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In tempo di corona virus, ti aspetti che le persone siano attente e in grado di recepire i tanti messaggi che arrivano da ogni dove: dal sindaco, dalle autorità sanitarie, dai vip, dai familiari. E invece no. Ancora in alcuni prevalgono il menefreghismo, l’egoismo, gli istinti più primitivi, il colpevole silenzio. E così, è accaduto che questi comportamenti hanno provocato la chiusura di sue studi medici: uno a Rione Trieste e uno a via Roma.

Cosa è successo? Nella giornata di martedì 7 aprile un assistito ha chiesto una visita specialistica presso lo studio di Rione Trieste perché lamentava un dolore al petto. Accompagnato dalla figlia, è stato assistito ma entrambi hanno taciuto di essere in quarantena e, per il padre, di essere in attesa di risposta di tampone per sospetto covid 19.

Nel frattempo, lo specialista ha prestato la sua attività anche presso lo studio medico associato di via Roma, fino a ieri pomeriggio (mercoledì 8 aprile), nel quale c’erano anche l’infermiere e la segretaria e dove è stato informato della positività del paziente che si era fatto assistere a Rione Trieste. Pare che nello studio, tuttavia, non ci fossero pazienti in attesa né che siano stati ricevuti in precedenza.

Quali le conseguenze? Ora, gli studi medici coinvolti resteranno chiusi giovedì e venerdì (9 e 10 aprile) per la sanificazione; medico e il personale parasanitario dovranno essere sottoposti a tampone e, nel caso fossero positivi, fermarsi e isolarsi in quarantena: sperando che tutto vada bene.

E quel signore e la figlia? In questo caso parliamo di violazione della quarantena, una fattispecie prevista e adeguatamente regolata. Chi ha febbre, tosse o altri sintomi collegati al Covid-19 non deve muoversi da casa per alcun motivo. Può contattare il proprio medico di base o i numeri verdi segnalati dal ministero della Salute e mettersi in quarantena. Non rispettando questo iter, oltre ad aver violato l’articolo 650 del codice penale, rischia un processo per lesioni o tentate lesioni volontarie. Lo stesso discorso vale anche per chi sa di aver contratto il virus ma non lo dice a nessuno. Mettendo a rischio la salute di chi lo circonda, può essere imputato dal tentativo di lesioni fino all’omicidio volontario, quando si viene a contatto con soggetti fragili causandone la morte.

Tra i due reati c’è però una sfumatura di senso giuridico abbastanza importante. Chi sospetta di aver contratto il virus senza averne certezza ma non prende precauzioni per evitare di infettare persone anziane, immunodepresse o comunque a rischio, commette un dolo eventuale. Con la sua condotta, cioè, accetta l’eventualità di poter contagiare altre persone, provocando lesioni o causandone le morte. In tale circostanza, la pena di reclusione non è inferiore ai 21 anni.

Nel secondo caso, quando il positivo sa di esserlo ma non lo dice a nessuno, s’incorre nel dolo diretto. La persona sa benissimo che potrebbe mettere a rischio altre persone, ma non fa nulla per evitarlo (proprio come nel caso delle persone sieropositive che sanno di esserlo e non avvisano il partner né adottano precauzioni). Si applicano, in questo caso, gli stessi principi giuridici relativi ai casi della trasmissione di Hiv e si può arrivare anche a una condanna di omicidio volontario.