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LA CHIESA E LA CAMORRA

Ha fatto rumore la decisione del cardinale Sepe di rifiutare i sacramenti ai camorristi. La Chiesa ha sempre assunto decisioni forti contro la camorra; però, nel concreto ci sono difficoltà operative. Di Don Aniello Tortora

Camorristi e malavitosi non devono avere funerali in chiesa e, inoltre, non devono fare da padrini in occasione di cresime e battesimi, né da testimoni in occasione di matrimoni. Lo ha ribadito il cardinale di Napoli Crescenzio Sepe ai sacerdoti napoletani ai quali è in corso di distribuzione il nuovo volumetto di orientamento redatto dalla Curia. La notizia è stata data dallo stesso Sepe, che è intervenuto nei giorni scorsi alla cerimonia di inaugurazione della nuova sede del centro operativo Dia di Napoli.

"Qualche colpo alla camorra lo diamo anche noi – ha detto l’Arcivescovo al momento del taglio del nastro -. I camorristi devono sapere che non potranno più fare da padrini e, dopo la loro morte, non andranno in chiesa, ma direttamente al cimitero". Saranno i sacerdoti, che conoscono i frequentatori della loro chiesa, di volta in volta, ha spiegato Sepe, a valutare chi abbia i requisiti o meno per poter svolgere il ruolo di padrino o di testimone o per avere la benedizione della salma nella parrocchia.
La notizia ha destato clamore e meraviglia nella pubblica opinione e nella stessa comunità ecclesiale. Non poteva, del resto, essere altrimenti.

I giudizi sono stati i più disparati. Molti hanno applaudito, affermando che era ora che la chiesa prendesse chiara posizione. A dire il vero è da anni che la chiesa ha espresso il suo pensiero, in materia, molto nettamente. Basti pensare al cardinale Pappalardo (Palermo), a don Puglisi e don Diana, al grido di Giovanni Paolo II (“mafiosi convertitevi”) contro la mafia nella Valle dei Templi di Agrigento. Ai tanti vescovi e parroci coraggiosi che ogni giorno spendono la loro vita a servizio della giustizia e della legalità, attraverso l’opera di educazione e di denuncia sociale.

Non ci può essere nessuna collusione tra chi si definisce cattolico e poi semina morte, compie traffici illeciti e favorisce la cultura della violenza e dell’illegalità. C’è anche da dire, però, che spesso il modo di esprimere la religiosità popolare della nostra gente è frutto, oltre che di fede semplice e genuina, anche di tanta ignoranza religiosa, di superstizione, magia e di culto esteriore che nulla a che vedere con la professione della vera fede. Anche i malavitosi, a modo loro, si sentono “religiosi”.

Mi ha sempre impressionato il fatto che nei rifugi dove sono stati arrestati i capiclan mafiosi o camorristi le forze dell’ordine abbiano sempre rinvenuto testi sacri e immagini di madonne e di santi. Gli stessi riti di iniziazione della mafia si “servono” di santini vari. Né bisogna trascurare il fatto che tante feste patronali nei nostri paesi sono organizzate o “appaltate” dalla criminalità organizzata. Detto che questa presa di posizione è importante, soprattutto, sul piano educativo, mi pongo però qualche domanda sul piano della concretezza operativa. E qui parlo da parroco e da pastore delle anime, tenendo presente che nel nostro meridione (ma anche al Nord e in tutto il mondo!) non esiste solo la mafia o la camorra, intesa come organizzazione criminale.

C’è soprattutto una “mafiosità” di comportamenti che ci coinvolge tutti, per cui il confine tra l’illegalità e la legalità è molto labile. Come, è sempre bene ribadirlo, non bisogna trascurare il fenomeno della “camorra legalizzata” dei colletti bianchi: elemento sociale diffuso, odiosissimo, non visibile, e, perciò, molto più pericoloso.
Pur condividendo in pieno il documento della curia napoletana, penso che, però, i poveri parroci non possano né debbano essere lasciati soli, in un compito così arduo e difficile da attuare.
Come si fa a dire a una persona che è camorrista e che, quindi, non può fare il padrino o avere rito funebre in chiesa? Il giudizio spetta ai Pm e ai giudici, allo Stato, non ai parroci.

Per quanto riguarda i padrini, poi, da operatore pastorale ritengo che sono proprio pochissimi quelli che, vivendo una fede attiva, possano, con coscienza, assumersi questo compito di educatori alla fede. Vista la situazione sociale di scristianizzazione nella quale viviamo oggi, meglio sarebbe eliminarli proprio, del tutto. Piuttosto mi auspico che la chiesa, in tutte le sue componenti, si riappropri del compito suo specifico di educare alla pace, alla giustizia, alla legalità, alla cittadinanza attiva. Se continuerà a fare questo con coraggio e fedeltà, certamente avremo una generazione futura più pulita e meno inquinata dai fenomeni camorristici.
(Fonte foto: Rete Internet)

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