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RISPOSTE AI LETTORI:L’ARTE DI PARLARE DI PAROLE

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Questa settimana, grazie alle domande che ci vengono poste dai lettori, ci fermiamo a riflettere su alcune espressioni usate in articoli precedenti. Di Giovanni Ariola

Il preside, prof. Felice Teodoro Miele da Napoli ci scrive: “Vorrei richiamare l’attenzione del prof. Carlo, per la cortesia del prof.Ariola, sull’espressione ‘Frevaro è curto e male incavato’ (in “Italia, patria dei neologismi”, articolo pubblicato su “Il Mediano” del 28/2/2011). A me sembra, invero, che l’espressione corretta sia “Frevaro è curto e amaro”, perché si salverebbe la rima, quasi aborrita dai critici e dagli artisti della poesia moderna, che privilegia il suono, la musicalità delle parole, del verso. Questa, però, è un’altra storia: non farò, di certo, come il vasaio di Samo che voleva vendere i vasi a Creta.

Si dà il caso, però, che l’espressione proverbiale, ‘gnomica’, in questione, risale a qualche anno addietro, quando era in auge la rima, forse all’età del proletario e saggio Matusalemme, il cui figliolo Febbraio si presentò in pubblico (in occasione forse della festa dei diciotto anni) dicendo: ‘Ie so’ Frevaro/ curto e amaro’. Forse il povero Febbraio, derubato dal precedente mese di Gennaio dei tre giorni della Merla (si dice che siano i più freddi dell’anno), divenne ‘corto’. Per tale furto subito (o cessione coatta?) divenne duro, aspro, ‘amaro’ ossia sdegnato, ‘ncrugnato’, tanto che si dice che ‘Fevraro, si ncrogna, ti fa cadé l’ogna’….( “ncrognare” al part. pass. “ncrugnato” per apofonia o gradazione vocalica).

In qualche zona del territorio campano, come quello di Somma Vesuviana, Marigliano, Scisciano, …Febbraio così era solito presentarsi alla rispettabile società: “Ie so’ Frevale/ curto e peggio ’e tutte,/ pecché fa ’a neve/ e nun porto frutte”……Tra Frevaro e Frevale preferisco il primo, perché più vicino a Februarius. Entrambi i nomi presentano, comunque, la trasformazione della consonante labiale nella consonante fricativa labiodentale sonora spirante.

Un’altra considerazione vorrei fare sull’epiteto curto e male incavato.
L’espressione deriva, a mio avviso, dalla cultura contadina. Prima della pastificazione industriale, la pasta veniva preparata in casa dalle massaie. Un tipo di pasta fatta in casa è costituita dagli gnocchi, che si preparavano e si preparano ancora da parte degli amanti dell’arte culinaria con un impasto di farina e patate….Dall’impasto ottenuto si traggono grumi o noci di pasta, che si assottigliano in modo da avere uno gnocco della lunghezza di una trentina di centimetri e dello spessore di un dito medio…Lo stesso viene tagliato in tanti pezzettini della misura di uno o due centimetri, che vengono incavati con l’indice e il medio della mano…Può capitare, talvolta, che qualche pezzettino viene tagliato più corto e viene incavato male…

Quando tutti i pezzettini vengono messi nella pentola dell’acqua bollente per la cottura, il pezzettino o gnocco più corto e incavato male non raggiunge la stessa cottura degli altri…Quello gnocco “curto e male incavato” non è di buona qualità, è cattivo…E perciò, con significato traslato, l’epiteto, poco nobile e cortese, viene affibbiato all’uomo di bassa statura…Certo è che nella storia antica, moderna e contemporanea vip e uomini comuni, capi di stato e di governo, di tal fatta, ve ne sono stati e ve ne sono molti e talvolta essi…respondent rebus”.

Risposta – Ringraziamo il preside Miele per la dotta e pertinente puntualizzazione riguardo al detto napoletano “Frevaro è curto e amaro”, come pure per la interessante e condivisa ricostruzione della circostanza culinaria all’origine dell’altro detto “curto e male incavato”. Intanto, è vero, quasi tutti i detti popolari erano costruiti mediante il ricorso all’enfatizzazione della assonanza e molto spesso alla rima per evidenziare una relazione concettuale.

Gli altri versi citati “Ie so’ frevale ecc.” credo siano tratti dalla filastrocca che il mese di Febbraio recitava nel corso de “La sfilata dei dodici mesi” («’E dudece mise» o semplicemente «’E mise»). Era un evento festoso che, come ricorderà il prof. Miele, negli anni quaranta/cinquanta, si svolgeva ogni anno nei nostri paesi il giorno di Carnevale o la domenica precedente. Dodici cavalieri, quanti sono i mesi, preceduti da Marcusalemme (Matusalemme), che impersonava il loro padre, il Tempo e cavalcava un asino lento e pelandrone, percorrevano le strade del paese fermandosi nelle piazze e nei cortili e producendosi in una rappresentazione allegorica del volgere dei mesi appunto e in generale del trascorrere rapido del tempo.

Vestiti in varie fogge, colori scuri per i mesi freddi e colori chiari per quelli delle belle stagioni, recitavano versi che, dopo aver accennato alle condizioni meteorologiche caratteristiche del singolo mese, richiamavano la vita dura e misera dei contadini, la loro fatica estenuante ma poco remunerativa ed esaltavano le poche gioie della grama esistenza. Qualche studioso ha voluto vedere in questo evento festoso “una funzione apotropaica”, quasi che i contadini, impersonando i vari mesi, potessero (si illudevano di potere) allontanare le aggressioni delle forze negative della natura ma anche e soprattutto…la malasorte e la miseria.

La preparazione di questa festa cominciava per tempo qualche mese prima e richiedeva l’impegno di varie persone. Nelle lunghe sere invernali, mentre fuori il vento fischiava o la pioggia picchiava forte sui tetti e qualche volta, spinta dal vento, (’o schiaviento) sbatteva violenta contro porte e finestre, mentre nel focolare ardeva più vivace il fuoco e più frequentemente si riempivano i bicchieri col vino novello fresco di spillatura recente, i contadini prescelti ripassavano la filastrocca («’a parte») che dovevano recitare e che avevano insegnato loro i più anziani, ossia quelli che l’avevano recitato prima di loro, a voce, perché non esisteva un testo scritto e poi perché non tutti sapevano leggere.

Le donne invece preparavano roselline, ghirlande e ‘nocche’(= fiocchi) di carta colorata con cui infiocchettare («’annucchi-àre», termine alternativo del più regolare «annuccare») i cavalli che avrebbero partecipato alla sfilata.
Il fatto che esistesse solo la tradizione orale dei testi delle filastrocche dei Mesi ha determinato la perdita dei testi stessi, almeno nella loro versione originaria. Dobbiamo a studiosi zelanti e appassionati del folklore locale che pazientemente sono andati in giro a parlare e soprattutto ad ascoltare quelli che avevano partecipato o come protagonisti o come spettatori a quelle sfilate e che erano in grado di ripetere le filastrocche, se è stato possibile ricostruire, anche se in modo parziale, lacunoso e comunque non preciso, i testi in questione.

Dato il carattere delle fonti che oltre ad essere le più diverse (variavano da un paese all’altro), erano anche non sempre attendibili, anche per la contaminazione di tradizioni popolari eterogenee (talvolta nella memoria si interpolavano testi riguardanti altri eventi o semplicemente sentenze, detti e proverbi antichi che nulla avevano a che fare con I Mesi), esistono versioni differenti di questi testi.
I versi citati dal prof. Miele, ad esempio, sono tratti da un testo che è diverso da questi che si citano qui di seguito e che sono tra loro ancora differenti:

“FREVARO – Signori, ’i a tutti ve saluto./ ’I songo Frevaro curto, amaro/ e peggio ’e tutte.// Che spezie ve pozzo fa/ into a vint’otto juorne?/ Pe’ tramente m’acalo ’nterra/ e piglio sta frusta/ nun ve faccio avutà/ cchiù de n’ora attuorno.// Signù, compatitemi ca auanne/ è stata na grossa secceta e/ pure ’into ’o sciardino mio aggio menato ’a zeppa.// E si Frevaro v’ha dato sgusto,/ mò vene chillu straccione ’e Marzo e ve dà/ cchiù gusto.// Arre!” (da “Tommaso Esposito, Il carnevale acerrano nella tradizione popolare, Edizione Locale, 1979”).

“FREVALE – Io so’ frevale/curto e peggio ’e tutte/ che guerra pozzo fa’/ dint’ ’a chisti pochi juorni?/ si me calo ’nterra/ e piglio ’na frusta/ ve faccio vuta’/ mezz’ora attuorno./ Io so’ frevale e frevaleo/ viento ’e terra ca schiassea/ si ce occorre viento ’e mare/ poveri pecure e pecurare!/ ’O pecuraro tanno chiagne/ quanno sciocca,/ nu’ quanno magna pane e ricotta./ Ma che ricotta e ricuttina/ stasera ce avimmo divertì/ cu chitarre e mandulini;/ ma cu chitarre e mandulini scassati,/ stasera v’aggia fa’ ’nturza’ ’nganne/ chistu santo carnevale!/ Ce ave colpa mamma e tato/ ca nun guardanne a Sant’Aniello/ me facette nascere/ curto e cu ’o scartiello!/ Ma si io so’ curto/ e nun aggio accucchiato niente/ mo vene fratemo Marzo/ e ve fa’ schiucca’ ’e diente./ A te Marzo,/ non aver timore/ fa un passo avanti/ e fatti onore!” (da “Carnevale a cavallo”, elaborato e rappresentato presso il 2° Circolo Didattico di Marigliano nel 2006).

Si noti, in particolare, la chiusa rituale diversa, ma ugualmente pregnante, nei due testi. Ne esistono altre, tra le quali citerò una versione sciscianese che mi sembra altrettanto significativa: “E me ne vaco cuntento e felice/ e verite mio fratello Marzo che ve dice!

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