VIDEOARTE E DISEGNO. LA DIGITALIZZAZIONE DI UNA GIORNATA DELL’ARTISTA

“Autoritratto” come autobiografia in una giornata. Dal video al disegno sulla musica di Bach. La NoTgallery ospita Matteo Fato nel ciclo espositivo Lithium 1.

L’opera si apre con un video, un risveglio, la scelta del cd, l’attacco della musica segna il passaggio. La realtà diventa disegno e il disegno riproduce una mattina dell’artista, Matteo Fato. Il punto di vista è soggettivo, interno, così vediamo il mondo attraverso i suoi occhi, ci infiliamo con lui i pantaloni, accarezziamo il gatto, per poi prendere la bici ed uscire per la nostra giornata. L’opera è delicata, poetica, essenziale. 1093 disegni su tavoletta digitale messi in sequenza. Matteo Fato è il settimo autore ospitato dalla NOTgallery nell’ambito del progetto editoriale Lithium project che ospita le opere di artisti che lavorano con la video arte.
Interessante la scelta di offrire a tutti gli artisti due spazi a cui devono adeguarsi, due cornici prodotte in modo artigianale, quello di Matteo Fato è un lavoro che funziona particolarmente bene nella cornice forse perché particolarmente «artigianale».

L’opera, presentata nel 2006, è il frutto di due anni di lavoro, un lavoro costante e metodico, Matteo Fato insegna incisione all’Accademia di Belle Arti di Urbino «l’incisione», ci racconta «è una tecnica rigorosa, che da un’impostazione, questo è importante e trasversale, in ogni forma di studio». La disciplina è per l’autore un motivo importante, quasi una fonte da cui attingere ispirazioni «disegnare mi aiuta a ragionare» racconta «è una sorta di disciplina sapere di dover completare un certo numero di disegni quotidianamente». Il video porta il titolo «Autoritratto (1)» e si conclude con dei punti sospensivi, lascia intendere un seguito. L’artista ci racconta le ragioni di questa sospensione «ho lasciato il lavoro sospeso, voglio riprenderlo, ma tra qualche anno. Voglio vedere il cambiamento del disegno, cambiamento che sarà dettato dall’evoluzione delle tecnologie, mi interessa poter vivere questo passaggio storico».

La musica, vera e propria colonna sonora, l’Allegro dal Concerto Italiano in Fa Maggiore di J. S. Bach, ha una ragione importante che è sempre l’artista a spiegare «la scelta della musica viene da un altro lavoro, uno studio sul rapporto tra i musicisti e lo strumento, che trovo affine al rapporto tra l’artista figurativo e la tela. Quello che mi affascina è il trasferimento da un piano all’altro della comunicazione, dell’espressione. L’arte, la pittura, è per me il tentativo di trovare il punto limite tra la parola e il significato».
La mostra, curata da Alessandra Troncone, inaugurata venerdì tredici maggio è visitabile fino al ventisette maggio 2011, nell’ambito del progetto editoriale Lithium project presso la NOTgallery, Piazza Trieste e Trento, 48, 80132 Napoli.

Info: www.lithiumproject.it. Contatti: info@lithiumproject.it.

Per conoscere meglio l’artista www.matteofato.com

(Fonte Foto: Matteo Fato, disegno dal video “Autoritratto(1)” 1093 disegni digitali)

A SCUOLA BISOGNA VIGILARE PER EVITARE INFORTUNI

L”obbligo di sorveglianza a scuola si estende dal momento dell”ingresso fino a quello dell”uscita, compreso il periodo della ricreazione.

Quando un alunno subisce un danno durante l’orario scolastico o procura un danno ad altro alunno, secondo la giurisprudenza maggioritaria, la colpa è sempre dell’ Amministrazione scolastica. Il personale scolastico cui è affidato l’alunno, per essere esonerato da responsabilità, deve dimostrare che non ha potuto impedire il fatto,.

Caso
Durante la ricreazione pomeridiana un minore, alunno di scuola elementare, era stato «sgambettato» dal compagno e nella caduta si era rotto i denti incisivi superiori.

Decisione (Sentenza della Corte di Cassazione n. 6331/98 del 26 giugno,1998).
L’amministrazione scolastica ha l’obbligo di sorveglianza dell’allievo. Tale obbligo di sorveglianza scaturisce dall’affidamento del minore per ragioni di istruzione
Il limite esterno della responsabilità è costituito dalla dimensione temporale dell’obbligo.
È ricorrente in giurisprudenza l’affermazione che l’obbligo si estende dal momento dell’ingresso degli allievi nei locali della scuola a quello della loro uscita (cfr. Cass. 5/9/1986, n. 5424), comprendendo il periodo destinato alla ricreazione (cfr. Cass. 28/7/1972, n. 2590; Cass. 7/6/1977, n. 2342), con la precisazione che l’obbligo assume contenuti diversi in rapporto al grado di maturità degli allievi (cfr. Cass. 4/3/1977, n. 894).

La questione dell’obbligo di sorveglianza si pone perché esso mira a impedire non soltanto che l’allievo compia atti dannosi a terzi, nell’ambito scolastico, ma che resti danneggiato da atti compiuti da esso medesimo (cfr. Cass. 3/2/1972, n. 260; Cass. 1/8/1995, n. 8890).
Il limite interno della responsabilità è rappresentato dall’impossibilità di impedire il fatto dannoso.
In conclusione, l’amministrazione scolastica è responsabile in via diretta dei danni che il minore cagioni a terzi o a se medesimo nel tempo in cui è sottoposto alla vigilanza del personale dipendente, salvo che non provi che non è stato possibile impedire il fatto (cfr. Cass. 4/3/1977, n. 894; Cass. 10/2/1981, n. 826; Cass. 1/8/1995, n. 8390).

L’onere probatorio del danneggiato, sia esso un altro alunno o il minore medesimo, si esaurisce nella dimostrazione che il fatto si è verificato nel tempo in cui il minore è rimasto affidato alla scuola, bastando questo a rendere operante la presunzione di colpa per inosservanza dell’obbligo di sorveglianza, mentre spetta all’amministrazione scolastica la prova liberatoria, che consiste nella dimostrazione che è stata esercitata la sorveglianza sugli allievi con una diligenza idonea a impedire il fatto, e cioè quel grado di sorveglianza correlato alla prevedibilità di quanto può accadere (cfr. Cass. 22/1/1990, n. 318).

In definitiva con tale sentenza viene affermato il seguente principio: «Il ministero della pubblica istruzione è tenuto a risarcire il danno che si dimostri essere stato subito da terzo a opera di minore affidato a personale scolastico da esso dipendente o dal minore stesso in conseguenza di atto da lui compiuto nel periodo del suo affidamento alla scuola, sempre che non dimostri l’impossibilità di impedire l’evento».

LA RUBRICA

OTTAVIANO ORMAI É UN PAESE DA ROMANZO…

Le polemiche sui mancati fuochi d”artificio dopo la processione di S.Michele ignorano il valore del rito. In un articolo su Onorato Medici, dei principi di Ottajano, gravi errori. Di Carmine CimminoSpesso, troppo spesso, le apparenze ingannano: perfino gli specchi possono andare in confusione, come nel quadro di Paul Delvaux (foto).
Dunque, l’8 maggio scorso, a Ottaviano, la processione di San Michele, patrono della città, non ha avuto il conforto dei fuochi di artificio. Le forze dell’ordine, quando si sono accorte che botti e bombe erano state fabbricate con disprezzo delle norme, hanno disposto, giustamente, che le spalliere e le siepi di fuochi, disseminate lungo il percorso e ammassate nelle piazze e nel cuore dei quartieri storici, venissero smontate.

Professionisti e dilettanti dell’arte del parlare a vanvera hanno incominciato a chiedersi perché e per come il sindaco, gli assessori e i mastri della Commissione Centrale della Festa non avessero provveduto a ricordare in tempo ai mastri di quartiere che botti, bombe e fuochisti dovevano rispettare la legge. Domande impertinenti. Letteralmente. In questo benedetto paese si sa solo sparlare e zizzaneggiare. È capitato. Un disguido. Anzi, è un bene che sia capitato, ha detto qualcuno. L’anno venturo non capiterà. Amen. Ha sentenziato un’altra testa d’uovo, dopo lunga riflessione: Sai che ti dico? Forse la processione, senza fuochi, verrebbe anche meglio. Più agile. Più veloce. Non ha più senso questo spanteco di sei ore per le strade di Ottaviano. E a che serve questo bum !!! bum !!! che non finisce mai? Solo a spaccare i vetri e i timpani.

Insomma, è stata una processione perturbata: agitazioni e ondeggiamenti della folla, grovigli di gente a Piazza San Francesco, infiammate discussioni a piazza San Giovanni, gli angeli volano o non volano?, mentre l’ Arcangelo, che già era uscito dalla Sua Chiesa con 40 minuti di ritardo, aspettava, paziente, che la matassa si sbrogliasse. Il tutto, però, fa colore. Fa pubblicità. L’anno venturo, si spera, arriveranno torme di turisti. Ottaviano è oramai un paese da romanzo. Altro che Macondo. Altro che Vigata.

Se Bruno Arpaia fosse rimasto qui, già avrebbe vinto il Nobel. Forse vale la pena di ricordare a qualcuno, anche a qualche membro del clero, che le processioni di San Michele e della Madonna del Carmine fanno parte della storia civile di Ottaviano, prima ancora che di quella religiosa: sono i momenti assoluti in cui noi ottavianesi, credenti e non credenti, cattolici praticanti, atei, tiepidi e bizzochi, condividiamo tutti i valori della nostra identità, sentiamo l’orgoglio (l’orgoglio…) dell’appartenenza. Le vicende della storia hanno trasformato queste due processioni, che si celebrano ininterrottamente da più di tre secoli, in un rito. La forza magica del rito sta tutta nel fatto che ogni suo elemento si conserva intatto e tutte le sue fasi si ripetono ogni volta nello stesso ordine. Solo così il rito consente a chi vi partecipa di liberarsi, per un momento, dalla stretta del tempo implacabile, e di sentirsi un tutt’uno con quelli che furono.

La folla che domenica, turbata dal ritardo della “asciuta“, dell’ “uscita“ dell’Arcangelo, lo “chiamava“, battendo freneticamente le mani, e lo implorava perché apparisse sulla porta del Suo tempio, era la stessa folla che Lo chiamò nel 1779, nel 1858, nel 1906. In questo splendido rito i fuochi d’artificio significano non solo la gioia della fede e l’augurio di felicità che ogni quartiere fa a sé stesso, ma anche, ma soprattutto, la forza del fuoco “ buono“ contro il fuoco “cattivo“ del démone Vesuvio. È lo stesso valore apotropaico della “diana“ di botti, che, scortata dalla folla in delirio, sale fiammeggiando verso la Chiesa Madre e verso la Montagna, e apre il giorno di festa e scaccia le ultime tenebre della notte.

Mi dicono che gli Ottavianesi abbiano invaso i botteghini del lotto, per “giocare“ i numeri “situati“. Va bene così. Per la stremata economia della nostra città ogni brodo è un buon brodo.

Nel “numero unico“ “Palio 2011“, curato dal Circolo “A.Diaz“, è stato pubblicato un articolo del dott. Domenico Russo sui guai finanziari che avvelenarono gli ultimi anni della vita di Onorato Medici, dei principi di Ottajano. Non terrò conto dell’ ultima parte dell’ articolo, in cui l’autore fa alcune superficiali riflessioni sulle finanze della nobiltà napoletana nel sec.XIX, e fingerò di non aver letto il nome di Luigi de’ Medici. Nella prima parte l’autore trascrive da un documento “di alcune centinaia di fogli“ l’elenco dei beni su cui si abbatterono i decreti ingiuntivi sollecitati dai creditori dell’infelice Onorato.

Nobili sono le intenzioni del dott. Russo, il quale è convinto di contribuire, con le sue carte, “alla ricostruzione delle vicende storiche di Ottajano“ e mette a disposizione degli “storici locali“, che “in stragrande maggioranza“ le ignoravano, – sono parole del dottore- , le notizie da lui raccolte, in particolare quelle relative ai “diritti d’acqua“ che la Casa Medici “aveva su alcune sorgenti del fiume Sebeto a Serino“. Procediamo con ordine.

Anche se non sono uno “storico locale“, posso tuttavia affermare che le vicende di Onorato Medici non hanno nulla a che vedere con la storia di Ottajano. Onorato visse a Napoli e a Napoli, nell’ippodromo e nel mercato azionario, dissipò i suoi beni. Una descrizione sufficientemente precisa del patrimonio degli ultimi Medici di Ottajano si può ricavare dagli atti stilati, tra il 1886 e il 1897, dai notai Gaetano Martinez e Vincenzo Sanseverino. Gli atti sono conservati nell’Archivio Notarile di Napoli. Intorno a quel patrimonio si ingarbugliò, nel tempo, un incredibile viluppo di carte, soprattutto perché già nel 1874, quando morì Giuseppe IV Medici, non risultavano chiari alcuni diritti di proprietà e alcune linee di trasmissione dei beni.

È probabile che il principe, temendo che nel passaggio dai Borbone ai Savoia una parte del patrimonio gli venisse confiscata, abbia cercato di salvare vigne e masserie con il collaudato meccanismo di vendite e donazioni fittizie. Dopo l’eruzione del 1906 Angelica de’ Medici, nipote di Giuseppe IV, incassò, dichiarando di averne diritto, il contributo dello Stato per due vigneti di Terzigno “incendiati“ dal vulcano. Ma fu comunicato al generale Durelli, commissario straordinario, che i due vigneti da almeno dieci anni non appartenevano più ai Medici. Qualcosa di simile accadde anche per la Taverna del Passo.

Gli atti dei notai forniscono notizie fondamentali anche sulla provenienza, dal patrimonio dei Caracciolo avellinesi, dei “diritti d’acqua“ e dei fondi di Serino. A chi ha tempo e pazienza per ricostruire, attraverso le carte, la complicata mappa di incroci patrimoniali e di richiami rinvii e rimandi a una vera e propria selva di “cespiti“ , suggerisco di seguire le vicende, romanzesche, della quadreria di Giuseppe e Michele de’ Medici. Una parte di essa toccò ad Angelica, che la portò in dote al marito, Alfredo Correale. Alcuni “pezzi“ sono esposti nelle sale del Museo Correale di Sorrento. In queste sale c’è anche un fantastico tavolo per il gioco del biribissi, che forse appartenne a Luigi de’ Medici.

Credo che il dott. Russo confonda il palazzo Miranda Medici di via Chiaia , 142, con il palazzo che la famiglia possedeva a Santa Maria la Nova, “all’incontro dell’infermeria del convento“. In questo palazzo, che dai duchi di Bovino era passato ai Medici per le vie dei matrimoni, morì, nel marzo del 1663, Ottaviano de’ Medici, padre di quel Giuseppe I che fu il più grande dei principi di Ottajano, e uno dei protagonisti della storia di Napoli nella seconda metà del sec.XVII. Un’ultima osservazione. Il dottor Russo prima scrive che Onorato era fratello di Michele, penultimo principe di Ottajano, che morì nel 1882, poi si domanda perché “suo fratello Giuseppe che morì senza eredi…nel 1894 “ non sia intervenuto a risolvergli i problemi finanziari. Insomma, nell’articolo del dottore, Onorato è contemporaneamente fratello di Michele e fratello del figlio di Michele, e cioè di quel Giuseppe V che morì senza figli nel 1894.

L’errore è figlio della distrazione. Ovviamente. Ma serve maggiore attenzione. Mi dicono che “gli storici locali“, quando azzannano chi sbaglia, anche se sbaglia per distrazione, siano spietati e feroci.
(Foto: Quadro del 1933 di Paul Delvaux "Davanti allo specchio")

L’OFFICINA DEI SENSI

HAI PAURA DEL BUIO?

Eva è una giovane rumena immigrata in Italia. Anna una ragazza che cerca il suo equilibrio tra lavoro, studio e famiglia. Attraverso il filtro dell”immigrazione, l”esordio di Coppola al cinema è soprattutto la storia di due solitudini che si incontrano.

Autore di molti interessanti programmi televisivi, Massimo Coppola fa il suo esordio alla regia di un lungometraggio con Hai paura del buio?. Quest’opera prima conferma l’originalità delle sue intuizioni, ma lascia un bel po’ di perplessità sulla capacità di distribuirle lungo la durata di un film, creando un’opera dalla struttura solida e con un certo equilibrio tra storia ed esposizione.

La trama, appunto, presenta da subito qualche lacuna. Al centro del film ci sono le vicende di due giovani donne. Una, Eva, è arrivata dalla Romania in Italia in cerca di un lavoro (ma non solo); Anna conduce un’esistenza complicata, tra il lavoro logorante alla FIAT di Melfi, lo studio e i problemi a casa con una nonna invalida e un padre nullafacente. Le loro vite si incroceranno per caso quando Eva sarà costretta a passare la sua prima notte in Italia nella macchina di Anna.

Sebbene sia evidente, da subito, l’intenzione di Coppola di rappresentare la solitudine non attraverso una trama elaborata ma con l’estetica dell’inquadratura perfetta, non si possono tralasciare alcune ingenuità del racconto, frutto di una sceneggiatura sì esile – e questa è una scelta azzeccata e rispettabile – ma soprattutto pigra. Anna, italiana del duemila, non ci pensa un secondo ad accogliere in casa un’immigrata rumena trovata in macchina. Non si vuole negare la possibilità che forme di umanità resistano anche in un’Italia sempre più violenta e timorosa, ma il nobile gesto della protagonista si perde in un racconto dove l’approfondimento psicologico dei personaggi è lasciato ai margini, risultando alla fine solo altamente improbabile.

Cosa spinge Anna ad accettare Eva in casa? È solo il riconoscimento reciproco di due persone sole? Sembrerebbe un po’ forzata la soluzione che la regia ci suggerisce, considerando anche come, nelle scene immediatamente successive all’apertura, la ragazza italiana mostrerà all’improvviso di tollerare poco la presenza di Eva. I buchi non finiscono qui. I pochi sviluppi narrativi presenti danno sempre l’idea di essere inseriti troppo rapidamente, stridendo con un ritmo che, al contrario, cerca ed esalta la lentezza.

Esemplare di un certo squilibrio nel racconto è proprio la presunta scena “madre”. In una sequenza molto lunga ed emotiva il regista cerca di farci capire le ragioni del disagio di Eva, mettendola a confronto con il vero motivo del suo viaggio in Italia (che qui non diremo per non rovinare la sorpresa, ma è facilmente intuibile dai primi minuti). La scena – molto lunga, si diceva, in rapporto alle altre – è ben scritta e girata, ma stravolge lo scorrere di un film che, fino a quel punto, aveva fatto di un certo iperrealismo anti-emotivo il suo tono principale e, in molti casi, perfetto nel descrivere le difficoltà sociali delle due protagoniste. Il regista concentra in una sequenza ricca di parole e sovraesposizione di sentimenti la spiegazione di un malessere che poteva essere tenuto sottotraccia e reso nello stile asciutto che caratterizza tutto il film.

Anche perché c’è un passaggio del film che, potenzialmente, ne stravolge il senso. Di fronte alla freddezza dei protagonisti, al modo innaturale con cui accettano lo svolgersi degli eventi, lo spettatore potrebbe trovarsi spiazzato e pensare – come si è detto – ad una sceneggiatura debole. Ma, circa alla metà del film, Eva ringrazia un ragazzo che le ha chiesto il motivo del suo arrivo in Italia: “finalmente, qualcuno me lo chiede”. Questa semplice battuta sembra la conferma di una freddezza voluta ed estremizzata da parte del regista, il quale, attraverso la sua protagonista, esprime il disorientamento per una realtà esterna che sembra non preoccuparsi delle vicende altrui, anche quando queste interferiscono con la propria vita.

Non una sceneggiatura approssimativa, dunque, ma la volontà di rappresentare, esagerandola, l’incomunicabilità. In quest’ottica diventa ancora più stonata la sequenza-risoluzione dove il regista sceglie di non rappresentare il disagio, ma di “spiegarlo”.
Superando le incertezze della struttura narrativa, la regia è comunque di grande qualità. La camera a mano rende ossessivo il pedinamento delle due protagoniste, riuscendo sempre ad inserirle alla perfezione in uno spazio esterno dove l’assenza è l’elemento principale: assenza di calore, di suoni, di parole, di relazioni interpersonali normali. I Joy Division forniscono la colonna sonora ideale, quasi logica, ad un film costruito intorno alla crisi della comunicazione.

In questo suo esordio, Massimo Coppola – al netto di alcune incertezze nella scrittura – mostra di avere una sua idea personale di cinema, basata sulla forza dell’immagine ricercata e antinaturalistica, e sceglie di applicarla ad un tema caldo – l’immigrazione – senza soffermarsi su analisi sociologiche, lasciando subito il centro della scena al racconto di due forme di solitudine che si incontrano.

Regia di Massimo Coppola, con Alexandra Pirici, Erica Fontana, Alfio Sorbello, Antonella Attili, Lia Bugnar.
Durata: 90 minuti
Paese: Italia
Uscita nelle sale: 6 maggio 2011
Voto: 6/10

LA RUBRICA

DEDICATO AI POLITICI

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Di seguito brevi note su personaggi che devono essere un punto di riferimento per quanti, impegnati in politica, dicono di ispirarsi ai valori cristiani. Di Don Aniello Tortora

"L’Azione Cattolica è una forza educativa qualificata, sostenuta da buoni strumenti, da una tradizione più che centenaria. Sapete educare bambini e ragazzi con l’Acr, sapete realizzare percorsi educativi con adolescenti e giovani, siete capaci di una formazione permanente per gli adulti". Così Benedetto XVI si è rivolto con un messaggio ai delegati alla XIV Assemblea nazionale dell’Azione Cattolica (Roma, 6-8 maggio 2011).

Papa Ratzinger ha ricordato e riproposto come modello di santità alcune figure care al popolo dell’AC, dalla venerabile Armida Barelli, ai beati Pier Giorgio Frassati e Alberto Marvelli, a testimoni come Vittorio Bachelet. "Santità significa per voi anche spendersi al servizio del bene comune secondo i principi cristiani, offrendo nella vita della città presenze qualificate, gratuite, rigorose nei comportamenti, fedeli al magistero ecclesiale e orientate al bene di tutti".

Infine, un invito a un impegno diretto per il bene dell’Italia, sulla scia del rapporto fecondo fra l’Associazione e lo Stato italiano: "Nella costruzione della storia d’Italia l’Azione Cattolica… ha avuto una grande parte, sforzandosi di tenere assieme amore di patria e fede in Dio. Radicata in tutto il territorio nazionale, essa può contribuire anche oggi a creare una cultura popolare, diffusa, positiva e formare persone responsabili capaci di mettersi al servizio del Paese, proprio come nella stagione in cui fu elaborata la Carta Costituzionale e si ricostruì il Paese dopo la seconda guerra mondiale".

Vorrei soffermarmi brevemente su queste quattro figure di “santi sociali”, indicati come modelli da Benedetto XVI.

Armida Barelli nacque a Milano il 1° dicembre 1882, intelligente, bella e vivace, elegante e raffinata, si dedicò, sotto la spinta del suo animo generoso, al bene del prossimo, specie orfani e detenuti. Nel 1910 incontrò il francescano padre Agostino Gemelli (1878-1959), grande figura del francescanesimo italiano, dotto e sapiente, fondatore nel 1921 dell’Università Cattolica del Sacro Cuore a Milano e al suo fianco iniziò una fervida attività apostolica e sociale, che durò fino alla sua morte. Fu in prima linea nella lotta per ottenere il voto alle donne nel 1948; le sue fondazioni, tese a valorizzare e promuovere la personalità della donna, si estesero anche in Venezuela, Australia, Bulgaria, Stati Uniti, Cina; il suo fu veramente un impegno di alta politica sociale, nella luce dei principi cristiani.

Vittorio Bachelet nacque a Roma il 20 febbraio 1926 ed è morto a Roma il 12 febbraio 1980. È stato un giurista e politico italiano, dirigente dell’Azione Cattolica ed esponente democristiano, fu assassinato dalle Brigate Rosse.
Alberto Marvelli, splendido esempio di giovane professionista, di laico impegnato nell’apostolato e nella costruzione di un mondo migliore anche come politico, in un’Italia che subiva gli ultimi contraccolpi della devastante Seconda Guerra Mondiale.
Nacque a Ferrara il 21 marzo 1918, si laureò nel 1941 in ingegneria all’Università di Bologna e lavorò per alcuni mesi presso la FIAT di Torino, nello stesso anno in pieno periodo di guerra, fu chiamato a prestare il servizio militare prima a Trieste e poi a Treviso; congedato nel settembre 1944, ritornò a Rimini, dove fu coinvolto nelle vicende drammatiche della città, devastata dalla guerra non ancora finita.

Al termine del conflitto mondiale, si dedicò con slancio alla ricostruzione morale e materiale della città. Si dedicò generosamente nell’Italia del dopoguerra, all’attività politica ispirata ai principi cristiani, riscuotendo rispetto e stima dagli stessi avversari, si candidò nella lista della Democrazia Cristiana per l’elezione della prima Amministrazione Comunale. Il 5 ottobre 1946, mentre si recava a tenere l’ultimo comizio, fu investito da un autoveicolo militare, morendo poche ore dopo a soli 28 anni, fra il compianto generale della rinata Italia e della diletta Rimini.

Pier Giorgio Frassati nacque a Torino il 6 aprile 1901. L’impegno sociale e politico, contro il Regime fascista, lo schierò tra le fila del Partito Popolare italiano, fondato da don Luigi Sturzo nel 1919. Il suo impegno politico e sociale fu una diretta conseguenza del suo modo di sentirsi cristiano: non gli era sufficiente aiutare i poveri, andare nelle loro misere soffitte, nei tuguri dove la malattia e la fame si confondevano nel dolore, non gli bastava portare ai diseredati una parola di conforto, carbone, viveri, medicinali e denari, voleva dare una soluzione a quei problemi di miseria e di abbandono e la politica gli parve la via idonea per fare pressione là dove si decideva la giustizia. Durissima fu la sua lotta contro il fascismo. Pier Giorgio espresse concretamente la sua carità per i poveri, gli orfani, i senza lavoro, i senza tetto.

Cristiani e politici veri, testimoni, fino in fondo. Vissuti poveramente e morti nella povertà più estrema. Questi “santi sociali” devono essere punto di riferimento per quanti oggi, impegnati in politica, dicono di ispirarsi al cristianesimo. Il loro stile di vita, però, manifesta chiaramente che sono dei mercenari piuttosto che servi del bene comune e dei poveri.
(Fonte foto: Rete Internet)

LA RUBRICA

I REATI DI MALTRATTAMENTI ED IL DECORSO DEL TEMPO

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La storia della giovane E., tempestata di calci e pugni da un marito violento. Di Simona Carandente

In questo momento storico, più che mai, si assiste ad una preoccupante ingravescenza dei reati di maltrattamenti, specie a danno di donne o soggetti minorenni, spesso da parte di familiari, coniugi o ex coniugi, legati alle vittime da sentimenti di possesso e rivalsa.
Tuttavia, com’è facilmente intuibile, spesso questi reati, pur nella loro gravità, sono frutto di stati d’animo contingenti, legati a momenti particolari, e proprio per questa loro qualità andrebbero perseguiti nell’immediatezza.

Invece, a causa della lungaggine dei procedimenti giudiziari, si arriva a dibattimento a notevole distanza dalla commissione dei fatti di causa, con enorme pregiudizio per gli interessi delle persone offese del reato, che riescono ad ottenere una giustizia lenta e farraginosa.
Non è infrequente, peraltro, il caso in cui, decorso un certo periodo di tempo, le stesse persone offese perdano interesse a proseguire nell’azione penale, sia perché i rapporti tra le parti trovano un naturale assestamento, sia perché le vittime preferiscono chiudere ogni contatto con i propri aguzzini, cercando di rifarsi una vita come meglio possono.

Casi del genere rappresentano, per la complessa macchina della giustizia, sia una vittoria che una grossa sconfitta: se il sistema processuale si mostra fallimentare, non riuscendo nell’intento di tutelare la persona offesa dal punto di vista legale, la vittima è comunque riuscita a recuperare se stessa, metabolizzando il proprio dolore, magari nel tentativo di salvaguardare i propri figli naturali. Del resto, se per i reati procedibili a querela, relativi ad episodi di minore gravità, il processo penale può estinguersi agevolmente, diverso è il discorso per i reati più gravi, procedibili di ufficio, per i quali la macchina della giustizia va comunque avanti, a prescindere dalla volontà della persona offesa di far rientrare l’accusa originariamente sporta.

Tale è il caso della giovane E., tre figli con un marito violento, che è solito tempestarla di calci e pugni nel tentativo, infruttuoso, di limitarne la libertà di movimento e di pensiero. E. lo denuncia, in preda ad una vera e propria disperazione, riuscendo ad ottenere anche un divieto dello stesso di avvicinarsi a sé ed alle loro bambine.
Passano gli anni, il dibattimento arriva alla fase cruciale, eppure E. non vuole rovinare il proprio aguzzino, nonostante quello che le ha fatto e le numerose ferite, del corpo e della mente.

Lei, che ha trovato un nuovo compagno, vuole oramai solo dimenticare, godendosi la rinnovata serenità assieme alle figlie avute dalla precedente unione, già provate da anni e anni di vistose sofferenze. (mail: simonacara@libero.it)
(Fonte foto: Rete Internet)

LA RUBRICA

IL MADRE SI SVUOTA. IL MUSEO NAPOLETANO É A RISCHIO CHIUSURA

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Il Madre in seguito ai drastici tagli, sembra avviarsi seriamente alla fine della sua breve storia. Numerose le opere destinate a tornare ai rispettivi proprietari e collezionisti.

Sembra affondare le radici in un passato troppo remoto, eppure sono passati meno di dieci anni da quando tra l’acceso fervore collettivo si avviava quel progetto che già dalle premesse si presentava come snodo decisivo per la promozione dell’arte e la cultura contemporanea tout court. Il Museo d’Arte Contemporanea Donna Regina (M.A.D.R.E.) nasceva infatti nel 2003, frutto del Patto per l’Arte Contemporanea stipulato tra il Ministero per i Beni e le Attività Culturali e la Conferenza Unificata delle Regioni e degli Enti Locali.

In seguito all’accordo, nel 2005, la Regione Campania, attraverso fondi elargiti dalla Comunità Europea, acquistava il Palazzo Donnaregina, sorto in prossimità del monastero di S. Maria Donnaregina fondato dagli Svevi (XIII secolo) e poi ampliato e ricostruito nel 1325 dalla Regina Maria d’Ungheria, moglie di Carlo II d’Angiò, e da cui il museo prendeva il nome. Lo scenario urbano che si offre come sede è, evidentemente, dei più suggestivi: centro storico di Napoli, a pochi metri dal Duomo e dal Tesoro di San Gennaro, a cento metri dal Museo Archeologico Nazionale e dall’Accademia di Belle Arti (Galleria d’Arte Moderna), lì dove si sviluppa l’antico quartiere di San Lorenzo. Il proposito appariva prestigioso; attuare un’utopia, favorendo l’interscambio e il dialogo attivo tra quartieri difficili e arte d’avanguardia, attuando la dicotomia più radicale delle esperienze artistiche contemporanee: operare tra tradizione e sperimentazione.

L’inaugurazione degli spazi espositivi (l’attuazione del progetto venne affidata all’architetto portoghese Alvaro Siza, che trasformò l’antico palazzo in uno spazio di fruizione funzionale e moderno per l’arte contemporanea, pur rispettando la conformazione “storica” dell’edificio) segnò l’avvio di un processo di graduale affermazione di allestimenti site specific a cui si affiancò l’attivazione di una collezione permanente: capolavori di maestri dal secondo dopoguerra in poi, pietre miliari delle esperienze artistiche nazionali ed internazionali (da Kounellis a Fabro, da Paoloni a Koons) contribuirono a costituire l’invidiato patrimonio del Madre. Ebbene tutto è finito. O quasi.

Come troppo spesso accade, nel tira e molla tra istituzioni politiche e amministrazioni interne, a rimetterci è ancora una volta la cultura. Con due comunicazioni del 23 dicembre scorso, recapitate agli uffici del museo Madre il 30 dicembre a firma del dirigente del settore Cultura Raffaele Balsamo, la Fondazione Donnaregina è informata formalmente del nefasto progetto, già paventato da più parti: tagli effettuati dalla Regione ai capitoli riguardanti la gestione del Madre e sul funzionamento della fondazione. Una situazione tanto grave, come sottolinea una nota diramata dal museo, da tagliare decisamente le gambe oltre ai fondi: “Si tratta di riduzione di risorse assegnate per spese conseguentemente già sostenute per garantire i servizi museali essenziali (escluse le mostre): dipendenti della Fondazione, biglietteria, assistenti di sala, pulizie, vigilanza, manutenzione e assicurazioni collezioni, manutenzione impianti ed edificio, tasse, utenze, ecc.

Nel bilancio approvato dalla vecchia giunta erano appostati complessivamente 3.050.000 euro (2,7 milioni per servizi museali e 350mila per stipendi e costi della Fondazione), a fine esercizio, la Regione ha comunicato che sono stati impegnati complessivamente solo 1.537.500 euro”. Dunque una drastica decurtazione delle risorse per la struttura che viene così spinta in maniera coatta lungo i binari del fallimento. L’impossibilità di garantire una preservazione corretta del patrimonio museale ha avuto un’ inevitabile coseguenza: il Madre si sta per svuotare. Perché delle 104 opere in esposizione, 86 vengono reclamate dai rispettivi autori o proprietari. Collezionisti pubblici o privati rivendicano le loro proprietà: opere firmate Pistoletto, Fontana, Merz, Schifano, Lichtenstein, Rauschenberg, Warhol, Johns. Vogliono tutto indietro perché, come nota Kounellis, «importanti cambiamenti rischiano di condizionare la linea espositiva del Madre».

Privare il Madre di una quantità di capolavori di tale valenza internazionale, significa di fatto condannarlo a mero guscio vuoto, metafora decisamente drammatica delle condizioni in cui versa la cultura artistica (e non solo) nostrana, preziosa risorsa ma preda di un malcostume tutto italiano. Il Madre è tutto questo e di più; il tramonto di un’idea di valorizzazione e promozione di un territorio dilaniato da troppa inefficienza. D’altronde il museo era nato da un’utopia (artistica). Ma tale sembra destinata a rimanere: un progetto forte, dotato di valore ma solo idealisticamente realizzabile, ulteriore drammatica dimostrazione di come in Italia la cultura ha conosciuto, come scrive Settis, un’evoluzione “molto particolare. Si investe troppo poco in questo settore. Del resto, cosa si vuole: nel nostro Paese vige la convinzione secondo cui di cultura non si mangia”.
(Fonte foto: Rete Internet)

LA RUBRICA

ELEZIONI A NAPOLI. VECCHI SLOGAN, VECCHIE MENTALITÁ

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Il ricorso all”illegalità di tanta parte della popolazione di Napoli non si può continuare ad ignorare. La città cambierà solo se saranno modificati comportamenti e stili di vita. Di Amato Lamberti

Toccato il fondo si può solo risalire."
A Napoli, questa espressione è stata usata come slogan nelle campagne elettorali per il rinnovo del sindaco e del Consiglio comunale del 1975 e del 1993. In entrambi i casi ha vinto "la sinistra", la prima volta con Maurizio Valenzi; la seconda con Antonio Bassolino.
Nel 1975 si arrivava alle elezioni nella situazione di sfascio sociale e di depressione economica e civile che si era creata in città a seguito di una emergenza, quella del "colera", che era sembrata riportare la città indietro di secoli, nei tempi bui delle pestilenze, dei roghi di fuoco purificatorio e delle processioni propiziatorie.

Nel 1993, a crollare era stata una intera classe politica, quella che aveva governato l’Italia per quaranta anni e alla quale Napoli aveva dato presidenti della Repubblica, ministri di grande peso politico, sottosegretari, oltre ad una folla di parlamentari. Sotto i colpi di "tangentopoli" caddero anche i referenti politici della città, quelli che facevano il bello e il cattivo tempo, ma poco si occupavano dei problemi della città e dei napoletani essendo molto più impegnati a coltivare gli interessi propri e quelli delle "camarille" che si erano costruite attorno.

La "rinascita" del 1975 si giocò sul confronto con i problemi della città, esplosi ad opera di continue mobilitazioni di piazza, non sempre spontanee, e sulla capacità di far fronte alle emergenze "storiche" che la città si trascinava da anni, quella della casa e quella del lavoro. Sul primo fronte, la casa, si avviò un piano di edilizia economica e popolare che mirava a spostare nella periferia est, Ponticelli e Barra, e nella periferia Nord, Secondigliano, Scampia e Miano, il disagio sociale e abitativo del centro storico della città; sul secondo fronte, il lavoro, si scelse la strada di assecondare la richiesta del "posto" che si nascondeva dietro la rivendicazione del lavoro per tutti i disoccupati.

Il terremoto del 23 novembre 1980 non diede neppure il tempo di valutare l’efficacia, almeno nei termini di capacità di controllo della conflittualità sociale, di queste scelte, perché fece tornare la città al punto di partenza, con una nuova e più forte emergenza abitativa e con una emergenza lavoro che si allargava anche a categorie nuove, come gli ex detenuti, gli ex contrabbandieri, i disoccupati organizzati.

Il "rinascimento" del 1993, dopo lo scioglimento del Consiglio comunale per ragioni di ordine pubblico, scelse una strada completamente diversa, quella della valorizzazione del giacimento culturale e simbolico di una città ricca di storia e di monumenti. L’oro, o meglio il petrolio di Napoli, come simboleggiato dall’ installazione di Kounellis, un mulino a vento, montato a Ponte di Tappia, erano i monumenti, le chiese, i musei, le piazze, a cominciare da Piazza Plebiscito, i castelli, il centro antico, valorizzati come attrattori per un turismo di elite e di massa che avrebbe risolto tutti i problemi di occupazione, di vivibilità, di sviluppo della città di Napoli.

A sostegno di questa scelta si sono realizzati nuovi musei, Pan e Madre; si sono riqualificati il porto commerciale, il lungomare, da S.Lucia a Posillipo, la villa comunale, piazza Plebiscito e piazza Dante; si è iniziata la valorizzazione dei Decumani; si sono completati e aperti al pubblico i parchi di Taverna del ferro e di Scampia; si è avviata la realizzazione di una nuova linea metropolitana per collegare la zona collinare al centro città e alla periferia nord, con forte investimento artistico sulle stazioni, quasi un museo underground. L’impatto simbolico e comunicativo è stato molto forte: nell’immaginario collettivo, grazie al forte rilancio mass-mediatico, Napoli è sembrata risorgere ad antichi fasti, più immaginari che reali. Le emergenze di casa, lavoro, traffico, vivibilità, criminalità sono tornate prepotentemente alla ribalta, dopo pochi mesi di attese pieni di aspettative di cambiamento.

Le risposte sono state le stesse della fine degli anni ’70: case, in periferie sempre più lontane e prive di servizi; lavoro, in società miste a totale capitale pubblico, dopo periodi più o meno lunghi di formazione professionale. L’esperienza amministrativa, iniziata nel ’93, sotto il segno del "rinascimento", si chiude con la città sommersa dai rifiuti, con i turisti in fuga, con la gente esasperata dalla criminalità dilagante che a Ponticelli dà fuoco ai campi dei Rom, con la dissoluzione di ogni credibilità e fiducia nelle istituzioni da parte dei cittadini. Il mulino a vento di Kounellis da simbolo del "rinascimento" diventa, arrugginito e capace solo di lamenti sinistri, quando il vento scende impetuoso dalla collina di S.Martino, il segno del fallimento di un progetto capace solo di "sognare" il cambiamento possibile.

Anche la campagna elettorale di oggi, 2011, è segnata dallo stesso slogan: “Toccato il fondo si può solo risalire”. Ma questa volta nessuno dei candidati sindaci si è azzardato nel disegno di un orizzonte di rinnovamento capace di far sognare gli elettori. Tutti si sono limitati a sostenere che con loro cambierà tutto, verrà ripristinata la legalità, la macchina comunale comincerà a funzionare, le strade saranno riparate, il traffico sparirà, l’inquinamento sarà cancellato, ai napoletani sarà assicurato il lavoro, i giovani non fuggiranno più dalla città. Per quali ragioni e con quali progetti sarà ripristinata una accettabile condizione di vita, non si sa. Chiedono solo fiducia nelle loro capacità e nelle loro buone intenzioni. Nessuno ha pensato che forse sarebbe stato meglio ragionare sulle ragioni dei fallimenti delle precedenti amministrazioni, almeno per non ripetere gli stessi errori.

Molte possono essere le chiavi di lettura di questi fallimenti nel governo della città, che puntualmente si ripresentano, a dispetto delle migliori intenzioni, da parte degli amministratori che si cimentano, magari con troppa supponenza e alterigia, con i tanti problemi che Napoli si trascina da troppi anni. La chiave interpretativa che mi permetto di avanzare non è nuova e non solo perché da anni, anche durante la mia esperienza di amministratore, cerco di portarla avanti, attraverso la sollecitazione dell’attenzione dell’opinione pubblica, delle forze politiche e sindacali, degli operatori sociali e culturali;

– alle condizioni di miseria di una parte consistente della popolazione napoletana e alle dinamiche di popolamento dei grandi complessi di edilizia popolare, per decostruire lo stereotipo degli attori locali di un arcipelago di quartieri periferici chiusi su sé stessi, ripiegati sulla propria "identità" stigmatizzata e perciò costretti alla necessaria gestione dell’unico "business" locale: la droga;
– all’espansione a macchia d’olio nel tessuto sociale di una criminalità organizzata sempre più pervasiva e tracotante che sta cambiando, anche a livello politico e amministrativo, il sistema delle regole di azione e interazione sociale, attraverso la legittimazione di nuovi modelli di comportamento fondati sulla corruzione, sulla prevaricazione, sulla minaccia, sull’omertà, sulla connivenza, sulla violenza;

– alle situazioni di degrado urbanistico e ambientale che rendono invivibili i quartieri in cui si addensa e si accatasta la popolazione più debole e più esposta alla deriva dell’illegalità e della devianza;
– al diffondersi nella popolazione napoletana di sentimenti di insicurezza, che per alcuni riguardano l’incolumità personale, quando non la propria vita, e gli affari, e per altri l’assenza di una rete di protezione sociale capace di sopperire alle carenze delle condizioni abitative e di vita.

Non è nuova, perché è la chiave di lettura usata dai grandi meridionalisti, da Salvemini, a Villari, a Nitti, a Dorso, che hanno affrontato il tema della "questione napoletana" all’interno della più vasta "questione meridionale". Da molti anni, purtroppo, riflettere su Napoli, partendo dalla grande disgregazione sociale che la caratterizza e che non può essere messa in dubbio, per quante acrobazie intellettuali si vogliano mettere in campo, è diventata una decisione estremamente rischiosa, perché i napoletani che leggono e che fanno opinione, anche se non sono la maggioranza, non sopportano che, quando si parla di Napoli, si parli anche della città dei “miserabili” e dei “delinquenti”.

Non che neghino l’esistenza dei miserabili e dei delinquenti, anzi non fanno che lamentarsene tutti i giorni, dal mattino alla sera, in ogni occasione, indicandoli come responsabili di tutti i problemi della città, dal traffico, alla maleducazione, alla sporcizia dei mezzi pubblici, alle strade piene di buche, ai marciapiedi usati come pista motociclabile, agli impiegati che chiedono la “bustarella”, ai commercianti che imbrogliano sul peso, all’immondizia accumulata per la strada, ai lavavetri e ai mendicanti sempre più numerosi e invadenti.

I colpevoli sono sempre loro, i miserabili e delinquenti, in una parola sola, i "lazzaroni" e la loro consorteria, la "camorra", perché, come si può facilmente notare leggendo i giornali, guardando la televisione, andando a cinema, c’è sempre la camorra dietro a tutte le cose che non funzionano a Napoli; una sorta di alibi pronto all’uso, sempre a disposizione, specialmente per amministratori e politici, oltre che per intellettuali e "maitre à penser".

Perchè loro, i "lazzaroni", non sono, e non sono mai stati, Napoli, “la città da godere”, non hanno niente a che vedere con una città ricca di storia, di arte, di cultura, di monumenti, di musei, di Accademie, di Università, di palazzi nobiliari, di piazze monumentali, di fontane, di chiese, di castelli, di vedute incomparabili, di gente che sa vivere, con villa a Capri e barca a mare, che gira il mondo, frequenta Londra, Parigi e New York per il piacere del vernissage di una mostra d’arte o, semplicemente, per fare shopping. I “lazzaroni” non abitano a Napoli, ma alla Sanità, ai Quartieri, ai Miracoli, al Lavinaio, a Scampia, a Ponticelli, a Pazzigno, a Pianura: altri luoghi, che tutt’insieme fanno un’altra città, sconosciuta ai napoletani che non hanno nessuna ragione per frequentarla, la “città da temere”.

Una distinzione che gli abitanti di queste “enclaves” ben conoscono, tanto è vero che dicono “andiamo a Napoli”, quando si muovono per raggiungere via Toledo, via Chiaia, piazza Dante, piazza Plebiscito, il lungomare, la villa comunale.
Storia vecchia e distinzione secolare. Lo sviluppo, a Napoli, nella popolazione più debole e marginale, di strategie di sopravvivenza del tutto particolari, caratterizzate dal ricorso all’illegalità, a livello individuale e di gruppo, familiare e sociale, non si può però continuare a ignorare, nei suoi meccanismi sociali di produzione e riproduzione, se si vogliono, non dico risolvere, ma cominciare ad affrontare i problemi che frenano lo sviluppo complessivo, in tutte le sue componenti, della città di Napoli.

Finora si è sbagliato, anche in assoluta buona fede, ma non si può continuare a perseverare nell’errore di credere che siano sufficienti le infrastrutture di mobilità, il cablaggio della città, lo sviluppo del terziario avanzato; in altre parole, la modernizzazione del sistema di produzione e scambio economico, per produrre trasformazioni nei modelli di comportamento, negli stili di vita, negli orientamenti di valore, di quella componente della popolazione che, secondo l’espressione del Cuoco, è distante dalla modernità, “due secoli per tempo e due gradi per clima”.

Ridurre, e via via colmare questa distanza, è la sfida che bisogna decidersi, finalmente ad affrontare, con gli strumenti più adeguati di comprensione culturale e di intervento sociale.
(Fonte foto: Rete Internet)

LA RUBRICA

LA CAMORRA BORBONICA: PRIMA PARTE

Quando e dove nasce la forza della camorra napoletana. Fonti e documenti vanno guardati bene, altrimenti si rischia di scrivere dei mediocri romanzi popolari, non certo libri di storia. Di Carmine Cimmino

E dunque Gigi Di Fiore ci informa che “la polizia borbonica aveva il suo da fare per reprimere“ le due organizzazioni della camorra, quella dei quartieri e quella delle carceri: e riusciva nell’intento, poiché sotto i Borbone la camorra fu “relegata in aree e interessi economici limitati” (in AA.VV, Mala unità, 2011, p. 28).

Il salto di qualità la camorra lo fece, scrive il Di Fiore, nel 1860, quando Liborio Romano le affidò il compito di mantenere l’ordine pubblico negli ultimi mesi del regno di Francesco II e nei primi di Napoli garibaldina e piemontese. È una interpretazione che fa molte grinze, peggio di un abito spiegazzato. Liborio Romano chiese l’aiuto dei camorristi Salvatore De Crescenzo, Pasquale Merolla e Antonio Lubrano proprio perché sapeva che la camorra esercitava da decenni un controllo ampio e profondo non solo sulla plebe della città, ma anche sulla polizia borbonica.

E proprio della polizia borbonica aveva paura don Liborio, perché riteneva che fosse capace di fare ciò che avevano fatto e avrebbero fatto tutte le polizie delle “tirannie“ in disfacimento: agitare le acque attraverso una sistematica campagna di rappresaglie e di provocazioni. Il piano lo aveva già approntato il commissario Schenardi prima dei moti del ’48 (Archivio di Stato di Napoli, Alta Polizia, f. 202). Certo, tra l’estate del 1860 e il gennaio del 1861 Liborio Romano e alcuni “liberali“ adottarono, in favore dei camorristi, disposizioni che sarebbero risultate catastrofiche, se Silvio Spaventa e Filippo De Blasio non avessero tentato di annullarne, o almeno annacquarne, gli effetti, anche attraverso provvedimenti formalmente illegittimi.

La camorra napoletana prese coscienza della propria forza tra il 1830 e il 1856. In questi 25 anni essa progettò e realizzò un disegno ambizioso: inquinare la polizia tutta, dai livelli più bassi agli uffici direttivi. Sebbene Ferdinando II avesse disposto, nel 1832, che non si parlasse e non si scrivesse apertamente di certi argomenti, intendenti, sottointendenti, giudici, sindaci e poliziotti onesti, non riuscendo a diventare, contemporaneamente, ciechi, sordi e muti, scrissero centinaia di note riservate sui commissari e sulle guardie che estorcevano danaro ai negozi, alle cantine e ai caffé, e imponevano tangenti sul gioco d’azzardo e sulla prostituzione. Il Commissariato del Porto proteggeva i contrabbandieri, anche se, di tanto in tanto, delinquenti e poliziotti litigavano per ragioni di “sala“, cioè sulla spartizione del bottino.

In questa amministrazione del malaffare la polizia borbonica divenne, scrive Francesco Barbagallo, “un preciso paradigma operativo per la già esperta e attiva organizzazione camorristica“ (Storia della camorra, 2010, p.13 ). Nel maggio del ’61 Silvio Spaventa, segretario generale del dicastero di polizia, comunicò al Conte di San Martino, Luogotenente Generale, che la polizia borbonica non aveva lasciato agli atti nessun documento importante sulla camorra. Nei giorni confusi del passaggio da una dinastia all’altra, i poliziotti più compromessi con la dinastia che se ne andava bruciarono migliaia di fascicoli: è accaduto e accade sempre e dovunque, in circostanze analoghe. E tuttavia qualcosa si salvò.

Nel giugno del 1861 il questore Tajani fornì al Luogotenente l’elenco delle “comitive“ di camorristi che controllavano, da anni, i quartieri di Napoli. Luigi Capozzi, di una storica famiglia gamorrista, Gabriele Alterio e Luigi Tramontana avevano il controllo dell’ Avvocata; la famiglia Cappuccio dettava legge, e da quasi un secolo, nella sezione Vicaria; il quartiere San Carlo all’Arena era in mano a una comitiva di contrabbandieri, protetta dai Cappuccio, e guidata da due picciotti di sgarro, Carmine detto Passarulo e Giovanni detto lo Sorice. La registrazione negli atti con il solo nome di battesimo seguito dal soprannome era una delle procedure adottate dalla polizia borbonica, quando voleva proteggere qualcuno e confondere le acque.

I membri della comitiva più numerosa, quella del Mercato, erano dotati di soprannomi strepitosi, alla Mastriani: Andrea e Gennaro, detti entrambi Carta Carta, Raffaele lo Zeccato, che con Titillo ‘o figlio ‘e Tore, era l’armiere del gruppo; il terribile Domenico Esposito detto Pichicchio, che dieci anni dopo dichiarò guerra alla camorra vesuviana per il controllo del mercato delle carni; Vincenzo detto Micco, ma anche Sfesso, soprannomi entrambi poco dignitosi per un camorrista che nel 1867 la polizia ritenne uno dei capi dell’associazione. I “terribili“ Mazzola, una genìa peggiore delle altre, governavano il quartiere Orefici e attraverso gli Stampo, loro luogotenenti, gestivano il fiorente mercato degli oggetti preziosi rubati nella provincia di Napoli e in Terra di Lavoro. I Mazzola vennero costantemente protetti dalla Direzione stessa della Polizia borbonica, e restarono borbonici anche dopo l’unità d’Italia.

Le strade percorse dai flussi dei preziosi rubati erano cosparse di cadaveri, perché i furti dell’oro e dell’argento furono, per decenni, l’attività principale della camorra provinciale, e causa prima di sanguinose battaglie fra comitive avversarie. Il Porto era in mano a Antonio Lubrano, detto di Porta di Massa, capo storico della camorra borbonica, nemico di Salvatore De Crescenzo, Tore ‘ e Criscienzo, che lo fece uccidere in carcere poche ore dopo l’arresto, nella notte tra il 3 e il 4 ottobre 1862. Lubrano controllava, da almeno 20 anni, il mercato degli agrumi e la bonafficiatella, e aveva ai suoi ordini “una ventina di guaglioni di malavita”. Suoi soci “nel negozio dei portogalli“, cioè delle arance, erano il fratello Pasquale, che però, osserva il Tajani, lettore di Manzoni, “è meno bravo di Antonio“, Antonio Fierro, Nicola Di Palma e Giovanni Sacco, detto caparotta, che è camorrista che si appicica.

Giova ricordare che i succhi di arancia e di limone svolgevano un ruolo importante nella medicina del tempo, come sostanze ricostituenti, antiscorbutiche e anticoleriche, e i succhi di limone anche come sostanza disinfettante. Legato ai Lubrano era Carmine Rubs, guappo di primo rango, che sotto Ferdinando II era stato caposquadra di polizia. A Toledo imperava, dal 1849, una comitiva di camorristi “alti“, di cui erano capi, secondo una nota del 9 giugno 1861, Salvatore De Mata, proprietario di un negozio di “cappelleria“ in vico Baglivo Uriès e Luigi De Martino, nipote di quel Peppe Aversano che era stato, sotto i Borbone, “famigeratissimo“ capo della camorra e spia della Direzione di Polizia. Dopo l’Unità, il De Mata divenne fornitore ufficiale di cappelli per la Casa Reale.

“Raffaele Cutolo nacque nel castello mediceo che il padre, contadino che poteva permettersi anche il lusso di prestare soldi a ex signori impoveriti dalla guerra, si era accaparrato dai figli del principe Lancillotto, finiti in cattive acque“. Lo scrive Gigi Di Fiore, a pag. 164 di un suo libro pubblicato nel 2006 da Utet, che si intitola: La camorra. Storie e documenti. E come libro di storia documentata lo comprai. Ma vedo che a pag. 164 è un romanzo d’appendice: il padre di Cutolo, contadino, che compra il castello, e vi fa nascere il figlio; i principi Lancellotti che diventano, per un lapsus assai significativo, Lancillotto. Una pagina da mediocre romanzo d’appendice. Da banale feuilleton.
(Foto: Vincenzo Migliaro "Via di Porto", del 1896)

LA STORIA MAGRA

LE FONTI D”ENERGIA – L’IDROGENO

Con questo approfondimento sull”idrogeno, concludiamo il nostro reportage sulle fonti d”energia.

Con questo approfondimento sull’idrogeno, concludiamo il nostro reportage sulle fonti d’energia.

L’idrogeno conclude questa lunga discussione sulle fonti d’energia.
L’idrogeno, pur essendo l’elemento più diffuso nell’universo (costituisce la materia di cui sono formate le stelle), sul nostro pianeta non esiste come elemento singolo, ma sotto forma di composto.

È presente, oltre che negli organismi viventi e nei composti organici, nei combustibili fossili, metano, petrolio, carbone, e nell’acqua, da cui, per estrarlo, occorre consumare energia.

Non costituisce un’energia primaria ma vettore energetico, mezzo, cioè, per immagazzinare energia prodotta con altre fonti.

L’IDROGENO

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