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Lo “struscio” da rito di “penitenza” a evento profano: la visita ai “sepolcri” delle sette chiese. L’abito nero delle “signore borghesi” descritto dalla Serao, e l’abbigliamento delle donne non ancora maritate: lo sfortunato “struscio” di Titina in una poesia di Viviani. La zuppa di cozze nei “bassi” trasformati per tre giorni in trattorie. Le “statuette” scolpite nel lardo. I caffè  in cui si ristoravano durante lo “struscio” i “galanti” della “Belle ‘Epoque”. Lo splendore di via Toledo sotto la pioggia nel quadro di Carlo Brancaccio.

 

Nel pomeriggio del Giovedì Santo,scrive Matilde Serao in un libro pubblicato nel 1902, le carrozze lasciano via Toledo al sereno passeggio dei Napoletani impegnati nel rito dello “struscio”, che fu, all’origine, un pellegrinaggio attraverso le sette chiese, “ ‘e sette chiesielle” tra Largo Mercatello, oggi Piazza Dante, e Largo di Palazzo, oggi Piazza Plebiscito: Spirito Santo, San Nicola alla Carità, San Liborio alla Pignasecca, Madonna delle Grazie, Santa Brigida, San Ferdinando, San Francesco di Paola. Alla fine del Settecento la crisi dello spirito religioso e la fiacchezza della gente fecero sì che il numero delle chiese e dei “sepolcri” da visitare si riducesse a cinque o a tre, e inutilmente Ferdinando II cercò di salvare il carattere “sacro” di una passeggiata che di anno in anno diventava sempre più un rito profano. Dopo l’unità d’Italia, il rito perse la forza di attrazione, ma la riacquistò dopo il 1880, fino a diventare un evento significativo della “Belle ‘Epoque” napoletana, un evento che si prolungava dal Giovedì Santo al Sabato Santo. “La parola “struscio” – scrive la Serao – ha un’origine tutta musicale, perché viene dal fruscio che fanno i piedi mollemente smossi e le gonne seriche delle donne: alcuni dicono che “struscio” o “strascino” venga dalla lentezza della passeggiata: altri dallo strascico che prima avevano i vestiti neri, indossati sempre dalle signore, nella Settimana Santa”. Ai tempi della Serao, lo strascico non si usava più, ma il “vestito nero di faille” – un tessuto di seta a trama grossa – restava un abito assai elegante e “molte buone signore borghesi” aspettavano la settimana di Pasqua per farne sfoggio. Tra l’altro, il nero dell’abito conferiva ancora una nota religiosa alla visita “ dei “sepolcri” nelle sette chiese, come è prescritto, o in cinque chiese, o in tre, o in una”. “Un umile segno di penitenza “sarebbe stato il velo nero “: ma le signore preferivano i cappelli, e “quelle che hanno orecchini di brillanti e di perle, li mettono”. Le ragazze indossavano “il vestito di mezza stagione, per lo più chiaro, perché le ragazze di Napoli non amano i colori scuri, essendo naturalmente allegre.”. Avrebbero indossato l’abito nero di faille dopo aver contratto matrimonio: e lo “struscio” serviva anche per trovare il “giovane elegante” che avrebbe donato ad esse l’anello nuziale e l’abito nero. I “galanti” della borghesia e della nobiltà durante la passeggiata dei tre giorni non portavano né cilindro, né bombetta, ma la “paglietta”, più adatta alla scappellata con cui essi rendevano omaggio alle signore. Anche Titina, a cui Raffaele Viviani dedicò la poesia “’O struscio”, faceva la passeggiata per cercare marito, che però “ nun trova maie”. E la madre, vedendo che anche lo “struscio” di quell’anno “ se n’è ghiuto / senza truvà chill’atu Ggiesucristo”, si avvicinava alla figlia e la esortava a tornare a casa: “ Titinè’, a mammà,/ ccà cunzumammo ‘e scarpe”, e Titina, triste, ribatteva: “L’ho veduto. / E me l’hai detto pure un anno fa.”.

Allo “struscio” non mancò mai il corredo dei venditori di ciambelle, di fette di tortano e di quarti di casatiello: e in alcuni bassi della Pignasecca e dei Quartieri Spagnoli trasformati per l’occasione in taverne gli “struscianti” andavano ad assaggiare, in nome della tradizione, la zuppa di cozze, anche quando, sollecitate dai proprietari dei ristoranti che pagavano le tasse, le autorità cittadine cercarono di bloccare quelle “tavole” illegali con avvisi che nessuno leggeva e rispettava. Scrive la Serao che dal giovedì al sabato tutte le botteghe di via Toledo, “grandi e piccole, ricche e poverelle” risplendevano di luci ed esponevano salami, formaggi e “statuette” fatte con il lardo. I “galantuomini” si fermavano a gustare i dolci al cioccolato e alla crema in uno dei molti caffè che si aprivano tra Piazza Dante, Viale Toledo e Piazza Municipio: al “ Gambrinus”, al “Caffè Europa”, al “Caffè dell’Incoronata”, famoso per il guanto enorme, collocato accanto all’insegna, che il proprietario muoveva dall’interno, con una corda, creando l’effetto di una mano che invitava i passanti a entrare. Se i giorni dello “struscio” erano allietati dai segni della primavera e invitavano a consumare gelati, i “galanti” si fermavano al “Caffè Corfinio”, frequentato dalla Serao, da Eduardo Scarfoglio e da Ferdinando Russo, che era un cliente assiduo anche delle birrerie di quella che oggi è Piazza Municipio, la “Birreria di Strasburgo” e la “Birreria Monaco”.