Mentre gli altri pittori hanno rappresentato un Cristo in croce ancora vivo, il Cristo del pittore spagnolo è morto: da qui i capelli e l’ombra sul volto. Ma da questa morte nasce la Vita: perciò il Corpo di Cristo, “cibo” reale e naturale dei credenti, è serenamente luminoso e vivo: un prodigio anche di tecnica pittorica. Il valore “teologico” del capo chino. L’ammirazione di Miguel de Unamuno, di Manet, di Picasso.
Questo quadro, che oggi è conservato nel Museo del Prado, si disse che Velàzquez l’aveva dipinto, tra il 1631 e il 1632, per il convento madrileno delle Benedettine di San Placido, su richiesta di Filippo IV, re di Spagna, desideroso di espiare in questo modo la sua passione sacrilega per una giovane monaca: ma la notizia di questa passione era una bufala. Il capolavoro presenta tre novità iconografiche, che, essendo mirabilmente espresse dalla pittura, contribuirono ad attirare l’attenzione di teologi, intellettuali e pittori. Prima di tutto, il capo chino, chiaro riferimento al racconto del Vangelo di Giovanni (19, 30): Gesù beve l’aceto dalla spugna che un soldato porta alla sua bocca con la lancia, dice “Tutto è concluso” e “inclinata la testa, consegnò il suo spirito” a Dio Padre. Mentre negli altri quadri dedicati allo stesso tema Cristo in croce è ancora vivo e volge in alto o in avanti il Suo sguardo, il Cristo di Velàzquez è morto: lo dimostrano, oltre al capo chino, anche gli occhi chiusi e la profonda ferita al costato, da cui esce non solo sangue, ma, novità iconografica significativa, anche il flusso di acqua di cui parla Giovanni (19, 33-34): i soldati spezzano le gambe all’ “altro crocifisso con lui”, ma non a Gesù, perché “videro che era già morto, ma uno dei soldati con la lancia trapassò il suo fianco e subito ne uscirono sangue e acqua”.(La fotografia non consente di vedere l’acqua che fluisce dal centro della ferita, e che il pittore rese con un velo denso di bianco di ossido). Secondo Sant’Agostino, solo il Vangelo di Giovanni sottolinea il fatto che è Cristo che sceglie, sulla croce, il momento di morire: in quel momento nasce la Chiesa, “la nuova Eva venuta fuori dal costato dell’ultimo Adamo”.
Cristo china il capo in segno di obbedienza al Padre e, inoltre, non ha bisogno di guardare verso l’alto come fanno i Santi Martiri al momento della morte, perché Lui muore per Sua volontà, e muore per dare la Vita agli altri. Qualcuno che conosceva gli aneddoti sui pittori della Grecia antica, raccontò che Velàzquez, aveva coperto il volto di Cristo a metà con i capelli, e a metà con l’ombra, poiché il suo pennello non riusciva a rendere con fedeltà le sue intenzioni: così aveva fatto il greco Timante con il volto di Agamennone, sconvolto dalla morte della figlia Ifigenia. Anzi, vinto dall’ira, Veàzquez avrebbe lanciato, come Apelle, i pennelli sulla tela, e i pennelli, imprimendo sulla tela una macchia da cui colavano fili di colore, gli avrebbero suggerito quello che lui fece. Quei capelli e quel volto coperto e in ombra (vedi particolare in appendice) spinsero Miguel de Unamuno, che al “Cristo” di Velàzquez dedicò una raccolta di poesie “filosofiche”, a sospettare che esprimessero l’ultimo dubbio dell’Uomo Dio davanti alla morte, che fossero “una nube nera come l’ala del Maligno”.E’ probabile che Velàzquez, e Francesco Pacheco, che fu suo Maestro e suocero e che si interessò, per i propri quadri, dell’iconografia della figura di Cristo, abbiano avuto notizia delle “visioni” di Marina de Escobar, a cui Cristo stesso avrebbe spiegato che le appariva con il volto in ombra e coperto dai capelli per non tormentarla con la visione di un dolore troppo grande. L’ombra sul volto di Cristo è l’ombra della morte, che però non intacca, anzi rende ancora più vivo il colore del Corpo. E questo vivo Corpo è l’immagine centrale dell’opera. La morte di Cristo è la realizzazione del Disegno, è l’inizio della Chiesa, è l’inizio della nuova Vita per tutti gli uomini, è il momento in cui il Corpo di Cristo diventa “cibo” del cristiano, non cibo simbolico, ma cibo reale e vitale, come ci insegna la teologia dell’Eucarestia, e come suggeriva Miguel de Unamuno.
Gli altri pittori della Crocifissione disegnano un Corpo teso negli ultimi spasimi della vita che sta fuggendo via, invece il Corpo del Cristo di Velàzquez è “apollineo” (J. Gallego): Cristo, “il più bello degli uomini”, pare che sia appoggiato alla croce, non che penda da essa. Contribuiscono a suggerire questa serenità assoluta – segno sublime della Vita nuova che nasce dalla morte –i dettagli del disegno e le soluzioni cromatiche: i piedi non sono sovrapposti, ma paralleli, e i chiodi sono due: ne consegue che i muscoli delle gambe sono distesi; la mensola su cui poggiano i piedi rafforza la suggestione della serenità; la luce viene dall’alto e da sinistra, e il fondo è scuro: dunque sul Corpo di Cristo non ci sono ombre dense e nette; Velàzquez ha usato, per dipingere il Corpo, un luminoso ocra, steso con pennelli morbidi, e poi velato da lievi e libere pennellate di bianco di piombo: una “libertà” che incantò Edouard Manet e fece dire a Picasso che Velàzquez è un Maestro assoluto “anche della tecnica pittorica”.



