Sant’Anastasia, il riesame dell’ex sindaco Lello Abete slitta a giovedì 16 aprile

Il ricorso al riesame presentato dai legali di Abete, Isidoro Spiezia e Valentino Di Ludovico, che si erano visti rigettare l’istanza di scarcerazione per l’ex primo cittadino di Sant’Anastasia, non avrà esito fino a dopo Pasqua. Abete è in carcere dal 6 dicembre scorso, arrestato nel blitz della guardia di finanza in merito all’inchiesta Concorsopoli. Sono ai domiciliari invece, in virtù soprattutto della loro collaborazione con la Procura e i pm Luca Pisciotta e Antonella Vitagliano, gli altri tre indagati: l’ex consigliere comunale Pasquale Iorio, l’ex segretario Egizio Lombardi e il titolare dell’agenzia Selezione e Concorsi di Salerno, Alessandro Montuori.

Sant’Anastasia, i fujenti dell’associazione Maria SS dell’Arco: “Restiamo a casa”

Dal presidente dell’associazione Maria SS dell’Arco di Sant’Anastasia, riceviamo e pubblichiamo.  Il Presidente dell’Associazione Maria SS dell’Arco di Sant’Anastasia, vista l’ordinanza del Presidente della Regione Campania De Luca, che ha di fatto “chiuso” la frazione di Madonna dell’Arco nei giorni 11-12-13 aprile vietando ogni forma di Manifestazione religiosa nei pressi del Santuario INVITA tutti i Fujenti che fanno parte della suddetta Associazione a non recarsi nella Sede di Via Casamiranda nè ovviamente al Santuario. Altresì Comunica che l’Associazione resterà chiusa dal 12 al 19 aprile. Sicuri nella Vostra comprensione Vi rinnovo l’invito a RESTARE A CASA e Auguro alle Vostre Famiglie Sante Festività Pasquali W Maria Il Presidente Francesco Viscardi

Saviano, scoperto laboratorio per macellazione clandestina : scenario da film dell’orrore

Sicurezza alimentare.  I Carabinieri forestali denunciano un 56enne per macellazione clandestina In piena emergenza coronavirus non si ferma l’attività di prevenzione dei reati in materia agroalimentare dei Carabinieri forestali di Napoli. I militari  forestali della stazione hanno denunciato un 56enne di Saviano  per macellazione clandestina. In un terreno di sua proprietà era stato allestito un vero e proprio laboratorio di  trattamento di carni perlopiù ovine destinate verosimilmente ai prossimi banchetti pasquali. Uno scenario da film dell’orrore: carcasse di agnelli, ossa e interiora adagiate sul terreno, alcune delle quali date alle fiamme per lo smaltimento. Sanzionato anche un altro uomo, probabilmente un “cliente” in attesa di acquistare carni non tracciate: non aveva alcuna giustificazione alla sua presenza considerati i divieti imposti dalla normativa anticontagio.

Colombe e pastiere nonostante i divieti, sanzionate due attività

I carabinieri della compagnia di  Marano di napoli, nell’ambito dei servizi anti-coronavirus, hanno scoperto due laboratori nei quali si stavano producendo pastiere, colombe e “casatielli”. A Mugnano di Napoli, i carabinieri della locale stazione, hanno sanzionato il proprietario di un panificio che vendeva e produceva i tipici dolciumi pasquali nonostante il divieto imposto dalle norme anti-contagio. A Villaricca invece, da una pasticceria – nonostante il divieto di chiusura imposto e la saracinesca abbassata – proveniva un forte profumo di dolci: all’interno due persone stavano impastando e infornando “casatielli” e pastiere, destinate secondo quanto dichiarato al consumo in famiglia.

Terra dei fuochi, incendia alcuni rifiuti in strada: arrestato 35enne

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I carabinieri della Tenenza di Caivano sono intervenuti in via Santa Barbara dove era stato segnalato un incendio di rifiuti accantonati sul marciapiede. Le fiamme, estinte da alcuni residenti, avevano interessato alcuni mobili, un passeggino ed altri oggetti. I carabinieri hanno subito stretto il cerchio intorno ad Ariemma Antonio –  35enne del posto già noto alle forze dell’ordine  –  che era ancora nelle vicinanze. I militari lo hanno subito fermato e trovato in possesso di un accendino.  Hanno poi raccolto le testimonianze di alcuni presenti che lo avevano visto passeggiare in atteggiamento sospetto in quei luoghi. I militari hanno infine completato il quadro acquisendo le immagini di un sistema di video sorveglianza privato. Ancora poco chiare le motivazioni del suo gesto. L’arrestato è stato tradotto al carcere di Poggioreale, in attesa di giudizio.

Somma Vesuviana, detenzione di droga e spaccio: arrestato un 46enne

I carabinieri della stazione di Somma Vesuviana e della sezione operativa di Castello di Cisterna hanno arrestato  per detenzione di droga a fini di spaccio D.A. 46enne del posto già noto alle forze dell’ordine. Sorpreso lungo Via Ammendolara, il 46enne nascondeva nelle tasche 9 stecchette di hashish  per complessivi 29 grammi. La perquisizione, estesa anche all’abitazione, ha consentito ai militari di rinvenire e sequestrare ulteriori 29 grammi della stessa sostanza pronta per lo smercio. L’arrestato è stato sottoposto ai domiciliari in attesa di giudizio.

Quel Venerdì Santo del 1944 a Somma Vesuviana

La centralità della tradizione orale – afferma il filosofo americano Ronald J. Grele – è la chiave della costruzione del testo e della storia che in questo è incorporata. Dove entrano poi in gioco la storia scritta e la memoria e la natura del rapporto fra loro. Questa vicenda fu narrata da un padre al proprio figlio.   Era il 7 aprile del 1944 e su Somma Vesuviana stava calando pian piano l’oscurità.  Il paese era, ormai, stretto nell’abbraccio della Madre Addolorata con il Figlio Morto. Migliaia erano i fedeli affluiti in città e che si assiepavano ai lati delle strade, in attesa dell’arrivo del simulacro, come ci racconta il nostro ex sindaco Alfonso Auriemma. Tantissimi altri, uomini e donne di tutte l’età, invece, partecipavano direttamente al rito. I tremendi giorni della ritirata tedesca erano già ricordi. Il commerciante Gabriele Auriemma, padre del ex sindaco Alfonso, all’epoca si occupava di frutta secca, in particolare di noci, che mandava sui mercati del nord. Quel giorno stava lì a rendere omaggio alla divinità. Dietro la statua, intanto, della Dolorosa, come di consuetudine, erano disposte le autorità cittadine; mentre, davanti, i membri incappucciati con il saio bianco della Confraternita del Pio Laical Monte della Morte e Pietà e le altre associazioni religiose andavano a formare due file interminabili di persone, ciascuna con una candela accesa. Il salmodiare del miserere diffondeva, tutto intorno, momenti di profonda commozione. Si distingueva, tra i fedeli in processione, il gruppo delle maddalene. Erano, quelle, pie donne di mezza età, con lunghissimi capelli sciolti dietro le spalle e scalze. Vestite di lutto, avevano fatto una richiesta di voto all’Addolorata e, finché potevano, avrebbero sempre condiviso il suo dolore. La banda musicale, intanto, suonava l’ossessionante marcia funebre di Chopin, che invitava i fedeli al totale silenzio. In strada Macedonia, quartiere di Somma, un lungo convoglio di camion militari americani era in attesa che passasse il corteo per riprendere il cammino. Era facile arguire che provenisse da Salerno con i trasporti e i rifornimenti per la V Armata, impegnata sul fronte di Cassino. Fino a pochi mesi addietro, infatti, i tedeschi avevano utilizzato la via dei paesi vesuviani, in senso contrario, per far affluire truppe atte a contrastare lo sbarco degli alleati sulle spiagge di Paestum. Molti militari, alla vista della solenne processione, avevano abbandonato gli automezzi e guadagnato, a piedi, la testa della colonna. In quel modo potevano osservare, attentamente, lo svolgersi della cerimonia in atteggiamento rispettoso e compunto, mentre avanzava processionalmente da via Canonico Feola per l’attuale via Gobetti. All’avvicinarsi del simulacro, alcuni militari si inginocchiarono con il capo chino, altri si fecero il segno della croce, altri ancora si irrigidirono nel saluto militare. Ma ecco l’imponderabile, racconta Alfonso Auriemma: complice una fiammella di una candela troppo ravvicinata, la folta capigliatura di una delle maddalene prese fuoco. In un attimo la poveretta fu avvolta inconsapevolmente dalle fiamme, senza che le compagne più vicine potessero recarle un aiuto immediato e tempestivo. Nessuna di loro indossava in quel momento un soprabito o qualcosa con cui poter tentare di spegnere le fiamme. Chi poteva aiutarla era lontano ed era ostacolato dalla calca delle persone che si agitava nella stretta via. Finalmente, come per miracolo, ci fu qualcuno poco distante che, intuendo l’accaduto, era in possesso dei mezzi necessari per intervenire. Fu, infatti, proprio un militare americano, di pelle nera, che salito sulla tettoia del camion per assistere nel miglior modo possibile alla processione, notò il chiarore della fiammata.                                    Senza perdere un attimo il valoroso militare, alle grida di terrore, saltò giù e sfilò un estintore dalla fiancata del mezzo, precipitandosi verso il punto dell’incidente. Davanti al militare, la folla spaventata si disperse, aprendo così un varco insperato per il soccorritore. Un lungo getto di schiuma e le fiamme, che avvilupparono, la donna, furono placate.  L’americano si chinò sulla donna e, capendo che non c’era più niente da fare, si allontanò. Sul posto sopraggiunse, subito, un medico con altri soccorritori. La maddalena, rimasta ferita, si salverà, anche se avrebbe portato, per sempre, sul viso e sul corpo, il ricordo di quel venerdì santo. Rimase, però, un interrogativo: per quale motivo la folla si era spaventata alla vista del soccorritore? Si saprà più tardi – conclude Auriemma – che in tanti non avevano mai visto un estintore, forse convinti di un’arma letale pronta a far fuoco. Qualcuno, addirittura, non aveva mai visto, da vicino, nemmeno un uomo di colore. Intanto il corteo ricompose le fila, malgrado la commozione del momento. Gli echi del miserere dettero il segnale di ripartenza. Riprese il cammino verso la meta di sempre. Il miracolo era avvenuto. Fu quella, la processione del 1944, che sarebbe rimasta a lungo nella memoria collettiva di tanti cittadini sommesi.  

Il “Cristo crocifisso” di Velàzquez: le tre “novità”: il capo chino, i capelli sul volto, il colore della carne

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Mentre gli altri pittori hanno rappresentato un Cristo in croce ancora vivo, il Cristo del pittore spagnolo è morto: da qui i capelli e l’ombra sul volto. Ma da questa morte nasce la Vita: perciò il Corpo di Cristo, “cibo” reale e naturale dei credenti, è serenamente luminoso e vivo: un prodigio anche di tecnica pittorica. Il valore “teologico” del capo chino. L’ammirazione di Miguel de Unamuno, di Manet, di Picasso.   Questo quadro, che oggi è conservato nel Museo del Prado, si disse che Velàzquez l’aveva dipinto, tra il 1631 e il 1632, per il convento madrileno delle Benedettine di San Placido, su richiesta di Filippo IV, re di Spagna, desideroso di espiare in questo modo la sua passione sacrilega per una giovane monaca: ma la notizia di questa passione era  una bufala. Il capolavoro presenta tre novità iconografiche, che, essendo mirabilmente espresse dalla pittura, contribuirono ad attirare l’attenzione di teologi, intellettuali e pittori. Prima di tutto, il capo chino, chiaro riferimento al racconto del Vangelo di Giovanni (19, 30): Gesù beve l’aceto dalla spugna che un soldato porta alla sua bocca con la lancia, dice “Tutto è concluso” e “inclinata la testa, consegnò il suo spirito” a Dio Padre. Mentre negli altri quadri dedicati allo stesso tema Cristo in croce è ancora vivo e volge in alto o in avanti il Suo sguardo, il Cristo di Velàzquez è morto: lo dimostrano, oltre al capo chino, anche gli occhi chiusi e la profonda ferita al costato, da cui esce non solo sangue, ma, novità iconografica significativa, anche il flusso di acqua di cui parla Giovanni (19, 33-34): i soldati spezzano le gambe all’ “altro crocifisso con lui”, ma non a Gesù, perché “videro che era già morto, ma uno dei soldati con la lancia trapassò il suo fianco e subito ne uscirono sangue e acqua”.(La fotografia non consente di vedere l’acqua che fluisce dal centro della ferita, e che il pittore rese con un velo denso di bianco di ossido). Secondo Sant’Agostino, solo il Vangelo di Giovanni sottolinea il fatto che è Cristo che sceglie, sulla croce, il momento di morire: in quel momento nasce la Chiesa, “la nuova Eva venuta fuori dal costato dell’ultimo Adamo”. Cristo china il capo in segno  di obbedienza al Padre e, inoltre, non ha bisogno di guardare verso l’alto come fanno i Santi Martiri al momento della morte, perché Lui muore per Sua volontà, e muore per dare la Vita agli altri. Qualcuno che conosceva gli aneddoti sui pittori della Grecia antica, raccontò che Velàzquez, aveva coperto il volto di Cristo a metà con i capelli, e a metà con l’ombra, poiché il suo pennello non riusciva a rendere con fedeltà le sue intenzioni: così aveva fatto il greco Timante con il volto di Agamennone, sconvolto dalla morte della figlia Ifigenia. Anzi, vinto dall’ira, Veàzquez avrebbe lanciato, come Apelle, i pennelli sulla tela, e i pennelli, imprimendo sulla tela una macchia da cui colavano fili di colore, gli avrebbero suggerito quello che lui fece. Quei capelli e quel volto coperto e in ombra (vedi particolare in appendice) spinsero Miguel de Unamuno, che al “Cristo” di Velàzquez dedicò una raccolta di poesie “filosofiche”, a sospettare che esprimessero l’ultimo dubbio dell’Uomo Dio davanti alla morte, che fossero “una nube nera come l’ala del Maligno”.E’ probabile che Velàzquez, e Francesco Pacheco, che fu suo Maestro e suocero e che si interessò, per i propri quadri, dell’iconografia della figura di Cristo, abbiano avuto notizia delle “visioni” di Marina de Escobar, a cui Cristo stesso avrebbe spiegato che le appariva con il volto in ombra e coperto dai capelli per non tormentarla con la visione di un dolore troppo grande. L’ombra sul volto di Cristo è l’ombra della morte, che però non intacca, anzi rende ancora più vivo il colore del Corpo. E questo vivo Corpo è l’immagine centrale dell’opera. La morte di Cristo è la realizzazione del Disegno, è l’inizio della Chiesa, è l’inizio della nuova Vita per tutti gli uomini, è il momento in cui il Corpo di Cristo diventa “cibo” del cristiano, non cibo simbolico, ma cibo reale e vitale, come ci insegna la teologia dell’Eucarestia, e come suggeriva Miguel de Unamuno. Gli altri pittori della Crocifissione disegnano un Corpo teso negli ultimi spasimi della vita che sta fuggendo via, invece il Corpo del Cristo di Velàzquez è “apollineo” (J. Gallego): Cristo, “il più bello degli uomini”, pare che sia appoggiato alla croce, non che penda da essa. Contribuiscono a suggerire questa serenità assoluta – segno sublime della Vita nuova che nasce dalla morte –i dettagli del disegno e le soluzioni cromatiche: i piedi non sono sovrapposti, ma paralleli, e i chiodi sono due: ne consegue che i muscoli delle gambe sono distesi; la mensola su cui poggiano i piedi rafforza la suggestione della serenità; la luce viene dall’alto e da sinistra, e il fondo è scuro: dunque sul Corpo di Cristo non ci sono ombre dense e nette; Velàzquez ha usato, per dipingere il Corpo, un luminoso ocra, steso con pennelli morbidi, e poi velato da lievi e libere pennellate di bianco di piombo: una “libertà” che incantò Edouard Manet e fece dire a Picasso che Velàzquez è un Maestro assoluto “anche della tecnica pittorica”.

Nola, un tributo d’onore delle forze dell’ordine agli eroi in camice bianco

Le forze dell’ordine dicono grazie ai medici dell’ospedale di Nola. Tricolore, lampeggianti accesi e l’inno di Mameli che rompe il silenzio della notte. La città bruniana si tinge dei colori della gratitudine e della  speranza. Nel silenzio della notte a Nola arriva il sincero contributo delle forze dell’ordine, che in questa lotta contro il virus sono scese in campo al fianco dei medici per prestare soccorso nel tentativo di limitare con controlli e posti di blocco qualsiasi ulteriore forma di contagio. Niente clacson, nessuna sirena accesa. L’omaggio offerto al personale sanitario del nosocomio nolano arriva senza fare trambusto. Solo i lampeggianti illuminano la strada, mentre l’emozione degli astanti non tarda a farsi notare. Le auto tutte in fila, le luci blu che si alternano senza sosta e poi una bandiera. Ecco il tricolore che unisce tutti, lontani e vicini, chi ci ha lasciato e chi ancora combatte a denti stretti. Tutto intorno tace, il silenzio si intensifica come se fosse un rumore che rimbomba nella testa delle persone lì presenti. L’incredulità, la gioia di un momento così semplice ma profondo e inaspettato. Ad un tratto una voce si alza, forte e chiara: «Signori, buonasera!» e il muro del silenzio crolla tutto d’un colpo. «Questa sera alla presenza del sindaco Gaetano Minieri di Nola, del generale di corpo d’armata Carmine De Pascale, coordinatore regionale della Protezione Civile, della Polizia di Stato, i carabinieri, guardia di finanza, l’esercito, polizia municipale, polizia metropolitana, la Protezione Civile del comune di Nola che ha voluto organizzare questo momento per voi e la Pastorale sanitaria della Diocesi di Nola qui rappresentata vogliono dirvi grazie, dedicandovi un momento significativo, un gesto breve ma pregno di affetto. Onori al personale sanitario dell’ospedale S. Maria della Pietà di Nola!». Parole semplici e coincise scuotono gli animi di tutti per ricordare a chi lavora giorno e notte in prima linea, senza sosta, rischiando la propria vita per mettere in salvo quella degli altri, che nessuno è solo. Le forze dell’ordine con grande commozione ringraziano l’operato di tutti coloro che mettono anima e corpo per portare avanti ogni giorno la propria battaglia. Parte l’inno d’Italia. Risuona forte tra le stradine vuote di una città deserta. Più che un inno, si è alzato verso il cielo un vero e proprio grido di speranza rivolto a chi si ritrova ancora sotto osservazione, costretto su un lettino d’ospedale a lottare tra la vita e la morte; a chi, purtroppo, non ce l’ha fatta e forse, anche se da molto lontano, riuscirà a percepire la profonda melodia; in ultimo, ma sicuramente non per ordine d’importanza, ai medici e al personale sanitario che più di tutti sono chiamati “alle armi”. È stato un momento di forte emozione per i presenti, che hanno rivolto un pensiero a tutti i medici contagiati, primo fra tutti al dottor Carmine Sommese, ancora ricoverato presso il Moscati di Avellino. A lui e a tutti, le forze dell’ordine rivolgono il più sincero grazie, accompagnato dalla speranza che questo terribile incubo possa diventare presto solo un triste ricordo.

Coronavirus: decedute ad Acerra due donne giunte da un ospizio di Fuorigrotta

Sono decedute due delle cinque donne anziane affette da Covid19 che la scorsa settimana erano state trasferite nella clinica Villa dei Fiori di Acerra dalla Casa di Mela, la casa di riposo del quartiere partenopeo di Fuorigrotta dove è risultata altissima la percentuale di contagiati. Secondo quanto confermato dai sanitari della clinica la prima a morire è stata una donna di 92 anni. E’ morta all’improvviso, lunedi, crollata a causa di un’insufficienza respiratoria.  La seconda paziente, di 85 anni, ha avuto una sepsi inarrestabile. E’ spirata il giorno dopo, martedi 7 aprile. Intanto oggi nel reparto Covid 19 della clinica di Acerra, inaugurato appena dieci giorni fa, sono state ricoverate altre due donne. Una proviene dall’ospedale di Castellammare di Stabia, ha 55 anni. Si trova in terapia sub intensiva in condizioni serie. Ha il casco sanitario. L ‘altra è giunta dall’ospedale Sant’anna di Boscotrecase ed è in condizioni giudicate non particolarmente preoccupanti. Ora però serpeggiano critiche tra il personale medico e paramedico della grande struttura ospedaliera privata convenzionata di Acerra, perplessità circa i continui trasferimenti di pazienti provenienti da altri territori. Il reparto Covid19 di Acerra, diretto dal dottor Nicola Maresca, ha per il momento soltanto 12 posti, 4 di terapia intensiva e i restanti di sub intensiva. Ma la struttura, costantemente piena, deve servire un territorio di oltre duecentomila abitanti, quello a nord est di Napoli, dove insistono comuni ultra popolati come Acerra, Casalnuovo, Afragola, Pomigliano. Anche qui il virus non molla la presa.