LE BESTEMMIE DEI POLITICI

0
Com”era prevedibile, la bestemmia di Berlusconi ha sollevato polemiche. Ma sono bestemmie contro gli altri anche quando, invece di perseguire il bene comune, si inseguono sporchi interessi di parte o solo di qualcuno! Di Don Aniello Tortora

Ha destato, come era prevedibile, molto interesse e scalpore su tutti i media, la bestemmia del presidente del Consiglio.
Prima la barzelletta sugli ebrei avidi di quattrini. Poi quella che prende di mira ancora una volta Rosy Bindi e si conclude con una sonora bestemmia. Molte, ovviamente, le reazioni. Dal mondo della politica, ma soprattutto, degli ebrei e del variegato e complesso mondo cattolico.
Netta la reazione di Amos Luzzatto, presidente della comunitĂ  ebraica di Venezia ed ex responsabile dell’Unione delle comunitĂ  ebraiche italiane: «Prima di recuperare antichi stereotipi antisemiti di discutibile gusto – dice – un uomo pubblico farebbe bene a usare cautela. Su questi pregiudizi nei secoli si sono giustificate le peggiori discriminazioni e violenze».

L’ Avvenire, attraverso la voce del Direttore Tarquinio, è stato durissimo: ”Su ogni uomo delle Istituzioni, su ogni ministro e a maggior ragione sul capo del governo grava, inesorabile, un più alto dovere di sobrietĂ  e di rispetto. Per ciò che si rappresenta, per i sentimenti dei cittadini e per Colui che non va nominato invano”.
Molte le reazioni anche a Mons. Fisichella, che ha quasi giustificato il premier, affermando che l’episodio andava “contestualizzato”.
Ma i commenti più duri sono venuti da Famiglia cristiana.
Un’offesa a tutti i cattolici’: così ‘Famiglia cristiana’, sul suo sito web, commenta la “bestemmia” del presidente del Consiglio Silvio Berlusconi.

“Per raccontare l’ennesima barzelletta volgare sulle donne, il cavaliere Berlusconi si dĂ  alla bestemmia. Il capo del Governo si concede ciò che non è permesso ai calciatori”, scrive l’edizione online del settimanale dei paolini. “Lui, Silvio Berlusconi, dice che la barzelletta, costruita da chissĂ  chi per insultare Rosy Bindi e comprensiva di bestemmia finale, circolava giĂ  in Parlamento e quindi raccontarla in pubblico non era peccato”, ma “il rammendo è peggio del buco. Perché dimostra che, come sempre, il Cavaliere pretende di tenere il piede in tutte le scarpe possibili. Nel caso specifico, quello del signore galante e del sessista da bar. Dello statista e del teppistello di periferia. E, ancora peggio, del politico intriso di sentimenti cattolici quando si tratta di chiedere voti ma sostanzialmente estraneo al sentire cattolico in ogni altro momento della vita quotidiana”.

La bestemmia, prosegue ‘Famiglia cristiana’, “colpisce un lato per fortuna ancora molto reattivo dell`opinione pubblica, come dimostra per esempio la campagna (sostenuta con ripetuti interventi anche da Famiglia Cristiana) contro le imprecazioni dei calciatori, alcuni dei quali giĂ  squalificati e multati”. Il settimanale dei paolini rileva “l`ampia reazione di sdegno che si registra in queste ore, e che non può essere derubricata a semplice polemica (o persecuzione, come forse diranno i fan del Cavaliere) di stampo politico”.

“Si vorrebbe provare stupore di fronte a questa performance del primo ministro che pretende di aver evitato una guerra della Russia contro la Georgia e di aver salvato l`economia americana dalla crisi fornendo buoni consigli a Obama. Invece sappiamo tutti che non è la prima e certo non sarĂ  l`ultima. Perché proprio dal Cavaliere – conclude il settimanale diretto da don Antonio Sciortino – arriva uno dei più chiari esempi di quel ‘cristianesimo alla carta’ o ‘cristianesimo usa e getta’ che è oggi tra le piaghe più profonde della vita sociale del nostro Paese”.

Per noi cristiani il Comandamento di “non pronunciare il nome di Dio invano” è sacro.
A me pare, però, che non esista bestemmia verso Dio senza bestemmia verso l’uomo, creato a Sua immagine e somiglianza e vera “gloria del Dio vivente”.
La reale bestemmia del presidente del Consiglio e del mondo della politica è offendere quotidianamente la dignitĂ  del popolo italiano, con i loro gossip e gli odi personali. A volte ho proprio l’impressione che argomenti futili e superficiali vengano montati ad arte per “drogare” l’opinione pubblica e distoglierla dal “pensare” ai reali problemi.
Si bestemmia contro gli altri quando, invece di perseguire il bene comune (di tutti e di ciascuno) si inseguono sporchi interessi di parte o solo di qualcuno!

Si bestemmia contro i giovani quando non si assicura loro un futuro con un lavoro dignitoso!
Si bestemmia contro i malati quando vengono curati bene solo coloro che sono raccomandati o possono pagarsi le cure!
Si bestemmia contro i più deboli quando si tagliano i fondi al Welfare state!
Si bestemmia contro l’ambiente quando si vogliono aprire altre discariche sul nostro territorio giĂ  altamente inquinato!
Si bestemmia contro la povera gente quando i diritti vengono scambiati per favori!

Come si può ben vedere, a me sembra che la vera barzelletta quotidiana siano lo stesso premier e tutti i politici, che ogni giorno ricorrono a queste bestemmie.
Per noi cristiani (e anche per quanti impegnati in politica si ispirano ai valori evangelici) quando precipitiamo nel peccato c’è la possibilitĂ  di risorgere attraverso la confessione, il ravvedimento, la conversione, la penitenza, l’impegno a non peccare più.
Un piccolo-grande esame di coscienza non farebbe mai male a nessuno!
(Fonte foto: Rete Internet)

LA RUBRICA

IN 6 LINGUE LA GUIDA AI DIRITTI E DOVERI DEI DETENUTI

0
La Guida ha lo scopo di fornire ai detenuti, ed ai loro familiari, uno strumento utile per districarsi nella realtĂ  carceraria. Di Simona Carandente

Con una conferenza stampa tenutasi lo scorso 16 settembre, la Onlus "Il Carcere Possibile", con il patrocinio della Regione Campania e la collaborazione del Provveditorato Regionale dell’Amministrazione Penitenziaria ha presentato la Guida ai diritti e doveri dei detenuti, redatta con il contributo di numerosi esperti del mondo penitenziario e giuridico.
La guida, tradotta in inglese, francese, albanese, arabo e rumeno nasce con lo scopo di fornire ai detenuti, ed ai loro familiari, uno strumento per potersi districare nella complessa realtĂ  carceraria, specie in caso di primo ingresso nei luoghi di detenzione nonché, ipotesi frequente, nel caso di detenuti stranieri e poco avvezzi all’uso della lingua italiana.

L’idea, come si apprende dagli stessi responsabili della Onlus, è importante e di ampio respiro, pur dovendo scontrarsi, inevitabilmente, con le lungaggini burocratiche, il sovraffollamento delle carceri, la mancanza di risorse economiche adeguate che ne impediscono, complessivamente, la concreta e piena attuazione in ambito penitenziario.
Attraverso la guida (scaricabile anche sul sito www.ilcarcerepossibileonlus.it), il detenuto viene seguito passo passo sin dal primo ingresso in istituto, dove in primis viene sottoposto a visita medica, ad un controllo di carattere generale e privato, momentaneamente, del denaro contante e degli effetti personali, custoditi per la durata della detenzione stessa.

Successivamente, al detenuto viene data la possibilitĂ  di comunicare ai familiari il proprio stato di detenzione, facendo sì che lo stesso venga assistito dal difensore di fiducia eventualmente nominato, o in mancanza da quello di ufficio, con possibilitĂ  di conferire con questi.
Mentre la presenza di denaro contante è assolutamente vietata all’interno del penitenziario, il detenuto può gestire un proprio "libretto", con l’indicazione delle entrate e delle uscite, con disponibilitĂ  massima pro capite di duemila euro per chi è in attesa di giudizio.

In un momento successivo, l’Amministrazione fornisce il cosiddetto corredo, con il necessario per l’igiene personale e la biancheria, con autorizzazione a fare eventualmente uso del proprio.
Particolare attenzione, tuttavia, è volta al tema del comportamento in Istituto, che deve essere improntato al rispetto di talune regole fondamentali: ad esempio, non è consentito al detenuto simulare il proprio stato di malattia, avere atteggiamenti molesti nei confronti degli altri, comunicare illegalmente verso l’esterno e trafficare beni di cui non sia consentito il possesso.

A coloro che si siano distinti per impegno nel lavoro, nei corsi scolastici e professionali, oppure dimostrino particolare disponibilitĂ  nell’aiutare i compagni, possono essere concesse delle ricompense, che spaziano dall’encomio, alla proposta di benefici alternativi alla detenzione fino a giungere, nei casi più eclatanti, alla proposta di grazia e di revoca anticipata della misura di sicurezza giĂ  inflitta. (mail: simonacara@libero.it)
(Fonte foto: Rete Internet)

LA RUBRICA

CRISI DEI RIFIUTI. NESSUN MISTERO: ECCO I RESPONSABILI

0
La crisi ciclica la subiamo perchè non funziona la raccolta differenziata; e continuerĂ  a non funzionare perchè il governo ha scelto la strada delle discariche e dei termovalorizzatori. Meriterebbero di essere presi a calci nel sedere.

I rifiuti a Napoli e in Campania sono una cartina di tornasole che evidenzia e mette a nudo tutte le incapacitĂ  di un ceto politico e amministrativo e di una classe dirigente di fronte alla soluzione di un problema che riguarda tutti i cittadini e la vivibilitĂ  stessa del territorio. Al di lĂ  di tutto quello che giĂ  è stato scritto sull’argomento, e in particolare al ruolo attribuito alla criminalitĂ  organizzata, vorrei porre l’accento sulla incapacitĂ  ad affrontare una questione certamente non semplice ma per la cui soluzione esistono procedure e tecnologie largamente sperimentate. Si producono sicuramente troppi rifiuti da parte di cittadini, di famiglie, ma anche di imprese commerciali, artigianali, agricole e industriali. Il primo problema sarebbe quello di diminuire per quanto possibile la produzione di rifiuti da parte di tutti.

Si potrebbe farlo in tanti modi a cominciare dal ridurre la quantitĂ  di rifiuti prodotti dalle famiglie, su cui oggi si scaricano funzioni che dovrebbero essere spostate sui produttori. Se le verdure e gli ortaggi arrivassero pulite nelle case, perché alcune operazioni di pulitura vengono realizzate a livello di mercati generali e di fruttivendoli, si ridurrebbe la quantitĂ  di umido prodotto a livello familiare. Se si semplificasse il confezionamento dei prodotti alimentari si avrebbe una drastica diminuzione di plastiche e cartoni da smaltire a livello familiare. Se le bottiglie di plastica fossero sostituite da bottiglie di vetro da riconsegnare o da riutilizzare diminuirebbe il volume delle plastiche da smaltire con procedimenti anche costosi e non remunerativi.

Ma gli esempi potrebbero essere tanti. Il secondo problema sarebbe quello di dare a tutti, e non solo alle famiglie, precise responsabilitĂ  in ordine allo smaltimento dei rifiuti prodotti anche attraverso il recupero dei contenitori riutilizzabili, direttamente o indirettamente. Un esempio: le aziende che utilizzano banda stagnata dovrebbero essere tenute a consorziarsi per assicurare, sul territorio, impianti di lavorazione dello scatolame conferito come rifiuto differenziato, per ridurre i costi e completare il ciclo raccolta-trattamento-riuso. Allo stesso modo tutti coloro che producono imballaggi dovrebbero essere realmente obbligati al loro recupero presso supermercati e negozi.
Il terzo problema è una raccolta differenziata seria che abitui la famiglie a separare l’umido dai materiali riciclabili, alluminio, plastica, banda stagnata, vetro, carta e cartone.

Non è un problema di difficile soluzione: bastano regole certe e controlli. Ma per rendere efficace la raccolta differenziata occorre motivare anche con premialitĂ  i cittadini virtuosi. I metodi sono tanti e basta solo scegliere tra le sperimentazioni che hanno dato i migliori risultati. Ma la raccolta differenziata deve ridurre significativamente le tasse, meglio sarebbe le tariffe, che i cittadini pagano per lo smaltimento, anche perché le frazioni differenziate vengono vendute ai Consorzi di raccolta e quindi i Comuni incassano soldi che devono andare a favore dei cittadini e non a sostegno di operazioni clientelari.

La raccolta differenziata, però, funziona realmente quando è supportata da impianti per il recupero e riutilizzo delle frazioni differenziate, a cominciare dall’umido e dall’indifferenziato, dislocati nella provincia di appartenenza o, al massimo, in una provincia limitrofa. In caso contrario, come avviene oggi per ragioni che non sono neppure misteriose, i costi dello smaltimento e del riuso lievitano e si scaricano, sempre come oggi avviene, sul cittadino contribuente. La realizzazione di questi impianti di lavorazione delle frazioni differenziate ha anche il vantaggio di produrre nuova occupazione e nuove imprese: cose molto significative in realtĂ  come quella napoletana e campana afflitte da disoccupazione endemica e scarsitĂ  di imprese produttive. Che senso ha, e a chi giova, raccogliere l’umido in Campania e trattarlo, con produzione di energia e di compost, in Puglia o in Toscana?

Nessuna ricaduta occupazionale e industriale, solo costi aggiuntivi per i cittadini. Per realizzare un impianto di compostaggio non occorrono grandi aree, non occorrono grandi capitali, non occorrono tempi troppo lunghi, basterebbero, in condizioni normali di amministrazione, pochi mesi. Ma anche per realizzare impianti più sofisticati per il trattamento delle frazioni umide, come i biodigestori anaerobici e i gassificatori, senza nessun impatto ambientale e di ridotte dimensioni, basterebbero 12-18 mesi, sempre in condizioni normali di amministrazione pubblica. In situazioni di buona raccolta differenziata altri impianti, come i termovalorizzatori, sono del tutto inutili. Per il trattamento delle frazioni secche differenziate sono necessari impianti industriali che non richiedono grandi investimenti economici e tecnologici e che possono tutti essere realizzati con capitali privati senza particolari sostegni pubblici.

Lo stesso discorso vale per i biodigestori e per i gassificatori. Alla luce di queste considerazioni diventa ancora più difficile comprendere le situazioni di emergenza strutturale che si registrano in Campania e lo spreco di denaro pubblico realizzato in tutti questi anni e che continua ancora oggi. Dove la raccolta differenziata funziona non c’è alcun bisogno di discariche: servono solo impianti industriali e un corretto sistema di raccolta e di conferimento. Il tempo per attrezzare correttamente una discarica è lo stesso, quando non superiore, a quello necessario per la realizzazione di impianti industriali: perché, anche da parte del Governo, si è scelta la strada delle discariche e dei termovalorizzatori, invece di quella della raccolta differenziata e degli impianti per il trattamento delle frazioni differenziate?

Una domanda che tutti i cittadini dovrebbero rivolgere ai loro politici e ai loro amministratori, prima di mandarli a calci nel sedere fuori dalle amministrazioni locali e regionali, dal Parlamento e dal Governo.
(Fonte foto: Rete Internet)

POLITICA E CAMORRA

25 MARZO 1862: PILONE INVADE TERZIGNO

La nostra rubrica continua ad occuparsi del brigante Antonio Cozzolino Pilone. Anche la sua storia –come anticipato- si intreccia con quella della camorra vesuviana e nolana, da troppi studiosi non considerata a dovere. Di Carmine Cimmino

La “comitiva“ di Antonio Cozzolino Pilone divenne una formazione importante nell’autunno del ’61, quando in tutto il territorio vennero pubblicati i bandi dell’ Esercito italiano per la leva obbligatoria. Decine di giovani si “sbandarono“, si diedero alla macchia, “alla montagna“, per sottrarsi all’arruolamento, che li avrebbe portati nelle cittĂ  del nord, lontano dalla loro terra, dalle loro famiglie, di cui spesso erano il solo sostegno. Pilone promise danaro, cibo, donne, il rispetto dei galantuomini e, al ritorno dei Borbone, onori, pensioni e il congedo perpetuo. Maddalena Vaiano di Boscoreale cercò di convincere il figlio, Vincenzo Federico, a non diventare brigante, ma il giovane la cacciò via: se tu non mi fossi madre, ti ucciderei con due palle in fronte.

E il contadino Francesco Napodano di Terzigno mandò a chiamare il padre nella casa di Luigi Menichini, proprietario, sensale del vino e costruttore di botti, perché il povero colono avesse il piacere di vedere il figlio, bandito e ricercato dalla polizia, che mangiava e beveva "lietamente", come ospite di riguardo, in casa del galantuomo, nella piazza di Terzigno. Anche i briganti del Vesuvio furono mossi dal risentimento sociale e dall’ idea che la violenza garantisca dignitĂ  e legittimazione: i nemici erano quelli di sempre, signori e galantuomini, e a loro importava poco che fossero borbonici o liberali. Angelo Ranieri, che "i probi cittadini" consideravano troppo sciocco per avere idee politiche, andava dicendo in giro che voleva guadagnare molto danaro o morire ammazzato.

I vicini controllavano ogni giorno la quantitĂ  di pane comprata da Pasquale Balzano, dei Passanti di Boscoreale: se la quantitĂ  superava la media, era certo che il Balzano ospitava Pilone. Dopo l’invasione, il giudice di Ottajano, Giovanni Costantino, interrogò Francesca Ranieri, di Terzigno, di 35 anni, monaca di casa e proprietaria, che la “voce pubblica“ accusava di essere amante di Pilone. La monaca respinse gli osceni sospetti: lei, Pilone lo aveva visto solo due volte, nella sua masseria di Santa Teresa a Terzigno e gli aveva chiesto, la seconda volta, una delle "immagini della Vergine del Carmine con i nastri rossi" che si diceva che il Papa stesso avesse donato al brigante. Pilone e i suoi avevano fame; lei, spinta solo dalla caritĂ  cristiana, aveva preparato, l’una e l’altra volta, pasta e fagioli, una frittura di baccalĂ , una " barrecchia di vino di Terzigno “.

Entrambe le volte, erano comparsi, tra le viti, soldati in perlustrazione: e i briganti erano fuggiti via, verso le Lave, con lo stocco sullo stomaco. Per il resto, lo sapevano tutti a Terzigno -aggiunse la Ranieri- che l’ amante di Pilone era una certa Maria, del rione Caprai, nota con il soprannome terribile di Puzzacane.

La lunga deposizione che Nicodemo Bifuco fu Nicola, proprietario, di 29 anni, capitano della Guardia Nazionale di Terzigno, rese al giudice subito dopo l’assalto al posto di guardia che da lui dipendeva, è soprattutto un’accusa limpida alla sua incapacitĂ . Egli dichiarò che molti militi della Guardia Nazionale erano amici dei briganti, ma dovette ammettere che nessun provvedimento egli aveva preso per difendere il paese dalle loro trame e per impedire che accadesse quello che accadde. Dovette anche ammettere che durante l’incursione i briganti avevano sparato sulle finestre e sui portoni dei palazzi dei galantuomini, ma avevano risparmiato il palazzo di sua madre. Dalla ricostruzione che egli fece dei fatti risulta che tutti sapevano che il 25 marzo 1862 Pilone avrebbe invaso Terzigno: tutti, eccetto lui.

Quel giorno Gaetano Iuliano, maniscalco, giĂ  segnalato "per il contegno continuamente disprezzevole" verso il Bifulco e il partito liberale, s’allontanò dal posto di guardia, poiché il figlio era venuto a dirgli che bisognava correre a casa di Vincenzo Ranieri Mangiamelelle, per un soccorso d’urgenza al mulo ammalato. Prestato il soccorso, il maniscalco stava tornando al posto di guardia, quando, a suo dire, i briganti gli piombarono addosso e gli strapparono il fucile. Ma i briganti lo conoscevano bene, poiché avevano bussato qualche sera prima alla sua porta, e chiesto e ottenuto del vino, sotto lo sguardo attento di una vicina di casa. Che ne parlò al giudice, pur aggiungendo, per addolcire gli effetti della “soffiata”, che il maniscalco si piegava a Pilone solo per "timore".

Per tutto il giorno Carlo Rosa, panettiere, che anche da Guardia Nazionale continuava a manifestare il suo disprezzo per i liberali, fu più agitato del solito. Stava di guardia, ma non volle calzare il képi d’ordinanza e sull’imbrunire si allontanò dal suo posto con il collega Basilio Bianco, a cui voleva far gustare il suo vino. La sorella del Rosa, intanto, "sentendo un gran freddo", mandava il figlio di 10 anni a chiamare il marito Domenico Pisani, "sospetto ladro e spia della banda", che stava ad oziare nel caffé di Giuseppe Boccia. Domenicantonio Ranieri si fece rimpiazzare, e il figlio, un ragazzetto di 12 anni, svelò al giudice Costantino che pochi giorni prima era venuta a casa sua "una grande quantitĂ  di armati", che avevano molto bevuto con suo padre; lui, da un suo nascondiglio, li aveva a lungo osservati insieme a un cuginetto, che, indicandogli un uomo assai alto e robusto, dalla barba nera, gli aveva detto: quello è Pilone.

L’invasione di Terzigno non fu una passeggiata trionfale; la gente non scese in piazza, né sventolò i fazzoletti bianchi. Alcune guardie si batterono con coraggio contro la comitiva: Pilone aveva portato con sé Luigi Ranieri il Gagliardo, Luigi Carillo, Francesco Napodano, Luigi Auricchio, Giovanni Pagano, Domenico Cirigliano, Luigi Panariello, Angelo Ranieri Cazzullo. Fu Panariello – o il Gagliardo- a ferire a morte il tenente Giovanni Boccia sparandogli addosso a bruciapelo. Il bottino fu poca cosa: una tromba, qualche fucile arrugginito, qualche baionetta. Anche questa volta la retata, eseguita poche ore dopo l’attacco dai Carabinieri di Ottajano al comando del brigadiere Luigi Sacchetti, tirò su solo pesci piccoli. Su indicazione del Bifulco furono arrestate alcune guardie nazionali, i genitori di Napodano, la madre e la sorella del Carillo, la madre del Gagliardo e quella di Pagano, e Maria Puzzacane, accusati quasi tutte di fornire viveri ai briganti e di distribuire abitini della Madonna del Carmine.

Furono messi in carcere anche alcuni braccianti che si riunivano ogni giorno, all’alba, alla Croce di Boscoreale "per ritrovare fatica": ad aspettare, cioè, i caporali, che li avrebbero ingaggiati per una giornata di lavoro: non c’erano prove contro di loro, ma la polizia pensò che sapessero qualcosa sugli spostamenti della banda, poiché si muovevano di frequente per le masserie e le vigne del territorio: e poi erano povericristi, che nessuno difese, e per cui nessuno protestò.
(Fonte foto: Rete Internet)

LA STORIA MAGRA

GLI STUDENTI RIVIVONO LE QUATTRO GIORNATE DI NAPOLI

Il 67° anniversario delle Quattro giornate di Napoli è stato rivissuto in modo particolare da oltre 50 studenti, presso l”Istituto Campano per la Storia della Resistenza. Di Annamaria Franzoni

La cittĂ  di Napoli, nei giorni immediatamente precedenti all’arrivo delle forze alleate del 1° Ottobre 1943, si rese protagonista per prima, tra le grandi cittĂ  europee, dell’insurrezione contro l’occupazione nazista e corre mito che durante le Quattro Giornate di Napoli la liberazione della cittĂ  sia avvenuta grazie al coraggio dei suoi “scugnizzi”: la loro presenza , che si aggira intorno al 10%, su circa 2000 partecipanti, è stata sicuramente esaltata e enfatizzata dalla foto-simbolo che gli Americani diffusero allo scopo di sottolineare che l’esercito nazista fosse stato battuto da un esercito di adolescenti.

Nel corso delle numerose manifestazioni in memoria delle “giornate napoletane” due quinte classi dell’ISS "Pitagora" del Rione Toiano di Pozzuoli, il 30 Settembre scorso, sono state invitate a “ Ri-vivere le Quattro Giornate di Napoli” presso la sede dell’Istituto Campano per la Storia della Resistenza, dell’Antifascismo e dell’EtĂ  Contemporanea “Vera Lombardi”, Via Costantino 25,
per commemorare il 67° anniversario di un evento poco noto alle giovani generazioni.
In una bella mattina settembrina, 27 ragazzi del Liceo Socio Psico Pedagogico e 31 ragazzi del Liceo Scientifico, accompagnati dai due docenti di Storia, prof.ssa Francesca De Simone e Andrea Buonajuto, hanno con allegria saltato un giorno di scuola per partecipare ad una lezione diversa, su di un argomento storico che ignoravano, ma che li incuriosiva.

La seconda guerra mondiale, infatti, è sì programma dell’ultimo anno, ma è oggetto di studio tardivo rispetto al mese di Settembre, ed è inutile sperare che ci sia in loro qualche lontano ricordo dalle scuole medie. Da un rapido sondaggio nelle scuole, inoltre, è emerso che pochissimi sono quelli che conoscono queste pagine di storia a noi così vicine…
Dunque un po’ istruiti velocemente, un po’ incuriositi dal luogo, erano ben disposti ad apprendere.
Tutta questa gioventù è stata accolta dalla direttrice dell’Istituto, Prof.ssa Giulia Buffardi, dal Prof. Francesco Soverina, responsabile della sezione didattica e dal Sig. Gennaro De Paola, splendido ottuagenario che con incredibile maestria ha saputo tenere i ragazzi attenti per più di 2 ore.

La sua testimonianza è stata molto più che toccante: gli allievi hanno pensato che di mestiere avesse fatto il docente, perché è stato bravissimo; invece è un ex partigiano, socio dell’ANPI (Associazione Nazionale Partigiani d’Italia), più che avvezzo a portare il suo contributo nelle scuole, affinché i giovani non perdano la memoria, la fiducia nei valori, la speranza in un futuro di solidarietĂ , la capacitĂ  di ragionare sempre con la propria testa al di lĂ  delle fascinose e subdole mode.

È stato toccante e in alcuni momenti emozionante ascoltare i suoi racconti mentre ricordava gli esiti del primo conflitto mondiale, gli stati d’animo degli italiani quando hanno ingenuamente dato fiducia al fascismo, e quando hanno capito finalmente l’inganno al quale erano sottoposti da anni, gli eventi orribili della guerra, le sofferenze del popolo napoletano, l’eroismo di tutta una popolazione di fronte all’orrore nazista:due ore sono volate e non c’è quasi mai stato bisogno di richiamare l’attenzione di nessuno.

L’ICSR ha successivamente mostrato ai ragazzi 2 mostre permanenti, fotografiche, documentarie e pittoriche che, a suggello di quanto fino a quel momento ascoltato, hanno ancor di più impresso il significato di quegli eventi.
La lezione di storia fuori dalla tradizionale aula scolastica è stata resa possibile dalla disponibilitĂ  del Presidente dell’Istituto, Prof. Guido D’Agostino e dal D.S. Prof. Cesare Fournier che hanno reso possibile questa istruttiva lezione di vita, oltre che di storia.
(Fonte foto: Rete Internet)

LA FILOSOFIA DEI MACCHERONI. PARTE III

Disprezzati dagli illuministi, visti con sospetto dai romantici e poco considerati dagli scapigliati, i maccheroni non ebbero fortuna nemmeno con il futurista Marinetti. Ma se potessero parlare, i maccheroni, anzi, se solo sapessimo ascoltarli: Di

Potrebbe osservare qualcuno che avrei dovuto prendere le mosse dal latino maccheronico, e da Teofilo Folengo, in cui le grasse Muse, Gosa, Comina, Strizza, Ma- felina, Togna e Pedala accendono un’ispirazione fatta di gnocchi e di polenta, di frittatine, di trippe e di frattaglie. Il latino maccheronico sa di cotenne e di lardo, di fiati densi e di sentori di sugna, e, dunque, non ha nulla in comune con la nobile e rigorosa naturalezza dei maccheroni che Artusi chiama napoletani, lunghi e coerenti con il loro calibro da un capo all’altro, distinti dalle paste, che sono rigidamente corte.

Anche sotto una coltre di parmigiano, o immersi in un lago di salsa di pomodoro, o mollemente circuiti dall’insidia della genovese, i maccheroni e le paste conservano una nuda grandezza, una catoniana simplicitas: sono una sostanza che si mostra sempre per quello che è. Una sostanza spinoziana. Ma stiamo anticipando.
Dunque, per bocca di Leopardi gli illuministi condannarono i maccheroni: ma proprio nella dura condanna ci fu una chiara legittimazione del principio che i maccheroni sono un degno argomento di gnoseologia, di morale, di etica, e mi sono permesso di aggiungere, di estetica.

Condannati senza appello da don Giacomo, maccheroni e pasta non potevano sperare nella comprensione dei romantici. L’ eroe romantico, pallido, esangue peggio che se fosse succhiato ogni giorno da Dracula, lunare e chiagnaruso, non riesco a immaginarlo intento a mangiare maccheroni e pasta con quella inflessibile concentrazione che ziti, penne, maltagliati e vermicelli pretendono dai loro devoti e in cui Filippo Sgruttendio, misterioso e ammirevole poeta, naufragava fino al punto di chiedere a Dio la grazia di una metamorfosi estrema: se Narciso è stato tramutato in fiore, io voglio diventare Maccherone.

Dunque, i romantici non ce li vedo, a consumar zuppiere di pasta: e tuttavia, la storia degli Italiani mi costringe a non escludere che anche i romantici, dopo aver ostentato in pubblico, urbi et orbi, il loro antimaccheronismo, si ritirassero di corsa in stanze segrete, e gettatisi in ginocchio davanti a piatti colmi di ziti al ragù, implorassero il perdono per la loro viltĂ , e, perdonati, e armati di forchetta, si lanciassero nella mischia vorace, a mangiar montagne di maccheroni fino all’ultimo maccherone. Se i maccheroni potessero parlare: mi correggo: se sapessimo ascoltarli, apprenderemmo innumerevoli storie di ipocriti e di doppiogiochisti: quanti ne hanno visti, e ancora ne vedono, i maccheroni, quante volte hanno protestato contro il commento del pubblico: s’è vvenduto pe’ nu piatto ‘e maccarune. Fanno bene a protestare, i maccheroni: è offensivo, per loro, essere accostati agli opportunisti e alle banderuole.

La dignitĂ  dei maccheroni può essere macchiata da sughi e salse, ma non dalla bava di chi si vende come vacca al mercato delle vacche. I farenielli che zompano da una bandiera all’altra, prontamente, lietamente, senza dolori di pancia e senza rimorsi, i perogliosi sbrevognati che portano la stessa maschera sulla faccia davanti e sulla faccia di dietro meritano di essere accostati non ai maccheroni, ma alle polpette e alle braciole di cotica, a cui, del resto, le loro due facce assomigliano: purpettari e arravogliabraciole. Il napoletano ha il nome adatto per ogni specie di uomini. Per fortuna.

Disprezzati dagli illuministi, visti con sospetto dai romantici, i maccheroni non trovarono sostegno nemmeno in Igino Ugo Tarchetti, lo scrittore scapigliato che sotto il tricolore dell’Italia unita combatté contro i briganti campani e lucani, e ebbe il coraggio di dire e di scrivere che i soldati italiani si comportavano, nelle terre del Sud, non da liberatori, ma da conquistatori. Pagò il suo coraggio con l’ostilitĂ  della casta militare e dei clan della politica, e continua a pagarlo con l’ oblio. Non è un grande scrittore, ma la fama sorrise e sorride a pennaioli che non valgono nemmeno un tacco dei suoi stivali: fu un coraggioso, e noi italiani non abbiamo né rispetto né pietĂ  per i pazzi che si permettono di avere coraggio.

Un notevole racconto di Tarchetti, Un suicidio all’inglese, si apre con la scena del protagonista, il capitano Gubart, che nella sala da pranzo dell’ albergo Diomede a Pompei – l’ostessa era una delle amanti del brigante Pilone – sta divorando beccacce allo spiedo. Il capitano, che per certi versi è Tarchetti stesso, incomincia a intessere con il Vesuvio un silenzioso colloquio, fatto di solitarie arrampicate e di lunghe meditazioni e di copiose libagioni di vino alicante. Infine, vinto dalla disperazione per un amore non corrisposto, egli si uccide lanciandosi nel cratere del vulcano. Tarchetti ha colto perfettamente le intime corrispondenze che si intrecciano nello spirito delle cose: uno che tra le rovine di Pompei divora beccacce allo spiedo e tra le rocce del Vesuvio si ubriaca con vino spagnolo, è un suicida credibile; se avesse mangiato maccheroni e bevuto lacrima e falanghina, non si sarebbe ucciso, e men che mai per il no di una donna.

Poi ci fu l’attacco dei futuristi, il più duro, condotto dal loro capo in persona, Filippo Tommaso Marinetti, che tra il 1930 e il 1932 elaborò, con Luigi Colombo Fillia, teoria e ricette della cucina futurista. Ma prima di costruire il nuovo, Marinetti tentò di demolire la tradizione, e, dunque, i maccheroni, che ne erano il simbolo supremo. La guerra ai maccheroni il Marinetti venne a dichiararla proprio a Napoli, in una delle osterie più famose, i Due leoni. Mentre i camerieri correvano tra i tavoli a piazzare davanti ai clienti affamati piatti di pastasciutta e bottiglie di Gragnano e di Recupo, il capo dei futuristi lanciò l’ anatema contro i maccheroni, dichiarandoli nemici mortali della modernitĂ  dinamica, della velocitĂ  fascista, della rivoluzione permanente, e accusandoli di produrre lentezza di spirito, banalitĂ , scetticismo, e corpi troppo floridi e pance prominenti e volumi di adipe.

Contro il piatto di maccheroni venivano schierati le audaci aereovivande della cucina futurista, e cioè portate di frutta (poca) e verdura (pochissima), che i commensali dovevano mangiare futuristicamente, e cioè accarezzando con la mano sinistra pezzi di carta vetrata e panni di raso e di velluto: i tocchi, le carezze e la forma stesso del tavolo, inclinato in modo da suggerire vagamente la forma di un velivolo, avrebbero prodotto l’impressione tattile del movimento. E venne schierato il carneplastico, che era una polpetta di carne a forma di tubo, ripiena di verdure cotte – una decina di tipi diversi-, e vennero schierate altre amenitĂ .

Gli italiani reagirono alle proposte di Marinetti e Fillia come avevano reagito i napoletani la sera del comizio ai Due leoni: continuando a mangiare maccheroni: imperturbabili, questi, i maccheroni, e quelli, i napoletani che li mangiavano. Piace ricordare che il rivoluzionario Marinetti fu un rivoluzionario all’italiana: combattendo contro tutte le Accademie divenne Accademico d’ Italia. Piace sospettare che durante i banchetti dell’ Accademia abbia divorato non solo polpette e braciole di cotica, ma anche piatti di maccheroni, e piace immaginare che i maccheroni gli abbiano riso in faccia. I maccheroni sono pazienti, come notò Prezzolini, sanno aspettare e gustare la vendetta. Alla prossima. 
 

PARTE PRIMA
 

PARTE SECONDA

LA CHIESA DI NOLA E I RIFIUTI NEL PARCO NAZIONALE DEL VESUVIO

0
La preziosa testimonianza di Don Aniello Tortora, che ha partecipato alla veglia presso Boscoreale, insieme alla popolazione che contrasta l”apertura di una seconda discarica. “La protesta è sacrosanta”.

Ho partecipato, insieme a tantissimi, alla Veglia di preghiera di solidarietĂ  alle popolazioni di Boscoreale e di Terzigno, in lotta per non far aprire una seconda discarica (la megadiscarica di Cava Vitiello) al Parco Nazionale del Vesuvio.
Moltissima la gente, più di venti sindaci del vesuviano, applauditissimo l’intervento del nostro Vescovo. Così ha detto:

“Non possiamo tacere, non possiamo sentirci responsabili di scelte che penalizzano noi e i nostri figli. Diciamo un grande NO alla morte e un grande Sì alla vita, alla salute, al progresso economico, al turismo. La nostra indignazione è segno di dignitĂ  e di coraggio di sognare. Non vogliamo fare barricate, vogliamo solo che ci ascoltino. Questo territorio deve ritornare ad essere quello che Dio e i nostri padri ci hanno consegnato e che noi dobbiamo custodire per consegnarlo bello alle future generazioni. Noi non siamo un popolo di gente violenta, di gente faziosa o strumentalizzata da ideologie o dalla criminalitĂ  organizzata. Siamo gente onesta che rispetta le istituzioni e il bene comune”.

“Siamo solo stanchi di promesse e di tante parole, di tanti soldi spesi inutilmente. Vogliamo solo continuare a sperare. Dio illumini le menti e le coscienze di chi ha responsabilitĂ  nazionali e regionali”.

Parole forti, dure. Da vero pastore che ha a cuore la cura delle pecore affidategli e il territorio nel quale vivono.
Ma sulla questione voglio fare alcune considerazioni. Si sta sversando da tempo nella due discariche ai piedi del Vesuvio, destinato a Parco nazionale, una delle zone più belle del nostro territorio. Tale sversamento è stato deciso, anche contro la volontĂ  della gente del luogo, per affrontare l’ennesima emergenza-rifiuti, frutto di mancanza di vera progettualitĂ . Il problema, che anche attraverso interventi politici e notizie dei mass-media appariva essere definitivamente risolto, purtroppo non solo si ripresenta insoluto, ma addirittura aggravato, anche perché l’inceneritore di Acerra non funziona a pieno regime.

Nelle due discariche vengono sversati rifiuti senza alcun controllo: altamente tossici, speciali, indifferenziati, il famoso “tal quale”. Giustamente la popolazione, cosciente di quanto sta accadendo, è angosciata per il forte inquinamento del suolo, dell’aria, delle falde acquifere, che
incide negativamente sulla salute di tutti e particolarmente delle fasce più deboli.
Bisogna, inoltre, tenere presente anche l’aspetto socio-economico: in una zona dove il tasso di disoccupazione è altamente elevato e dove i giovani sono costretti ad emigrare per mancanza di lavoro, non si può accettare un’ulteriore mortificazione o una morte sociale lenta, a causa dei veleni che stanno uccidendo la più importante risorsa del territorio: l’agricoltura e i prodotti tipici, conosciuti in tutto il mondo.

La protesta è sacrosanta e non è nel modo più assoluto influenzata o originata da presenza camorristica. Dire che dietro la protesta c’è la camorra è solo creare un alibi per nascondere le carenze o le inadempienze delle Istituzioni.
Da anni la Chiesa di Nola, denuncia questo stato di cose, inascoltata. È la raccolta differenziata e l’educazione alla sobrietĂ  la strada maestra che tutti dobbiamo percorrere per arrivare ad una soluzione del problema in Campania. La Chiesa farĂ  sempre la sua parte, per assicurare ai figli di questa bellissima terra, giustizia, pace, custodia del creato. La manifestazione di mercoledì sera a Boscoreale è stata bellissima, per partecipazione e per i contenuti.

Solo, a mio avviso, una nota stonata: alla conclusione della veglia il sindaco di Boscoreale, ringraziando tutti, ha comunicato che aveva appena ricevuto una telefonata dal sindaco di Terzigno, il quale gli aveva detto che, avendo parlato con Berlusconi a Roma, il premier si era impegnato a non far riaprire la seconda discarica. Addirittura sarebbe venuto lui in persona, a dare la notizia ufficiale a Terzigno, nel giro di cinque o sei giorni. A me questo annuncio è sembrato, come a tanti, uno spot da campagna elettorale, che in Italia continua sempre, anche dopo le elezioni. Agli amministratori locali, e quindi anche al sindaco di Terzigno, chiedo di interrogare seriamente la propria coscienza.

AvrĂ  qualche responsabilitĂ  anche lui, per aver permesso di aprire una discarica nel cuore del Parco nazionale del Vesuvio, come ha affermato il Ministro La Russa nel collegamento da Terzigno durante la trasmissione Annozero? Forse, per fare un favore alla sua parte politica, o, chissĂ ! Ma, comunque, svendendo un territorio, per incassare la “quota ristoro”(miliardi di euro!) per il disturbo, e, come hanno fatto altri primi cittadini prima di lui, utilizzarlo, poi, come serbatoio di consenso elettorale?
In questa vicenda, come per quelle passate, ci sono delle veritĂ  che dobbiamo avere il coraggio di denunciare. È soprattutto questo il compito della chiesa.
(Fonte foto: Repubblica.it)

INCAPACITÁ ED ANZIANITÁ: QUANDO LA VITTIMA É IN CASA DI RIPOSO

0
Non sono rari i casi di raggiri e inganni a danno di persone incapaci o anziani, collocati in case di riposo o di cura, da parte di chi dovrebbe prestare loro cura e assistenza. Di Simona Carandente

Il grandissimo interesse dimostrato verso il tema della circonvenzione di incapace mi impone, necessariamente, di tornare sull’argomento, affrontandone nuovi e differenti punti di vista.
In particolare, se i reati commessi in danno di incapaci ed anziani suscitano particolare clamore quando avvengono in ambito familiare, ben peggio accade quando questi, ed altri soggetti "deboli", rimangono vittima di persone estranee senza scrupoli, specie in condizioni per essi di minorata difesa.
Tale è, ad esempio, il caso degli anziani collocati in case di riposo o di cura, luoghi dove questi vengono sistemati, talvolta anche per propria scelta, per sopperire alla mancanza di qualcuno che, giorno e notte, possa prendersi cura di loro in un ambiente pseudo- familiare.

Con il passare del tempo, difatti, è facile ed inevitabile che gli anziani leghino tra loro, stringendo anche forti legami con gli infermieri ed il personale che li ha in cura ogni giorno, i quali diventano persone di famiglia, dei quali fidarsi pienamente e ciecamente.
Tempo fa, due coniugi di mezz’etĂ  si sono rivolti al legale per venire a capo di una questione che, apparentemente, aveva dell’incomprensibile.
I due, difatti, qualche tempo prima erano stati nominati tutore ed amministratore di sostegno di M., sorella della signora ed afflitta da sempre da gravi patologie mentali, allo scopo di amministrarne il patrimonio e tutelarne gli interessi senza scopo di lucro.

Un giorno, nella posta della povera M. i coniugi trovano una strana lettera: è di una societĂ  finanziaria, fa esplicito riferimento all’acquisto di un’autovettura ed è destinata, verosimilmente, sia ad M. che ad un giovane dal cognome giĂ  noto.
Ai coniugi appare insolito che M. possa avere acquistato un’auto, visto che è da anni in cura presso una casa di riposo ed è, ovviamente, impossibilitata del tutto a guidare qualsivoglia mezzo.
In breve la questione viene portata all’attenzione del giudice tutelare, che decide di denunciare il fatto, visto che M. è rimasta vittima di un vero e proprio raggiro: confidando, difatti, sul suo stato di solitudine e sulla sua naturale vocazione ad aiutare gli altri, il gestore della clinica, tale A., l’ha indotta a firmare una garanzia per il finanziamento di una grossa somma di denaro, servitagli per acquistare un auto di grossa cilindrata.

Probabilmente, il caso di M. potrebbe essere inserito nei manuali di diritto penale come l’ esempio classico del reato di circonvenzione di incapace (art.643 c.p.); ai fini della sussistenza dello stesso non è, difatti, necessaria l’esistenza di una pronuncia legale di incapacitĂ , essendo anzi l’eventuale interdizione liberamente valutabile dal giudice; la violenza adoperata per trarre in inganno la vittima può essere anche blanda, oltre che solo morale, dovendo far si che il soggetto passivo non abbia più margini o possibilitĂ  di scelta; inoltre, cosa più importante, quello di cui all’art. 643 c.p. è un reato di pericolo, che quindi si concretizza anche con la sola messa a rischio del patrimonio della vittima, senza che questi abbia a subire un effettivo "impoverimento" dall’azione altrui.

Nonostante un’accanita difesa di controparte, il processo penale ha superato il vaglio dell’udienza preliminare ed è attualmente a giudizio. Del resto, grazie all’intervento del giudice tutelare, del tutore e dell’amministratore di sostegno il fatto è rimasto sporadico ed isolato, facendo sì che la povera e sfortunata M. potesse vivere in pace gli ultimi anni della sua vita. (mail: simonacara@libero.it)
(Fonte foto: Rete Internet)

APPROFONDIMENTI

I DELINQUENTI TRAVESTITI DA DISOCCUPATI ORGANIZZATI

0
Parte del caos sui rifiuti nella cittĂ  di Napoli è studiato ad arte. L’obiettivo è ottenere l”assunzione definitiva dei soci di una cooperativa di ex-detenuti. Leggete cosa accadde nel 1975: Di Amato Lamberti

Sono mesi che il territorio della provincia di Napoli, e, per la veritĂ , anche quello di Caserta, vede crescere i cumuli di rifiuti che giacciono abbandonati ai lati delle strade, sotto i ponti delle autostrade, della circumvallazione, dell’asse mediano. Se poi si lasciano le strade statali e ci si avventura per quelle provinciali e comunali si scoprono cumuli di rifiuti non rimossi da anni che si vanno trasformando in collinette dove anche gli alberi, oltre che i rovi, hanno attecchito con grande rigoglio di foglie e di fiori. Una situazione che si trascina da anni perché non si capisce bene chi debba provvedere: i Comuni sostengono che tocchi alla Provincia; la Provincia sostiene che spetti ai Comuni la raccolta dei rifiuti anche lungo le strade al di fuori dei centri abitati.

Il risultato sono i cumuli di rifiuti che il vento e la pioggia trasformano e nascondono sotto una coltre di cespugli spinosi di more, di felci, di piccoli e grandi alberi. A osservare con attenzione, non dico a scavare, si scoprono residuati di prodotti che non sono più da anni sul mercato e che testimoniano, meglio del Carbonio 14, l’etĂ  del giacimento. Naturalmente di questi rifiuti accumulati nelle discariche stradali lunghe anche decine di chilometri non ne parla nessuno. Bastano pochi cumuli di rifiuti accatastati ad arte in alcune zone simboliche del Centro di Napoli per scatenare televisioni, radio, giornali sull’emergenza rifiuti a Napoli. È vero che bastano due giorni di sciopero dei netturbini per vedere la cittĂ  sommersa dai rifiuti, ma alcune domande sorgono spontanee. Come fanno ad accumularsi tanti rifiuti solidi urbani a Piazza Trieste e Trento visto l’esiguo numero di famiglie residenti?

Vuoi vedere che dai Quartieri Spagnoli tutti corrono, non credo spontaneamente, a depositare i sacchetti di spazzatura nella piazza su cui si affaccia la Prefettura? L’altra sera mi sono fermato per meno di mezz’ora e ho visto almeno trenta ragazzi che arrivavano in motorino con uno o due sacchetti di mondezza, li buttavano nel mucchio e risalivano di corsa per i vicoli da cui erano discesi. Organizzazione spontanea per evitare di intasare vicoli troppo stretti con cumuli di immondizia? Forse che si, forse che no. Qualcuno dovrebbe verificare, perché anche per tutta via Toledo accade la stessa cosa. Le strade a Napoli si riempiono di colpo di cumuli di spazzatura, nemmeno fosse passato un ordine tassativo per televisione delle autoritĂ  sanitarie o del Sindaco: "nessuno trattenga neppure per poche ore i sacchetti di immondizia in casa. Sversarli immediatamente sui marciapiedi delle strade principali."

In tutte le cittĂ  d’Italia, anche nel Mezzogiorno, per vedere sacchetti della spazzatura per le strade, occorre almeno una settimana di sciopero degli addetti alla raccolta dei rifiuti. La gente, invitata o meno dalle autoritĂ , trattiene le buste dei rifiuti in casa, sui balconi, fino a quando il servizio riprende regolarmente. A Napoli, basta l’annuncio di uno sciopero a breve per scatenare una gara a chi butta più sacchetti per la strada, non sotto casa, ma in zone di grande visibilitĂ , davanti alle scuole, ai monumenti, ai palazzi degli uffici pubblici, nelle piazze frequentate dai turisti, nelle strade dello shopping, quasi scattasse una regia preparata da lungo tempo per dare rilievo ed importanza allo sciopero anche di un piccolo numero di dipendenti.

Nell’ultimo caso, ancora in corso, di situazione di emergenza rifiuti i dipendenti che hanno incrociato le braccia sono i soci di una cooperativa di ex-detenuti, la Davideco, che grazie al loro sponsor politico, hanno ottenuto in subappalto, peraltro vietato dalla normativa, la rimozione dei sacchetti in due quartieri centrali di Napoli. Il motivo della protesta, con corollario di incendio di autocompattatori e camion, oltre a minacce ad autisti ed altri operatori ecologici, sta nel fatto che essendo interinali non sarebbero stati riconfermati al termine dei quattro mesi di contratto. Fatto largamente prevedibile dalla societĂ  Enerambiente nel momento dell’assunzione temporanea: a Napoli anche i Lavori socialmente utili da temporanei si sono trasformati in definitivi.

Oltre a mettere in galera, anzi a rimettere in galera, visto che si tratta di ex detenuti, magari indultati, i facinorosi che bloccano una cittĂ , oltre a rovinarne l’immagine e a commettere un’altra infinitĂ  di reati, bisognerebbe mettere in galera anche i dirigenti della societĂ  che non solo hanno contravvenuto alla legge che vieta i subappalti, ma che, insieme ai loro referenti politici, hanno preparato la bomba che sapevano che sarebbe sicuramente esplosa e avrebbe portato all’assunzione a tempo indeterminato dei loro protetti, intanto assunti con un contratto interinale di quattro mesi.

Fare una graduatoria su chi è più delinquente in questa faccenda non è facile, ma vedrete che dopo molte chiacchiere il risultato sarĂ  quello programmato: l’assunzione a tempo indeterminato dei soci della Davideco. D’altra parte, non c’è da meravigliarsi, queste cose a Napoli succedono da più di trent’anni, a mia memoria. Chi ricorda più che, nel 1975, almeno 1500-2000 ex-detenuti furono assunti nella SanitĂ  a Napoli con la qualifica di infermieri professionali, conseguita dopo un corso fasullo di trenta giorni? Non gli bastava l’assunzione come operai e portantini; inscenarono proteste violente che bloccarono gli ospedali cittadini ed ottennero l’inquadramento che assicurava loro uno stipendio più elevato, ma condannava gli ospedali napoletani a quella disorganizzazione nella quale ancora oggi si trascinano.

Potremmo continuare a lungo, ma è grave che una cittĂ  intera, grande come Napoli, sia praticamente ostaggio di gruppi di delinquenti che hanno scoperto e brevettato il modo certo per essere assunti dal Comune, dalla Regione, dalle aziende pubbliche: mettere sotto pressione le istituzioni, bloccare il traffico, rendere impossibile la circolazione anche attraverso blocchi stradali, incendio di cassonetti, di autobus pubblici; intimidire la popolazione creando disordini, scontrarsi violentemente con le forze dell’ordine, procurando danni a vetrine ed esercizi commerciali, fino a rendere la situazione cittadina talmente insopportabile da richiedere provvedimenti che servano a ristabilire l’ordine pubblico.

Questi provvedimenti sono l’assunzione a tempo indeterminato di questi delinquenti, mascherati da disoccupati organizzati, in Enti e Aziende, generalmente giĂ  sovraccariche di analogo personale, dove nulla devono fare se non percepire uno stipendio con tanto di premi di produttivitĂ  e ore di straordinario. Storia vecchia, l’aveva notata all’inizio del 900 un gentiluomo piemontese, il senatore Saredo, mandato dal governo a verificare la situazione a Napoli, che a questi movimenti ha dato l’unico nome che meritavano e meritano: camorra.

CAMORRA E POLITICA

LE MALFORMAZIONI CHE HANNO FATTO NASCERE MALE LO STATO ITALIANO

0
Il brigante Antonio Cozzolino Pilone nel 1861 invase Boscotrecase; nel 1862 Terzigno. Le due vicende sono un documento concreto del fatto che lo Stato italiano nacque male. Di Carmine Cimmino

A chi gli chiedeva perché lo Stato, con i suoi potenti mezzi, non riesce a vincere la partita con le organizzazioni criminali il giudice Ayala, l’amico di Falcone e Borsellino, rispose che la partita tra lo Stato da una parte, e la mafia, la camorra e la ‘ndrangheta dall’altra è “una partita truccata“, poiché giocatori ufficialmente schierati nella squadra dello Stato in pratica giocano a favore degli avversari, non marcano, non difendono, anzi spesso fanno volontariamente autogol.

La banda di Antonio Cozzolino Pilone invase Boscotrecase il 9 luglio 1861 e Terzigno il 25 marzo 1862. Le due vicende sono un documento concreto e inconfutabile del fatto che lo Stato italiano nacque male, con difetti organici che sono la causa prima dei drammatici problemi di oggi. Le malformazioni vennero prodotte non dal caso, ma dalla maligna volontĂ  degli uomini e dall’intreccio di interessi illegittimi, che corruppero, alle radici, le nuove istituzioni. Dopo l’invasione di Boscotrecase, le forze dell’ordine fecero, alla cieca, una retata di sospetti sostenitori di Pilone, che vennero interrogati da Carlo Cipolla, allora commissario di polizia, diventato poi giudice istruttore.

Nei verbali è fotografato un pezzo di vita quotidiana di un paese vesuviano, ed è descritto il dramma degli umili, i quali in tanta confusione hanno una sola certezza: chi era incudine, è rimasto incudine, chi impugnava il martello, continua a impugnarlo. Munno era, e munno è. Alcune deposizioni, ingenue, amare, percorse dall’ironia istintiva dei povericristi, hanno la vitalitĂ  e la bellezza di una pagina verghiana.

Antonio Matrone fu arrestato dalla polizia perché in paese lo chiamavano Macera: e Macera era il soprannome anche di Antonio Carotenuto, guardia del corpo di Pilone. Testimoniò a favore del Matrone Antonio Panariello, di anni 42, "maestro calzolaio". Egli raccontò che l’arrestato “era stato sotto di lui per apprendere il mestiere”, poi era andato soldato a Messina, ma nel ’60 si era unito alle truppe di Garibaldi: poi, tornato in paese, aveva ripreso a lavorare alle dipendenze del Panariello. Il giorno dell’invasione stavano tutti e due a risuolare scarpe fuori della bottega, ma, non "appena si udirono grida e un terrorismo generale", il Panariello, sua moglie, il Matrone e l’avvocato Antonio De Falco di Boscoreale, loro cliente, si chiusero in casa, dopo aver messo in salvo "il pancariello" del maestro e le “prussiane” dell’avvocato.

E rimasero chiusi in casa per due ore, senza mettere il capo fuori. Il De Falco "ricordò felicemente" che i fatti erano andati proprio così. Vincenzo Tedesco di anni 40, negoziante, negò d’aver sventolato un fazzoletto bianco, mentre Pilone percorreva in trionfo le vie del paese, e chiese al giudice di non prestare più ascolto alle calunnie dei suoi nemici: i manutengoli di Pilone andavano cercati proprio tra le Guardie Nazionali. Ma anche tra importanti "galantuomini", come Raffaele Falanga, "uomo di agiata fortuna" e cognato del capobanda, e i cavv. Ferdinando e Nicola Caracciolo: lo dichiarò Domenico Vangone, lattaio, padre del Vincenzo che abbiamo giĂ  conosciuto. Aggiunse, il Vangone, che tutti sapevano a Boscotrecase che le Guardie Nazionali erano alleate dei briganti e questi e quelle si incontravano nella bettola di Gennaro Lettieri Ciliento.

Lo sapeva anche Vincenzo Falanga, tessitore di 30 anni, a cui Carlo Cipolla domandò:" Perché siete stato arrestato?" e il Falanga rispose che questo non lo sapeva; però voleva che qualcuno glielo spiegasse: lo avevano arrestato mentre usciva di casa "sulla via nuova, poiché non potendo fatigare per essersi guastato il telaio", aveva deciso di andarsene in campagna. Invece il tessitore Francesco Montuori uscì di casa ai primi spari, per cercare "i piccoli suoi figli", ma incontrò prima un brigante, che, puntandogli il fucile sul petto, gli gridò di non fare un passo, e poi, andati via gli invasori, si imbatté nei soldati, che lo ammanettarono. Giovanni Pisacane, facchino, riuscì ad autoarrestarsi. Nell’ora fatale dell’attacco, egli “stava passeggiando” il cavallo di padron Crescenzo Sansone; all’improvviso vide e sentì un tumulto di grida e di folla, e, abbandonato il cavallo al suo destino, si rifugiò in casa della madre.

"Come è avvenuto il vostro arresto?" gli domandò il Cipolla, e il facchino rispose: "il giorno appresso all’avvenimento, ebbi commissione dalla G.N. di raggiungere la forza che accompagnava gli arrestati e dire al capo di essa che la G. N. mi spediva ad esso. Il capo della forza mi disse: va bene e mi licenziò, ma dopo che mi ero allontanato un trarre di fucile, fui di nuovo richiamato e arrestato".

Fu arrestato anche Giuseppe Capua, di 52 anni, proprietario, che era stato, sotto i Borbone, capo urbano, e aveva arrestato Pilone "per possesso di arma vietata." Da lui Cipolla si aspettava, forse, notizie di prima mano sulla banda e sui manutengoli. Ma il Capua, dopo aver diffuso sospetti intorno al Falanga cognato di Pilone, “molto agiato e avarissimo”, non disse altro, se dobbiamo credere agli atti ufficiali. Gaetano Marotta, di 28 anni, tessitore di Ottajano residente in Boscoreale, passeggiava sul confine di Boscotrecase, quando sentì colpi d’arma da fuoco e un vocio "di grida lontane e indistinte". Temendo che si fosse accesa una rissa tra quelli di Boscotrecase e gli abitanti dell’Oratorio e che vi fosse coinvolto il fratello Giuseppe, anche lui tessitore e G.N., accorse a vedere; il fratello, però, stava in casa, e cercava di convincere la moglie a lasciarlo uscire in strada.

Ma non la convinse, e non uscì. Gaetano, tranquillizzato, tornava a casa quando incontrò i soldati , che lo arrestarono. Col sarto Giovanni Vangone il Cipolla non fu costretto a insistere. Il buon uomo gli confessò, a stento frenando lacrime di stizza, che dietro Pilone c’erano i fratelli Caracciolo, Giuseppe de’ Medici, molti galantuomini di Ottajano, tutta la G.N. di Boscotrecase, i Matrone, Antonio Carotenuto Macera.

“Una sera sono andato a comprare formaggio nella bettola di Gennaro Lettieri, e li ho trovati tutti lì, i manutengoli boschesi, che invitavano Pilone a sedersi al loro tavolo facendogli mille carezze. E ora arrestate proprio me, che ho combattuto con Garibaldi. Sono vittima delle mie rendite: i guadagni di sarto, la pensione della nonna centenaria vedova di un impiegato, lo stipendio della zia nubile, maestra pubblica: quanta invidia e quante calunnie mi procurano: e con le calunnie l’odio di coloro che comandano qui, gente ladra, intrigante, tiranni del popolo, i quali mantengono il malcontento e temono che i poveri e i tranquilli cittadini possono parlare delle loro opere“.
(Fonte foto: Fabbri Editori)

LA STORIA MAGRA