In questi dialoghi, il prof. Giovanni Ariola ci presenta la leggerezza espressiva di Erri De Luca, ma anche l”appello per il Sud del poeta Michele Sovente.
– Ero andato, lo confesso, – racconta il prof. Carlo al collega Eligio – per ascoltare la lectio magistralis di Umberto Eco, lì al Salone del Libro di Torino. Sono arrivato troppo presto, l’incontro era fissato per le 17, non avevo capito che per accedere bisognava munirsi di un biglietto (gratuito) distribuito al Green Point e, invece di fare la fila, sono andato a cercare la Sala Oval dove sapevo che c’era la mostra dei libri più significativi pubblicati negli ultimi 150 anni dell’Italia unita.
Ho trovato alla fine la sala e… mi sono ritrovato seduto ad ascoltare Erri De Luca che teneva un incontro nella stessa sala alle 15,30. Mi era letteralmente sfuggito o avevo letto la notizia ma avevo scambiato i giorni …Insomma ho ascoltato Erri, un po’ svogliato all’inizio, sempre più attento poi e in alcuni momenti anche commosso. Ha parlato del suo ultimo libro “E disse” (Feltrinelli, 2011) nel quale rievoca il momento straordinario della storia degli Ebrei in cui Dio consegna al popolo eletto, scolpendoli col fuoco nella roccia del Monte Sinai, i dieci comandamenti.
Il pregio di quest’opera secondo me consiste nel fatto che l’autore, conoscitore dello yiddish e dell’ebraico antico, ricava i particolari dell’evento direttamente dalla Bibbia nella sua lingua originale…
– Ho letto questo suggestivo libretto – osserva il prof. Eligio – Erri ci ha abituati a questa dimensione “breve” delle sue opere, che comunque non si può definire né “minimalista”, né “postmoderno”…anzi i valori della modernità ci sono tutti…
– E basta pensare – concorda il collega – a “Il giorno prima della felicità” (Feltrinelli, 2009), che a mio giudizio è una delle cose più riuscite dello scrittore napoletano…riesce a realizzare la callida iunctura della densità axiologica e della leggerezza espressiva (nell’accezione, quest’ultima, calviniana)…..si può dire che fa da contraltare all’ultimo romanzo di Eco “Il cimitero di Praga”, cupo, monotono, “pesante”…
– In “E disse” – ribatte il prof. Eligio – mi ha colpito il cap. relativo al settimo comandamento…aspetta …mi sono trascritto questo passo…”Non ruberai…No, però potrai entrare nel campo del tuo vicino e mangiare del frutto del suo seminato…E quando è stagione di raccolto il proprietario lascerà una decima parte del campo a beneficio degli sforniti. E ancora: quando i mietitori saranno passati con la falce, non potranno passare una seconda volta a completare. Quello che resta spetta al diritto di racimolare….. ‘Non opprimerai un salariato un povero un misero:dei tuoi fratelli e del tuo straniero che è nella tua terra’ (Deuteronomio,24,14). Rientra anche questo nel rigo ‘Non ruberai’ perché è rubare il fiato. Un salariato che vende la sua forza alla giornata non è un servo né un forzato…Se la persona umana è abbassata a merce, a refurtiva, chi la riduce a questo è ladro.” (pp. 69 – 70)
– Concordo con te…ritengo inoltre apprezzabile questo intento pienamente realizzato di Erri di recuperare il significato originario del testo biblico liberandolo dalle tante interpretazioni successive talvolta inesatte e fuorvianti. “Apro l’antica scrittura e mi avvio nel suo canto. – così disse lo scrittore nella sua conferenza – Non posso sentirlo, o poco, in sordina, ma leggo il suo spartito, lettere di un alfabeto scritto sul rigo in senso opposto al nostro. Viaggia contropelo al greco, al latino, alla scrittura occidentale….Rimontavo a un tempo precedente a forza di centimetri, di lettere, parole. Ricalcavo le mosse di un eploratore che va verso la sorgente di un fiume. Livingstone risalendo il Nilo non poteva essere più concentrato di me”.
Questo gli ha permesso di scoprire delle cose interessanti…Oltre quella cui hai accennato tu, vorrei citare anche il passo riguardante la cacciata dal paradiso terrestre di Adamo ed Eva e la punizione assegnata a quest’ultima per il peccato commesso. “Eva, Havà concepirà, partorirà con sforzo, con fatica. Non avrà l’agilità, la facilità naturale delle altre creature femminili….Non sono provvedimenti disciplinari, ma annuncio di conseguenze fisiche in seguito all’irruzione della conoscenza, che non è mai un torto…Sarebbe stato incomprensibile alle donne del Sinai sapere che mille anni dopo i traduttori in altre lingue della loro storia, avrebbero inventato una condanna della divinità ai danni del corpo femminile, punito coi dolori della messa al mondo. Non che manchino, ma non esiste la sentenza penale della divinità contro il parto, il punto più perfetto dell’arte di natura.” (pp. 41-42)
Il prof. Fantasia ha un volto mesto quando entra recando, oltre la solita borsa di pelle nera con vistose macchie di sdrucitura, che si allargano sempre più di giorno in giorno, una bracciata di giornali.
– Raccolgo un po’ di articoli – dice rispondendo allo sguardo interrogativo dei colleghi – su Giovanni Giudici, che, come sapete, ci ha lasciati la settimana scorsa…
Sono addolorato…credetemi…pensavo a lui alcuni giorni fa parlando con un amico poeta…ricordavo di averlo incontrato tanti anni fa a Bari, nel foyer del Teatro Petruzzelli, pochi mesi prima (1991) che questo fosse distrutto da un incendio doloso (sarà ricostruito e riaperto quasi venti anni dopo, nel 2009)..si rappresentava “Il Paradiso” di Dante di cui il poeta di Le Grazie (Porto Venere) aveva curato la sceneggiatura, con la regia di Federico Tiezzi e con gli attori de “I Magazzini Criminali” (Il lavoro faceva parte di una trilogia di cui l’Inferno era stato sceneggiato da Sanguineti e il Purgatorio da Luzi) …mi colpì per il suo aspetto dimesso, per il suo discorrere semplice, senza enfasi, soprattutto senza prosopopea, cordiale e sorridente con tutti, anche con me che gli ero del tutto sconosciuto…ti faceva sentire a tuo agio e gli parlavi come se avessi con lui una lunga frequentazione. Un maestro di stile antiletterario, erede degnissimo di Montale e di Saba…
– È proprio una stagione triste e crudele per la poesia – interviene il prof Piermario, sopraggiunto in quel momento, anch’egli con un’espressione grave e pensosa sul viso – Non sono passati due mesi da quando è morto il nostro Michele Sovente, il poeta dei Campi Fregrei, di Cappella per la precisione…se ne è andato in silenzio, senza salutare… era uno spirito indipendente…amava far parte per se stesso… lavorava e lavorava sodo, ma appartato…mi confidò una volta, quando il poeta nolano Aristide La Rocca lo sollecitava ad aderire al suo progetto di una Poesia Mediterranea portato avanti insieme con il gruppo redazionale della rivista Hyria, “nun so’ mai vuluto trasì dinto a nisciuna chisiella (non sono voluto entrare in nessuna chiesetta, non sono mai voluto far parte di nessun gruppo, di nessuna corrente letteraria).
Ma era gioviale…quando ci incontravamo, ci stringevamo la mano con amicizia sincera, disinteressata…ha portato avanti nelle sue poesie un esperimento linguistico originale e di grande efficacia, ha usato una sorta di trilinguismo scrivendo la stessa poesia in latino, italiano e dialetto napoletano (più precisamente quello parlato nella sua Cappella) realizzando una sorta di autotraduzione interna con una replicazione riuscita del processo creativo. Voglio leggervi alcuni versi di una sua poesia triplice:
“…tui non est/ mihi amor ultima salus,/ utinam nomina nostra pondus/ nuda destrueret – hoc est/ fastigium mortis neque/ nobis prodest – , num nova/siderea omnes dolos delent?” (da “Cumae”, Premio Viareggio 1999)
“…l’ultima/ salvezza mia non è il tuo amore,/ oh se il mare i nostri ignudi/ nomi sbriciolasse! – questo/ il culmine della morte né/ ci giova –, forse le novelle/ stelle estingueranno ogni dolo?”.(Ibid.)
“…tu nun sì pe me/ ll’urdemo scuoglio, ammagare putesse/ ’u mare squagliò ’i nomme nuoste/ annure – è chisto ’u meglio cadò/ ca ce fò ’a morte ma nun ce abbasta –,/ ’i stelle mò mò accumparute forze/ ponno stutò sti ’mbruoglie?” (Ibid.)
– Ho letto qualche tempo fa – osserva il prof. Fantasia – che aveva pubblicato un’altra raccolta di versi…
– Sì, – risponde commosso il prof. Piermario – pima di morire, ha fatto appena in tempo a veder pubblicato, nel febbraio scorso, il suo ultimo libro “I Superstiti”, con introduzione del poeta Eugenio De Signoribus, (Edizioni San Marco dei Giustiniani). Il poeta si sente superstite e considera superstiti tutti gli uomini del Sud che nonostante tutti i loro sforzi non riescono a cambiare, a riscattare questa terra, una delle più belle del mondo, oggi devastata e distrutta dalle varie camorre e dagli altri operatori del male. Ma non può finire così! E il poeta in questo suo ultimo lavoro lancia il suo appello, che è quasi un testamento, ai suoi lettori e a quanti lo hanno conosciuto e, chi più e chi meno, gli hanno voluto bene: “Chi sarà disposto a aiutarmi a resistere?”.

