LA POTENZA DI UNA SCORZA DI PANE

Può un pezzo di pane appena cotto avere una forte energia evocativa? Sì che può! Perchè la crosta, con le sue rughe, le sue linee che si spezzano e si intrecciano, sono la trama degli impulsi del nostro cuore. Di Carmine CimminoIn una panetteria di Ottaviano, alle otto. Le ragazze sistemano nelle vetrine le pizzette, i pezzi di rosticceria, i cornetti, le ciambelle, appena usciti dal forno: nell’aria si scontrano gli odori dello zucchero, i densi sentori di olio degli arancini e dei quadrati di margherita, un profumo forte e breve di origano. Aspettiamo che esca il pane. La giovane signora che mi precede nella fila pare fatta di cristallo e di alluminio: è linda, levigata e compatta. Anche il suo moto di impazienza è liscio.

Non ha rivolto uno sguardo ai colori di ocra di arancione di vermiglio e di solidi bruni terrosi che la vetrina, piena di placche ricolme, incomincia a esibire, mentre il vapore si asciuga; il suo naso pare che sia rimasto insensibile agli odori che rapidamente si raffreddano. Ha concesso un’occhiata solo ai taralli. Arriva il pane, in un effluvio festoso. Lei chiede un pezzo di pane stropicciato, la mano inguantata della ragazza si allunga a prendere il pezzo che sta in cima alla catasta, ma la signora, sollevandosi sui tacchi, osserva veloce, e blocca con voce neutra la mano: no, quello no, quant’è brutto. Ha ragione. La crosta dello stropicciato è goffa, è grottesca di bitorzoli e di fessure, di buchi e fratture: le rughe ne arricciano i fianchi e ne intaccano anche la pancia.

Non sono un ammiratore di Erri De Luca. Riconosco però che in lui sopravvive una memoria del barocco napoletano, quello nobile: spesso gli suggerisce immagini vere e potenti, a cui la parola aderisce con naturalezza. Nel 2004 per Micromega De Luca ha scritto un breve racconto sul tema della pasta: un racconto malinconico, i cui protagonisti sono il Natale e la solitudine di un uomo che cuoce degli spaghetti e li condisce con una salsa cruda di aglio pomodoro sedano olio prezzemolo e rosso secco di peperoncino. La solitudine permette all’uomo, avviato negli anni, di confrontarsi con le voci dei suoi ricordi e con la presenza netta delle cose.

Alcuni sorsi di vino dilatano la sensibilità dell’occhio, che riscaldandosi incurva lo spazio quadrato della cucina. La contenuta disperazione dell’uomo ha una dimensione geometrica: la solitudine è fatta di linee rette, è una rete metallica, è un marmo liscio, è un fascio solido di duri spaghetti appena sfilati dal pacco; il ricordo degli affetti e il desiderio dell’affetto sono curvi, tondi, circolari. L’uomo segue con attenzione il movimento del ciuffo di spaghetti che si spargono a corona intorno al bordo della pentola. Questo moto, e la corona degli spaghetti e la forma curva della pentola intaccano la sostanza della solitudine, incominciano a smontarla.

La mano va a stropicciare gli occhi, e l’umore del peperoncino, attaccato alle dita, irrita le palpebre: colano due lacrime speziate. Egli mastica piano, le rughe si sgranchiscono,… tira su il bicchiere, lo vuota e adesso non ci bada che quel bicchiere è solo. Se lo riempie, tocca il pane mettendoci su il palmo, come si fa con la mano di una moglie. Mastica la sua pasta, respira con il naso, i piedi sotto il tavolo stanno incrociati e quieti.

Il pane toccato come se fosse la mano di una moglie è un’immagine potente, è il cuore del racconto. Quella crosta ha in sé l’energia delle cose, le sue rughe sono le rughe della vita, le linee che si spezzano e si aggrovigliano e sprofondano nei buchi, e poi ne escono e si impennano in spigoli taglienti, sono la trama dei moti e degli impulsi del nostro cuore, il garbuglio sempre fascinoso e quasi sempre inconcludente in cui talvolta andiamo a perderci. Per restarci. Per uscirne. Consumiamo troppa parte del nostro tempo davanti a schermi piatti e lisci, e ci convinciamo, a poco a poco, che anche la verità dei fatti delle cose delle persone è levigata e rasa.

Dovremmo incominciare a porre il palmo della mano sulla superficie delle cose, a confrontarci con la sua scabra rugosità. Il brutto ha una sua estetica, e una sua etica. Abbiamo bisogno più del brutto vero che del bello finto. L’uomo solitario di De Luca spinge la crosta di pane sul fondo di scodella, finisce il vino. Prende la chitarra e canta. Adesso sì la voce non si deve vergognare di uscire solitaria, rivolta a nessuno. Col fiato bruciato dall’aglio il canto si sparge per la stanza, smussa angoli, spigoli, arrotonda la fine di un giorno di un uomo.

Scrisse Marco Aurelio, l’imperatore filosofo: “Quando si cuoce il pane alcune parti si spaccano, e queste spaccature, che in un certo qual modo sono in contrasto con ciò che si ripromette l’arte del fornaio, hanno una loro grazia e stimolano l’appetito in un modo del tutto particolare. Così anche i fichi, quando sono ben maturi, si aprono. E alle olive lasciate troppo a lungo a maturare sull’albero il fatto che sono prossime a marcire conferisce una bellezza del tutto particolare.”.

Il quadro di Luis Melendez, che correda questo articolo, è un esercizio di stile, e nello stesso tempo, il documento febbrile -non so trovare altro aggettivo che esprima meglio la rapida tessitura delle grumose pennellate- di un’intuizione: che le cose spesso si chiudono a noi, così come la forma del pane si chiude nella sua compattezza; ma se siamo pazienti, se sappiamo interrogarle, esse all’improvviso si aprono, e dalle pieghe della loro ruvida scorza si leva la voce, e ci svela i misteri della intima mollica, e della polpa dolcissima e granulosa, e del vuoto della cesta: quel magico vuoto delle cose, che aspetta di essere riempito dai riflessi della nostra interiorità.

Nel fico che si apre e in quelli che trascolorano c’è il segno della caducità; nel pane che oppone alle fenditure il colore caldo e brillante della sua solidità c’è la forza di un simbolo che non ha paura del tempo, anzi lo irride e lo riduce a un ricamo di piccole rughe steso sulla crosta.
(Foto: Quadro di Luis Melendez: “Natura Morta”)

L’OFFICINA DEI SENSI

IL CONVEGNO DELLA CHIESA DI NOLA SULL’EMERGENZA AMBIENTALE

0

Responsabilità e prospettive sono i temi che pone l”emergenza ambientale. Ma è giusto che si sappia che la salute non è merce di scambio e che il nostro territorio non può nè vuole morire. Di Don Aniello Tortora

Spetta ai credenti vedere, leggere, capire discernere i fatti del presente, per scrutare il futuro e orientare la nostra azione con spirito profetico. In seguito all’Incarnazione di Gesù Cristo noi cristiani sentiamo che la missione della Chiesa è costruire il Regno di Dio nella realtà della nostra storia, perché è qui che si svolge la lotta per la salvezza.
Al n. 25 del Documento “Chiesa italiana e Mezzogiorno, Sviluppo nella solidarietà” dell’Ottobre 1989, i vescovi italiani indicavano quale doveva essere la testimonianza coraggiosa e profetica della comunità dei credenti:

«La chiesa, oggi, specie quella operante nel Sud, di fronte alle situazioni di disagio e di attesa deve esprimersi come ‘segno di contraddizione’, in ogni suo membro, in tutte e singole le sue comunità, in ogni sua scelta, rispetto alla cultura secolarista e utilitaristica e di fronte a quelle dinamiche socio-politiche che sono devianti nei confronti dell’autentico bene comune. La chiesa deve essere profeticamente libera, come si sta sforzando di essere, da ogni influsso, condizionamento e ricerca di potere malinteso; deve educare con la parola e la testimonianza di vita alla prima beatitudine del Vangelo che è la povertà, come distacco dalla ricerca del superfluo, da ogni ambiguo compromesso o ingiusto privilegio, come sevizio sino al dono di sé, come esperienza generosamente vissuta di solidarietà».

Io credo che tocchi a tutti e a ciascuno di noi fare un serio esame di coscienza. Siamo tutti coinvolti in questa storia di emergenza ambientale e, anche se con ruoli, modalità e gradualità diverse, ne siamo tutti responsabili.
Lo siamo noi cittadini che con i nostri troppi consumi produciamo i rifiuti e molto lentamente ci stiamo educando alla raccolta differenziata. Abbiamo anche delegato troppo alla politica. Poco abbiamo esercitato la cittadinanza attiva. La stessa accettazione dello status quo e la mancanza di un certo spirito critico hanno prodotto questa situazione, in alcuni casi, di fatalismo e di rassegnazione, vero cancro, insieme alla criminalità, della società meridionale.

Anche la chiesa diocesana, pur sempre attenta e partecipe con la sua presenza e le sue denunce, non sempre è stata coinvolta in tutte le sue componenti. Martedi scorso, nel racconto della sua Visita Pastorale il nostro Vescovo ha denunciato una delle patologie della nostra chiesa: la scarsa attenzione delle parrocchie, salvo alcune eccezioni, al sociale. La parrocchia – ha detto – deve diventare soggetto sociale del proprio territorio.
Ma se dopo 16 anni, siamo ancora qui a parlare di emergenza, particolarmente l’intera classe politica ha le sue grandi e gravi responsabilità. Proprio l’altro ieri si evidenziava sui giornali, in un Dossier della Corte dei conti, il dramma e gli sprechi della questione rifiuti in Campania, con debiti per 2 miliardi, e si diceva nella relazione della Corte dei conti che il flop della differenziata non è un caso.

Non si è riusciti a risolvere il problema del ciclo integrato dei rifiuti. Sembra quasi che l’emergenza sia voluta e che serva a qualcuno, certamente a gente di malaffare. È terreno continuo di coltura per le ECOMAFIE.
Quello che è accaduto sul nostro territorio in questi anni è sotto gli occhi di tutti. Zone con discariche abusive (il famoso triangolo della morte Acerra-Marigliano-Nola), ad alto tasso diossina, per sversamenti di rifiuti tossici, con la complicità di industrie del Nord e della criminalità organizzata, che, invece di essere bonificate, vengono scelte per localizzare l’inceneritore. La salute dei cittadini messa, poi, costantemente in pericolo: studi scientifici hanno dimostrato la costante crescita delle patologie tumorali e delle vie respiratorie.

Altra follia pura è stata la scelta scellerata di aprire discariche nel Parco Nazionale del Vesuvio. La giustissima lotta e reazione della gente sana e onesta di Terzigno e Boscoreale ha evitato ulteriori scempi. È storia recentissima, di questi giorni, il tentativo di ritornare nel nolano per cercare altre discariche e per continuare per chissà quanti anni ancora con l’emergenza.

Nell’udienza del 3 novembre 2010 Papa Benedetto, presentando come modello S. Margherita, certosina medievale, ha detto che “la santa «nella sua anima ha lasciato entrare la parola, la vita di Cristo nel proprio essere e così è stata trasformata; la coscienza è stata illuminata, ha trovato criteri, luce ed è stata pulita.
Proprio di questo abbiamo bisogno anche noi: lasciare entrare le parole, la vita, la luce di Cristo nella nostra coscienza perché sia illuminata, capisca ciò che è vero e buono e ciò che è male; che sia illuminata e pulita la nostra coscienza. La spazzatura non c’è solo in diverse strade del mondo. C’è spazzatura anche nelle nostre coscienze e nelle nostre anime
».

A me pare proprio che Papa Benedetto in poche parole abbia sintetizzato i nostri 16 anni di emergenza ambientale.
Questo nostro territorio, violentato con scelte folli piovute dall’alto, ha davvero bisogno di una politica che ascolti il territorio, i bisogni reali della gente e persegui sempre e comunque, senza compromessi il BENE COMUNE.
E un’autorità politica che non si preoccupa del BENE COMUNE è di per sé illegittima. Questo concetto lo ha ben messo in risalto Papa Benedetto, il quale, nell’Enciclica Deus Caritas est, ha detto, citando S. Agostino, che “Uno Stato che non fosse retto secondo giustizia si ridurrebbe a una grande banda di ladri”.

Ancora una volta la chiesa vuole dare voce alla gente (vox populi, vox Dei) e lanciare un altro appello a tutti gli Amministratori, soprattutto locali: No ad altre discariche, senza se e senza ma, sul nostro territorio! La nostra è gente virtuosa. Sta finalmente imparando a differenziare i rifiuti. In tanti comuni siamo ormai al 50-60% di raccolta differenziata. È questa la strada maestra, insieme alla realizzazione di un efficiente ciclo integrato,per lo smaltimento dei rifiuti, per risolvere definitivamente il problema. Il nolano, come altre zone della Diocesi, ha già dato! Ancora una volta, cittadini, amministratori e chiesa, vogliamo unirci per difendere questa bellissima terra donataci da Dio e che non vogliamo svendere per nessuna compensazione ambientale.

La nostra salute non è in vendita e non è merce di scambio! Come cittadini abbiamo solo voglia di tornare finalmente alla NORMALITÀ e alla Campania Felix di una volta. Il nostro territorio non può morire: ha bisogno di sviluppo vero, di lavoro dignitoso soprattutto per i giovani.

Giovanni Paolo II , nell’indimenticabile Visita alla Chiesa di Nola del 1992 così disse: “ LA SPERANZA!… Costruire la SPERANZA!… Più grave del pur grave degrado economico e sociale è la rassegnazione. Bisogna reagire con coraggio!
Insieme, vogliamo continuare ad essere sentinelle del creato, protagonisti del nostro sviluppo, osare la speranza e consegnare una terra più pulita e vivibile alle nuove generazioni. Ne hanno diritto.
(Fonte foto: Rete Internet)

L’OCCUPAZIONE ABUSIVA DI IMMOBILI: UN REATO-BEFFA?

0

La mancanza di alloggi di edilizia popolare in Campania, “istiga” chi è preda del bisogno ad occupare abusivamente gli immobili. Le gravi colpe della politica. Di Simona Carandente

Quotidianamente, l’operatore del diritto si trova a doversi misurare con una quantità di fatti, e conseguentemente di reati, variegata e dalle logiche complesse, spesso incomprensibili non solo per l’uomo comune, ma anche e soprattutto per chi interagisca ordinariamente con la legge.
In particolare, sfugge la logica per cui taluni reati debbano essere puniti con pene gravissime, a fronte di altri puniti in maniera più tenue, anche se più gravi; sfugge la logica per cui siano sempre i più deboli a pagare il prezzo più salato; sfugge il perché di determinati meccanismi, di carattere burocratico-amministrativo, frutto di una politica legislativa non sempre attenta ai problemi delle masse.

Punendo l’occupazione abusiva di immobili (art.633 c.p.- art. 639 bis c.p.), l’ordinamento positivo mira a reprimere tutti quei comportamenti finalizzati ad invadere uno spazio altrui, oppure a trarne profitto, senza il consenso del titolare del bene. Nel territorio campano il reato, specie in tempi recenti, è tristemente diffuso, a causa dell’invalsa prassi di occupare sine titulo alloggi di edilizia popolare, spesso siti in zone gravemente degradate e privi anche dei più elementari servizi igienici.
Chi compie un reato del genere, difatti, lo fa per assoluta necessità, per mancanza di alternative: credo che chiunque, avendone la possibilità, preferirebbe vivere in un contesto "normale" e non in un monovano fatiscente, magari tra le vele di Scampia, peraltro con il rischio di una denuncia penale e di tutto quanto ne deriva.

Per gli occupanti abusivi di questi alloggi, veri e propri "mostri" dell’edilizia popolare campana, oltre al danno si aggiunge anche la beffa: una volta partita la denuncia, ed accertata la sussistenza del reato, l’occupante viene sottoposto ad un processo penale, dal quale difficilmente potrà essere assolto; nel contempo, è tenuto a regolarizzare la questione dal punto di vista amministrativo, con l’ente proprietario dell’alloggio occupato.

Le incombenze richieste all’occupante non sono poche: pagare una tantum una sanzione amministrativa; versare mensilmente un’indennità di occupazione e le relative spese di utenza; sperare che questo possa costituire titolo per una sanatoria, mentre nel frattempo il procedimento penale continua, imperterrito, a seguire il proprio corso.

Per arginare, se non "addirittura" risolvere il problema, connesso all’atavica mancanza di alloggi di edilizia popolare in Campania, occorrerebbe una capillare e drastica politica sul territorio, con maggiori e pregnanti controlli, anche sulle graduatorie degli aventi diritto, utilizzando tuttavia logiche che favoriscano le persone più indigenti, in particolare quelle con gravi problemi di salute, che rendono purtroppo la commissione del reato quasi un atto di necessità. (mail: simonacara@libero.it)
(Fonte foto: Rete Internet)

LA RUBRICA DELL’AVV. CARANDENTE

LE “INCIVILTÁ” AFFOSSANO LE CITTÁ. IL BRUTTO ESEMPIO DI NAPOLI

0

Il “diritto alla città” è reale quando chi governa investe su immateriali, cultura e comunicazione, e interviene sulle strutture urbanistiche. Ma una città si rigenera anche se cura la sicurezza e le inciviltà. Di Amato Lamberti

Dopo un lungo periodo di crisi, che aveva fatto parlare di una loro certa morte prossima ventura, le città europee sono tornate a splendere tanto nella pratica quanto nell’immaginario collettivo. Si pensi a Barcellona, Valencia, Lisbona, Bilbao, Dublino, ma anche a Berlino, Dresda, S.Pietroburgo, sempre più frequentemente mete di un turismo colto che vuole vivere le infinite possibilità, culturali, ludiche, spettacolari che una città può offrire.

Riscoperte come esperienza insostituibile, le città europee, hanno ritrovato la voglia di piacere ai propri cittadini, così come ai turisti e ai visitatori. Il desiderio di vivere la città, ha, da un lato, stimolato interventi tanto sulle forme fisiche che su quelle immateriali, come gli eventi o le modalità di uso, e, dall’altro, si è diffuso in tutti gli strati della popolazione rendendo per la prima volta reale quel “diritto alla città” di cui si cominciò a parlare agli inizi degli anni ’60 del secolo scorso.

Anche Napoli e la Campania sono state interessate dal movimento di riscoperta e valorizzazione delle città. Salerno è sicuramente la città della Campania che ha più investito sulla trasformazione e sulla rigenerazione tanto delle strutture urbanistiche quanto delle forme immateriali, con risultati importanti sia sul piano della vivibilità per i cittadini e sia sul piano dell’attrattività per turisti e visitatori. Il successo straordinario delle “luminarie natalizie”, che hanno portato in città più di un milione di visitatori in due mesi con un incremento esponenziale delle attività di ricezione e ristorazione, dimostra l’importanza dell’immateriale, della cultura e della comunicazione, nello sviluppo dell’economia della città.

Gli altri capoluoghi di provincia della Campania hanno perseguito questa strada di riqualificazione e valorizzazione in modo più timido ed incerto, cogliendo solo le opportunità di accesso a specifici fondi europei, quali i programmi di riqualificazione urbana.
Lo stesso atteggiamento, di gioco al ribasso rispetto alle opportunità, è stato tenuto dalle città della provincia di Napoli e, in particolare, dalla città di Napoli. Risposta paradossale, per quanto riguarda Napoli, perché si tratta di una città che nell’immaginario collettivo europeo e mondiale occupa un posto importante, in ragione di sedimentazioni storiche ma soprattutto culturali. Nel 1993, grazie al G7, sembrò che Napoli potesse ritornare ad essere una città attrattiva per il turismo nazionale e internazionale.

La risistemazione urbanistica del centro della città, Piazza Plebiscito liberata dalle automobili e restituita agli antichi splendori, il Centro antico valorizzato nella sua struttura e nei suoi monumenti, con il “maggio dei monumenti”, le grandi mostre a Capodimonte, gli eventi spettacolari a Piazza Plebiscito, portarono, dopo anni di abbandono, un flusso notevole e continuo di turisti nella città e risvegliarono anche l’attenzione degli organi di informazione nazionali e internazionali.
Ma si trattò di una fiammata che si spense sull’incapacità di comprendere che la rigenerazione di una città e della sua immagine si gioca anche sui problemi della sicurezza e delle inciviltà.

Non si comprese che la criminalità diffusa viene vissuta, da cittadini e turisti, come un ostacolo alla serena vivibilità della città di cui viene richiesta la piena fruibilità senza vincoli spaziali, temporali e di genere. Più in generale, la richiesta di ordine urbano e di controllo della quotidianità, premesse indispensabili per la vivibilità della città, può essere, e spesso lo è, formulata come domanda di sicurezza. La crescente domanda di sicurezza esprime, però, anche la nuova voglia di vivere la città senza vincoli e paure. La stessa scarsa tolleranza nei confronti di molti reati, tra i quali quelli cosiddetti minori ma a forte capacità ansiogena, non è necessariamente da considerare l’indicatore della diffusione di un atteggiamento autoritario.

Essa, invece, esprime spesso una più intensa richiesta di uso e di godimento della città. In questa logica va considerata la questione delle “inciviltà”. Le inciviltà non sono reati veri e propri ma comportamenti e situazioni al limite della legalità che trasmettono al cittadino, di per sé già preoccupato dalla criminalità diffusa, messaggi allarmanti sulla capacità di controllo delle istituzioni, creando o facendo aumentare la paura e attivando comportamenti auto protettivi. La preoccupazione per il crimine, alimentata dall’inquietudine per il disordine complessivo, può facilmente tramutarsi in paura della città, con conseguenti comportamenti di riduzione delle occasioni di vita e di incontro.

Il “rinascimento” di Napoli si è infranto sugli scogli della criminalità e del disordine urbano. La crisi dei rifiuti, con tutti i comportamenti incivili che l’hanno accompagnata, è così diventata il simbolo del fallimento di ogni tentativo malgestito di risollevare la città e la sua immagine, giocando solo su elementi immateriali, senza affrontare i nodi strutturali che ne condizionano la vivibilità e lo sviluppo.
(Foto: rifiuti fuori al Museo “Madre”. Fonte: Kataweb)

CITTÀ AL SETACCIO

PER CAPIRE IL PRESENTE OCCORRE FARE UN ATTIMO QUALCHE PASSO INDIETRO:

È vera la massima secondo la quale “non si può capire il presente se non si conosce il passato”. E per capire alcune vicende politiche e sociali attuali bisogna partire dalle battaglie di Adrianopoli e di Carre. Di Carmine Cimmino

Ho scordato / gli uomini che fui; seguo il sentiero odiato /
di pareti monotone,/
che è il mio destino.

(J.L.Borges )

Marco Licinio Crasso, quando nel 60 a.C. costituisce il primo triumvirato con Cesare e con Pompeo, è uno degli uomini più potenti di Roma, e certamente è il più ricco. Si è arricchito comprando a poco prezzo i beni dei proscritti di Silla; poi è diventato banchiere, e cioè usuraio, e capo della consorteria dei ricchi. Ha finanziato la carriera di Cesare, ha corrotto giudici e uomini delle istituzioni, ha comprato voti. Insomma, le solite cose.

Nel 71 a.C. aveva sconfitto Spartaco, ma un cospicuo gruppo di schiavi ribelli era riuscito a sfuggirgli, per poi incappare nelle legioni di Pompeo che tornava dalla Spagna. E Pompeo si era preso anche il merito del trionfo sul gladiatore. A Crasso era rimasto solo l’ultimo sguardo di odio dei ribelli crocefissi lungo la via Appia. Il figlio di Crasso, Publio, ama la cultura ed è amico di Cicerone. Cesare lo porta con sé in Gallia, gli affida il comando di azioni importanti, non nasconde l’ammirazione e l’affetto che prova per lui. Intanto il triumviro Crasso incomincia a sentire il morso della gelosia: le ricchezze non danno la felicità. Soprattutto quando i colleghi sono Pompeo, che ha conquistato l’ Asia, e Cesare, che sta conquistando la Gallia, e ha sconfitto i Germani, e ha portato le bandiere di Roma in Britannia.

Anche Crasso vuole la gloria delle armi. Secondo i maligni, è Cesare che gli consiglia di cercare questa gloria combattendo contro i Parti, i terribili discendenti dei nomadi Daai, il cui impero va dalla Mesopotamia ai confini della Cina, e che controllano i traffici tra il Mediterraneo e l’Oriente: il ferro, la seta, le pietre preziose, le spezie, i cavalli, e gli arboscelli di albicocco. Si dice a Roma che Crasso accetti con entusiasmo il consiglio, pensando ai tesori ammassati nelle città dell’ Asia. Ma è un sospetto ingeneroso. Egli vuole solo la gloria. Non lo fermano nemmeno i cattivi presagi.

A Brindisi, mentre le sue truppe si imbarcano, un fruttaiolo lancia la voce cauneas, vendo fichi di Cauno, città della Caria: sono i fichi migliori. Cauneas suona però come cave ne eas, non andare. Crasso non sente. Parte: ha con sé il figlio Publio, che è arrivato dalla Gallia con uno squadrone di cavalieri. Nessuno saprà mai cosa Cesare abbia detto al giovane, e se ha tentato di trattenerlo. La storiografia ignora le cose più interessanti; è una disciplina superficiale, smunta e emaciata. Altro che magra. Dopo molte vicende, che qui non ci interessano, l’esercito romano supera l’ Eufrate settentrionale e arriva a Carre (Harran), là dove inizia la Mesopotamia.

I Romani scoprono che i Parti li stanno aspettando: lo scoprono grazie all’improvviso smisurato fulgore che si sprigiona dagli scudi tolti dai foderi; e lo scoprono dal fragore terribile, “misto di selvaggi ruggiti e di rombi di tuono”, che i nemici producono battendo senza sosta migliaia di tamburi cavi con martelli di bronzo. È il 9 giugno del 53 a. C. I novemila arcieri Parti usano l’arco dei nomadi d’Asia, il così detto arco turco, la cui gittata è quasi doppia rispetto all’arco usato dagli ausiliari di Roma. L’esperimento voluto da Napoleone Bonaparte dimostrò che una freccia scagliata da tale arco anche a 300 metri conserva intatta la forza di penetrazione.

I legionari vengono bersagliati da nugoli interminabili di frecce che con le punte a uncino squarciano scudi e corazze e passano le membra da parte a parte: molti di essi non possono muoversi, letteralmente, perché hanno i piedi inchiodati a terra. I Romani non sanno cosa fare: se contrattaccano, i Parti con la tattica propria dei nomadi si allontanano pur continuando a rovesciare sugli inseguitori piogge di dardi. La scorta di frecce, portata da centinaia di dromedari, è inesauribile. Lo star fermi e ammassati fa dei legionari un bersaglio ancora più facile. Il dramma di Carre è proprio in questa impotenza tragica: essere uccisi tutti, uno ad uno, e non poter fuggire, e non poter saltare addosso al nemico. Morire come agnelli, e non da guerrieri.

Il giovane Publio tenta una carica con i suoi cavalieri, ma viene trafitto a morte. Gli tagliano la testa, la infilano su una picca, vanno a mostrarla al padre, e lo scherniscono gridandogli: chi sono i genitori di questo infelice? è possibile che un giovane così valoroso abbia un padre così vile? Il tramonto del sole ferma la strage. Due giorni dopo Crasso, costretto dai soldati superstiti, accetta di incontrare il condottiero dei nemici sulla riva dell’ Eufrate, per firmare un trattato. È una trappola e il triumviro lo sa. Viene ucciso. I Parti mandano la sua testa in Armenia, ad Artaxata, dove si trova il loro re, Orode II, ospite del re d’ Armenia. I due re stanno a banchetto: nella sala attori greci rappresentano una tragedia di Euripide, le Baccanti.

La testa di Crasso viene mostrata a Orode proprio mentre l’attore Giasone di Fere sta recitando la scena in cui Agave, resa folle da Dioniso, crede di stringere tra le mani la testa di un leone e invece stringe il capo reciso di suo figlio Penteo, re di Tebe, ostile ai riti dionisiaci, e perciò punito dal dio. Giasone afferra la testa mozza di Crasso e completa il monologo: mio figlio Penteo, dov’è?…Inchiodi ai cornicioni della casa questa testa di leone che ho cacciato. Non è film. È storia. Forse è storia, forse è leggenda, la notizia che 6000 legionari prigionieri vennero deportati dai Parti nelle terre estreme del loro impero, ai confini con la Cina; che combatterono contro i Cinesi; che un gruppo di essi venne catturato, e relegato nella città cinese di Lijian, dove i discendenti per secoli conservarono memorie e costumi dei loro avi. Vale la pena di ricordare che il nerbo delle legioni di Crasso era costituito da soldati reclutati in Campania, in Puglia e in Calabria.

Il 9 agosto 378 d.C. circa 60000 legionari, guidati dall’imperatore Valente, vennero travolti a Adrianopoli da fitte schiere di Goti e di Alani, guidati da Fritigerno. Il disastro fu di tali proporzioni che i Romani superstiti non riuscirono a recuperare il corpo dell’imperatore ucciso. A quei Goti era stato permesso dai funzionari imperiali di attraversare il Danubio, e di stanziarsi nelle terre dell’Impero, ed erano stati promessi campi da coltivare e rifornimenti di cibo. Il cibo che i generali Lupicino e Massimo avevano fornito a quelle orde di affamati era la carne di cane, dice Ammiano Marcellino. I due, “raccolti quanti cani poté la loro insaziabilità, li diedero in cambio di altrettanti schiavi, tra i quali c’erano anche i figli dei capi”. La battaglia di Adrianopoli fu una lunghissima furibonda mischia.

Per l’ironia tragica che spesso il destino si diverte ad esercitare, i Romani furono sopraffatti dalla fame: da quella del nemico, e anche dalla propria: non avevano avuto il tempo di rifocillarsi, prima della battaglia. Su quei campi, dove a lungo restarono mucchi biancheggianti di ossa spolpate dagli uccelli, incominciò l’ultimo atto della storia dell’Impero Romano d’Occidente.
(Foto: Quadro di J.L. Geròme, “Pollice verso”)

ARTICOLO CORRELATO

GLI ADOLESCENTI LEGGONO POCO E SCRIVONO ANCORA MENO

Incontro tra gli alunni del “Mercalli” di Napoli con docenti che operano nel carcere femminile di Pozzuoli. L”esperienza di un”ex detenuta che ha partecipato all”officina di scrittura permanente attiva nella scuola del carcere…

La lettura costituisce, oggi, nella vita dell’adolescente troppo spesso un obbligo al quale assolvere nel più breve tempo possibile per poter tornare ad immergersi nell’affascinante mondo on line.
Inoltre, nelle chiacchierate con i ragazzi “a proposito di lettura….” riscontro sempre più frequentemente, devo ammettere con grande meraviglia e rammarico, che nel patrimonio dei ricordi della loro infanzia spesso manca l’immagine del genitore, mamma o papà che sia, che abbia letto, inventato o reinventato la favola prima che si addormentassero.

Come se ciò non bastasse anche la nonna, un tempo particolarmente dedita alla funzione di raccontare storie e fiabe, tanto da essere rappresentata spesso sulla classica sedia a dondolo o con il libro tra le mani, oggi si identifica con una donna sempre più impegnata o nel mondo del lavoro oppure del sociale, dal volontariato al cineforum, al teatro al burraco e sempre meno disponibile a trascorrere lunghi pomeriggi in casa con il nipotino.

Gioca infatti, a mio parere, un ruolo fondamentale l’ambiente nel quale vive il nostro giovane potenziale lettore: un contesto stimolante, una casa e una famiglia in cui circolino libri e giornali in grande quantità, in cui ci sia l’abitudine a frequentare insieme ai ragazzi librerie che diventano sempre più luoghi di incontro e confronto, la possibilità di ascoltare esempi di lettori esperti, incide certamente in maniera positiva, suscitando interesse e sana motivazione alla lettura.
Il buon lettore, infatti, è in grado di prendere coscienza di tale risorsa e imparare ad usarla come stimolo alla scrittura, abilità anch’essa sempre più relegata ad obbligo e non a strumento capace di percorrere infinite vie per raggiungere i più arditi obiettivi.

I ragazzi della II B e della II G, del Liceo Mercalli di Napoli, che nel corso di quest’anno scolastico hanno sperimentato laboratori di lettura e di scrittura creativa “raccontando e raccontandosi”, sotto la guida dei loro docenti, hanno incontrato un gruppo di insegnanti del corso EDA-SMS G.Diano di Pozzuoli, operante nella Casa Circondariale Femminile, che hanno presentato l’esperienza dell’ Officina di Scrittura Permanente “La Sacca Iriconda” che dal 1997 è attiva nel corso di Scuola Media presso l’Istituto carcerario.

L’evento è stato caratterizzato dalla presenza in aula di una donna ex detenuta, la Signora Antonella Della Magna, che ha raccontato come l’esperienza di crescita culturale prodotta durante i suoi sei anni di detenzione le abbiano dato la possibilità di ridefinire se stessa come persona “libera”, colmando vuoti, acquisendo e riorganizzando saperi, nutrita di un’energia che nemmeno sapeva di possedere. La proiezione di un cortometraggio girato in carcere, infine, ha permesso ai ragazzi di entrare, per una manciata di minuti, nella realtà carceraria attraverso le immagini delle molteplici attività che la scuola ha realizzato e realizza.

Al termine, le docenti, Angela Cicala, Fausta Minale, Fausta Apa, Maria D’Emilio, Marialuisa Martorelli, dopo aver letto ai giovani adolescenti, silenziosi e partecipi, le poesie prodotte nell’ambito del loro laboratorio dalle donne detenute, sono state a disposizione dei ragazzi, per rispondere a domande e soddisfare curiosità.

Per ragazzi adolescenti e giovani studenti, alle prese con un lavoro di costruzione del sé, in perenne conflitto fra un disarmonico sentire e la ricerca affannosa della direzione giusta verso cui volgere lo sguardo, in un contesto storico e politico, come questo contemporaneo, di ripiegamento ed esasperato individualismo, conoscere un’esperienza di scoperta della scrittura come itinerario di trasformazione interiore così straordinariamente coinvolgente, è stata un’occasione in più di crescita, una spinta in più a sperimentare linguaggi espressivi alternativi, un pretesto per leggere una pagina della storia del nostro territorio sconosciuta e dimenticata.
Un contributo, uno scambio un incontro: protagoniste le parole e la poesia.
(Fonte foto: Rete Internet)

OSSERVATORIO ADOLESCENTI

ARTE: NAPOLI OSPITA I MOTION CANVAS

Inaugurato il 14 gennaio Lithium 1, ciclo espositivo che vedrà coinvolti in 6 mesi 12 artisti chiamati ad esporre “quadri in movimento”. Le prime opere sono dell’artista siciliana Mariagrazia Pontorno.

Per parlare di arte visiva non si può prescindere dalla questione che fu oggetto della riflessione già per Walter Benjamin e racchiusa nel celebre titolo: L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica. Il rapporto tra arte e tecnica è diventato ormai esperienza per tutti noi, riaprendo domande e riflessioni su quello che è il rapporto tra reale e riproduzione artistica. In tutte le espressioni creative, sia che si esprimano con tecniche tradizionali, artigianali come la pittura, la scultura, il disegno, sia che utilizzino le strumentazioni tecniche più complesse e innovative, l’opera d’arte propone sempre uno sguardo sulla realtà, rimette al mondo un mondo nuovo, chiamando lo spettatore ad un nuovo spazio, impensabile e inesistente se non grazie all’artista e alla sua necessità di mettere al mondo il suo mondo.

La Notgallery di Napoli (piazza Trieste e Trento) propone un progetto sulle arti visive della durata di 6 mesi, durante i quali 12 artisti che lavorano con la video arte presenteranno le proprie opere.
Interessante la scelta di offrire a tutti gli artisti due spazi a cui dovranno adeguarsi, due cornici prodotte in modo artigianale, una cornice metallica, che difficilmente lascia immaginare le mani del suo artefice e una cornice in polistirolo che a sua volta imita una cornice di legno, di cui gli artisti possono scegliere il colore. La proposta della galleria innova anche il “mercato dell’arte”, modifica il concetto di acquisto dell’opere: oltre alla possibilità di acquisto dell’opera come oggetto viene data la possibilità di acquistarne formati digitali.

La prima degli artisti chiamati ad esporre è Mariagrazia Pontorno (Catania, 1978; vive e lavora a Roma) che presenta il progetto inedito Roots, nato a New York nel 2009 durante la residenza internazionale per artisti Harlem Studio Fellowship e prodotto dalla galleria Montrasio Arte di Milano. Per citare la curatrice della mostra (Alessandra Troncone) «Nelle opere di Mariagrazia Pontorno non c’è nessun “è stato”. Non potrebbe esserci, dato che si tratta di immagini “prodotte” e non “riprodotte”: sembrano quadri, ma non c’è pittura. Sembrano fotografie, ma sono in lento, costante, impercettibile movimento. Sono video, ma non sono frutto di riprese».

Il progetto si compone di due parti: un erbario digitale, esposto nella prima sala e un video della durata di 2’30’’ proiettato nella seconda sala, entrambi realizzati interamente in grafica 3D. “Musa” ispiratrice delle opere è Central Park. Parlando con l’artista che ha lavorato esclusivamente in 3D, facendo nascere il lavoro da una concettualizzazione e un immaginifico virtuale, è emersa una interessante suggestione sul rapporto tra naturale e artificiale da cui è nato il progetto: Central Park è una “natura artificiale”, artefatta dall’uomo, nata contemporaneamente ai grattacieli che la circondano e che ne creano perimetro e cornice, è un paesaggio unico, che crea un connubio inscindibile tra il parco naturale e i grattacieli.

Il video è un breve racconto che parte da un fiore per allargarsi a tutto lo skyline, che ci riporta dall’immagine universale della natura a Central Park, gradualmente animato da una serie di decolli, che, aprendosi al concetto ipersimbolico delle radici, lasciano ampia possibilità allo spettatore di attribuire interpretazioni, di leggere sensi e significati che passano dal concetto di sradicamento a quello di ricerca, di ascesi.
Al video di Roots si accompagna l’erbario, una serie di 8 piante scelte in base al loro periodo di fioritura (da febbraio ad aprile, periodo della residenza dell’artista a New York) e alla forza della loro rappresentazione iconografica, dal De Historia stirpium di Leonard Fuchs consultato nel corso delle ricerche presso la biblioteca dell’Orto Botanico del Bronx.

Se gli erbari nascono da un interesse scientifico – trovando nel libro il naturale veicolo di diffusione – metterli in cornice vuol dire enfatizzarne le possibilità di oggetti estetici, fruibili per la bellezza e la semplicità del segno. Quando poi le immagini non sono stampate ma visibili su schermo si realizza ancora la perfetta sintesi di naturale e digitale, leitmotiv di tutta l’opera di Mariagrazia Pontorno. Sul confine tra visibile e invisibile, realtà e finzione, quel che vedi non può mai
essere solo quel che vedi. Le immagini delle otto piante si susseguiranno durante le due settimane di permanenza dell’opera presso la galleria, ogni giorno sarà possibile vederne una.

In questa opera le piante appaiono congelate in una dimensione atemporale, fluttuanti su uno sfondo neutro che ne mette in luce le caratteristiche morfologiche, creando nello spettatore un effetto di iperrealismo per cui i sensi subiscono un “inganno”. Inizialmente l’impressione è quella di vedere un disegno, per passare poi ad un distacco assoluto per cui si vede solo la forma ed anche in questo caso le radici, che danno il nome all’intero progetto, perdono il valore simbolico per riportarsi ad una suggestione di forme.
(Nell’immagine: Roots, still da video, animazione 3d, 2’36’’, 2010)

LA MAESTRA CHE ABUSA DEI MEZZI DI CORREZIONE E DISCIPLINA

Risponde del reato di abuso dei mezzi di correzione, la maestra che assume un atteggiamento aggressivo e iroso nei confronti dei bambini.

Il caso
Una maestra presso la scuola materna ****, con più azioni esecutive aveva abusato di mezzi di correzione e disciplina in danno dei bambini, di età tra i tre e i cinque anni, sottoposti alla sua autorità e a lei affidati per ragioni di educazione, istruzione, cura e vigilanza, maltrattandoli anche fisicamente e cagionando così in loro gravi perturbamenti psichici.

Motivi della decisione
I giudici di merito hanno considerato che i racconti dei bambini erano tutti concordemente evocativi di un atteggiamento irascibile e violento della insegnante di cui i bambini riferirono separatamente e in tempi diversi ai genitori, per di più in uno stato d’animo (sofferenza psicologica, timore di andare a scuola) che giustamente è stato considerato il riflesso di fatti realmente accaduti e non di mere fantasticherie.

Contrariamente a quanto dedotto, dunque, i giudici di merito non hanno fatto applicazione di un’astratta e certamente erronea massima di esperienza (secondo cui non può "mai" dubitarsi della sincerità dei racconti di bambini tanto piccoli), ma hanno valutato l’attendibilità dei racconti fatti dai bambini ai loro genitori sulla base di considerazioni aderenti alla concretezza della fattispecie: concordanza di massima del contenuto delle dichiarazioni nonchè riflessi sulla condizione psicologica dei bambini della esperienza scolastica di tutti i giorni e dei loro rapporti con l’insegnante.

La testimonianza della ispettrice B., ha effettivamente avvalorato la credibilità dei racconti dei bambini, affermando che dal personale colloquio con la maestra e, ancor più significativamente, dal concreto atteggiamento da questa manifestato nei rapporti con i bambini durante una giornata scolastica alla quale l’ispettrice aveva partecipato, trasse la convinzione che la insegnante manifestava nei rapporti con i piccoli alunni un atteggiamento aggressivo e iroso, giungendo al punto di pronunciare insulti e infliggere umiliazioni prive di ogni giustificazione sia in assoluto sia con particolare riferimento ai rapporti che gli educatori sono tenuti ad osservare con personalità fragili e immature come quelle di esseri tanto piccoli.

Correttamente, dunque, questa testimonianza è stata ritenuta decisiva quale riscontro della attendibilità dei racconti fatti dai bambini ai genitori. Quanto alla testimonianza del direttore didattico L., non si dà particolare risalto, dato che il L. si limitò a ricevere le lagnanze dei genitori e a sollecitare una ispezione scolastica, delle cui conclusioni prese meramente atto.

Peraltro, il direttore didattico pur senza collegamento con fatti specifici, ha riferito della personalità della maestra in termini di inadeguatezza rispetto al suo ruolo di insegnante, così ulteriormente avvalorando la fondatezza della tesi accusatoria per il reato contestatole di cui all’art. 81 cpv. c.p., art. 571 c.p., comma 1 (Cass. Pen.del 14-10-2008, n.38778).

GLI ALTRI CASI TRATTATI

PER CAPIRE IL PD OCCORRE LA FILOSOFIA…

Se nella foto vedete Bersani e Franceschini vi ingannate. O perlomeno, si spera che non saranno sempre così come sono stati fermati: perplessi e smarriti. Di Carmine CimminoNel libro Il potere delle immagini David Freedberg dedica un lungo e complicato capitolo alle immagini vive, che sono quelle capaci di suggerire immediatamente un’idea, un sentimento, una passione; insomma, sono le immagini che parlano attraverso l’eloquente coerenza di ogni linea e di ogni punto della loro forma. Parlano, e dicono ciò che l’autore dell’immagine vuole che esse dicano: e questo vale non solo per i pittori, ma anche per i fotografi. Solo un ingenuo può supporre che la fotografia sia la riproduzione fedele della realtà.

Nessuno può negare che l’immagine degli onn. Bersani e Franceschini, a cui questo articolo è dedicato, parli con una espressività tanto intensa quanto enigmatica. Il fotografo è stato fortunato e abile: ha intuito rapidamente la loquacità della forma che i due avevano casualmente creato con il loro atteggiamento e ha fissato, per sempre, questa forma. La nota esplicativa che ha accompagnato su La Repubblica la fotografia ha introdotto un’altra nota di ambiguità nel significato dell’immagine: “Pier Luigi Bersani (a sinistra) con Dario Franceschini. Oggi, durante l’ Assemblea Nazionale del PD, è previsto un attacco al governo.”. Ora, l’espressione e la posizione dei due onorevoli non pare proprio che siano quelle di un attaccante: né di un attaccante di area, né di un attaccante di manovra. . Insomma, i due non inducono a pensare né a Drogba né a Cavani.

Tutto contribuisce a render viva questa immagine: viva nel senso che dice qualcosa: il taglio della bocca, il braccio chiamato a sostenere la testa, le pieghe della giacca, la lieve torsione della cravatta, i giochi e la densità delle ombre. Si inserisce armoniosamente nell’ insieme anche la contrapposizione tra la calvizie dell’on. Bersani e il folto capellume dell’on. Franceschini: questa variante serve a sottolineare la corrispondenza del resto. Dunque, l’immagine parla. Ma che dice? Non è facile capire. Poiché la causa dell’espressività dei due onorevoli sta fuori dell’immagine. Essi stanno guardando e ascoltando qualcuno o qualcosa: non sapremo mai chi o che. A prima vista, i due onorevoli esprimono lo smarrimento di una incredulità repentina e ingessante. Forse hanno scoperto gli onn. Berlusconi, Fini e Casini intenti a concordare il menù per la cena della pace.

Forse vedono e sentono l’on. Calderoli che canta l’inno di Mameli, mentre l’on. Bossi bacia il tricolore. Forse hanno appreso che il sig. Marchionne si è incatenato ai cancelli della Fiat per protestare contro la protervia degli operai. E così via. Insomma, il fascino di quella immagine sta proprio nel rapporto tra l’intensità dell’espressione di smarrimento e l’assenza della causa. È un’assenza fondamentale, perché mette in discussione anche l’essenza del supposto smarrimento. È il fascino dell’incertezza, è il motivo dello sguardo oltre la tela che alcuni pittori hanno trattato in modo magistrale. Penso a Velazquez, a Manet, a Hopper, che ne ha fatto la metafora della inquieta società americana del primo Novecento.

La pittura. Forse era meglio partire, in questo commento, da René Magritte, che nel 1948 dipinse il quadro della pipa (ma aveva incominciato a dipingere pipe nel 1926). Dal punto di visto strettamente tecnico, non è un bel quadro. In realtà, il pittore non volle fare un bel quadro, ma soltanto proporre un problema filosofico. E infatti alla pipa di Magritte, e all’avvertimento: Questa non è una pipa, Michel Foucault dedicò un lungo saggio, tirando nel ballo dei riferimenti le ricerche semiotiche di Ferdinand de Saussure e le riflessioni di Wittgenstein.

Il tutto per dar ragione al pittore, che ha dipinto certamente l’immagine di una pipa, e ha certamente il diritto di scrivere nel quadro: Questa non è una pipa. E in realtà l’immagine di una pipa non è una pipa (se ci venisse voglia di fumar la pipa, non andremmo a staccare il quadro dal muro). I nomi, le immagini e le cose sono entità tra di loro incommensurabili. Nel 1930 Magritte aveva dipinto un uovo, e sotto aveva scritto l’acacia, e sotto l’immagine di una scarpa da donna aveva scritto la lune, la luna. Del resto, il nome della rosa non porta in sé il profumo della rosa.
E dunque quella fotografia non ci autorizza ad affermare che quei due distinti signori sono veramente gli onn. Bersani e Franceschini. Quell’immagine è, dal punto di vista della filosofia della conoscenza, doppiamente ingannevole.

Essa inganna in via di principio, perché, come Magritte ha scritto che la pipa non è una pipa, noi possiamo scrivere e sostenere, a filo di logica, che questi non sono gli onn. Bersani e Franceschini. Il secondo inganno viene smascherato dall’ermeneutica della fotografia. Il fotografo sceglie una forma all’interno di un lungo flusso di forme, la fissa e cerca di convincerci che gli onorevoli Bersani e Franceschini sono proprio questi, nel senso che furono, sono e saranno sempre così: perplessi, smarriti, prossimi alla resa.

Se potessimo confrontare questa forma almeno con quelle di un attimo prima e di un attimo dopo, scopriremmo, forse, che questa immagine non esprime, come abbiamo supposto all’inizio, lo smarrimento della resa, ma, al contrario, coglie il momento di quella sospensione assoluta, di quel vuoto metafisico che precede l’uragano: un qualcosa che ricorda il sonno del principe di Condé prima della battaglia di Rocroi e la malinconia di Napoleone prima di Austerlitz. O il silenzio profondo e terribile in cui sono immersi i legionari romani nella scena iniziale del film Il gladiatore, un attimo prima che il condottiero dia l’ordine: Ora scatenate l’inferno. Così è, se vi pare.
(Fonte foto: Rete Internet)

L’OFFICINA DEI SENSI

LOGICHE DELINQUENZIALI E DI STAMPO CAMORRISTICO

0

La “questione napoletana” e l”appello di Pisani. Napoli è in cerca di futuro e più che mai bisogna credere nel cambiamento, se si vuole continuare a sperare. Di Simona Carandente

Nei giorni scorsi, buona parte della carta stampata nazionale e locale riportava a caratteri cubitali un’ intervista al capo della squadra mobile Vittorio Pisani, dai toni accesi e talvolta addirittura sorprendenti, circa l’attuale situazione della criminalità a Napoli e dell’inarrestabile proliferare di logiche delinquenziali e di stampo camorristico.
Quello che traspare immediatamente dalle parole di Pisani è un messaggio negativo, pessimistico, dove la città di Napoli è dipinta a tinte losche, dove le stesse forze dell’ordine sono incapaci di operare, in un territorio che appare scarsamente ricettivo rispetto ad ogni stimolo esterno, in un crescendo di azioni negative dall’esito certamente infausto.

Sia come esponente della città cd. "perbene", che in qualità di avvocato penalista, mi trovo a dover dissentire con buona parte delle affermazioni del capo della Questura, che a mio modesto parere rischiano di sortire l’effetto inverso, ovvero sviluppare oltremodo il senso di rifiuto nei confronti della città di Napoli, risaltandone ancora una volta il marcio e lasciando un messaggio che, allo stato, è di impotenza delle stesse istituzioni nei confronti del "male".

Si afferma che la Napoli cattiva, quella della malavita organizzata, delle rapine e degli scippi, cresca e prenda il sopravvento su quella perbene per un dato demografico, che vuole le famiglie delinquenziali prolificare alla velocità della luce, diffondendo il morbo criminale a macchia d’olio senza che nessuno, men che mai un qualsivoglia governante illuminato, possa fare granchè.
Tuttavia, se si pensa alle enormi falle di questa città, alla mancanza di lavoro che porta al Nord, e spesso anche all’estero, migliaia di ragazzi con altissimi livelli di istruzione, alla totale inefficienza del settore pubblico, delle infrastrutture e dei trasporti, è facile immaginare che chi rimane qui, salvo pochi fortunati, lo fa perché non può cominciare una vita altrove e preferisce soccombere, spesso delinquere, pur di portare a casa la cosiddetta pagnotta.

Per un giovane (e un meno giovane), a Napoli, è molto più facile spacciare stupefacente che lavorare onestamente, anche svolgendo il più umile dei lavori, svolto peraltro a nero, per pochi euro, con nessuna garanzia e con tantissimi rischi.

Abbandoniamo, per una volta, le frasi fatte ed il qualunquismo, evitando antiche ed inutili distinzioni tra buoni e cattivi: se lo Stato c’è, ed è presente, a Napoli come altrove, che ben venga un rinnovato senso civico che ne preveda, tra l’altro, una presenza più massiccia sui territori in difficoltà; ben venga una rinnovata attenzione alla problematiche dei giovani napoletani, che li invogli a rimanere qui e a non fuggire verso presunti paradisi; ben venga una maggiore sensibilità verso i bisogni primari delle masse, da non considerare come il "marcio" della società ma come il punto di partenza di un reale, e profondo rinnovamento.

Senza la speranza di cambiamento, difatti, è difficile che qualcosa possa realmente cambiare. (mail: simonacara@libero.it)
(Fonte foto: Rete Internet)

LA RUBRICA