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LA CAMORRA BORBONICA. SECONDA PARTE

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Continua la nostra ricerca tra i documenti storici, per trovare le radici e i luoghi di “nascita” della camorra napoletana. Di Carmine Cimmino

La polizia borbonica, stretta tra i condizionamenti della corruzione e gli improvvisi rigori delle direttive del Ministero, agì contro la camorra per violenti e brevi scrosci di catene e di “ferri“ e lunghi periodi di bonaccia. Dopo il ’48 Gaetano Peccheneda, a cui Ferdinando II assegnò vari incarichi e un solo obiettivo, “sistemare“ l’ordine pubblico, mise sotto stretta sorveglianza tutti i “liberali“ che durante le giornate della rivoluzione e del governo costituzionale si erano mostrati “riscaldati e chiassatori“ in misura eccessiva; vennero arrestati anche alcuni camorristi del primo livello, sia a Napoli che nella provincia.

È probabile che siano stati presi i più noti, che in qualche caso – capitava anche allora – non erano i più importanti. Camorristi e liberali vennero inviati, forse per un disegno malizioso, negli stessi luoghi di pena: questo consentì a De Sivo di scrivere che in quei luoghi e in quel momento liberali e camorristi avevano stretto l’alleanza per congiurare contro il trono dei Borbone. In certi casi la “ferocia“ della polizia si mitigò. Vincenzo Gambardella, il camorrista che, in quanto “capoparanza della Pietra del Pesce“, dettava i prezzi del mercato ittico, venne inviato “a domicilio forzoso“ a Ottajano. Da qui egli poteva ancora dirigere un sistema su cui poggiava una parte consistente dell’economia della capitale e la cui solidità dipendeva dall’autorevolezza del capoparanza.

Al “domicilio forzoso” di Ottajano fu destinato anche Enrico Pessina, giovane e già luminoso protagonista del Foro di Napoli, amico di Michele de’ Medici, che era amico di noti liberali. “I camorristi “incorreggibili“ vennero mandati alle Tremiti. Qui fu relegato anche Luigi Mazzola, che in nome di De Crescenzo controllava il Porto, gli Orefici e il Ponte della Maddalena. Il potere della famiglia Mazzola non venne scalfito dall’arresto di Luigi: fratelli e nipoti continuarono a governare il territorio. I contrabbandieri del Miglio D’Oro e i facchini camorristi del porto di Castellammare vennero inviati a Capri e a Ischia.

Nel 1852 a Capri c’erano 142 “relegati“, colpevoli di “furto qualificato, renitenza alla forza, storpio, sfregio e bestemmia esecranda“. Avrebbero dovuto controllarli un giudice “supplente“ di quello di ruolo, che era stato sospeso dal servizio, e 40 guardie, che disponevano, in tutto, di 12 fucili da caccia “perfettamente inutili“. Ogni notte i “relegati“ scorrazzavano liberamente per l’isola, “molesti e baldanzosi“.

Tra il dicembre del 1862 e il febbraio del ‘63 il governo dell’Italia unita fece la prima grande retata di camorristi, che vennero rinchiusi a Castelcapuano. Nel marzo del ’63, poiché nella prigione, in cui si ammassavano 800 detenuti, scoppiò il tifo, si decise di trasferire duecento tra camorristi “incorreggibili“ e picciotti nel forte di Ischia.

Sulla nave, che si chiamava Plebiscito, salì il gotha del crimine: Aniello Mazzola, capo assoluto della “famiglia“ che controllava, da decenni, il mercato legale e illegale dell’oro nel quartiere Orefici e proteggeva le comitive dei ladri della provincia; Gennaro Tortora, detto ‘o vammaciaro, “patrono“ dell’usura, “contatto“ tra la camorra alta e quella bassa, uomo devotissimo alla Madonna dell’ Arco; Aniello Maisto, il “siciliano“, picciotto legato ai camorristi del Miglio d’Oro e di Castellammare; Michele Pipolo, che la polizia prima classificò come “manutengolo“ di briganti e poi indicò come capo della camorra di Pomigliano e di Marigliano, “ribaldo perniciosissimo“, minaccia perenne per gli “industrianti“ della distillazione dell’alcol e della lavorazione della canapa, e per i “vatigali“ che a centinaia percorrevano, ogni giorno, con i loro carri pieni di merci, la strada che da Napoli porta a Nola e ad Avellino.

C’era anche Francesco Cappuccio, futuro capo dei capi della camorra napoletana. E c’erano l’ottajanese Angelo Catapano, legato ai contrabbandieri vesuviani di carne e di vino, e i sommesi Antonio Cimmino e Vincenzo Alberino, “brigante“, il secondo, e membri, entrambi, di una “comitiva“ di San Giovanni a Teduccio che gestiva un fruttuoso mercato di baionette e fucili rubati dai depositi dell’esercito borbonico. Il forte di Ischia era una prigione da barzelletta. Nell’aprile il comandante militare della Piazza, P.Wenzel, comunica al comandante del distretto di Pozzuoli che gli ischitani “sono agitati“: i camorristi si comportano come padroni, le guardie “sono al loro totale servizio, e hanno con loro tale familiarità, che si direbbero affini.“.

E infatti si conoscono da anni: il capo delle guardie, Giuseppe Romano, che svolge quel ruolo dal 1847, ha l’abitudine di invitare a pranzo e a cena, nel suo alloggio, “proprio sotto il carcere“, i camorristi “famosi“ con le loro famiglie. I camorristi più “famosi“, e soprattutto “più facoltosi“, da cui molte guardie hanno preso danaro in prestito, “godono la passeggiata al Vaglio“ e possono incontrare, nelle locande di Ischia, i loro parenti. I camorristi “più riottosi“, soprattutto se poveri, stanno, a pane e acqua, “nel Maschio e nel carcere Sansone“. I guardiani, che da mesi non prendono “il mensile“, non hanno armi: si teme che possano venderle ai camorristi, “colludendo col profuso oro di cui quelli fanno mostra“, e non hanno “segni distintivi“: insomma, non è facile capire, né a prima, né a seconda vista, chi è guardia e chi è ladro.

Nel giugno Aniello Mazzola e Tommaso Palmieri chiedono di parlare con Vincenzo Tavassi, delegato di Pubblica Sicurezza. Giuseppe Romano e due guardie “fidate“ li accompagnano nell’ufficio del delegato: si aggirano, nei pressi , una certa Marianna, donna “di male affare“ e tale Rosa ‘a Perrettella, “sgualdrina“, arrivate il giorno prima da Napoli. I due camorristi, lamentando acciacchi di varia natura, chiedono il permesso di curarsi con i bagni termali. Tavassi ordina al Romano di ricondurli immediatamente nel carcere, “senza far bere loro nemmeno un bicchiere d’acqua.”. Tavassi è un poliziotto esperto: ha capito che i due hanno brutti pensieri. Ma proprio perché è esperto, non può non sapere anche chi è Romano: e dovrebbe agire di conseguenza.

Non lo fa. O forse vuole che i due tentino la fuga, e gli consentano di liberarsi per sempre del Romano. Durante il breve tragitto dall’ufficio del delegato al portone del forte Mazzola e Palmieri invitano Romano e le due guardie a bere un bicchiere di vino. Le guardie accettano, entrano tutti in una bettola dove li raggiungono le due “signorine“. Romano non resiste né alle donne né al vino. “Inebriato“, giunge a chiedere “l’unione“ con Marianna. Che non gliela nega, mentre le altre due guardie “si servono“ di Rosa: il lessico usato dalla polizia è uno strano miscuglio di pudore e di volgare asprezza. Approfittando della distrazione delle guardie, Mazzola e Palmieri fuggono via.

Tavassi, immediatamente informato, blocca nel porto barche e gozzi. La sera i due vengono acciuffati. Forse si fanno acciuffare. La vicenda (ASN, Archivio generale di Questura, f.999), notevole per il “nome“ e per il ruolo del Mazzola, svela relazioni, comportamenti e situazioni che hanno potuto costruirsi solo in un lungo periodo di anni.
(Foto: Quadro di Alceste Campriani "Strada del Vesuviano")

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