La Consulta ha bocciato il decreto nella parte in cui si trattano i criteri di applicazione di diverse misure, tra le quali quella degli arresti domiciliari. Si restituisce al giudice la libertà di scelta. Di Simona Carandente
Tra le tante, numerose modifiche normative apportate al codice di rito dal cd. Pacchetto Sicurezza, destò particolare scalpore la rinnovata previsione di cui all’art. 275 c.p.p. avente ad oggetto i criteri di adeguatezza e proporzionalità nell’applicazione delle misure cautelari di natura custodiale.
Secondo le statuizioni del codice di rito, difatti, la privazione della libertà personale in fase cautelare deve, in maniera assoluta, essere ancorata alla sussistenza di taluni presupposti: l’esistenza di gravi indizi di colpevolezza e, semplificando, di esigenze cautelari e di tutela della collettività da salvaguardare e contenere.
Con la modifica dell’art. 275 del codice di rito ad opera del decreto legge n.11 del 2009 si è assistito ad un’importante modifica dei criteri di valutazione delle misure stesse: in particolare, laddove il presunto reo viene ritenuto responsabile di taluni reati, tassativamente indicati dal legislatore, tra i quali quelli di mafia, violenza sessuale ed omicidio volontario, al giudice è imposta l’applicazione della misura cautelare massimamente afflittiva, senza poter neanche prendere in considerazione la possibilità di applicare misure diverse da quest’ultima, quali ad esempio gli arresti domiciliari.
È di queste ore, invece, la notizia della nuova bocciatura, da parte della Corte Costituzionale, del Pacchetto Sicurezza, nella parte in cui ha modificato l’art. 275 c.p.p. parificando, quanto ad applicabilità della custodia cautelare in carcere, i reati di omicidio a quelli di mafia.
In particolare la consulta, accogliendo un’istanza partita dalla Corte di Appello di Lecce, ha dichiarato illegittima l’obbligatorietà della misura massimamente afflittiva nel caso di condannati a reati di omicidio, lasciando invece intatta e valida la previsione per i condannati per reati di mafia.
Nella sostanza, la Consulta tende a ribadire la libertà di scelta del giudice nell’applicare la misura cautelare, anche in caso di reati gravi come quello di omicidio, non imponendo quella massimamente afflittiva, ma consentendo allo stesso di poter, laddove lo ritenesse necessario, anche concedere gli arresti domiciliari.
La sentenza della Corte Costituzionale, in pratica, boccia la norma per "ingiustificata parificazione" dell’omicidio volontario ai reati di mafia, unici per i quali sia la Consulta, che la Corte europea dei diritti dell’uomo ritengono esistente una presunzione assoluta di adeguatezza, e proporzionalità, della custodia cautelare in carcere.
La questione di legittimità Costituzionale è stata avanzata dai difensori di Gabriella Leone, donna condannata in appello a 16 anni per la morte dell’ex compagno, maturata in un contesto di particolare soggezione culturale e morale della stessa, costretta dall’uomo a prostituirsi per svariati anni, senza la possibilità di poterne venir fuori in quanto oggetto di minacce e ritorsioni. (mail: simonacara@libero.it)
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