
  9. Scegliere un’alimentazione sana e dedica del tempo alla cura del tuo corpo
  10. Fai attività fisica da camera o se possibile su un terrazzo.
  11. Mantienere un regolare contatto con le persone care
  12. Fare riferimento a un operatore sanitario, un professionista in casi in cui l’ansia e la paura prendono il sopravvento creando una condizione di disagio cronico.
La fase di isolamento, distanziamento e rarefazione sociale che stiamo vivendo è accettata con grande senso civico dalla stragrande maggioranza degli italiani, essa ha messo in moto un forte tentativo di identità sociale anche attraverso gli incontri dal balcone o sui social, un tentativo forte di sentirsi tutti in connessione. Finita l’emergenza dovremmo cercare di non disperdere questa consapevolezza, “che prossimità e solidarietà sono le risorse più importanti per vivere meglio”. L’esperienza del coronavirus ci mette di fronte al senso del limite. Non possiamo avere tutto, e  di legami solidali sono  il miglior rimedio per il diffuso narcisismo imperante.  Dott. Giuseppe Auriemma medico psichiatra, psicoterapeuta.  

Somma Vesuviana, la Processione a distanza ma vicina a tutti

Manca poco all’iniziativa “Processione virtuale” promossa dall’Associazione musicale e culturale Antonio Seraponte. I giovani e giovanissimi della Banda Musicale, diretti dal Maestro Mauro Seraponte, stanno provando  a distanza da settimane e hanno accolto con particolare entusiasmo l’idea della processione virtuale. Domani, Venerdì  Santo, alle ore 19 e 15 in punto, ora in cui usciva la statua della  Madonna con il Cristo Morto  dalla storica chiesa Collegiata,  30 musicisti suoneranno da 30 punti diversi  il Dolores di Giovanni Orsomando. Di seguito il racconto  di come è nata  l’iniziativa a cura di Ciro  Seraponte, fratello del compianto maestro Antonio.   “Quando si ama una Città, si ama la sua cultura, la sua storia e si amano soprattutto le tradizioni. Quando ci siamo resi conto che la storica Processione del Venerdì Santo non si sarebbe svolta, ci siamo attivati per essere vicino ai cittadini e ci siamo prodigati per organizzare un evento che accomunasse tutti nella fede e nella tradizione. Abbiamo pensato di fare uscire la Madonna e il Cristo Morto in maniera virtuale. Prima di mettere mano, abbiamo chiesto un parere sia alle Istituzioni civili e sia a quelle religiose. Da entrambe abbiamo avuto un consenso pieno e siamo passati all’opera. Non nascondiamo le difficoltà oggettive che abbiamo incontrato, non essendo avvezzi in questo campo. Abbiamo sentito uno per uno tutti i componenti della Banda Musicale e ci siamo cimentati in un’avventura tutta nuova per noi. I ragazzi hanno fin da subito accettato la sfida e si sono messi al lavoro con la guida sapiente del M. Mauro Seraponte. Abbiamo subito capito che non era facile, ma il desiderio di regalare alla città un evento straordinario è stato più grande di noi. Suonare in una Banda non è come suonare da soli. Ma suonare a distanza come se si stesse tutti insieme è stata davvero dura. Ci siamo riusciti? A voi la risposta. Ma quando il Maestro Mauro Seraponte ha completata la sua straordinaria direzione a distanza, ci è sembrato visibilmente commosso. Ci auguriamo – conclude emozionato Ciro Seraponte- che questo lavoro sia di gradimento per tutti e che insieme possiamo goderci le emozioni di una Processione che è amata e sentita da tutti noi”. La processione  virtuale può essere seguita dalla pagina dell’Associazione Antonio Seraponte. Domani, Venerdì Santo, sulle struggenti note del Dolores, i Sommesi saranno si distanti ma più uniti che mai in una sola preghiera. (fonte foto: rete internet)

Quando via Toledo era la via dello “struscio”: le pagine della Serao e i versi di Viviani

Lo “struscio” da rito di “penitenza” a evento profano: la visita ai “sepolcri” delle sette chiese. L’abito nero delle “signore borghesi” descritto dalla Serao, e l’abbigliamento delle donne non ancora maritate: lo sfortunato “struscio” di Titina in una poesia di Viviani. La zuppa di cozze nei “bassi” trasformati per tre giorni in trattorie. Le “statuette” scolpite nel lardo. I caffè  in cui si ristoravano durante lo “struscio” i “galanti” della “Belle ‘Epoque”. Lo splendore di via Toledo sotto la pioggia nel quadro di Carlo Brancaccio.   Nel pomeriggio del Giovedì Santo,scrive Matilde Serao in un libro pubblicato nel 1902, le carrozze lasciano via Toledo al sereno passeggio dei Napoletani impegnati nel rito dello “struscio”, che fu, all’origine, un pellegrinaggio attraverso le sette chiese, “ ‘e sette chiesielle” tra Largo Mercatello, oggi Piazza Dante, e Largo di Palazzo, oggi Piazza Plebiscito: Spirito Santo, San Nicola alla Carità, San Liborio alla Pignasecca, Madonna delle Grazie, Santa Brigida, San Ferdinando, San Francesco di Paola. Alla fine del Settecento la crisi dello spirito religioso e la fiacchezza della gente fecero sì che il numero delle chiese e dei “sepolcri” da visitare si riducesse a cinque o a tre, e inutilmente Ferdinando II cercò di salvare il carattere “sacro” di una passeggiata che di anno in anno diventava sempre più un rito profano. Dopo l’unità d’Italia, il rito perse la forza di attrazione, ma la riacquistò dopo il 1880, fino a diventare un evento significativo della “Belle ‘Epoque” napoletana, un evento che si prolungava dal Giovedì Santo al Sabato Santo. “La parola “struscio” – scrive la Serao – ha un’origine tutta musicale, perché viene dal fruscio che fanno i piedi mollemente smossi e le gonne seriche delle donne: alcuni dicono che “struscio” o “strascino” venga dalla lentezza della passeggiata: altri dallo strascico che prima avevano i vestiti neri, indossati sempre dalle signore, nella Settimana Santa”. Ai tempi della Serao, lo strascico non si usava più, ma il “vestito nero di faille” – un tessuto di seta a trama grossa – restava un abito assai elegante e “molte buone signore borghesi” aspettavano la settimana di Pasqua per farne sfoggio. Tra l’altro, il nero dell’abito conferiva ancora una nota religiosa alla visita “ dei “sepolcri” nelle sette chiese, come è prescritto, o in cinque chiese, o in tre, o in una”. “Un umile segno di penitenza “sarebbe stato il velo nero “: ma le signore preferivano i cappelli, e “quelle che hanno orecchini di brillanti e di perle, li mettono”. Le ragazze indossavano “il vestito di mezza stagione, per lo più chiaro, perché le ragazze di Napoli non amano i colori scuri, essendo naturalmente allegre.”. Avrebbero indossato l’abito nero di faille dopo aver contratto matrimonio: e lo “struscio” serviva anche per trovare il “giovane elegante” che avrebbe donato ad esse l’anello nuziale e l’abito nero. I “galanti” della borghesia e della nobiltà durante la passeggiata dei tre giorni non portavano né cilindro, né bombetta, ma la “paglietta”, più adatta alla scappellata con cui essi rendevano omaggio alle signore. Anche Titina, a cui Raffaele Viviani dedicò la poesia “’O struscio”, faceva la passeggiata per cercare marito, che però “ nun trova maie”. E la madre, vedendo che anche lo “struscio” di quell’anno “ se n’è ghiuto / senza truvà chill’atu Ggiesucristo”, si avvicinava alla figlia e la esortava a tornare a casa: “ Titinè’, a mammà,/ ccà cunzumammo ‘e scarpe”, e Titina, triste, ribatteva: “L’ho veduto. / E me l’hai detto pure un anno fa.”. Allo “struscio” non mancò mai il corredo dei venditori di ciambelle, di fette di tortano e di quarti di casatiello: e in alcuni bassi della Pignasecca e dei Quartieri Spagnoli trasformati per l’occasione in taverne gli “struscianti” andavano ad assaggiare, in nome della tradizione, la zuppa di cozze, anche quando, sollecitate dai proprietari dei ristoranti che pagavano le tasse, le autorità cittadine cercarono di bloccare quelle “tavole” illegali con avvisi che nessuno leggeva e rispettava. Scrive la Serao che dal giovedì al sabato tutte le botteghe di via Toledo, “grandi e piccole, ricche e poverelle” risplendevano di luci ed esponevano salami, formaggi e “statuette” fatte con il lardo. I “galantuomini” si fermavano a gustare i dolci al cioccolato e alla crema in uno dei molti caffè che si aprivano tra Piazza Dante, Viale Toledo e Piazza Municipio: al “ Gambrinus”, al “Caffè Europa”, al “Caffè dell’Incoronata”, famoso per il guanto enorme, collocato accanto all’insegna, che il proprietario muoveva dall’interno, con una corda, creando l’effetto di una mano che invitava i passanti a entrare. Se i giorni dello “struscio” erano allietati dai segni della primavera e invitavano a consumare gelati, i “galanti” si fermavano al “Caffè Corfinio”, frequentato dalla Serao, da Eduardo Scarfoglio e da Ferdinando Russo, che era un cliente assiduo anche delle birrerie di quella che oggi è Piazza Municipio, la “Birreria di Strasburgo” e la “Birreria Monaco”.