SCAMPIA VISTA DAGLI STUDENTI DEGLI ALTRI QUARTIERI

Viaggio nell”altra Scampia, quella bella e legale. Gli studenti hanno visitato il quartiere che troppe volte è identificato solo in negativo: un mito da sfatare. Di Annamaria Franzoni

Nelle scorse settimane, gli allievi della III H del Liceo Mercalli, accompagnati dalla prof.ssa Laura Saffiotti, hanno vissuto una giornata a contatto con una realtà complessa e lontana dall’abituale quotidianità, nel quartiere Scampia, a bordo di un autobus.

L’uscita didattica è stata preceduta da una fase di studio e ricerca in aula svolto dai docenti del Consiglio di Classe, ma in modo specifico dalla prof.ssa Annamaria Gallo, docente di Scienze, in riferimento agli studi e agli effetti delle tossicodipendenze e la prof.ssa Assunta Moccia, docente di Storia dell’Arte, circa l’urbanistica del quartiere con particolare attenzione alle Vele.

Dopo aver compiuto un giro per le zone regolarmente vivibili del quartiere, anche per sfatare il mito metropolitano di un quartiere all’interno del quale si è identificati con il malaffare, i ragazzi sono stati condotti e guidati dal primo dirigente del Commissariato di Scampia, dott. Michele Spina nelle “piazze dello spaccio”che sono state di recente strappate alla malavita organizzata.

I giovani studenti di Mergellina, sono stati preceduti in questa esperienza, dai ragazzi dell’Istituto tecnico Industriale “R. Elia” di Castellammare di Stabia nell’ambito del Pon C3“LE(g)ALI AL SUD: UN PROGETTO PER LA LEGALITÀ IN OGNI SCUOLA", per sensibilizzare i giovani al rispetto dei valori, progetto del quale ci siamo, nel corso di quest’anno, più volte occupati.

Mostrare in questo tour i luoghi strappati alla malavita organizzata le bellezze del quartiere, la villa comunale, i reperti archeologici insieme alle problematiche gravi che caratterizzano Scampia e l’intera Città svolgendo una giornata di riflessione sulla cittadinanza attiva e consapevole di tutti e di ciascuno è stato fortemente formativo e emozionalmente significativo.

Sarà ancor più interessante sentire, quindi, il senso che i ragazzi stessi hanno dato a tale esperienza e conoscerne la ricaduta attraverso interviste da rivolgere ai protagonisti di questa esperienza che ha trovato intanto consensi e dissensi sulla stampa.
In particolare la prof.ssa Saffiotti, che ha programmato con i suoi colleghi ed ha seguito in modo attento ogni fase dell’organizzazione di tale attività ha chiarito che «l’espressione “droga tour” per quanto poi spiegata e “relativizzata” dal giornalista, mi sembra che non renda giustizia di quanto si è realizzato: non è stata affatto una spettacolarizzazione, anzi.

Si è trattato di un incontro sulla legalità presso il commissariato di Scampia, con la visione autoptica del quartiere e cioè di una realtà che purtroppo è già troppo spettacolarizzata (media e film) e non sempre in modo veritiero; ciò ha aiutato dei giovani studenti napoletani a formarsi un’idea personale e diretta, in cui si sono accese molte più luci che ombre, e, attraverso l’incontro sia con chi vive il quartiere sia con chi vi pratica la legalità, sono tornati con un bagaglio di molta più speranza e percezione di dignità umana di quanto essi stessi immaginassero in partenza.
L’importante è stato progettare in modo educativo quella che è una visita ad uno dei quartieri della nostra città».
(Fonte foto: Rete Internet)

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ATTENTI ALLE ASSENZE DA SCUOLA DEI FIGLI

Sono sempre e soltanto i genitori gli unici responsabili delle assenze dei figli da scuola. Violano la norma per colpa o per dolo.

I genitori devono vigilare affinchè i figli vadano a scuola; perché sostenere di non essere stati informati dalla scuola delle assenze dei minori, non li esonera dalla responsabilità che essi hanno di impartire l’istruzione obbligatoria.

Caso
Il giudice di Pace di Staiti ha assolto M. R. dal reato previsto dall’art. 731 c.p. che punisce i genitori che omettano, senza giusto motivo, di impartire l’ istruzione obbligatoria ai figli minori. In sintesi, il giudice ha evidenziato l’impossibilità di addebitare il comportamento antigiuridico al genitore in quanto mancava la certezza che egli fosse a conoscenza delle assenze scolastiche delle figlie.

Il Procuratore della Repubblica, invece, ha proposto ricorso per Cassazione rilevando:
– che le assenze non potevano sfuggire ad un genitore attento ai suoi doveri di vigilare sulle minori ;
– che anche in mancanza di una comunicazione ufficiale, da parte del Dirigente scolastico, il genitore avesse, comunque, la capacità e gli strumenti per rendersi conto che le minori non frequentavano la scuola

Motivazione della sentenza (Cassazione penale , sez. III, sentenza 11.10.2007 n° 37400)
La Cassazione ha ritenuto certa la sussistenza dell’ elemento materiale del reato, cioè le assenze non giustificate, che non sono state messe in discussione dai genitori, e risultano dai documenti scolastici.
Inoltre, ha ritenuto che non sono emersi giusti motivi che rendono inattuabile l’adempimento dell’obbligo di istruzione quali: la mancanza assoluta di scuole o di insegnanti; lo stato di salute dell’alunno; la disagiata distanza tra scuola ed abitazione; il rifiuto volontario, categorico ed assoluto del minore, non superabile con l’intervento dei genitori e dei servizi sociali.

Ha ritenuto, altresì, che i genitori non hanno dato prova di avere compiuto quanto era nelle loro possibilità per adempiere al comando contenuto nella norma violata, ex art. 731cp.
Ora, sempre secondo la Cassazione, si possono prospettare due alternative; o il M. era edotto del comportamento delle minori per cui si procede o era venuto meno al suo dovere, morale e giuridico, di controllare ed educare le figlie.

In entrambi i casi, l’elemento psicologico della violazione della norma in esame può essere indifferentemente il dolo o la colpa: nel primo caso il genitore sapeva delle assenze e non ha provveduto, nel secondo caso non sapeva per negligenza e, quindi , non ha provveduto lo stesso.
La Cassazione ha ritenuti fondati i motivi esposti dal Procuratore ed ha accolto il ricorso.

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PAROLE E PASSIONI AL SERVIZIO DEL VINO

Chi descrive i vini è condannato alla caccia della parola capace di esprimerne il mistero, la natura una e molteplice, e volubile di odori, sapori, vigori, forme e voci. Di Carmine CimminoÈ una battaglia affascinante. Ogni momento il mondo cerca di sommergerci in un’alluvione di immagini e di pensieri, e noi tentiamo di restare a galla aggrappandoci al linguaggio, cercando la parola che illimpidisca nella chiarezza dei concetti il mobile colore delle percezioni, l’impeto delle passioni, il flusso dei sentimenti: che domini le onde.

Se sbagliamo parola, le onde ci ingoieranno. Vittorio Agamben ha ricordato, nel libro “Il sacramento del linguaggio“, che la maledizione è, letteralmente, l’atto espressivo in cui la parola e la cosa restano due mondi estranei e antitetici. Il vino ha un’anima, ed è un’anima che canta, dice Baudelaire, e sfida tutti i nostri sensi. Chi descrive i vini è condannato alla caccia della parola capace di esprimerne, nella sintesi vertiginosa dell’immagine netta e definitiva, il mistero, la natura una e molteplice, e volubile di odori, sapori, vigori, forme e voci.

Sante Lancerio, il bottigliere di Paolo III, sperimentò per primo l’ossessiva necessità di catturare nella parola l’anima del vino, di ritornare al momento archetipo in cui, grazie alla potenza simbolica del linguaggio, le cose “esistono“, exsistunt, vengono fuori, letteralmente, già formate e significanti, dall’indistinta confusione del caos. È il 1536. Nel viaggio di ritorno dalla Provenza, “dove gli uomini, non buoni, fanno li vini meno buoni di loro“, Paolo III passa anche per Fano, “città bella ma piccola, che fa buon vino et ha belle donne. Qui vicino è Fossombrone che fa ottimo vino, et qui Sua Santità venne a Sinigallia, che ha grandi boccali e tristo vino.”.

In tre righe c’è tutta la storia di un territorio. C’è la sua disarmonia, nel confronto tra la “grandezza“ dei boccali, che il vino tristo rende, forse, ridicola, certo inutile; c’è il dramma di questo vino dall’anima ab aeterno corrotta e malvagia, predestinato alla dannazione, refrattario al pentimento e alla purificazione. Fano, invece, la vediamo come città armoniosa, effervescente: la bontà del vino e la bellezza delle donne, combinandosi, si moltiplicano, per gli effetti dell’analogia, in una corona di pregi e di virtù, in una esplosione di luce. A rovescio, Lancerio ci costringe a immaginare le donne di Senigallia come brutte, dentro e fuori.

“La malvagìa buona viene a Roma di Candia. Di Schiavonia ne viene la dolce, tonda e garba”. Questa malvasia esotica, che viene da Cipro e da Pola, ha un’anima triforme. Paolo III, che ovviamente sa come trattare le anime e cavare il meglio da ciascuna, con la dolce si prepara una zuppa, quando c’è tramontana: la natura buona del dolce dà calore e conforta gli spiriti vitali, mentre gli eccessi della sua natura cattiva vengono assorbiti e neutralizzati dalla sostanza miracolosa del pane e del biscotto. Con la malvasia garba il Papa usava gargarizzarsi per rosicare la flemma et collera. La immaginiamo, questa malvasia garba, come una signora di gradevole compostezza, che aborre dall’intemperanza scostumata, e va fiera della sua bellezza temperata, ispiratrice di sereni piaceri, avversa alle passioni violente.

Non sa, o forse non vuole. Ma un vero vino non può servire da brodo e per i gargarismi: deve essere nodrimento del corpo. Paolo III nutre il suo corpo con la malvasia tonda. Nulla esprime meglio dell’immagine geometrica la bellezza di questo vino che, come la sfera, è perfetto in ogni suo punto e soddisfa nella stessa misura i sensi tutti e tutte le categorie dell’intelletto. L’antitesi di un vino tondo è un vino lapposo, fumoso, matroso: insomma, un vino grasso. Un vino grasso è un vino che non è più vino: è una sostanza molle e ferma, senza colore, che non fluisce, è uno stagno feccioso, e cioè matroso, che esala non gioia, non entusiasmo, ma una nebbia che offusca e stordisce, e perciò è fumoso, che non elettrizza i nervi, ma lega attacca incolla invischia denti lingua e bocca in un impasto tenace, e dunque è lapposo.

Al grado più basso della degenerazione il vino grasso diventa opilativo. È il più fantastico tra gli aggettivi di Lancerio. Occlusivo non rende la stessa idea. Occlusivo è un aggettivo netto e feroce, è una porta che si chiude di scatto, in un attimo e per sempre. Opilativo è un bolo di unto mollume che ostruisce a poco a poco varchi e orifizi, e lascia fino all’ultimo la speranza di un lume, di una via d’uscita: ma infine appila tutto: e cala la tenebra. Il vino Greco di Nola non piace a Lancerio, che gli scarica addosso tutte le sue frecce, matroso, verdesco, agrestino, grasso, opilativo. Verdesco è un nero in cui la nobiltà dell’azzurro si inacidisce nel verde delle coliche: un verde bilioso di umori giallastri, come il colore della cute dei rospi.

Verdesco è il vino delle paludi, un vino da febbre. Il Greco di Somma è un vino nobile, possente: perciò, anche se talvolta è fumoso, anche se è in grado di offendere il celabro, il cervello, può, se vuole, mettersi al servizio del corpo, trasmettergli la sua forza e il suo tono. Come una passione “buona“, odorifera, questo Greco è pronto a obbedire alla ragione, e a rinsanguarne le pallide guance. Il Greco di Somma, in questa sua capacità di congiungere saldamente logos e pathos, è un vino filosofico: è luce e fuoco, è un titano figlio di un vulcano. Questo spiega perché il saggio e colto Paolo III ogni mattina col Greco di Somma si bagnava gli occhi “ et anco le parti virili.”.

Per la capacità di incarnare, consapevolmente, gli splendori e le miserie della Chiesa del Rinascimento, Paolo III fu un grande Papa: fu grande anche perché permise al pennello di Tiziano di ritrarre con spietata fedeltà il suo volto scavato dalla vecchiezza e dal lungo, doloroso confronto con la corruzione della natura umana e con il peccato.

Quando si stancava di misurarsi con le vette e con gli abissi, con i giganti e con i miserabili, Sua Santità trovava la quiete dell’oblio momentaneo nel Greco di Posileco, che è vino più piccolo assai del Greco di Somma, et è un dilicato bere. Posillipo, la dolcezza virgiliana del golfo, un mare da canzone, le sirene: in questa trama di corrispondenze pare naturale che questo vino piccolo e delicato non sopporti le onde vere del mare vero, e venga guastato dalle vampe della calura estiva. È un vino che non sopporta gli eccessi. E’ un vino bello, ma non grande.
(Foto: Natura morta, di Camille Pissarro, 1872-74)

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IL FESTIVAL DI CANNES 2011 TRA GRANDI NOMI E SPERANZE ITALIANE

Cannes rimane uno degli eventi più attesi dagli amanti del cinema d”autore. Spazio anche per due “fuoriclasse” italiani: Nanni Moretti e Paolo Sorrentino.

Se gli Oscar sono la festa del cinema inteso come grande spettacolo di intrattenimento, il Festival di Cannes rappresenta uno dei rifugi preferiti dagli amanti del cinema di qualità. Con quell’aria un po’ cinefila e snob, Cannes presenta spesso in cartellone grandi registi e un ventaglio di opere più ampio. Al netto di film tipicamente da festival e difficilmente digeribili, la possibilità di rifarsi gli occhi con grandi autori da tutto il mondo e di scovare delle piccole perle semisconosciute è effettivamente molto alta.

E, a leggere la lista dei film presentati nelle varie sezioni, questa edizione del Festival sembra aver puntato ancora più in alto del solito. Prima di tutto, un po’ di sano campanilismo. L’Italia è presente con ben due film in concorso: Habemus Papam di Moretti e This must be the place di Sorrentino. Nanni Moretti è una vecchia conoscenza della Croisette. Nel 2001 La stanza del figlio commosse tutti con il racconto delicato del lutto di due genitori, arrivando ad una meritatissima Palma d’oro per il miglior film. Sorrentino appartiene alla nuova leva dei registi italiani ed è riuscito a superare i confini nazionali grazie al successo internazionale de Il Divo – il ritratto surreale di Giulio Andreotti e dei labirinti della politica italiana, premio speciale della giuria proprio a Cannes nel 2008.

This must be the place è il grande salto del regista napoletano nel mercato internazionale, con un film tutto girato in inglese che ha per protagonista Sean Penn. Forti di queste due punte di primo livello, non è assurdo sperare in un premio (e l’Italia, con 12 riconoscimenti, è al secondo posto in assoluto in questa particolare classifica per Paese, seconda solo agli Stati Uniti). Ma i motivi di attrazione di Cannes 2011 non si limitano alla presenza di due importanti registi italiani. Sempre tra i film in concorso, i nomi altisonanti si sprecano. Tra i più attesi due registi nord-europei capaci sempre di far parlare di sé.

Il finlandese Kaurismaki, amatissimo da tutti i festival, torna con un lungometraggio dopo cinque anni e tenta l’assalto alla prima Palma d’Oro (dopo aver vinto il premio speciale della giuria nel 2002 per L’uomo senza passato) con Le Havre, storia di immigrazione e speranza con la solite cornice fatta di personaggi teneri e bizzarri. Ancora più atteso è il nuovo film di Lars Von Trier (Melancholia), la cui personalità gigantesca rischia sempre di oscurare qualsiasi discorso sui contenuti.

Il genio danese ha già fatto discutere per una surreale conferenza stampa durante la quale ha dichiarato – alla fine di un discorso molto criptico – di essere un nazista e provare simpatia per Hitler. Lo attende la prova della platea e della critica, dopo il discutibile esperimento di Antichrist, il film-provocazione massacrato da più parti. D’altra parte il regista danese a Cannes si trova decisamente a proprio agio, avendo già vinto il Gran Premio Tecnico con L’elemento del crimine (1984), il Premio della Giuria per Europa (1991) e Le onde del destino (1996) e, finalmente, la Palma d’Oro con Dancer in the dark (2000).

Con Melancholia Von Trier percorre sentieri ancora sconosciuti nella sua filmografia; si tratta di un dramma familiare tipicamente nordico arricchito però dallo spettro della fine del mondo provocato dall’avvicinarsi alla Terra del pianeta Melancholia. E non finisce qui. A Cannes 2011 si registra anche il ritorno della coppia Almodovar-Banderas, con La piel que abito, un’incredibile storia di vendetta con al centro un chirurgo plastico. Meno conosciuti dal grande pubblico ma già vincitori di ben due Palme d’Oro (Rosetta nel 1999 e L’enfant nel 2005), i fratelli belgi Dardenne tentano la tripletta con Il Ragazzo con la bicicletta. Tra gli altri grandi nomi in concorso possiamo ricordare Mihaileanu (con La Source des Femmes), Miike (Harakiri), Malick (The tree of life) e Ceylan (Once upon a time in Anatolia), che testimoniano una volta di più come il cartellone di Cannes sia capace di accontentare i gusti più diversi.

Ma, come sempre, le attese non si limitano ai film in gara. La sezione Un Certain Regard e la lista dei film non in concorso regalano altri grandi nomi. Tra Gus Van Sant, Kim Ki Duk, Jodie Foster e tanti altri ci sarà sicuramente da divertirsi, senza dimenticare che lo spirito di queste sezioni, tra le altre cose, è quello di mettere in vetrina soprattutto le opere di registi meno conosciuti. E nell’attesa di scovare qualche nuovo gioiello – e con uno sguardo alla passerella che anche a Cannes ha la sua bella dose di sfilate, paparazzi, grandi stelle e gossip in puro stile hollywoodiano – le chiacchiere s’interrogano soprattutto sul possibile vincitore.

Con i registi già premiati che partono solitamente in seconda fila, potrebbe essere proprio l’anno di Kaurismaki, grande autore europeo dotato di uno stile riconoscibile e originale che spesso costituisce la carta vincente in questi festival. Ma non è da sottovalutare la possibilità che il nostro Sorrentino, trainato dal precedente successo de Il Divo e dalla dimensione internazione di questo This must be the place, possa portare a casa la sua prima Palma d’Oro. Sarebbe il giusto riconoscimento per il più interessante tra i giovani autori italiani.
(Fonte foto: Rete Internet)

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LA CHIESA E LA CAMORRA

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Ha fatto rumore la decisione del cardinale Sepe di rifiutare i sacramenti ai camorristi. La Chiesa ha sempre assunto decisioni forti contro la camorra; però, nel concreto ci sono difficoltà operative. Di Don Aniello Tortora

Camorristi e malavitosi non devono avere funerali in chiesa e, inoltre, non devono fare da padrini in occasione di cresime e battesimi, né da testimoni in occasione di matrimoni. Lo ha ribadito il cardinale di Napoli Crescenzio Sepe ai sacerdoti napoletani ai quali è in corso di distribuzione il nuovo volumetto di orientamento redatto dalla Curia. La notizia è stata data dallo stesso Sepe, che è intervenuto nei giorni scorsi alla cerimonia di inaugurazione della nuova sede del centro operativo Dia di Napoli.

"Qualche colpo alla camorra lo diamo anche noi – ha detto l’Arcivescovo al momento del taglio del nastro -. I camorristi devono sapere che non potranno più fare da padrini e, dopo la loro morte, non andranno in chiesa, ma direttamente al cimitero". Saranno i sacerdoti, che conoscono i frequentatori della loro chiesa, di volta in volta, ha spiegato Sepe, a valutare chi abbia i requisiti o meno per poter svolgere il ruolo di padrino o di testimone o per avere la benedizione della salma nella parrocchia.
La notizia ha destato clamore e meraviglia nella pubblica opinione e nella stessa comunità ecclesiale. Non poteva, del resto, essere altrimenti.

I giudizi sono stati i più disparati. Molti hanno applaudito, affermando che era ora che la chiesa prendesse chiara posizione. A dire il vero è da anni che la chiesa ha espresso il suo pensiero, in materia, molto nettamente. Basti pensare al cardinale Pappalardo (Palermo), a don Puglisi e don Diana, al grido di Giovanni Paolo II (“mafiosi convertitevi”) contro la mafia nella Valle dei Templi di Agrigento. Ai tanti vescovi e parroci coraggiosi che ogni giorno spendono la loro vita a servizio della giustizia e della legalità, attraverso l’opera di educazione e di denuncia sociale.

Non ci può essere nessuna collusione tra chi si definisce cattolico e poi semina morte, compie traffici illeciti e favorisce la cultura della violenza e dell’illegalità. C’è anche da dire, però, che spesso il modo di esprimere la religiosità popolare della nostra gente è frutto, oltre che di fede semplice e genuina, anche di tanta ignoranza religiosa, di superstizione, magia e di culto esteriore che nulla a che vedere con la professione della vera fede. Anche i malavitosi, a modo loro, si sentono “religiosi”.

Mi ha sempre impressionato il fatto che nei rifugi dove sono stati arrestati i capiclan mafiosi o camorristi le forze dell’ordine abbiano sempre rinvenuto testi sacri e immagini di madonne e di santi. Gli stessi riti di iniziazione della mafia si “servono” di santini vari. Né bisogna trascurare il fatto che tante feste patronali nei nostri paesi sono organizzate o “appaltate” dalla criminalità organizzata. Detto che questa presa di posizione è importante, soprattutto, sul piano educativo, mi pongo però qualche domanda sul piano della concretezza operativa. E qui parlo da parroco e da pastore delle anime, tenendo presente che nel nostro meridione (ma anche al Nord e in tutto il mondo!) non esiste solo la mafia o la camorra, intesa come organizzazione criminale.

C’è soprattutto una “mafiosità” di comportamenti che ci coinvolge tutti, per cui il confine tra l’illegalità e la legalità è molto labile. Come, è sempre bene ribadirlo, non bisogna trascurare il fenomeno della “camorra legalizzata” dei colletti bianchi: elemento sociale diffuso, odiosissimo, non visibile, e, perciò, molto più pericoloso.
Pur condividendo in pieno il documento della curia napoletana, penso che, però, i poveri parroci non possano né debbano essere lasciati soli, in un compito così arduo e difficile da attuare.
Come si fa a dire a una persona che è camorrista e che, quindi, non può fare il padrino o avere rito funebre in chiesa? Il giudizio spetta ai Pm e ai giudici, allo Stato, non ai parroci.

Per quanto riguarda i padrini, poi, da operatore pastorale ritengo che sono proprio pochissimi quelli che, vivendo una fede attiva, possano, con coscienza, assumersi questo compito di educatori alla fede. Vista la situazione sociale di scristianizzazione nella quale viviamo oggi, meglio sarebbe eliminarli proprio, del tutto. Piuttosto mi auspico che la chiesa, in tutte le sue componenti, si riappropri del compito suo specifico di educare alla pace, alla giustizia, alla legalità, alla cittadinanza attiva. Se continuerà a fare questo con coraggio e fedeltà, certamente avremo una generazione futura più pulita e meno inquinata dai fenomeni camorristici.
(Fonte foto: Rete Internet)

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BOCCIATO IL “PACCHETTO SICUREZZA”

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La Consulta ha bocciato il decreto nella parte in cui si trattano i criteri di applicazione di diverse misure, tra le quali quella degli arresti domiciliari. Si restituisce al giudice la libertà di scelta. Di Simona Carandente

Tra le tante, numerose modifiche normative apportate al codice di rito dal cd. Pacchetto Sicurezza, destò particolare scalpore la rinnovata previsione di cui all’art. 275 c.p.p. avente ad oggetto i criteri di adeguatezza e proporzionalità nell’applicazione delle misure cautelari di natura custodiale.
Secondo le statuizioni del codice di rito, difatti, la privazione della libertà personale in fase cautelare deve, in maniera assoluta, essere ancorata alla sussistenza di taluni presupposti: l’esistenza di gravi indizi di colpevolezza e, semplificando, di esigenze cautelari e di tutela della collettività da salvaguardare e contenere.

Con la modifica dell’art. 275 del codice di rito ad opera del decreto legge n.11 del 2009 si è assistito ad un’importante modifica dei criteri di valutazione delle misure stesse: in particolare, laddove il presunto reo viene ritenuto responsabile di taluni reati, tassativamente indicati dal legislatore, tra i quali quelli di mafia, violenza sessuale ed omicidio volontario, al giudice è imposta l’applicazione della misura cautelare massimamente afflittiva, senza poter neanche prendere in considerazione la possibilità di applicare misure diverse da quest’ultima, quali ad esempio gli arresti domiciliari.

È di queste ore, invece, la notizia della nuova bocciatura, da parte della Corte Costituzionale, del Pacchetto Sicurezza, nella parte in cui ha modificato l’art. 275 c.p.p. parificando, quanto ad applicabilità della custodia cautelare in carcere, i reati di omicidio a quelli di mafia.
In particolare la consulta, accogliendo un’istanza partita dalla Corte di Appello di Lecce, ha dichiarato illegittima l’obbligatorietà della misura massimamente afflittiva nel caso di condannati a reati di omicidio, lasciando invece intatta e valida la previsione per i condannati per reati di mafia.

Nella sostanza, la Consulta tende a ribadire la libertà di scelta del giudice nell’applicare la misura cautelare, anche in caso di reati gravi come quello di omicidio, non imponendo quella massimamente afflittiva, ma consentendo allo stesso di poter, laddove lo ritenesse necessario, anche concedere gli arresti domiciliari.
La sentenza della Corte Costituzionale, in pratica, boccia la norma per "ingiustificata parificazione" dell’omicidio volontario ai reati di mafia, unici per i quali sia la Consulta, che la Corte europea dei diritti dell’uomo ritengono esistente una presunzione assoluta di adeguatezza, e proporzionalità, della custodia cautelare in carcere.

La questione di legittimità Costituzionale è stata avanzata dai difensori di Gabriella Leone, donna condannata in appello a 16 anni per la morte dell’ex compagno, maturata in un contesto di particolare soggezione culturale e morale della stessa, costretta dall’uomo a prostituirsi per svariati anni, senza la possibilità di poterne venir fuori in quanto oggetto di minacce e ritorsioni. (mail: simonacara@libero.it)
(Fonte foto: Rete Internet)

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LO STILE ROMANICO IN CAMPANIA. ECCO QUELLO CHE ANCORA OGGI PERSISTE DI QUEI “SECOLI BUI”

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Da Salerno a Capua, da Caserta ad Amalfi, alla scoperta di un”epoca misteriosa e di una stagione artistica che ha dimostrato quanto floridi e splendenti furono i “tempi oscuri” del Medioevo.

Il termine stesso di Medio Evo, letteralmente “Età di mezzo”, fu coniato dagli umanisti, già verso la metà del XIV secolo, per indicare quell’epoca di transizione che si poneva nel mezzo, appunto, di quel continuum temporale che, secondo gli intellettuali del tempo, legava l’età Classica a quella Rinascimentale. In netta contrapposizione proprio a quella “Rinascita”, l’Evo Medio appariva, agli occhi degli eruditi dell’epoca, spregiativamente come un periodo “di troppo”, contrassegnato da una grave decadenza dei costumi e da una progressiva in-civilizzazione del genere umano. In verità, non sarebbe potuto esistere Rinascimento, e soprattutto quel genere di Rinascimento, senza gli sviluppi socio-culturali che contraddistinsero l’epoca medievale.

Al contrario di quanto si pensava a quel tempo, infatti, il Medioevo fu un’Era ricca di innovazioni, sia nel campo sociale, si pensi alla nascita dei comuni, che in quello culturale, con la comparsa, per fare un esempio, delle prime università. Anche nel campo tecnologico non mancarono novità: furono introdotti il mulino idraulico, il carro a quattro ruote, e si diffuse in tutta Europa la tecnica della rotazione triennale delle colture.

Ma l’“Età di mezzo”, fu, soprattutto, un periodo di contaminazione culturale tra quei popoli che l’Impero Romano aveva riunito sotto di sé e che, alla sua caduta, si spartirono ciò che di esso rimaneva. Proprio questo processo di contaminazione, che mescolava culti orientali con usanze occidentali, tradizioni nord-europee con costumi africani, trasformò la Roma di Cesare e di Augusto nella Roma dei papi. Lo sviluppo della religione cristiana, che influenzò fortemente la cultura e la società medievale, è, anzi, ciò che in assoluto distingue e separa il Medioevo dall’epoca Classica. Non a caso il monaco cluniacense Raoul il Glabro, nella sua Cronaca, notò come in quei “secoli bui” l’Europa cristiana si rivestì di un “bianco mantello di chiese”. È proprio in campo architettonico ed artistico che risulta evidente la contaminazione culturale che caratterizzò tutta l’epoca medievale.

Uno stile in particolare, quello Romanico, diffusosi tra il X e XIII secolo, nelle sue innumerevoli espressioni, testimonia quella straordinaria fioritura culturale che contraddistinse i “tempi oscuri” dell’ Evo Medio. Frutto di una combinazione tra arte classica ed elementi della tradizione paleocristiana, bizantina e musulmana, a seconda dei territori, il Romanico può assurgere ad emblema del Medioevo stesso, racchiudendo in sé quel processo culturale che descrive in breve tutta l’Era medievale. Lo stesso nome, Romanico, dato a questo stile artistico da alcuni archeologi verso la prima metà dell’Ottocento, fa riferimento al contemporaneo sviluppo, in Europa, delle lingue romanze dalla comune radice del latino.

Anche in Campania, come in tutti le regioni europee, non mancano esempi di questo affascinante periodo dell’arte medievale. All’abate Desiderio (1027-87), poi divenuto papa con il nome di Vittore III, si deve, oltre che il rifacimento dell’abbazia di Montecassino, di cui tuttavia non rimane nulla, la costruzione della chiesa di Sant’Angelo in Formis, presso Capua, edificata a partire dal 1072. Curiosi gli affreschi al suo interno, in cui, come ben nota la Dell’Orso, all’evidente influenza bizantina si affianca una “tendenza a una narrazione più libera e corsiva”. Elementi paleocristiani e bizantineggianti non sono comunque gli unici protagonisti del Romanico campano; ad essi si aggiungono, infatti, motivi arabi e moreschi che dalla Sicilia si diffondono i tutto il meridione italiano.

È il caso degli archi intrecciati su colonne che decorano l’alto tamburo della cupola della Cattedrale di Caserta Vecchia, risalente al XII secolo. Archi a sesto acuto si intrecciano, appena sotto il timpano, anche lungo la facciata policroma del Duomo di Amalfi, caratteristico per la decorazione a fasce bianche e nere, anch’essa di derivazione islamica. Sempre nel Duomo di Amalfi, spicca il cosiddetto Chiostro del Paradiso (1266-68), un vero e proprio capolavoro dell’architettura romanica, i cui archi fittamente incrociati rivelano ancora una volta chiare tendenze musulmane. Richiami alla tradizione araba sono presenti, pure, nel Duomo di Ravello, il cui ambone, sempre del XII secolo, presenta ornati geometrici di tipo orientale, molto simili a quelli dell’ambone della Cattedrale di San Matteo (foto) a Salerno, dove, tuttavia, il gusto per la decorazione islamica si incontra con elementi della tradizione classica.

A quest’ultima fanno particolarmente riferimento, infine, la chiesa del Santissimo Crocifisso, a Salerno, e la Cattedrale di Sessa Aurunca, eretta nel 1113, la cui facciata appare in gran parte coperta dal classicheggiante portico che ne protegge l’ingresso. Molte altre chiese, sparse su tutto il territorio campano, furono costruite, modificate o decorate in epoca romanica, ma troppo poco resta di quelle imprese e sarebbe comunque prolisso parlarne. Da quanto detto è possibile, in ogni caso, farsi un’idea di ciò che del Romanico resta in Campania, a testimonianza di come, anche questa regione, abbia subito, come tutta Europa, le influenze culturali di popoli spesso lontani tra loro eppur capaci di costruire, insieme, quei movimenti artistici, culturali e sociali che, come nel caso del Sacro Romano Impero, diedero origine, già nel Medioevo, al sogno di un’Europa unita.
(Fonte foto: Rete Internet)

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É ALLARME PER GLI “INCUBATORI DI CRIMINALI”

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La mancanza di serie politiche di intervento a favore dei minori diseredati di Napoli e provincia, ha cominciato a produrre nuove generazioni di delinquenti: “macchine criminali” senza freni inibitori. Di Amato Lamberti

A Napoli e in tutta la provincia si vanno moltiplicando gli episodi di teppismo e di bullismo che riguardano adolescenti. Molti educatori lanciano “l’allarme adolescenti” invocando un maggiore impegno delle famiglie, della scuola, dello Stato.

In tutta Europa, perché l’adolescenza è dovunque l’età in cui le azioni violente aumentano tanto da diventare preoccupanti, ma anche in molte realtà italiane, si sta facendo strada un nuovo modello educativo, la “peer education”, “l’educazione fra pari”, che si concentra sulle “life skill”, sulle “competenze di vita”, un modello educativo che vede protagonisti gli stessi giovani in un processo continuo di interscambio di saperi, competenze, emozioni, capace di dare un gruppo di riferimento anche a giovani che non ne hanno nessuno o il cui gruppo è un insieme di disperazioni individuali.

Un modello che da dieci anni la Comunità Europea propone proprio per affrontare i problemi di violenza, di bullismo, di scelte distruttive per la salute, come l’alcool e la droga; che l’Unicef propone di sperimentare anche a livello di scuola elementare, soprattutto nelle aree di emarginazione; che il Ministero Italiano dell’Istruzione ha almeno recepito come obiettivo nel progetto”Scuola e legalità”; che, a Napoli, invece, pur con tutti i problemi che la scuola, tutti i giorni, deve affrontare, non solo non si sperimenta da nessuna parte, ma non se ne parla neppure.

Quello che voglio dire è che Napoli è oggi un grumo di problemi che si intrecciano e accavallano, ma sono disponibili strumenti e metodi per affrontarli concretamente. Altre realtà, piccole e grandi, in Italia, lo stanno già facendo, rimboccandosi le maniche e investendo risorse sugli adolescenti e i giovani, sulle famiglie, sulla scuola, sui luoghi di aggregazione giovanile, sul lavoro di strada, perché questi sono problemi di tutte le città. Napoli fa eccezione solo perché, su questi, come su tanti altri problemi sociali, ci si ferma ai rituali della denuncia, della lamentazione, della indignazione, dello scaricabarile delle responsabilità, senza mettere mai mano alla loro soluzione, pur potendo contare, a livello di docenti, di "presidi", di operatori culturali, di Associazioni di volontariato sociale, su straordinarie risorse di intelligenza, di creatività, di disponibilità all’impegno per il cambiamento, finora sempre mortificate.

Personalmente penso, come vado dicendo da anni, che, in questa situazione di disattenzione generale, nell’assenza di ogni seria politica di intervento a favore dei minori diseredati e di risanamento dei contesti urbani più disgregati, a Napoli, soprattutto nell’area Nord, ma anche nel centro storico e nelle tante "periferie" della città, sono da tempo in funzione, nascosti, e neppure tanto, nei palazzi fatiscenti accatastati nei vicoli, nei "casermoni" di edilizia economica e popolare, negli appartamenti e negli scantinati di palazzi avveniristici abitati da più persone di quanti ne contano molti paesi dell’hinterland, degli enormi "incubatori di criminali" che hanno già cominciato a produrre i prototipi delle nuove generazioni di delinquenti, quelli che anni fa definivo come "macchine criminali", unicamente orientate allo scopo, senza alcuna remora morale, senza alcun freno inibitorio.

Delinquenti con personalità che definivo come "narcisistico-criminale", probabilmente irrecuperabili, perchè frutto di un processo di troppo precoce socializzazione al crimine e di troppo rapido inserimento in attività criminali che comportano l’uso della violenza e delle armi e l’assoluto disprezzo per la vita degli altri, visti solo come nemici da eliminare. È su questi "incubatori", che mi sembra si stiano moltiplicando nella conurbazione informe che circonda la città di Napoli, che bisogna decidersi ad intervenire – e certo non bastano i protocolli e i patti per la legalità – altrimenti, tra poco, non sarà sufficiente neppure quell’esercito di cui ogni tanto qualcuno invoca l’intervento.
(Fonte foto: Rete Internet)

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LA CAMORRA BORBONICA. SECONDA PARTE

Continua la nostra ricerca tra i documenti storici, per trovare le radici e i luoghi di “nascita” della camorra napoletana. Di Carmine Cimmino

La polizia borbonica, stretta tra i condizionamenti della corruzione e gli improvvisi rigori delle direttive del Ministero, agì contro la camorra per violenti e brevi scrosci di catene e di “ferri“ e lunghi periodi di bonaccia. Dopo il ’48 Gaetano Peccheneda, a cui Ferdinando II assegnò vari incarichi e un solo obiettivo, “sistemare“ l’ordine pubblico, mise sotto stretta sorveglianza tutti i “liberali“ che durante le giornate della rivoluzione e del governo costituzionale si erano mostrati “riscaldati e chiassatori“ in misura eccessiva; vennero arrestati anche alcuni camorristi del primo livello, sia a Napoli che nella provincia.

È probabile che siano stati presi i più noti, che in qualche caso – capitava anche allora – non erano i più importanti. Camorristi e liberali vennero inviati, forse per un disegno malizioso, negli stessi luoghi di pena: questo consentì a De Sivo di scrivere che in quei luoghi e in quel momento liberali e camorristi avevano stretto l’alleanza per congiurare contro il trono dei Borbone. In certi casi la “ferocia“ della polizia si mitigò. Vincenzo Gambardella, il camorrista che, in quanto “capoparanza della Pietra del Pesce“, dettava i prezzi del mercato ittico, venne inviato “a domicilio forzoso“ a Ottajano. Da qui egli poteva ancora dirigere un sistema su cui poggiava una parte consistente dell’economia della capitale e la cui solidità dipendeva dall’autorevolezza del capoparanza.

Al “domicilio forzoso” di Ottajano fu destinato anche Enrico Pessina, giovane e già luminoso protagonista del Foro di Napoli, amico di Michele de’ Medici, che era amico di noti liberali. “I camorristi “incorreggibili“ vennero mandati alle Tremiti. Qui fu relegato anche Luigi Mazzola, che in nome di De Crescenzo controllava il Porto, gli Orefici e il Ponte della Maddalena. Il potere della famiglia Mazzola non venne scalfito dall’arresto di Luigi: fratelli e nipoti continuarono a governare il territorio. I contrabbandieri del Miglio D’Oro e i facchini camorristi del porto di Castellammare vennero inviati a Capri e a Ischia.

Nel 1852 a Capri c’erano 142 “relegati“, colpevoli di “furto qualificato, renitenza alla forza, storpio, sfregio e bestemmia esecranda“. Avrebbero dovuto controllarli un giudice “supplente“ di quello di ruolo, che era stato sospeso dal servizio, e 40 guardie, che disponevano, in tutto, di 12 fucili da caccia “perfettamente inutili“. Ogni notte i “relegati“ scorrazzavano liberamente per l’isola, “molesti e baldanzosi“.

Tra il dicembre del 1862 e il febbraio del ‘63 il governo dell’Italia unita fece la prima grande retata di camorristi, che vennero rinchiusi a Castelcapuano. Nel marzo del ’63, poiché nella prigione, in cui si ammassavano 800 detenuti, scoppiò il tifo, si decise di trasferire duecento tra camorristi “incorreggibili“ e picciotti nel forte di Ischia.

Sulla nave, che si chiamava Plebiscito, salì il gotha del crimine: Aniello Mazzola, capo assoluto della “famiglia“ che controllava, da decenni, il mercato legale e illegale dell’oro nel quartiere Orefici e proteggeva le comitive dei ladri della provincia; Gennaro Tortora, detto ‘o vammaciaro, “patrono“ dell’usura, “contatto“ tra la camorra alta e quella bassa, uomo devotissimo alla Madonna dell’ Arco; Aniello Maisto, il “siciliano“, picciotto legato ai camorristi del Miglio d’Oro e di Castellammare; Michele Pipolo, che la polizia prima classificò come “manutengolo“ di briganti e poi indicò come capo della camorra di Pomigliano e di Marigliano, “ribaldo perniciosissimo“, minaccia perenne per gli “industrianti“ della distillazione dell’alcol e della lavorazione della canapa, e per i “vatigali“ che a centinaia percorrevano, ogni giorno, con i loro carri pieni di merci, la strada che da Napoli porta a Nola e ad Avellino.

C’era anche Francesco Cappuccio, futuro capo dei capi della camorra napoletana. E c’erano l’ottajanese Angelo Catapano, legato ai contrabbandieri vesuviani di carne e di vino, e i sommesi Antonio Cimmino e Vincenzo Alberino, “brigante“, il secondo, e membri, entrambi, di una “comitiva“ di San Giovanni a Teduccio che gestiva un fruttuoso mercato di baionette e fucili rubati dai depositi dell’esercito borbonico. Il forte di Ischia era una prigione da barzelletta. Nell’aprile il comandante militare della Piazza, P.Wenzel, comunica al comandante del distretto di Pozzuoli che gli ischitani “sono agitati“: i camorristi si comportano come padroni, le guardie “sono al loro totale servizio, e hanno con loro tale familiarità, che si direbbero affini.“.

E infatti si conoscono da anni: il capo delle guardie, Giuseppe Romano, che svolge quel ruolo dal 1847, ha l’abitudine di invitare a pranzo e a cena, nel suo alloggio, “proprio sotto il carcere“, i camorristi “famosi“ con le loro famiglie. I camorristi più “famosi“, e soprattutto “più facoltosi“, da cui molte guardie hanno preso danaro in prestito, “godono la passeggiata al Vaglio“ e possono incontrare, nelle locande di Ischia, i loro parenti. I camorristi “più riottosi“, soprattutto se poveri, stanno, a pane e acqua, “nel Maschio e nel carcere Sansone“. I guardiani, che da mesi non prendono “il mensile“, non hanno armi: si teme che possano venderle ai camorristi, “colludendo col profuso oro di cui quelli fanno mostra“, e non hanno “segni distintivi“: insomma, non è facile capire, né a prima, né a seconda vista, chi è guardia e chi è ladro.

Nel giugno Aniello Mazzola e Tommaso Palmieri chiedono di parlare con Vincenzo Tavassi, delegato di Pubblica Sicurezza. Giuseppe Romano e due guardie “fidate“ li accompagnano nell’ufficio del delegato: si aggirano, nei pressi , una certa Marianna, donna “di male affare“ e tale Rosa ‘a Perrettella, “sgualdrina“, arrivate il giorno prima da Napoli. I due camorristi, lamentando acciacchi di varia natura, chiedono il permesso di curarsi con i bagni termali. Tavassi ordina al Romano di ricondurli immediatamente nel carcere, “senza far bere loro nemmeno un bicchiere d’acqua.”. Tavassi è un poliziotto esperto: ha capito che i due hanno brutti pensieri. Ma proprio perché è esperto, non può non sapere anche chi è Romano: e dovrebbe agire di conseguenza.

Non lo fa. O forse vuole che i due tentino la fuga, e gli consentano di liberarsi per sempre del Romano. Durante il breve tragitto dall’ufficio del delegato al portone del forte Mazzola e Palmieri invitano Romano e le due guardie a bere un bicchiere di vino. Le guardie accettano, entrano tutti in una bettola dove li raggiungono le due “signorine“. Romano non resiste né alle donne né al vino. “Inebriato“, giunge a chiedere “l’unione“ con Marianna. Che non gliela nega, mentre le altre due guardie “si servono“ di Rosa: il lessico usato dalla polizia è uno strano miscuglio di pudore e di volgare asprezza. Approfittando della distrazione delle guardie, Mazzola e Palmieri fuggono via.

Tavassi, immediatamente informato, blocca nel porto barche e gozzi. La sera i due vengono acciuffati. Forse si fanno acciuffare. La vicenda (ASN, Archivio generale di Questura, f.999), notevole per il “nome“ e per il ruolo del Mazzola, svela relazioni, comportamenti e situazioni che hanno potuto costruirsi solo in un lungo periodo di anni.
(Foto: Quadro di Alceste Campriani "Strada del Vesuviano")

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RISPOSTE AI LETTORI:L’ARTE DI PARLARE DI PAROLE

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Questa settimana, grazie alle domande che ci vengono poste dai lettori, ci fermiamo a riflettere su alcune espressioni usate in articoli precedenti. Di Giovanni Ariola

Il preside, prof. Felice Teodoro Miele da Napoli ci scrive: “Vorrei richiamare l’attenzione del prof. Carlo, per la cortesia del prof.Ariola, sull’espressione ‘Frevaro è curto e male incavato’ (in “Italia, patria dei neologismi”, articolo pubblicato su “Il Mediano” del 28/2/2011). A me sembra, invero, che l’espressione corretta sia “Frevaro è curto e amaro”, perché si salverebbe la rima, quasi aborrita dai critici e dagli artisti della poesia moderna, che privilegia il suono, la musicalità delle parole, del verso. Questa, però, è un’altra storia: non farò, di certo, come il vasaio di Samo che voleva vendere i vasi a Creta.

Si dà il caso, però, che l’espressione proverbiale, ‘gnomica’, in questione, risale a qualche anno addietro, quando era in auge la rima, forse all’età del proletario e saggio Matusalemme, il cui figliolo Febbraio si presentò in pubblico (in occasione forse della festa dei diciotto anni) dicendo: ‘Ie so’ Frevaro/ curto e amaro’. Forse il povero Febbraio, derubato dal precedente mese di Gennaio dei tre giorni della Merla (si dice che siano i più freddi dell’anno), divenne ‘corto’. Per tale furto subito (o cessione coatta?) divenne duro, aspro, ‘amaro’ ossia sdegnato, ‘ncrugnato’, tanto che si dice che ‘Fevraro, si ncrogna, ti fa cadé l’ogna’….( “ncrognare” al part. pass. “ncrugnato” per apofonia o gradazione vocalica).

In qualche zona del territorio campano, come quello di Somma Vesuviana, Marigliano, Scisciano, …Febbraio così era solito presentarsi alla rispettabile società: “Ie so’ Frevale/ curto e peggio ’e tutte,/ pecché fa ’a neve/ e nun porto frutte”……Tra Frevaro e Frevale preferisco il primo, perché più vicino a Februarius. Entrambi i nomi presentano, comunque, la trasformazione della consonante labiale nella consonante fricativa labiodentale sonora spirante.

Un’altra considerazione vorrei fare sull’epiteto curto e male incavato.
L’espressione deriva, a mio avviso, dalla cultura contadina. Prima della pastificazione industriale, la pasta veniva preparata in casa dalle massaie. Un tipo di pasta fatta in casa è costituita dagli gnocchi, che si preparavano e si preparano ancora da parte degli amanti dell’arte culinaria con un impasto di farina e patate….Dall’impasto ottenuto si traggono grumi o noci di pasta, che si assottigliano in modo da avere uno gnocco della lunghezza di una trentina di centimetri e dello spessore di un dito medio…Lo stesso viene tagliato in tanti pezzettini della misura di uno o due centimetri, che vengono incavati con l’indice e il medio della mano…Può capitare, talvolta, che qualche pezzettino viene tagliato più corto e viene incavato male…

Quando tutti i pezzettini vengono messi nella pentola dell’acqua bollente per la cottura, il pezzettino o gnocco più corto e incavato male non raggiunge la stessa cottura degli altri…Quello gnocco “curto e male incavato” non è di buona qualità, è cattivo…E perciò, con significato traslato, l’epiteto, poco nobile e cortese, viene affibbiato all’uomo di bassa statura…Certo è che nella storia antica, moderna e contemporanea vip e uomini comuni, capi di stato e di governo, di tal fatta, ve ne sono stati e ve ne sono molti e talvolta essi…respondent rebus”.

Risposta – Ringraziamo il preside Miele per la dotta e pertinente puntualizzazione riguardo al detto napoletano “Frevaro è curto e amaro”, come pure per la interessante e condivisa ricostruzione della circostanza culinaria all’origine dell’altro detto “curto e male incavato”. Intanto, è vero, quasi tutti i detti popolari erano costruiti mediante il ricorso all’enfatizzazione della assonanza e molto spesso alla rima per evidenziare una relazione concettuale.

Gli altri versi citati “Ie so’ frevale ecc.” credo siano tratti dalla filastrocca che il mese di Febbraio recitava nel corso de “La sfilata dei dodici mesi” («’E dudece mise» o semplicemente «’E mise»). Era un evento festoso che, come ricorderà il prof. Miele, negli anni quaranta/cinquanta, si svolgeva ogni anno nei nostri paesi il giorno di Carnevale o la domenica precedente. Dodici cavalieri, quanti sono i mesi, preceduti da Marcusalemme (Matusalemme), che impersonava il loro padre, il Tempo e cavalcava un asino lento e pelandrone, percorrevano le strade del paese fermandosi nelle piazze e nei cortili e producendosi in una rappresentazione allegorica del volgere dei mesi appunto e in generale del trascorrere rapido del tempo.

Vestiti in varie fogge, colori scuri per i mesi freddi e colori chiari per quelli delle belle stagioni, recitavano versi che, dopo aver accennato alle condizioni meteorologiche caratteristiche del singolo mese, richiamavano la vita dura e misera dei contadini, la loro fatica estenuante ma poco remunerativa ed esaltavano le poche gioie della grama esistenza. Qualche studioso ha voluto vedere in questo evento festoso “una funzione apotropaica”, quasi che i contadini, impersonando i vari mesi, potessero (si illudevano di potere) allontanare le aggressioni delle forze negative della natura ma anche e soprattutto…la malasorte e la miseria.

La preparazione di questa festa cominciava per tempo qualche mese prima e richiedeva l’impegno di varie persone. Nelle lunghe sere invernali, mentre fuori il vento fischiava o la pioggia picchiava forte sui tetti e qualche volta, spinta dal vento, (’o schiaviento) sbatteva violenta contro porte e finestre, mentre nel focolare ardeva più vivace il fuoco e più frequentemente si riempivano i bicchieri col vino novello fresco di spillatura recente, i contadini prescelti ripassavano la filastrocca («’a parte») che dovevano recitare e che avevano insegnato loro i più anziani, ossia quelli che l’avevano recitato prima di loro, a voce, perché non esisteva un testo scritto e poi perché non tutti sapevano leggere.

Le donne invece preparavano roselline, ghirlande e ‘nocche’(= fiocchi) di carta colorata con cui infiocchettare («’annucchi-àre», termine alternativo del più regolare «annuccare») i cavalli che avrebbero partecipato alla sfilata.
Il fatto che esistesse solo la tradizione orale dei testi delle filastrocche dei Mesi ha determinato la perdita dei testi stessi, almeno nella loro versione originaria. Dobbiamo a studiosi zelanti e appassionati del folklore locale che pazientemente sono andati in giro a parlare e soprattutto ad ascoltare quelli che avevano partecipato o come protagonisti o come spettatori a quelle sfilate e che erano in grado di ripetere le filastrocche, se è stato possibile ricostruire, anche se in modo parziale, lacunoso e comunque non preciso, i testi in questione.

Dato il carattere delle fonti che oltre ad essere le più diverse (variavano da un paese all’altro), erano anche non sempre attendibili, anche per la contaminazione di tradizioni popolari eterogenee (talvolta nella memoria si interpolavano testi riguardanti altri eventi o semplicemente sentenze, detti e proverbi antichi che nulla avevano a che fare con I Mesi), esistono versioni differenti di questi testi.
I versi citati dal prof. Miele, ad esempio, sono tratti da un testo che è diverso da questi che si citano qui di seguito e che sono tra loro ancora differenti:

“FREVARO – Signori, ’i a tutti ve saluto./ ’I songo Frevaro curto, amaro/ e peggio ’e tutte.// Che spezie ve pozzo fa/ into a vint’otto juorne?/ Pe’ tramente m’acalo ’nterra/ e piglio sta frusta/ nun ve faccio avutà/ cchiù de n’ora attuorno.// Signù, compatitemi ca auanne/ è stata na grossa secceta e/ pure ’into ’o sciardino mio aggio menato ’a zeppa.// E si Frevaro v’ha dato sgusto,/ mò vene chillu straccione ’e Marzo e ve dà/ cchiù gusto.// Arre!” (da “Tommaso Esposito, Il carnevale acerrano nella tradizione popolare, Edizione Locale, 1979”).

“FREVALE – Io so’ frevale/curto e peggio ’e tutte/ che guerra pozzo fa’/ dint’ ’a chisti pochi juorni?/ si me calo ’nterra/ e piglio ’na frusta/ ve faccio vuta’/ mezz’ora attuorno./ Io so’ frevale e frevaleo/ viento ’e terra ca schiassea/ si ce occorre viento ’e mare/ poveri pecure e pecurare!/ ’O pecuraro tanno chiagne/ quanno sciocca,/ nu’ quanno magna pane e ricotta./ Ma che ricotta e ricuttina/ stasera ce avimmo divertì/ cu chitarre e mandulini;/ ma cu chitarre e mandulini scassati,/ stasera v’aggia fa’ ’nturza’ ’nganne/ chistu santo carnevale!/ Ce ave colpa mamma e tato/ ca nun guardanne a Sant’Aniello/ me facette nascere/ curto e cu ’o scartiello!/ Ma si io so’ curto/ e nun aggio accucchiato niente/ mo vene fratemo Marzo/ e ve fa’ schiucca’ ’e diente./ A te Marzo,/ non aver timore/ fa un passo avanti/ e fatti onore!” (da “Carnevale a cavallo”, elaborato e rappresentato presso il 2° Circolo Didattico di Marigliano nel 2006).

Si noti, in particolare, la chiusa rituale diversa, ma ugualmente pregnante, nei due testi. Ne esistono altre, tra le quali citerò una versione sciscianese che mi sembra altrettanto significativa: “E me ne vaco cuntento e felice/ e verite mio fratello Marzo che ve dice!

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