LA “RESISTENZA” DELLA POESIA

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In questi dialoghi, il prof. Giovanni Ariola ci presenta la leggerezza espressiva di Erri De Luca, ma anche l”appello per il Sud del poeta Michele Sovente.

– Ero andato, lo confesso, – racconta il prof. Carlo al collega Eligio – per ascoltare la lectio magistralis di Umberto Eco, lì al Salone del Libro di Torino. Sono arrivato troppo presto, l’incontro era fissato per le 17, non avevo capito che per accedere bisognava munirsi di un biglietto (gratuito) distribuito al Green Point e, invece di fare la fila, sono andato a cercare la Sala Oval dove sapevo che c’era la mostra dei libri più significativi pubblicati negli ultimi 150 anni dell’Italia unita.

Ho trovato alla fine la sala e… mi sono ritrovato seduto ad ascoltare Erri De Luca che teneva un incontro nella stessa sala alle 15,30. Mi era letteralmente sfuggito o avevo letto la notizia ma avevo scambiato i giorni …Insomma ho ascoltato Erri, un po’ svogliato all’inizio, sempre più attento poi e in alcuni momenti anche commosso. Ha parlato del suo ultimo libro “E disse” (Feltrinelli, 2011) nel quale rievoca il momento straordinario della storia degli Ebrei in cui Dio consegna al popolo eletto, scolpendoli col fuoco nella roccia del Monte Sinai, i dieci comandamenti.

Il pregio di quest’opera secondo me consiste nel fatto che l’autore, conoscitore dello yiddish e dell’ebraico antico, ricava i particolari dell’evento direttamente dalla Bibbia nella sua lingua originale…
– Ho letto questo suggestivo libretto – osserva il prof. Eligio – Erri ci ha abituati a questa dimensione “breve” delle sue opere, che comunque non si può definire né “minimalista”, “postmoderno”…anzi i valori della modernità ci sono tutti…

– E basta pensare – concorda il collega – a “Il giorno prima della felicità” (Feltrinelli, 2009), che a mio giudizio è una delle cose più riuscite dello scrittore napoletano…riesce a realizzare la callida iunctura della densità axiologica e della leggerezza espressiva (nell’accezione, quest’ultima, calviniana)…..si può dire che fa da contraltare all’ultimo romanzo di Eco “Il cimitero di Praga”, cupo, monotono, “pesante”…

– In “E disse” – ribatte il prof. Eligio – mi ha colpito il cap. relativo al settimo comandamento…aspetta …mi sono trascritto questo passo…”Non ruberai…No, però potrai entrare nel campo del tuo vicino e mangiare del frutto del suo seminato…E quando è stagione di raccolto il proprietario lascerà una decima parte del campo a beneficio degli sforniti. E ancora: quando i mietitori saranno passati con la falce, non potranno passare una seconda volta a completare. Quello che resta spetta al diritto di racimolare….. ‘Non opprimerai un salariato un povero un misero:dei tuoi fratelli e del tuo straniero che è nella tua terra’ (Deuteronomio,24,14). Rientra anche questo nel rigo ‘Non ruberai’ perché è rubare il fiato. Un salariato che vende la sua forza alla giornata non è un servo né un forzato…Se la persona umana è abbassata a merce, a refurtiva, chi la riduce a questo è ladro.” (pp. 69 – 70)

– Concordo con te…ritengo inoltre apprezzabile questo intento pienamente realizzato di Erri di recuperare il significato originario del testo biblico liberandolo dalle tante interpretazioni successive talvolta inesatte e fuorvianti. “Apro l’antica scrittura e mi avvio nel suo canto. – così disse lo scrittore nella sua conferenza – Non posso sentirlo, o poco, in sordina, ma leggo il suo spartito, lettere di un alfabeto scritto sul rigo in senso opposto al nostro. Viaggia contropelo al greco, al latino, alla scrittura occidentale….Rimontavo a un tempo precedente a forza di centimetri, di lettere, parole. Ricalcavo le mosse di un eploratore che va verso la sorgente di un fiume. Livingstone risalendo il Nilo non poteva essere più concentrato di me”.

Questo gli ha permesso di scoprire delle cose interessanti…Oltre quella cui hai accennato tu, vorrei citare anche il passo riguardante la cacciata dal paradiso terrestre di Adamo ed Eva e la punizione assegnata a quest’ultima per il peccato commesso. “Eva, Havà concepirà, partorirà con sforzo, con fatica. Non avrà l’agilità, la facilità naturale delle altre creature femminili….Non sono provvedimenti disciplinari, ma annuncio di conseguenze fisiche in seguito all’irruzione della conoscenza, che non è mai un torto…Sarebbe stato incomprensibile alle donne del Sinai sapere che mille anni dopo i traduttori in altre lingue della loro storia, avrebbero inventato una condanna della divinità ai danni del corpo femminile, punito coi dolori della messa al mondo. Non che manchino, ma non esiste la sentenza penale della divinità contro il parto, il punto più perfetto dell’arte di natura.” (pp. 41-42)

Il prof. Fantasia ha un volto mesto quando entra recando, oltre la solita borsa di pelle nera con vistose macchie di sdrucitura, che si allargano sempre più di giorno in giorno, una bracciata di giornali.
– Raccolgo un po’ di articoli – dice rispondendo allo sguardo interrogativo dei colleghi – su Giovanni Giudici, che, come sapete, ci ha lasciati la settimana scorsa…

Sono addolorato…credetemi…pensavo a lui alcuni giorni fa parlando con un amico poeta…ricordavo di averlo incontrato tanti anni fa a Bari, nel foyer del Teatro Petruzzelli, pochi mesi prima (1991) che questo fosse distrutto da un incendio doloso (sarà ricostruito e riaperto quasi venti anni dopo, nel 2009)..si rappresentava “Il Paradiso” di Dante di cui il poeta di Le Grazie (Porto Venere) aveva curato la sceneggiatura, con la regia di Federico Tiezzi e con gli attori de “I Magazzini Criminali” (Il lavoro faceva parte di una trilogia di cui l’Inferno era stato sceneggiato da Sanguineti e il Purgatorio da Luzi) …mi colpì per il suo aspetto dimesso, per il suo discorrere semplice, senza enfasi, soprattutto senza prosopopea, cordiale e sorridente con tutti, anche con me che gli ero del tutto sconosciuto…ti faceva sentire a tuo agio e gli parlavi come se avessi con lui una lunga frequentazione. Un maestro di stile antiletterario, erede degnissimo di Montale e di Saba…

– È proprio una stagione triste e crudele per la poesia – interviene il prof Piermario, sopraggiunto in quel momento, anch’egli con un’espressione grave e pensosa sul viso – Non sono passati due mesi da quando è morto il nostro Michele Sovente, il poeta dei Campi Fregrei, di Cappella per la precisione…se ne è andato in silenzio, senza salutare… era uno spirito indipendente…amava far parte per se stesso… lavorava e lavorava sodo, ma appartato…mi confidò una volta, quando il poeta nolano Aristide La Rocca lo sollecitava ad aderire al suo progetto di una Poesia Mediterranea portato avanti insieme con il gruppo redazionale della rivista Hyria, “nun so’ mai vuluto trasì dinto a nisciuna chisiella (non sono voluto entrare in nessuna chiesetta, non sono mai voluto far parte di nessun gruppo, di nessuna corrente letteraria).

Ma era gioviale…quando ci incontravamo, ci stringevamo la mano con amicizia sincera, disinteressata…ha portato avanti nelle sue poesie un esperimento linguistico originale e di grande efficacia, ha usato una sorta di trilinguismo scrivendo la stessa poesia in latino, italiano e dialetto napoletano (più precisamente quello parlato nella sua Cappella) realizzando una sorta di autotraduzione interna con una replicazione riuscita del processo creativo. Voglio leggervi alcuni versi di una sua poesia triplice:

“…tui non est/ mihi amor ultima salus,/ utinam nomina nostra pondus/ nuda destrueret – hoc est/ fastigium mortis neque/ nobis prodest – , num nova/siderea omnes dolos delent?” (da “Cumae”, Premio Viareggio 1999)
“…l’ultima/ salvezza mia non è il tuo amore,/ oh se il mare i nostri ignudi/ nomi sbriciolasse! – questo/ il culmine della morte né/ ci giova –, forse le novelle/ stelle estingueranno ogni dolo?”.(Ibid.)
“…tu nun sì pe me/ ll’urdemo scuoglio, ammagare putesse/ ’u mare squagliò ’i nomme nuoste/ annure – è chisto ’u meglio cadò/ ca ce fò ’a morte ma nun ce abbasta –,/ ’i stelle mò mò accumparute forze/ ponno stutò sti ’mbruoglie?” (Ibid.)
– Ho letto qualche tempo fa – osserva il prof. Fantasia – che aveva pubblicato un’altra raccolta di versi…

– Sì, – risponde commosso il prof. Piermario – pima di morire, ha fatto appena in tempo a veder pubblicato, nel febbraio scorso, il suo ultimo libro “I Superstiti”, con introduzione del poeta Eugenio De Signoribus, (Edizioni San Marco dei Giustiniani). Il poeta si sente superstite e considera superstiti tutti gli uomini del Sud che nonostante tutti i loro sforzi non riescono a cambiare, a riscattare questa terra, una delle più belle del mondo, oggi devastata e distrutta dalle varie camorre e dagli altri operatori del male. Ma non può finire così! E il poeta in questo suo ultimo lavoro lancia il suo appello, che è quasi un testamento, ai suoi lettori e a quanti lo hanno conosciuto e, chi più e chi meno, gli hanno voluto bene: “Chi sarà disposto a aiutarmi a resistere?”.

LA RUBRICA

TUTTO ESAURITO ALL’AUGUSTEO PER STEFANO BOLLANI. OSPITE D”ONORE MARIA PIA DE VITO

Bollani ha stregato il pubblico dell”Augusteo. Il compositore porta a Napoli un omaggio a Gershwin coinvolgente e originale. Ospite per l”occasione Maria Pia de Vito.

Quando una stella della musica passa in una Città, incontra le persone, condivide la propria arte, non può che lasciare una scia di incanto. Così accade che a distanza di giorni resta da qualche parte un po’ di magia, un’eco delle note si insinua, lasciando uno stato di grazia. Questo è avvenuto per il concerto di Stefano Bollani che si è tenuto il 24 maggio, con replica il 25, al Teatro Augusteo di Napoli. Tutto esaurito, teatro gremito per un artista capace di trovare la musica in ogni cosa, così le dita suonano i fogli degli spartiti lasciati sul piano, i piedi le assi del palco, tutto risuona, la musica è nel corpo non solo nelle note.

Il concerto è un tributo a Gershwin e la sua opera. Dopo il successo, oltre 60.000 copie vendute, del CD che Bollani ha inciso con l’orchestra del Gewandhaus di Lipsia, diretta da Riccardo Chailly ,il grande pianista italiano ci regala, un omaggio a Gershwin toccante ed originale. Ospite per l’occasione una stella di prima grandezza nel panorama jazzistico internazionale, la napoletanissima cantante Maria Pia de Vito. Musica sublime, incontro e commistioni meravigliose tra musica classica e jazz, splendide note scritte nello spartito ma anche improvvisazioni imprevedibili, esempio di grande qualità per avvicinare tutti alle immortali melodie del grande Gershwin.

Il concerto, previsto in un primo momento per un unica data è stato replicato per il grande successo di pubblico, sold out in pochi giorni. Stefano Bollani ha spaziato nel repertorio di Gershwin suonando le sue interpretazioni di «The man I love», «Lady be good», «Someone To Watch Over Me». E’ stato fortissimo il coinvolgimento del pubblico su brani come «Rapsodia in Blue», «Porgy and Bess» con la sua «Summertime» e «Un Americano a Parigi.
Il geniale e ironico musicista ha voluto dedicare, in chiusura, due brani a Napoli: Guapparia di Lorenzo Hengeller e Normalmente Joe Barbieri.

Lo spettacolo si è concluso con la rituale richiesta di brani del pubblico, in cui Bollani dimostra la sua grande capacità di improvvisazione, di trovare armonia e creare un brano unico con le melodie più differenti. Nell’occasione sono state fuse, tra le altre: Mazinga, Besame mucho, Heidi, Imagine, la colonna sonora di Nuovo cinema paradiso, tutto con citazioni a Stevie Wonder, per concludersi con imitazioni ad Allevi e presentazione del brano inedito Mafalda. Grande musica, grande talento, grande ironia per uno spettacolo che trascina in ogni nota, in ogni battuta.

Bollani è stato giudicato dalla critica una delle personalità più importanti del panorama musicale, soprattutto alla luce dei suoi recenti successi discografici e concertistici. Tredici anni fa un referendum tra i giornalisti, curato della rivista “Musica Jazz” lo proclamò il miglior nuovo talento del 1998.
Il 15 luglio 2010 ha ricevuto la Laurea Honoris Causa della Berklee College of Music, con solenne cerimonia a Umbria Jazz, Perugia.

COME EVITARE LA <I>CULPA IN VIGILANDO</I>

I genitori devono sempre individuare la persona cui affidare il proprio figlio minore,per evitare la culpa in vigilando.

Per la mamma che non vigila il minore che fa il bagno in piscina si configura l’omicidio colposo, se il bimbo annega e muore.

Caso
La mamma B. V. veniva condannata alla pena di anni uno di reclusione perché ritenuta responsabile di omicidio colposo di cui all’art. 589 cod. penale per aver abbandonato il figlio minore C. A. di anni tre che, il 10 agosto 2000, annegava in una piscina sita all’interno dello stabilimento balneare annesso all’hotel X..

La Cassazione ha ritenuto che la madre fosse in colpa perché, in una situazione caratterizzata dalla presenza nello stabilimento balneare di numerosi familiari (il padre era assente), aveva acconsentito genericamente che il bambino si accompagnasse al gruppo invece di affidarlo ad una persona specificamente individuata e incaricata della custodia.

La conseguenza era stata che nessuno dei parenti aveva seguito i movimenti del bambino e, anche per l’incuria del personale dello stabilimento e la disorganizzazione che lo caratterizzava per quanto riguarda la tutela della sicurezza delle persone (contro i responsabili si è proceduto separatamente), nessuno si era accorto che il bambino era caduto nella piscina e nessuno si era attivato per salvarlo.
La condotta della mamma è stata ritenuta esclusivamente colposa (omissione di vigilanza, disattenzione, mancato avviso ai congiunti, negligente considerazione della circostanza che il bambino si allontanava da solo e che la nonna si era recata altrove).

A nulla è servito alla mamma chiamare in causa la condotta di coloro che gestivano lo stabilimento e che erano tenuti a garantire la sicurezza dei frequentatori ed in particolare la sicurezza dei bagnanti che utilizzavano la piscina.
Eventi dannosi del tipo di quello verificatosi in concreto, secondo la Cassazione,sono prevedibili anche in strutture adeguatamente protette ed ipotizzabili da parte di una persona dotata di senso comune.

È sgradevole affermarlo in una vicenda che ha già così duramente colpito i familiari del bambino ma la madre, avendo violato per negligenza i suoi obblighi di vigilanza sui movimenti del minore, omettendo di affidarlo ad una persona espressamente incaricata della protezione o controllandolo personalmente e continuativamente, doveva prevedere che da questa condotta negligente potesse derivare un evento dannoso ed in particolare che, lasciato solo, il bambino potesse cadere nella piscina o entrarvi per il bagno senza essere adeguatamente protetto, per cui la morte del bimbo ben può essere considerata un omicidio colposo (Cassazione penale , sez. IV, sentenza 03.04.2008 n° 13939).

LA DIETA PER CHI SOFFRE DI VILTÁ

A Napoli, nei primi del “900, scoppia la mania della delazione, del pigliaeporta. Per costoro, il grande clinico Camillo de Renzi suggeriva la stessa dieta degli impotenti e dei frigidi. Di Carmine CimminoCome ho messo piede nella Biblioteca di Noviano, ho avuto la fortuna di trovare un fascio sostanzioso di carte inedite di tale Pepe Marlò Mastriani, che visse, lo si deduce a prima lettura, l’ultimo ventennio dell’Ottocento e il primo cinquantennio del Novecento. Fu, dicono le carte, un cronista della “mala“, ma poiché le tracce di un Pepe Marlò Mastriani giornalista non le ho trovate da nessuna parte, nemmeno nel libro preziosissimo di Raffaele Giglio, Letteratura in colonna, oso supporre che questo nome di rumorosa solennità sia stato in realtà uno pseudonimo, dietro cui si nascondeva, non so per quali motivi, un giornalista dalla penna elegante e pungente.

Mastriani è cognome napoletano, ma Pepe? E proprio Pepe si firma, quel tale, e non Peppe: sempre e solo Pepe, in tutti i fogli, che sono centinaia. E Marlò? Bah! Chi possiede la luce mi illumini. Il 7 marzo del 1912 questo Pepe Marlò Mastriani nota, su un foglietto di carta strappato da una moleskine Truman & Faber, che da cinque mesi, e cioè da quando l’Italia ha dichiarato guerra all’Impero Ottomano per togliere ai Turchi la Tripolitania e la Cirenaica, a Napoli cresce di giorno in giorno il numero di quanti si strappano i denti, e si recidono la punta del naso, o un orecchio, o perfino parti sostanziose di quegli organi complessi che sono il fondamento della mascolinità: e fanno di sé tanto macello, per non essere arruolati, e inviati a combattere contro i Turchi, e i Brassa e i Senussi.

Dieci giorni dopo, in un quadernetto dalla copertina color giallo cromo il Mastriani scrive di aver saputo da un giudice che a Napoli e in provincia è scoppiata un’epidemia di anonimato, e niente riesce a fermare il contagio. Centinaia di lettere anonime, neri stormi di corvi gracchianti, oscurano il cielo e appestano l’aria tra il Golfo e il Vesuvio.

E cresce – glielo conferma uno spione della polizia, che forse non gradisce la concorrenza – cresce il numero degli informatori, dei delatori, dei pigliaeporta. Pare che sia diventata una moda, una mania. Nullafacenti, nullatenenti, ricchi proprietari, ambulanti, sensali, e professionisti, perfino, girano per le piazze, si appostano nei caffé, vagano per i mercati, si infiltrano locchi locchi in gruppi e assembramenti, e osservano, ascoltano, memorizzano, per poi riferire a brigadieri guardie daziarie guardie a cavallo guardie urbane vigili del fuoco sindaci assessori uscieri e furieri ciò che hanno visto e sentito e anche solo annasato.

Scrive il Mastriani, con la sua nervosa grafia, in fondo alla pagina. “Non c’ è da stupirsi. Non c’è giorno in cui negli uffici dei giornali i corrieri postali non scarichino ceste di lettere al direttore i cui autori, dopo aver criticato polemizzato accusato, dopo aver impartito lezioni di sapienza di scienza e di morale urbi et orbi, a destra e a sinistra, si scordano, coraggiosamente, di firmare col proprio nome, o firmano con nomi vezzosi, Esterina, Orchidea, Giusquiamo, Briseide. Forse è colpa del Vesuvio, e delle piogge acide che danneggiano cuori e cervelli“. L’8 maggio Pepe Marlò (potrebbe essere un nome spagnolo? Marlò, Mirò?) in una lunga lettera racconta il tutto al grande clinico Camillo de Renzi e gli chiede se vi siano rimedi, e farmaci, e diete contro questa alluvione di viltà (egli scrive precisamente, contro tanta proluvie morbile di viltà).

Il 12 maggio il clinico così risponde: “Mi consenta, signor Mastriani, di osservare, in via propedeutica e per necessità di metodo, che Ella tende a confondere passioni e affezioni diverse. Il soldato che fugge davanti al nemico, il soldato che scappa ancor prima di aver visto il nemico, chiunque dimentichi il proprio onore e la propria dignità davanti a una pistola puntata, o a un bastone levato in alto e pronto a colpire: ebbene, tutti costoro soffrono di vigliaccheria, o codardia che dir si voglia. Che è un pathos, una passione, in alcuni casi momentanea, e più spesso duratura: ma è pur sempre una passione, diciamo così, attiva, perché mira, anche se attraverso comportamenti ignominiosi, a conservare un bene supremo, la vita”.

“Su tale passione può produrre qualche benefico effetto il brodo nero, spruzzato di sangue fresco di cinghiale, o anche di sangue di toro. È un’antica ricetta, messa a punto dagli Spartani. Io non mi oppongo a chi consiglia di aggiungere a questa terribile mistura anche aceto di vino rosso vesuviano, e una colma manciata di fleur de sel, i preziosi cristalli di sale grosso: ma preferisco quello che viene dalla Norvegia, ricco di guerreschi umori vichinghi, al fior di sale della delicata Provenza. Disperata, invece, mi appare la condizione degli altri, che sono precipitati nell’orrore di negare il proprio nome e di sdoppiarsi l’identità. Essi sono preda di una passione passiva, e dunque di un’affezione: e questa affezione è la viltà propriamente detta, che ha tratti in comune con la melanconia e con l’accidia”.

“Essi negano il proprio nome perché negano sé stessi, convinti, assai spesso a ragione, talvolta a torto, di non valere niente, di essere, come dicevano gli antichi, nullius momenti, di nessuna sostanza. Immersi nella palude di questo terribile sentimento, che, nei casi più gravi, li spinge a temere perfino che, se si guardano allo specchio, lo specchio non rifletterà nessuna forma, ma solo il vuoto e l’assenza, essi spruzzano sugli altri i neri umori della loro viltade. Sporcano. Offendono. Infangano. È un istinto, un impulso, un’incontinenza. Non lo fanno apposta. Non è odio. L’odio è pur sempre una passione attiva, e i vili non sono in grado di provare passioni attive e forti: le porte dell’animo loro si aprono solo a ciò che è basso e meschino”.

“Se avessi una qualche fiducia in quei signori che a Parigi e a Vienna vanno costruendo, con chiacchiere e trucchi da circo, una medicina dell’anima, direi che ai vili resta una sola speranza: aggrapparsi alle chiassose promesse di questi imbonitori. Io mi limito a far notare che i vili consumano le ore in uno stato di prostrazione cinerea. Potrebbe, perciò, essere utile anche a loro la dieta che si consiglia ai frigidi e agli impotenti: beveroni al peperoncino, che però infiammano i canali della digestione, e sono tormenti infernali; testicoli di toro impanati nella crusca; creste di gallo nero da combattimento, di Liegi”.

“Io, che sono un seguace della medicina analogica, aggiungo alla lista le paste a forma di mammella, note come seni di vergine, a patto che siano ripiene non della tradizionale crema pasticciera, che seda e assopisce, bensì di polpa di gamberoni e di lingue di passero. Ma soprattutto è indispensabile che i vili siano tenuti lontani, anche con la forza, dagli specchi e da tutte le superfici riflettenti. È indispensabile che non scoprano la scioccante espressione del loro volto. I guasti sarebbero irreparabili, definitivi”.

Questa è in, sintesi, la risposta del De Renzi. La dura polemica contro Charcot e Freud è un documento dei tempi. Il resto della lettera dice poco a chi, come noi, ha la fortuna di vivere in una società che mangia pane e coraggio. Coraggio e pane.
(Foto: Opera di Louise Bourgeois, Untitled (2003), tessuto e acciaio inox)

LA RUBRICA

THE TREE OF LIFE

Malick ha conquistato la Palma d”Oro all”ultimo festival di Cannes, stupendo la critica e il pubblico con un film difficile e ambizioso. Dietro le immagini si nasconde una riflessione straordinaria sul significato dell”esistenza.

L’ultima Palma d’oro a Cannes mette seriamente alla prova la possibilità di recensire un film restituendo al pubblico una parte del suo significato. Non ci sono motivi razionali per i quali The tree of Life potrà piacervi. Passate le due ore e venti di “bombardamento” visivo, sentirete – un sentire irrazionale, fisico – di aver assistito ad uno spettacolo sublime oppure potrà succedere che avvertirete un’impellente voglia di alzarvi dopo la prima mezzora chiedendovi: ma questo è un film?

Sfidiamo il buonsenso e proviamo a parlarne.
Per iniziare, può essere più facile chiarire quello che il film di Malick non è. Tutti sono più o meno d’accordo sul plot del film. Al centro troviamo una classica famiglia americana degli anni Cinquanta alla quale – lo vediamo nei primissimi minuti – viene comunicata la morte di uno dei figli.

E, sorpresa, il copione finisce qui. Nei primi dieci minuti viene esaurito l’unico elemento “drammatico”, nel senso specifico di “azione” narrativa.
Ebbene, buona parte dei giudizi negativi su questo film nasce da questo limite. Per molti il cinema è il racconto di una storia, di qualunque genere purché presenti uno sviluppo narrativo. Tuttavia, un film può essere anche la rappresentazione simbolico-visiva di un’idea, uno sguardo che non deve seguire sentieri comunicativi classici. The Tree of life appartiene a questa seconda categoria. Non è costruito su una storia, ma è pura rappresentazione, quadri in movimento legati dall’intento di riprodurre simbolicamente un tema e non da quello di distendere una trama.

E l’ambizione del tema è notevole. Molti film si sono interrogati sul mistero dell’esistenza. L’opera di Malick si inserisce in questo filone seguendo un percorso schematico “annunciato” nella prima parte, che può essere considerata quasi un’introduzione didascalica. La morte di un ragazzo – unico elemento narrativo – diventa lo spunto per legare le vicende di una famiglia ordinaria agli interrogativi sulle forze che muovono l’universo, un rapporto che non viene affrontato da una prospettiva laica bensì partendo dalla piena consapevolezza che dietro queste forze ci sia un grande manovratore.

Il regista sceglie di rappresentare questo rapporto attraverso l’enunciazione, fatta dalla madre del ragazzo, dell’esistenza di due forze contrapposte che regolano allo stesso tempo l’universo e l’agire umano: natura e grazia. La prima è l’impulso a condizionare, prevaricare; la grazia è lo stimolo alla comprensione, alla simbiosi. La perdita di un figlio ci introduce al ragionamento sul significato e sul rapporto reciproco tra le due forze primordiali e diventa, attraverso la sofferenza, il veicolo della comprensione di una forza regolatrice inafferrabile.

La prima parte del film è occupata da una ventina di minuti – molto criticati – durante i quali sullo schermo vengono proposte lunghe immagini di eventi naturali, paesaggi, vita animale e fenomeni cosmici. La legittima accusa di prolissità (non bastavano un paio di sequenze?) può essere respinta più sul piano emotivo che su quello razionale. Esposto nei primi minuti il conflitto dialettico alla base del film, l’incursione prolungata tra le forze – animali e naturali – del cosmo ha l’obiettivo di stordire lo spettatore con immagini che rinviano alla continua sovrapposizione tra grazia e natura nell’ordine divino del mondo.

Lo sguardo sul mondo naturale cede il passo a quello più lungo – perché più complicato – sul microcosmo umano e, dunque, sulla famiglia al centro del film. Come le scene sulla natura, anche le vicende umane non formano un filone narrativo consequenziale, assumendo i contorni di piccoli eventi e rappresentazioni del quotidiano. Il protagonista, il fratello del ragazzo morto, attraverso la contrapposizione tra la figura del padre (natura) e quella della madre (grazia) si muove sullo schermo immortalato da una serie di immagini che lo dipingono mentre sperimenta l’inevitabilità delle due forze.

Vedremo lo stesso ragazzo da adulto ancora alla ricerca di un’armonia tra le due anime (dell’uomo e del cosmo), una ricerca che diventa non solo un mezzo per comprendere e accettare il proprio passato – la morte del fratello, l’amore per la madre e il rapporto controverso con il padre – ma soprattutto un percorso per rapportarsi a Dio. Natura e grazia, bilancia dell’agire umano e dell’universo, sono l’essenza stessa di un divino che l’uomo non comprende e al quale deve rassegnarsi, perché riconosce l’inevitabilità di quello stesso conflitto al proprio interno e comprende che è quel conflitto a renderlo partecipe dell’ordine divino.

Per affrontare temi tanto complessi, Malick sceglie la strada più coraggiosa, forse l’unica possibile. The tree of life è ostentatamente anti-narrativo. Le scene sono finestre sulla vita quotidiana, estetizzate da lunghe carrellate, da voci fuoricampo che riportano i pensieri senza “guidare” lo spettatore, frammenti lontani gli uni dagli altri per i contenuti ma vicini nei simboli. Non c’è racconto, si diceva, ma solo rappresentazione. Ed è la scelta migliore per evitare la tentazione di legare i temi trattati ad una singola vicenda. Qui di classico c’è solo l’input (il lutto), dal quale parte una riflessione che coinvolge in un’unica danza l’universo e l’uomo, la natura e la grazia, fino a toccare Dio.

Non è un film facile, né vuole esserlo. È l’opera di un grande autore che ha scelto di ridare nuova forma a vecchi temi, immergendo le profonde riflessioni sulla natura dell’uomo e di Dio in un linguaggio dove le parole sono messe ai margini, quasi fastidiose, e lasciano il campo al potere delle immagini, alla suggestione del mistero della vita che si nasconde dietro una foglia, un bambino o un’esplosione nel cosmo.
(Fonte foto: Rete Internet)

Regia di Terrence Malick, con Brad Pitt, Sean Penn, Jessica Chastain, Hunter McCracken
Durata: 140 minuti
Uscita nelle sale: 18/05/2011
Voto 8,5/10

LA RUBRICA

L’ISTAT FOTOGRAFA LE NOSTRE POVERTÁ

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La situazione sociale ed economica è preoccupante. Ma non dobbiamo perdere la speranza che una nuova classe politica ci tiri fuori dal pantano in cui siamo precipitati. Di Don Aniello Tortora

Circa un quarto degli italiani (il 24,7% della popolazione, più o meno 15 milioni) «sperimenta il rischio di povertà o di esclusione sociale». Il rischio povertà riguarda circa 7,5 milioni di individui (12,5% della popolazione). Mentre 1,7 milione di persone (2,9%) si trova in condizione di grave deprivazione. Nelle regioni meridionali, dove risiede circa un terzo degli italiani, vive il 57% delle persone a rischio povertà (8,5 milioni) e il 77% di quelle che convivono sia col rischio, sia con la deprivazione sia con intensità di lavoro molto bassa (469mila).

Non lavorano e non studiano, soprattutto donne e nel Mezzogiorno (poco oltre 2,1 milioni), i giovani fra i 15 e i 29 anni che non hanno un lavoro e non frequentano alcun corso di istruzione o formazione. Nel 2010, è occupato circa un giovane ogni due nel Nord, meno di tre ogni dieci nel Mezzogiorno. Ben 800mila donne, con l’arrivo di un figlio, sono state costrette a lasciare il lavoro, perchè licenziate o messe nelle condizioni di doversi dimettere.

Le famiglie italiane sono ancora in ginocchio per la crisi economica che ha colpito il paese.
La percentuale di famiglie materialmente deprivate sale al 26,0 per cento nel Mezzogiorno e scende al 9,7 al Nord. Ma, nonostante tutto, anche nel 2010 la famiglia ha svolto il ruolo di ammortizzatore sociale nei confronti dei giovani, affiancandosi alla cassa integrazione che ha sostenuto una larga quota di adulti con figli. Per quanto riguarda il reddito disponibile delle famiglie, questo si concentra per il 53% nelle regioni del Nord, per il 26% nel Mezzogiorno e per il restante 21% nel Centro.

Potremmo fare, davanti a questi dati, tre considerazioni. La prima è legata ad un tasso di crescita dell’economia italiana del tutto insoddisfacente; anche i segnali di recupero dei livelli di attività e della domanda di lavoro non sono ancora tali da riuscire a riassorbire la disoccupazione e l’inattività e quindi non ci sono le condizioni di rilancio di redditi e consumi.

Una seconda valutazione è legata alla maggiore vulnerabilità delle persone e delle famiglie. A parità di altre condizioni, oggi i guadagni sono inferiori, come minori sono anche le prospettive di sviluppo. Il prezzo più elevato della crisi è pagato dai giovani e dalle donne: mentre sono escluse dal mercato del lavoro, portano un carico significativo legato al sistema di cura, supplendo alle carenze del sistema pubblico. Anche molti anziani vivono in condizioni di disagio, legato all’erosione dei legami sociali e all’emergere di nuove solitudini.

Infine, la crescente debolezza economica e sociale dell’Italia del Sud riavvia fenomeni di migrazione e un conseguente depauperamento del capitale umano disponibile.

La gente è sempre più preoccupata per il proprio futuro e guarda con incredulità e stupore a una politica “da palazzo” che si allontana sempre più dai loro problemi veri e reali, e incapace di dare risposte adeguate.

A tal proposito mi sembrano molto significative e puntuali le riflessioni del Card. Bagnasco, all’ ultima Assemblea dei Vescovi italiani:
“Dalla crisi oggettiva – ha detto – in cui si trova, il Paese non si salva con le esibizioni di corto respiro, né con le slabbrature dei ruoli o delle funzioni, né col paternalismo variamente vestito, ma solo con un soprassalto diffuso di responsabilità che privilegi il raccordo tra i soggetti diversi e il dialogo costruttivo”.

“Se ciascuno – ha ribadito, inoltre, Bagnasco – attende la mossa dell’altro per colpirlo, o se ognuno si limita a rispondere tono su tono, non se ne esce, tanto più che la tendenza frazionistica si fa sempre più vistosa nello scenario generale come all’interno delle singole componenti. La gente è stanca di vivere nella rissa e si sta disamorando sempre di più dalla politica” che appare “non raramente, inguardabile, ridotta a litigio perenne, come una recita scontata e, se si può dire, noiosa”, ha affermato il cardinale, che ha definito senza mezzi termini "vaniloquio" quello a cui assistiamo nel dibattito politico: “una spirale dell’invettiva – ha spiegato – che non prevede assunzioni di responsabilità”.

“Gli appelli a concentrarsi sulla dimensione della concretezza, del fare quotidiano, della progettualità, sembrano – ha lamentato il Presidente della CEI – cadere nel vuoto”.
Mai dobbiamo perdere la speranza che una nuova classe politica possa al più presto farci uscire dalle sabbie mobili nelle quali ci siamo attualmente e socialmente impantanati.
(Fonte foto: Rete Internet)

LA RUBRICA

“IL MIGLIORE DEI MONDI POSSIBILI”. UN IMPEGNO SOCIALE MOLTO ORIGINALE

Terza edizione della serata ideAle, promossa dalla Fondazione “Alessandro Pavesi”. Protagonisti, gruppi di giovani capaci di trasmettere emozioni forti e importanti. Di Annamaria Franzoni

Nella serata del 18 maggio scorso, presso il Teatro Delle Palme di Napoli si è svolta la Terza Edizione della serata ideAle condotta da Peppe Miale, che lo scorso anno mise in scena, sempre per la Fondazione “Alessandro Pavesi” lo spettacolo “Iuve- Napoli 1 – 3”.

L’attore e direttore artistico del Theatre de Poche, con gran simpatia e grande partecipazione emotiva ha introdotto sulla scena i numerosi giovani che hanno contribuito a far crescere in modo rigoglioso “le piantine di Ale”, diffondendo un serio impegno di giustizia e solidarietà nei diversi ambiti sociali, prima che sul palco salisse Dario Vergassola, ospite d’onore della serata.
È stata una bella occasione per condividere una splendida serata che ha consentito alla Fondazione di raccogliere fondi a favore del reparto di oncologia pediatrica dell’Ospedale Pausillipon.
Le attività della Fondazione sono infatti molteplici e sempre rivolte a migliorare la qualità della vita in particolare tra i giovani, aiutando le fasce più deboli e stimolando la promozione di attività che sviluppino un proprio ed originale impegno sociale.

Ricordiamo tra le numerose attività di quest’anno la serata ideAle alla Scalinatella che ha consentito la costruzione di una nuova ludoteca per i bambini ricoverati nel reparto di neurochirurgia dell’Ospedale Santobono; l’attribuzione della “Borsa di studio Alessandro Pavesi 2011-2012” alla dottoressa Serena Ricci, laureata in Scienze Politiche all’Università di Bologna, che ha presentato un interessante progetto di ricerca sul rapporto fra violazioni dei diritti umani e distorsioni del sistema economico globale da svolgere presso l’università di Essex (UK) nell’ambito di un LLM in Human Rights che le consentirà di mettere a frutto la consolidata esperienza sulla tutela dei diritti umani realizzata in prolungati periodi di permanenza in Africa;

l’attività di volontariato nel quartiere della Sanità in un progetto che vede coinvolti tanti giovani adolescenti con i bambini dell’Istituto Federico Ozanam, le giornate dello sport e le attività legate ai ragazzi della Champion Center di Scampia che vincono nel karate titoli in Italia e all’estero allenandosi in mezzo a mille difficoltà, orgogliosi del loro motto “la Scampia che vince nella vita”, e i numerosi progetti nelle scuole tra cui la scuola Media Statale “C. Poerio” che anche grazie alla Fondazione ha realizzato il libro “Il migliore dei mondi possibili” le cui fantastiche splendide storie sono state lette in scena dal conduttore Peppe Miale.

Sono stati proprio i gruppi giovanili, protagonisti delle attività sinteticamente sopra citate a raccontarle, offrendo al pubblico in sala emozioni forti e significative e comunicando quanto sia a arricchente vivere l’impegno per la giustizia e la solidarietà.
È stata, poi, la volta del comico e cantautore ligure Dario Vergassola che ha scherzosamente e spesso con ironia sottile affrontato argomenti e temi scottanti della nostra realtà contemporanea anche con doppi sensi, tipici della sua comicità, che hanno fatto sorridere il folto pubblico in sala composto prevalentemente da giovani adolescenti i quali hanno vissuto un’ora di riflessione condivisa scherzosamente con genitori e adulti di riferimento del mondo della scuola.

La serata si è conclusa con i saluti della famiglia Pavesi che ha voluto dedicare la serata, insieme ad Alessandro, a quei tanti – troppi – giovani sogni tragicamente svaniti nel nulla prima ancora che potessero prendere una pur labile forma.

OSSERVATORIO ADOLESCENTI
http://www.ilmediano.it/aspx/visCat.aspx?id=29

PROPOSTA DI POLITICHE SOCIALI A FAVORE DEI GIOVANI

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Napoli è la città più giovane d”Italia e i giovani napoletani sono la più grande risorsa per il capoluogo. Una proposta al futuro sindaco. Di Amato Lamberti

Durante la campagna elettorale per il rinnovo del Consiglio comunale e l’elezione del nuovo Sindaco, oggi finalmente arrivata al ballottaggio, si è parlato spesso di politiche sociali e della necessità di maggiori investimenti su uno dei settori più delicati per la vita e la coesione della città. Le proposte sono stata diverse ma mi ha colpito il fatto che non si è mai ricordato quanto era stato fatto, magari per criticarlo e smontarlo. Eppure a Napoli sono state messe in moto iniziative che hanno anche avuto riconoscimenti nazionali e internazionali.

Con il progetto "Sicurezza e Legalità", approvato in Giunta comunale nel 1997, sono state attivate numerose e interessanti iniziative sul piano della prevenzione (vigilanza scolastica, accompagnamento persone anziane, pony della sicurezza e della solidarietà, gruppi di aiuto, progetto "Fratello maggiore", recupero in area penale minorile, campagne di sensibilizzazione, educazione alla legalità); sul piano della concertazione e della partecipazione (Comitati circoscrizionali per la Sicurezza e la Solidarietà, condomini sociali, adozione di spazi pubblici); sul piano della riduzione del danno e di aiuto alle vittime ( unità operativa per le tossicodipendenze, nucleo operativo di emergenza mobile, unità mobile per i senza fissa dimora, progetto "Chance", rete antiviolenza, numero verde per le donne che subiscono violenza, progetto "SollecitAzioni"); sul piano della mediazione culturale e sociale (inclusione Rom, mediazione tra autoctoni e immigrati).

I risultati sono stati inferiori alle aspettative, probabilmente, perchè il coordinamento delle iniziative, alcune delle quali anche molto innovative, è risultato carente, soprattutto per quanto riguarda la necessità di assicurare sia il sostegno necessario a superare le difficoltà e sia il monitoraggio costante per verificare i risultati e gli aggiustamenti necessari. Inoltre, è mancata la necessaria attenzione al problema della carenza di luoghi di aggregazione, soprattutto per i giovani, attrezzati e permanenti, sul modello di quelli sperimentati, negli anni 2001-2003, dall’amministrazione provinciale di Napoli, prima come "Cantieri di innovazione sociale" e poi come "Laboratori Metropolitani".

Con i "cantieri" per l’innovazione sociale, si avviò una sperimentazione sulla progettualità nel sociale cominciando col mettere in rete ciò che già esisteva ed operava sul territorio di riferimento, ma arricchendone la capacità operativa con nuovi strumenti e collegamenti, in un’ ottica nuova di sperimentazione delle risposte ai bisogni del territorio e dei giovani. I "cantieri" volevano essere, da un lato, spazi rivolti ai giovani, luoghi di aggregazione, di incontro, di informazione-orientamento, di consumo e promozione culturale, e, dall’altro, luoghi per attività creativo-espressive e laboratoriali -sul modello delle "Maison de la culture" francesi.

Napoli è la città più giovane d’Italia. Su cento abitanti, ventotto sono giovani. Una grande risorsa; anzi, la più grande risorsa a disposizione della città, perché i giovani, come ripetono in ogni occasione i politici di tutti gli schieramenti, sono portatori di innovazione, di creatività, di nuove idee e proposte più adeguate ai cambiamenti in atto nel mondo sempre più globalizzato. Naturalmente di parole se ne dicono tante, ma di fatti concreti non se ne vedono: la risorsa giovani continua ad essere sprecata. Eppure basterebbe poco, magari copiando –visto che idee nuove i nostri politici non sono proprio in grado di elaborarle- quello che si è già sperimentato con successo in altri Paesi d’Europa.

Affidandosi ai giovani si potrebbero, dando, però, loro la possibilità di esprimersi, elaborare progetti più aderenti ai bisogni e alle aspettative del nostro territorio.
La mia proposta, al futuro Sindaco (che spero sia Luigi de Magistris), per quanto riguarda le politiche sociali a favore dei giovani, è questa:

1.Attrezzare, in ogni municipalità, spazi e luoghi di aggregazione per i giovani, sul modello delle “Maison de la Culture e de la Jeunesse”, che sono diffuse su tutto il territorio francese. Strutture dove i giovani possano riunirsi, incontrarsi, discutere, leggere giornali e riviste, frequentare una biblioteca-videoteca, fare teatro, fare musica, navigare su internet, frequentare palestre e scuole di ballo, consultare le banche dati sulle offerte di lavoro, di borse di studio, di corsi di specializzazione, di master in Italia e all’estero. Un luogo positivo, gestito dagli stessi giovani, secondo il modello del part-time universitario, dove si possa star bene senza aver bisogno di molti soldi, dove ci si possa confrontare con quello che di positivo si muove nella città.

2.Negli stessi spazi, o in spazi immediatamente vicini, ma direttamente collegati, si dovrebbero attrezzare dei “laboratori di creatività”, dove i giovani, organizzandosi in piccoli gruppi, possano lavorare a progetti micro-imprenditoriali,”inventandosi” un lavoro nel quale investire le proprie capacità e realizzare le proprie aspirazioni. Per sostenere e rendere produttiva la creatività dei giovani, nei “laboratori di creatività”, dovrebbero essere previsti degli stages di formazione sulla progettualità operativa e sulla elaborazione di studi di fattibilità.

3.Accanto ai “laboratori di creatività” andrebbero attrezzati degli “incubatori di creatività” nei quali, i progetti micro-imprenditoriali che si sono dimostrati “fattibili”, possano avviare la fase produttiva, sostenuti da un finanziamento premiale, per le spese di impianto e attrezzature, e da un “prestito d’onore”.

Queste strutture, che sono alla portata del Comune e della Regione, se realizzate senza sprechi e inutili Consigli di Amministrazione, consentirebbero ai giovani della nostra città di avere finalmente dei punti di riferimento, nei quali ritrovarsi per utilizzare positivamente il tempo libero e la voglia di stare insieme e dove poter sperimentare le proprie capacità e la propria creatività in modo concreto ed operativo, senza essere costretti a “pariare” in modo inconcludente in un deserto di opportunità e di prospettive di futuro.

Tanti sono oggi i giovani che hanno voglia di costruirsi un futuro con le idee e i progetti che hanno in testa. Hanno solo bisogno di essere aiutati a realizzare quelli che rischiano di restare solo sogni insoddisfatti.
(Fonte foto: Rete Internet)

LA RUBRICA

CAMORRA, GOMORRA E COPERTINE SIMILI

Il libro di Roberto Saviano ispira ancora; perfino alcuni elementi della copertina vengono ripresi per promuovere il lancio di libri di altri autori. Gomorra fa ancora discutere: ma perchè sta sullo stomaco a tanti? Di Carmine Cimmino

Marcella Marmo, docente di storia contemporanea alla Federico II, “studiosa della criminalità e della politica criminale tra Otto e Novecento“, paziente ricercatrice di documenti d’archivio sulla camorra dell’ Ottocento, a questa camorra ha dedicato il suo libro “Il coltello e il mercato – la camorra prima e dopo l’unità d’Italia “, pubblicato di recente. In realtà, alla camorra “prima dell’unità d’Italia“ non sono riservate molte pagine. È probabile che gli studiosi attendano i risultati delle ricerche condotte da qualche tempo – era ora – presso gli Archivi di Stato sulla consistenza e sull’organizzazione della gamorra borbonica.

“È tutta da svolgere – scrive la studiosa – la ricerca sulla polizia borbonica, che non si è spinta oltre il decennio francese.”. Ci vorrà molto tempo, e credo che alla fine sarà necessario scrivere daccapo capitoli fondamentali della storia dell’Onorata Società. Il coltello e il mercato esamina vicende e personaggi significativi della camorra del secondo Ottocento e si chiude con l’ uscita di scena dell’ultimo capocamorra del secolo, Francesco Cappuccio ‘o signurino , morto nel 1892, e di Teofilo Sperino, campione di guapparia, già garibaldino, morto nel ’93, e con qualche riferimento al processo Cuocolo. Che apre il secolo XX, e che è, per numero e ruolo degli imputati, il primo processo di camorra: ed è anche, forse non per caso, uno dei processi più “truccati“ e manipolati – dagli inquirenti, non dagli inquisiti – della storia giudiziaria italiana.

Ha suscitato qualche perplessità la copertina del libro della Marmo, assai simile a quella di Gomorra, il best-seller di Roberto Saviano, “Fratelli coltelli. Rosa fucsia, minacciosi e d’autore, perché nati dalla mano di Andy Warhol, quelli che campeggiano sulla copertina di Gomorra. Violacei, con una linea che richiama i pezzi di argenteria di cui generalmente ci si lamenta perché non tagliano mai, quelli scelti per II coltello e il mercato“.

Così ha scritto Chiara Marasca sul Corriere del Mezzogiorno del 13 maggio. Quando ho visto la copertina, ho pensato che una intenzione ironica avesse spinto il grafico a sostituire gli appuntiti coltelli di Warhol con coltelli costosi e forse inutili, simbolo della pacchianeria di certi camorristi. Invece l’editore ha rivelato che il grafico si era proposto “di provare a dissacrare un’opera attorno alla quale si è creata una sorta di alone di intoccabilità“.

Il 10 maggio 2007 il Corriere del Mezzogiorno pubblicò uno stralcio del saggio di Marcella Marmo “Camorra come Gomorra: le virtù mediatiche del romanzo no fiction di Roberto Saviano” che sarebbe apparso dieci giorni dopo nella rivista francese “La Vie de Idées“. Lo stralcio del Corriere portava il titolo Saviano spiegato ai Francesi. Analisi di una penna bulimica. La studiosa definiva Gomorra un racconto sociologico di qualità, che però “ha propensione scarsamente analitica “. Saviano non approfondisce “il nodo cruciale della particolare violenza delle guerre di mafia nel quadro contemporaneo, in cui i mercati illegali di lunga distanza, l’espansione della spesa pubblica e la stessa déregulation del ciclo liberista allargano di molto l’accumulazione per vie criminali”.

L’autrice non condivideva la spiegazione che Saviano dà delle guerre di camorra che si combattono senza tregua tra Napoli e Caserta dal terremoto dell’’80, e non giustificava la “disinvoltura“ con cui egli parla di borghesia camorrista, di questa imprenditoria rampante, di cui lo stesso Saviano confessa di sentire il fascino. La Marmo non faceva sconti: “ In sintesi, la confusione teorica che affolla alcune pagine di Gomorra paga lo scotto al radicalismo necessariamente approssimativo della cultura no global / new global, diffusa nella cultura di opposizione (non solo giovanile)”.

Insomma, la storica riteneva che il valore del libro fosse soprattutto letterario. La penna di Saviano le appare ingorda di immagini, di metafore, e anche di iperboli, e il tema della camorra, con i suoi aspetti “estremi“, mette a disposizione di questa voracità tutto il cibo che le serve. “In ogni parte del libro l’angoscia regressiva che prende allo stomaco, il disgusto, rimbalza dalle numerosissime metafore corporee che alludono a un dentro / fuori propriamente viscerale. Pare che lo scrittore sia ossessionato dalla invasione delle merci”.

Non credo che il fascino delle cose sia un “argomento“ solo letterario: chiare manifestazioni di questo concreto incantamento prodotto dagli oggetti si trovano nelle confessioni di briganti, camorristi, ladri e grassatori dell’Ottocento, nei dettagliati elenchi forniti dalle vittime di rapine e furti, e perfino nelle note di polizia. La Marmo, dopo aver sezionato il romanzo – saggio con quasi tutti i coltelli dell’analisi letteraria: la psicanalisi, la sociologia, la stilistica, lo giudicava “bello“- “è il primo testo letterario di livello in 150 anni di scrittura sulla camorra ”-, ma si domandava, perplessa, se fosse “efficace nel rilancio della politica antimafia, di cui Napoli e la regione Campania hanno un concreto bisogno”. Questo nel 2007. Il resto è noto.

Saviano segue la strada che gli viene indicata dalle sue idee, dal ruolo che si è assegnato, dal “personaggio“ che si è costruito addosso, e che assomiglia molto a un Cavaliere Solitario. Da due anni sono entrati in azione pompieri e sfasciamiti, qualcuno accusa lo scrittore di gettar fango su Napoli e sull’Italia con le sue storie di camorra, lo scrittore si permette di dire che qualche coorte di ‘ndranghetisti ha messo accampamento e bottega anche dalle parti di Milano, la Lega strepita, una certa sinistra già strepita da tempo. Nel 2010 Alessandro Del Lago ha pubblicato il pamphlet “Eroi di carta“, in cui spara a palle incatenate su Saviano, populista, moralista, impolitico e perfino “cattivo scrittore“. Va in scena il solito teatro delle parti.

Se Del Lago attacca, Roberto Esposito difende: Saviano è un coraggioso e il suo libro è “insieme saggio di denuncia e testo letterario. Questo non piace a chi ama la distinzione pura dei generi “. Intervistato da Simona Brandolini (Corriere del Mezzogiorno, 26 maggio 2010), De Giovanni ringrazia Del Lago per aver avuto il coraggio di lanciare il grido di liberazione: basta con la Savianeide, basta con gli angeli vendicatori. Che Saviano irriti una certa sinistra più di quanto il fumo irriti gli occhi, mi pare cosa naturale, considerati i problemi della sinistra napoletana. Che lo scrittore abbia esagerato nell’indossare i panni di San Giorgio che combatte da solo contro il drago, mi pare evidente.

Ma perché egli sta sullo stomaco anche a qualche analista dei fenomeni sociali? In quale riserva di caccia è entrato, senza averne licenza? Alla prossima.
(Foto: Quadro di Alberto Savinio: "L’ Ambizione" – 1944)

LA RUBRICA

“TENTATA MEMORIA” TEATRO E IMPEGNO CIVILE PER PRATICARE E DIFFONDERE LA LEGALITÁ

Narrazione, musica e teatro per educare alla legalità, un tentativo di conservare e condividere la memoria di Mimmo Beneventano, medico di Ottaviano assassinato nel 1980.

Sabato ventuno maggio si sono concluse le iniziative promosse nell’ambito del progetto «Pratica e diffondi la legalità», organizzate da Legambiente di Ottaviano.
«Tentata memoria» è lo spettacolo teatrale scelto per la serata conclusiva. Lo spettacolo è stato presentato agli alunni della scuola elementare intitolata a Mimmo Beneventano, medico trentaduenne di Ottaviano assassinato nel 1980. La serata si è svolta nel castello Mediceo di Ottaviano, che fu di Cutolo, oggi simbolo della legalità, bene sequestrato alla camorra e attuale sede del Parco Nazionale del Vesuvio.

Lo spettacolo di e con Eduardo Ammendola, con interventi musicali a cura degli R&Fusion in duo acustico (Emanuele Ammendola e Luca di Sieno), è un tentativo di ricostruire la memoria. Ricordare, come recita il prologo, è un modo per «ridare al cuore». Ed è questa l’operazione che emerge dallo spettacolo. Una ricostruzione dei fatti attraverso gli articoli scritti a partire dall’assassinio. Una ricostruzione che non parte dai racconti di coloro che hanno conosciuto la vittima ma dalla responsabilità morale che Mimmo Beneventano ha lasciato alle generazioni successive. È proprio l’attore, un giovane medico di Ottaviano, anche lui trentenne, a chiedersi come fare a ricordare.

La lettura di articoli tratti dai quotidiani, una piccola rassegna stampa con brani che raccontano le vicende giudiziarie, si intrecciano ai ricordi dell’attore-bambino. I racconti dell’attore sembrano alcune volte staccati dalla cronaca, eppure ricostruiscono un immaginario, proiettano lo spettatore nel clima di quegli anni in cui la violenza era palpabile, seppure non detta, al punto di manifestarsi nei sogni di un bambino che immagina i ladri come delle enormi mosche che di notte rubano le auto.

«Questo non è uno spettacolo teatrale» dice Eduardo Ammendola «forse lo era alla sua nascita, sette anni fa. Oggi è una tragicomica orazione civile che ha bisogno provvisoriamente di un teatro. E’ ispirata dall’Arte, da quell’insieme di Fiabe/Leggende/Dicerie incarnate e lasciate incompiute da Domenico Beneventano, Medico e Consigliere Comunale di Ottaviano, e non tanto dalla sua vita (ucciso il 7 Novembre 1980, ad Ottaviano, in un omicidio di stile camorristico purtroppo senza accertati mandanti ed esecutori). Nasce dal bisogno di un rito collettivo, caldo e di ricordo, non di memoria. Per questo non è un semplice spettacolo, ma è una sentita orazione civile che ha bisogno provvisoriamente di un teatro.»

Alla serata sono stati presenti Pasquale Giugliano per Legambiente e Rosalba Beneventano, sorella di Mimmo e Presidente della Fondazione Mimmo Beneventano.