LEGITTIMO IMPEDIMENTO, QUESTO SCONOSCIUTO

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Con il responso del referendum, anche al Presidente del Consiglio ed ai Ministri, se sottoposti a procedimento penale, si applicheranno le norme del codice di rito. Di Simona Carandente

Si è fatto un gran parlare, negli ultimi giorni ed in occasione del recentissimo referendum, di un istituto che, lungi dall’essere stato introdotto di recente e da una norma ad hoc, vive di luce propria, essendo disciplinato in via ordinaria dallo stesso codice di rito.

In particolare, l’art. 420 ter del codice di rito prevede che, se l’imputato anche detenuto non si presenti in udienza, e l’assenza sia imputabile ad un’assoluta impossibilità di comparire per caso fortuito, forza maggiore, o altro legittimo impedimento, il processo debba essere rinviato ad una nuova data, rinnovando gli avvisi all’imputato stesso, consentendogli così di poter presenziare alle successive fasi del procedimento penale che lo riguarda in prima persona. Il rinvio della trattazione del procedimento viene disposto, altresì, se l’impedimento legittimo proviene dal difensore dell’imputato, impossibilitato a partecipare all’udienza per motivi di salute, o per concomitanti ed improcrastinabili impegni professionali. Chiaramente, l’onere della prova del legittimo impedimento grava su chi ne ha interesse, ovvero imputato e/o difensore.

Lo scorso anno, con la legge 7 aprile 2010, n.51 veniva istituito una sorta di legittimo impedimento ad hoc, applicabile solo al Presidente del Consiglio dei Ministri ed ai Ministri stessi, per tutta la durata della loro carica: sul presupposto del costante, profuso impegno nelle attività istituzionali, tenuto conto che la partecipazione ai processi penali poteva distogliere i governanti dai propri doveri ed attività, la legge istituiva un legittimo impedimento a comparire ai processi di natura speciale, che avrebbe comportato un continuo slittamento dei processi penali a carico di costoro, pur se con la sospensione dei termini di prescrizione.

In parole povere, attraverso la legge de quo veniva palesemente violato il principio di uguaglianza, di cui all’art. 3 della Carta Costituzionale, prevedendo che lo status di Presidente del Consiglio, o di Ministro stesso, potesse supportare una vera e propria paralisi del sistema della giustizia, destinato ad essere bloccato per un periodo di tempo indefinibile, pari alla durata della stessa carica istituzionale. Com’è facilmente intuibile, la questione non poteva che essere portata all’attenzione della Corte Costituzionale, chiamata a pronunciarsi sulla legittimità della norma e sulla sua conformità all’ordinamento positivo: con sentenza del gennaio scorso, la legge è stata in buona parte abrogata, mentre la parte residua ha subito un ultimo, definitivo colpo di spugna con i referendum abrogativi dei giorni scorsi.

Allo stato attuale, pertanto, anche al Presidente del Consiglio ed ai Ministri, se sottoposti a procedimento penale, si applicheranno le norme del codice di rito sul punto: sarà il Tribunale a valutare, caso per caso, se l’impedimento addotto da costoro sia o meno legittimo, senza che una norma vincoli l’attività del giudicante a priori, imponendogli di fatto un rinvio della trattazione del processo. (mail: simonacara@libero.it)
(Fonte foto: Rete Internet)

LA RUBRICA

SALVATOR ROSA TRA MITO E MAGIA. UN ARCANO PITTORE NELLA NAPOLI DEL SEICENTO

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Nel panorama artistico del Seicento l”artista napoletano si ribella alla retorica barocca volgendo la sua arte verso una pittura più europea, dai caratteri “nordici”, “grotteschi” e “bizzarri”.

Salvator Rosa, che i più ricorderanno per la celebre via napoletana a lui titolata, nasceva il 20 giugno del 1615 a Napoli. Formatosi “a bottega” da Aniello Falcone, in una Napoli in cui il soggiorno di Caravaggio e degli spagnoli Velázquez e de Ribera non era passato certo inosservato, si trasferisce giovanissimo a Roma. Qui, dove la tradizione artistica si sposava con il verismo caravaggesco e altre correnti d’avanguardia, il pittore partenopeo ebbe modo di crescere in un clima eterogeneo, entrando in contatto anche con i francesi Nicolas Poussin, uno dei protagonisti assoluti della pittura romana di quegli anni, e Claude Lorrain.

Seguendo le correnti principali del Barocco romano, il Rosa si avvicina alla Scuola dei Bamboccianti, che rinnegherà molto presto, e alla pittura di genere. Alla rappresentazione di “battaglie”, che conosceva bene sin dai tempi del suo tirocinio dal Falcone, affiancò anche “paesaggi”, che lo renderanno poi famoso dopo il suo ritorno a Napoli. Continuerà a viaggiare, soggiornando prima a Roma e poi a Viterbo, dove dipinge la sua prima opera di carattere sacro. Nel 1639 è a Firenze presso l’Accademia dei Percossi di cui fu uno dei fondatori. In questo periodo il pittore napoletano stringe amicizia con Lorenzo Lippi che lo spinge a comporre opere poetiche.

Salvator Rosa è, difatti, un’artista eclettico, capace di cimentarsi tanto nella pittura quanto nel teatro, nella musica e nella poesia. Al periodo fiorentino, dunque, risalgono le sue sette “Satire”, in cui critica i costumi del suo tempo e la stessa pittura, specie di genere, che considera palesemente “volgare”. È a cominciare da quegli anni che l’artista entra in contrasto con il linguaggio barocco e con la sua espressione più estrema. Dai temi sacri, che continua comunque a dipingere, il Rosa passa quindi a temi classici e mitologici trasferendosi nuovamente a Roma, luogo in cui, oltre a trovare campo fertile per le sue riflessioni artistiche, muore il 15 dicembre del 1673.

Gli anni più floridi, come si è visto, sono quelli tra il soggiorno fiorentino e l’ultimo, fatale soggiorno romano. Nel capoluogo Toscano, come anche a Roma, Salvator Rosa fu infatti attirato in particolar modo dai pittori stranieri e da tutto ciò che si discostava dalle correnti ufficiali dell’epoca. Affascinato dai nuovi sviluppi della pittura europea, l’artista si interessa soprattutto alla pittura di genere, “bizzarra”, “inusuale” e “curiosa”, degli artisti olandesi e tedeschi. Nelle sue opere questa componente “surreale” e “pittoresca” – come egli stesso la definisce – della natura, è espressa evidenziando una mimesi pittorica chiara e lampante che è, allo stesso tempo, un’ironica critica all’arte, “verista” e “popolare”, di moda a quel tempo.

Non a caso, negli anni tra Firenze e Roma, il Rosa inaugura quella che sarà definita la “veduta fantastica”, un genere di rappresentazione “surreale”, appunto, fatta di “paesaggi tenebrosi e selvaggi, cupe boscaglie e rupi a strapiombo, tempestose marine, scene di stregoneria o bivacchi di banditi, interpretati con umore malinconico”. La “leggenda” di un Salvator Rosa alchimista e filosofo, tenebroso e brigante, si è alimentata, nell’Ottocento, proprio attraverso questo suo rapporto con temi macabri e raccapriccianti, magici e stregoneschi che hanno trasformato questo pittore in un artista arcano, misterioso ed ermetico.

In verità, spiega bene l’Argan, “la sua pittura è più spiritosa che originale”; anzi, quell’“umore malinconico”, come lo definisce la Savani, che traspare dalle sue opere, ha fatto vedere, ad alcuni critici, nel pittore napoletano un precursore del Romanticismo. Le sue vedute “poetiche”, con una natura evidentemente di carattere pittorico e non reale, sono difatti molto simili ai romantici dipinti di un Caspar David Friedrich o di un John Constable che allo stesso Rosa guardarono con ammirazione.

Basta fissare la “Veduta del golfo di Salerno” (foto), oggi al Museo del Prado, per cogliere quelle suggestive atmosfere, dalla luce innaturale, che sembrano riprodurre più un sogno che la cruda realtà. Un pittore barocco, è vero, eppure anticonformista, spavaldo e laico; “uno dei nessi essenziali”, secondo sempre Argan, “tra l’Italia e la cultura artistica del resto d’Europa”; “un Caravaggio di metà Seicento” – come lo definisce Nicola Spinosa, soprintendente del Polo museale napoletano, in occasione della prima mostra monografica dedicata all’artista dal titolo “Salvator Rosa tra mito e magia”, tenutasi nel 2008 al Museo di Capodimonte – «con il cuore, l’occhio e la mente di un partenopeo incontrollabile e incontrollato».
(Fonte foto: Rete Internet)

STORIE D’ARTE

LA SICUREZZA URBANA

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Il tema ha uno spazio importante nelle dispute politiche, la ricerca di sicurezza, specialmente in ambito urbano, è diventata un”esigenza pressante, tanto da essere vista come unico rimedio per attenuare l”ansia crescente. Di Amato Lamberti

La sicurezza è il "bene comune" che tutte le amministrazioni comunali, come si vede anche dai programmi dei nuovi Sindaci eletti a Milano e Napoli, indicano come assoluta priorità. I programmi sono però molto diversi, a seconda dell’impostazione adottata. Qualche riflessione più generale mi sembra necessaria, per chiarire almeno i termini in cui oggi si pone il tema della sicurezza urbana, in particolare nelle grandi città.

La sicurezza come bene sociale è il prodotto di una concezione dell’attività di ordine pubblico inteso come servizio che i cittadini pagano, per avere organizzazioni che garantiscano la sicurezza come bene collettivo, utile ad un regolare svolgimento della vita civile e come garanzia dei propri diritti. Tale concezione è tipica dei paesi anglosassoni dove, per indicare il concetto di sicurezza, si usano i due termini: security, che indica, grosso modo, l’attività di ordine pubblico e di protezione dalla criminalità, e safety che invece, in senso generale, comprende tutte quelle attività che riguardano azioni di rassicurazione e di intervento miranti a creare “condizioni” di sicurezza.

Viceversa, nei paesi mediterranei, l’attività di polizia si è strutturata, tradizionalmente, come braccio del potere, il quale, utilizzandola ai fini del controllo repressivo interno, sottraeva ad essa il significato di servizio pubblico, per farne uno strumento di potere e di governo “esterno” alla società. Per questo, nel nostro paese, il termine “sicurezza” viene tradizionalmente associato, a quello di “ordine pubblico”.
Nel nostro Paese, l’esigenza di dare una prospettiva diversa alla questione sicurezza, in grado di rispondere alle nuove esigenze che accompagnavano le trasformazioni sociali e culturali, si è fatta strada man mano nel dibattito politico nazionale e sul governo degli enti locali, interessando amministratori, ricercatori, operatori sociali, fino a quando, all’inizio degli anni ‘90, l’aggettivazione “urbana” è parsa la più idonea a rappresentare questa prospettiva nuova che si era andata consolidando.

Si trattava, infatti, di conferire alla sicurezza una nuova accezione, capace di differenziarla dalla tradizionale equazione: sicurezza-ordine pubblico, che ne confinava lo spazio di intervento unicamente all’attività di protezione dalla minaccia criminale. Allo stesso tempo si riteneva necessario mettere in evidenza quanto la sicurezza stessa fosse un “bene” da costruire, in primo luogo come attività e azioni dirette al rafforzamento della percezione pubblica della sicurezza stessa.

Il concetto di sicurezza, abbandonato il suo stretto riferimento tradizionale all’ordine pubblico e la sua delimitazione al campo dell’intervento penale, diviene vago e difficile da definire e una volta uscito dall’ambito penale, il discorso sulla criminalità si fa sempre più politico, cioè legato ad interpretazioni e visioni del mondo, a forme del governo e dell’amministrazione della città, a strategie di responsabilizzazione di nuovi attori.
Così, il termine sicurezza urbana oltre a segnare il distacco dai concetti tradizionali di “sicurezza e ordine pubblico”, evidenzia l’affermarsi di un’idea di sicurezza che non richiede più soltanto un’assenza di minaccia all’integrità fisica e patrimoniale della persona, ma anche un’attività di rafforzamento della percezione della sicurezza, e fa riferimento alla città come luogo “privilegiato” ove si manifestano i problemi di insicurezza e dove quindi è necessario realizzare interventi adeguati.

I contesti urbani di oggi, siano essi del mondo occidentale, così come del terzo e quarto mondo, sono caratterizzati da un processo di “inurbazione selvaggia”, il quale, al di fuori di ogni pianificazione, non tiene conto di criteri che garantiscano qualità e sicurezza, ma esclusivamente il rendiconto economico. È così che nelle metropoli si creano periferie dove l’estetica è ridotta a mera praticità e la mancanza di controllo sociale, unita al degrado sono le ovvie conseguenze.

Mai come in questi anni, la ricerca di sicurezza, specialmente in ambito urbano, è diventata un’esigenza emergente e pressante, tanto da essere vista come unico rimedio per attenuare l’ansia crescente. Le ragioni a monte di tutto vanno ricercate sullo sfondo più ampio della globalizzazione e, nel contesto di un Paese come l’Italia, anche sulla messa in discussione del tradizionale sistema di welfare state che finora aveva retto.

Questi due fenomeni, congiuntamente alla frammentazione dei legami sociali e alla caduta della partecipazione politica, alla massiccia precarizzazione della dimensione lavorativa, in particolare per le generazioni più giovani, e al diffondersi di una cultura fondata sull’interesse individuale, concorrono nel generare un sottofondo di individualismo, solitudine ed incertezza.
Dopo l’11 settembre 2001, la percezione di trovarsi in una condizione di rischio costante ed imprevedibile si è ulteriormente acuita, con i riflessi delle guerra e delle violenze che scandiscono ormai sempre più la nostra quotidianità. Si tratta di un insieme di elementi che contribuiscono ad espandere il senso di insicurezza.

Per capire se si tratta di una paura oggettivamente fondata si può introdurre la distinzione tra sicurezza oggettiva e sicurezza soggettiva. Il bisogno di sicurezza ha da un lato una dimensione squisitamente psicologica e soggettiva che affonda nella sfera della personalità, mentre dall’altro ha dimensioni sociali e oggettive che toccano ragioni di ordine etico, giuridico, politico e mettono in causa l’insieme della vita collettiva e delle istituzioni che la reggono. Due dimensioni che si innestano comunque l’una sull’altra, in un percorso che va dal privato al pubblico, dal soggettivo all’oggettivo e viceversa.

Mentre però, per identificare la sicurezza oggettiva, normalmente si fa riferimento al tasso di criminalità di una data zona in un determinato periodo e alla diversa tipologia e numerosità delle vittime dei reati, nonché ad altre grandezze misurabili, appunto, oggettivamente, è invece assai più complesso giungere ad una misurazione univoca di ciò che è indicato con sicurezza soggettiva. Il giudizio relativo ad una determinata zona non può non dipendere dal metro di valutazione adottato, in cui appaiono determinanti variabili come la superficie territoriale, il tempo, la tipologia di reati presi in considerazione, oltre che, ovviamente, la città di riferimento. Ogni individuo, infatti, elabora la propria interpretazione delle condizioni di sicurezza, sulla base dell’interrelazione continua di parametri personali, sociali, fisici, psicologici, relazionali e culturali, rapportati alla qualità della vita e alla vivibilità delle realtà urbane di cui egli è fruitore.

Agli stimoli specifici che giungono della realtà locale, si aggiungono poi i messaggi provenienti tramite gli organi di informazione dal resto del “villaggio globale”. Le guerre, nello stesso tempo lontane e vicine, la minaccia terroristica, il continuo attacco all’ambiente fisico e al suo equilibrio naturale, la turbolenza del mercato globale, caratterizzato da sempre più rapide trasformazioni, la presenza di fenomeni migratori trattati sempre di più per i loro aspetti negativi, la perdita di punti di riferimento sicuri, quali il titolo di studio, il posto di lavoro, l’assistenza sociale e sanitaria, delineano, nell’inconscio ancor prima che nella realtà, uno scenario di precarietà e di ansia, che rappresenta un fertile terreno di coltura per ulteriori rappresentazioni, non sempre giustificate e oggettive, ma di certo forti e condizionanti.

Come ha inoltre rilevato Bauman, le grandi città metropolitane, un tempo luoghi di promozione sociale e anche di sicurezza, sono oggi un “vaso di Pandora” dal quale zampillano problemi che appaiono difficilmente risolvibili nel breve termine e generano un senso di frustrazione e insicurezza, tanto che molte città (non solo Milano, Torino, Roma, Napoli, Bari o Palermo, ma anche Bologna, Parma, Firenze, Venezia), stanno conoscendo il fenomeno inverso dell’abbandono di un numero crescente di abitanti, respinti da condizioni materiali sempre più difficili e da un senso di paura che si fa pervasivo.

Studi effettuati confermano che il senso di insicurezza provoca reazioni diverse nella popolazione urbana del nostro Paese e che esse variano secondo il ceto sociale di appartenenza. I ceti sociali più svantaggiati sono quelli in cui il sentimento di insicurezza è più diffuso perché sono costretti a subire direttamente gli effetti negativi del cambiamento e sono quelli che, non avendo altro modo per difendersi, fanno più spesso ricorso a precauzioni di tipo personale: dal semplice cambiare strada per evitare determinati luoghi, alla riduzione degli orari di uscita. Un’ampia quota di questi utilizza anche l’azione collettiva, riunendosi in comitati, partecipando a manifestazioni, firmando petizioni e scrivendo lettere di protesta. Tra i ceti sociali più agiati, invece, chi può permetterselo si difende mediante le agenzie private o con sistemi di sicurezza, oppure, più radicalmente, preferisce cambiare abitazione, trasferendosi in zone più tranquille ed eleganti.

In ambito urbano, quindi, il sentimento di insicurezza determinato dalla percezione del rischio si accompagna ad una situazione di disagio, di incertezza, quando non direttamente di pericolo e del conseguente bisogno di riportare l’equilibrio. Tutto ciò ha inciso sugli stili di vita, sui comportamenti quotidiani degli individui, sulle relazioni sociali, sul rapporto tra individui e territorio, nonché tra individui e ambiente.

Ha inciso sull’equilibrio tra spazi pubblici, esposti alle condotte incivili e ai rischi predatori e spazi privati, in cui la sicurezza delle persone e dei beni costituisce, oggi, uno dei principali canoni di progettazione degli immobili e un fondamentale criterio di scelta da parte degli acquirenti. Ha inciso sulla fisionomia stessa dei nuovi insediamenti abitativi, modificando i metodi di progettazione urbanistica ed architettonica. In molte aree urbane ci sono case fatte per proteggere i loro abitanti, piuttosto che per integrarli nella comunità cui appartengono.

Questi sono i frutti delle precarietà, delle incertezze e delle paure, che prendono forma quando ci si rende conto delle scarse possibilità di previsione e di controllo sulla vita e della situazione pericolosa ed incontrollabile in cui si trova la società. Il sentimento di insicurezza, condizionando l’esistenza poiché influenza in maniera pesante le abitudini quotidiane, la percezione del territorio, le relazioni interpersonali e il rapporto con le istituzioni, dà origine a disagi nel comportamento individuale e collettivo, rintracciabili in quella sottile angoscia che possa accadere qualcosa, indipendentemente dall’aver subito o meno uno o più eventi criminosi.

La constatazione di come il sentimento di insicurezza possa condizionare lo stile di vita delle persone, anche quando non è associato ad un effettivo pericolo, porta ad assimilarlo ad un fattore di stress, al pari di altre condizioni in grado di rendere svantaggiata la vita delle persone, sia sotto l’aspetto della salute individuale, sia sotto l’aspetto della vita comunitaria.
(Fonte foto: Rete Internet)

LA RUBRICA

LA SALUTE A NAPOLI

Questo è stato l”anno dei paradossi; però, le smisurate assurdità di Napoli sono talmente eccessive che non possono essere solo opera del caso. Di Carmine Cimmino

“Dopo che per nove giorni al cinema Lumière The tree of life (L’albero della vita) di Terrene Malick è stato proiettato a rulli invertiti“ Giuseppe Bertolucci e Gian Luca Farinelli, l’uno presidente, l’altro direttore della Cineteca di Bologna hanno chiesto pubblicamente scusa alle “centinaia di spettatori“, ai quali è stato offerto “un involontario falso d’autore“: e da una Cineteca, “dunque, da un’istituzione che fa dell’integrità delle opere una delle ragioni stesse della propria esistenza.” ( Corriere della Sera, 9 giugno ). Troppa cenere sul capo.

Il film di Malick non rispetta lo schema in sequenza inizio – sviluppo- conclusione e affida a ogni immagine un senso suo proprio, assoluto e definitivo: non è azzardato pensare che il regista stesso abbia messo in conto, o abbia perfino provocato, la possibilità di una proiezione e di una lettura a ritroso. Del resto, gli spettatori non si sono accorti di nulla, dal momento che non hanno protestato. Molti quadri di Rotko sono due campiture sovrapposte di colore puro: per esempio, una fascia di azzurro sopra, una di rosso sotto. È capitato che il direttore di un museo importante abbia appeso una tela di Rotko “a rovescio“: ma poi, a “rovescio“ di che? L’ artista non è più padrone della sua opera d’arte, dopo che l’ha conclusa, firmata e offerta alla fruizione degli altri.

Viviamo nella civiltà dell’ “opera aperta“, ed è una pacchia per critici e studiosi. Tutto può significare tutto. E il contrario di tutto. Una parte cospicua della grande poesia del Novecento può essere letta risalendo dall’ultima proposizione alla prima: il che accade, a ben vedere, ogni volta che ri –leggiamo un testo. Nella ri –lettura noi leggiamo il primo verso o il primo rigo alla luce del messaggio e dell’emozione che abbiamo tratto dalle parole, dal ritmo e dalle immagini dell’ultimo verso o dell’ultimo rigo. È il circolo ermeneutico, che ognuno di noi ripercorre cento volte al giorno, soprattutto quando rivede pochi attimi o lunghe sequenze del film del suo passato, prossimo o remoto, attraverso la proiezione offerta dalla memoria: che è quasi sempre una proiezione a rulli invertiti. Ricordare è un rivivere inverso.

Insomma, la cultura del ‘900 conosce bene questo processo del rovesciamento spazio- temporale, che qualche artista ha registrato nella sua opera con una fedeltà mimetica talvolta eccessiva. Nelle opere di Georg Baselitz le figure stanno a testa in giù, come nell’opera la cui immagine correda questo articolo. Bisogna dire, tuttavia, che l’artista non capovolge il quadro dopo aver dipinto diritte le figure, ma già di prima mano le dipinge a rovescio, perché solo in questo modo riesce a straniarsi dal mondo e a fare del suo sguardo una metafora “magica“ della sua “visione“. Dico magica perché in ogni “inversione“ c’è l’alterazione di un ritmo naturale, e dunque c’ è magia. Qualcuno crede, per esempio, che alcune canzoni, cantate al contrario, esprimano significati satanici.

Ci sono momenti in cui pare che fatti e notizie di fatti corrano a disporsi sotto un solo segno. “La Repubblica“ dell’ 8 giugno ha pubblicato, con il titolo Lo sviluppo senza progresso, un brano tratto dal libro di Rino Genovese Che cos’è il berlusconismo. La democrazia deformata e il caso italiano. Questo è veramente l’anno dei paradossi, dei capovolgimenti e dei rovesciamenti. Si celebra l’unità d’Italia in un’Italia che a molti appare tutt’altro che unita. Non si sa bene, dopo 150 anni, se il Sud fu liberato o se venne occupato, se Garibaldi lo riscattò da una servitù vergognosa o se lo consegnò a una schiavitù ancora più vergognosa, se i briganti furono patrioti o solo volgari e sanguinari banditi. Il paradosso sviluppato da Rino Genovese rovescia ogni altro rovesciamento di prospettiva.

C’è stata, dice Genovese, “una paradossale seconda unificazione dell’Italia“, progettata e guidata da Napoli, sulla base di “un peggioramento della vita civile della stessa Italia settentrionale“. Napoli ha napoletanizzato il Nord, prima esportando e imponendo il suo caos – Aldo Cazzullo lo scrisse nel 2007 -, poi esportando e imponendo le logiche, anche criminali, soprattutto criminali, che sono sorelle e figlie di quel caos. Napoli vinta ha vinto e gettato in catene il suo crudele vincitore. È una tesi che invita alla riflessione anche chi credeva che la retorica dei paradossi sui problemi passati e presenti di Napoli fosse esaurita, che le parole, ridotte ormai a chiacchiere, si fossero arrese all’invincibile e inimitabile forza di quell’assurdità assoluta che non sta nel linguaggio e nei pensieri, ma nelle cose e nei fatti.

Poiché Napoli è la terra in cui può capitare che un camorrista impartisca pubbliche lezioni di legalità; in cui capita che i contadini, per una manciata di euro, nascondano cisterne di veleni sotto i broccoli, i cavoli e i finocchi, che, colmi di umori tossici, poi essi stessi mangiano, e con loro i loro figli, e i loro amici e conoscenti. Napoli è la terra dell’oncologo Antonio Giordano, allievo di un Premio Nobel, direttore di prestigiosi Istituti americani. Sul Corriere del Mezzogiorno del 9 giugno il prof. Giordano ha detto tre cose terribili: il DNA dei Napoletani è “un colabrodo“; ogni anno ci sono, a Napoli, 40000 (quarantamila) tumori in più; le istituzioni napoletane non riescono (non vogliono? non possono? e perché?) aggiornare il Registro dei tumori.

Napoli sta dilatando la sua assurdità a tale livello di tensione da costringerci a pensare che in tale eccesso ci sia un’astuzia insondabile della Storia. Deve esserci per forza. Assurdità così smisurate non possono essere solo opera del caso.

Delle tre fasce in cui è divisa la pag. 9 del Corriere del Mezzogiorno l’intervista col prof. Giordano occupa quasi tutta la prima fascia; c’è, di lato, un articolo con la notizia dell’ arresto di un imprenditore che “smaltiva per i Casalesi“- smaltiva rifiuti, ovviamente – aggiudicandosi “sistematicamente appalti e commesse“. Sistematicamente. Con chi faceva sistema, per accaparrarsi tanti appalti, banditi (dal verbo bandire) dalle istituzioni pubbliche? Nella seconda fascia c’è la positiva notizia che al teatro Paradiso ci saranno “serate di danza del ventre per dare aiuto alla medicina“. La terza fascia è riservata alla pubblicità di viaggi a Lourdes (so che Lourdes è un luogo in cui anche un miscredente avverte la presenza del numinoso).

Quella pagina, per l’ironia del caso o per una geniale intuizione dell’impaginatore, inquadra la questione della salute a Napoli e delle speranze concesse ai napoletani da molti punti di vista. Quella pagina dimostra che un articolo di giornale trae il suo significato dalle parole che lo compongono, e dagli articoli che il caso, il fato, una mano sapiente hanno piazzato sotto, sopra, di lato. Nessun uomo è un’isola. E nessuna parola può vivere da sola.
(Foto: Quadro di Georg Baselitz, " Die Madchen von Olmo II " -1981-).

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PER NAPOLI OCCORRE LA TRIANGOLAZIONE VIRTUOSA

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Il capoluogo ha cambiato sindaco ma si teme che la “napoletanità” non aiuterà il cambiamento. Per trovare nuove formule il sindaco dovrà agire con la mente e il cuore napoletani di Eduardo e con la passione lucida di Leopardi! Di Giovanni Ariola

– I Napoletani hanno cambiato il sindaco e l’amministrazione comunale – sbotta con foga il prof. Piermario – ma quando si decideranno a cambiare se stessi?
– Non credo proprio che potranno cambiare – sorride scettico il prof.Geremia Fantasia.
– La napoletanità – rincara la dose il prof. Eligio – è secondo me un naturae malum. Ricordate la gallina della favola di Fedro? “Licet horreum mi pateat, ego scalpam tamen” (“Mi puoi mettere a disposizione un granaio, io continuerò a razzolare”. Da Fedro, Appendix Perottina, XI). Insomma il napoletano è come la gallina, potranno passare i secoli, cambiare regimi politici ed economici, egli non cambierà mai, rimarrà un “napoletano”.

Chi nasce tunno nun po’ murì quadro – traduce convinto il collega Fantasia.
– Possibile che ora nel ventunesimo secolo – ribatte visibilmente infastidito il prof. Piermario – continuiate a sostenere queste idee che andavano bene ai tempi del Lombroso…Cambiare è possibile, è ormai un dato scientifico. Ma cambiare che cosa e come? Sono d’accordo, anche se parzialmente, con Mauro Giancaspro, direttore della Biblioteca Nazionale di Napoli, quando, intervistato da un giornalista del Corriere della Sera, afferma che, se fosse sindaco di Napoli, farebbe “in modo che i napoletani diventassero un po’ meno figli di Eduardo e un po’ più figli di Leopardi.”

E continua chiarendo il suo pensiero: “Sia chiaro, so benissimo che a un’amministrazione comunale viene chiesto di risolvere l’emergenza spazzatura, aggiustare le strade, diminuire il traffico, assicurare la legalità…Ed è giusto così. Però mi chiedo: è possibile tutto questo senza una profonda rivoluzione culturale? Io credo di no…Dobbiamo renderci conto che abbiamo il nemico in casa. E questo nemico si chiama napoletanità. Le vie della comunicazione sono ostruite da un macigno che seppellisce il vero profilo della città lasciando spazio a un’immagine oleografica, spesso perfino macchiettistica….come se i napoletani fossero tutti uguali a quelli descritti nelle commedie di De Filippo, ridanciani, simpatici, arruffoni e con almeno uno zio contrabbandiere…”.

“Abbiamo quest’ombra appiccicata addosso, ma quanti sanno che qui esistono un orto botanico fra i più importanti d’Europa, l’osservatorio dove è assemblato uno dei telescopi più moderni del mondo, una tradizione di scuola medica veterinaria di altissimo livello? E potrei continuare l’elenco ancora per molto…Ecco io sogno un sindaco in grado di restituire ai napoletani la passione lucida che trasuda da quegli scritti(di Leopardi)…”.

Sì, è vero, il dott. Giancaspro è un po’ in contraddizione quando sostiene che i napoletani, tutti i napoletani, sono figli di Eduardo mentre nello stesso tempo fa notare che ci sono in città enti ed istituzioni nelle cui strutture operano fior di professionisti intelligenti, seri e insomma molto poco “figli di Eduardo” ma già dotati di quella passione lucida e quindi già “figli di Leopardi”…Allora non devono cambiare tutti i napoletani bensì quella parte dei napoletani che, più simili a certi personaggi farseschi di Peppino De Filippo piuttosto che a quelli tragicomici di Eduardo, alimentano con il loro comportamento, gli stereotipi che continuano a persistere nella mentalità collettiva…

– Se proprio vogliamo dirla tutta – osserva caustico il prof. Fantasia – il Leopardi è stato piuttosto duro con la città che lo ospitava. Infatti nella satira “I nuovi credenti” dà una rappresentazione stereotipata e ingiusta dei partenopei, quando scrive “Ranieri mio, le carte ove l’umana/ vita esprimer tentai, con Salomone/ lei chiamando, qual soglio, acerba e vana,// spiaccion dal Lavinaio al Chiatamone,/ da Tarsia, da Sant’Elmo insino al Molo/ e spiaccion per Toledo alle persone.// Di Chiaia la Riviera, e quei che il suolo/ impinguan del Mercato, e quei che vanno/ per l’erte vie di San Martino a volo,// Capodimonte, e quei che passan l’anno/ in sul Caffè d’Italia, e in breve accesa/ d’un concorde voler tutta in mio danno// s’arma Napoli a gara alla difesa/ de’ maccheroni suoi…”.

– Sì, ma bisogna precisare – incalza il collega Piermario – che il Leopardi ce l’aveva con determinate persone, malate in qualche modo di napoletanità e soprattutto con “color che sanno”, detto con ironia, in realtà saccenti e presuntuosi , e sono i vari Elpidio (forse, al secolo, Saverio Baldacchini), Galerio (forse, al secolo, Raffaele Liberatore) e altri come quello “a cui per l’ossa e per le vene orrendo/ veleno andò già sciolto, or va commisto/ con Mercurio ed andrà sempre serpendo/..”(forse, al secolo, Nicola Corcia) (malato di lue che allora si curava con un unguento mercuriale, ossia un farmaco contenente mercurio); queste persone, insensibili, ignoranti e sciocche, che avevano stroncato i suoi scritti e criticato il suo pensiero, il poeta sferza e apostrofa, ancora ironicamente “Voi saggi, voi felici: anime elette/ a goder delle cose: in voi natura/ le intenzioni sue vide perfette./ Degli uomini e del ciel delizia e cura/ sarete sempre, infin che stabilita/ ignoranza e sciocchezza in cuor vi dura:/e durerà, mi penso, almeno in vita.”

– Io lascerei in pace il Leopardi. – interviene il prof. Carlo – Pur avendo prodotto una poesia e un pensiero in gran parte validi e attuali ancora oggi, è un uomo e un intellettuale dell’ottocento…Purtroppo sappiamo come spesso le rappresentazioni che di Napoli e dei Napoletani hanno dato scrittori non napoletani, sono spesso parziali, arbitrarie e superficiali… Basta pensare a “La Pelle” di Curzio Malaparte, o a “Napoli 1944” di Norman Lewis, ma anche più recentemente ai libri inchiesta su Napoli di Giorgio Bocca (“L’inferno. Profondo sud, male oscuro”, Milano, Mondatori, 1994; “Napoli siamo noi. Il dramma di una città nell’indifferenza dell’Italia”, Milano, Feltrinelli, 2006). Tuttavia – riprende il prof. Carlo – non mancano in questi libri considerazioni realistiche e giudizi illuminanti proprio perché provengono da osservatori esterni…

– Ho trovato interessante, a tal proposito – lo interrompe il collega Eligio – l’opera di Sàndor Màrai, “Il sangue di San Gennaro”, già pubblicata nel 1957 e ristampata l’anno scorso da Adelphi. Certi squarci della Napoli del secondo dopoguerra sono indimenticabili…quanto alle analisi sociologiche non si può non essere d’accordo…Voglio leggervi questo racconto commentato del “miracolo” del sangue di San Gennaro “Aspettavano il miracolo come si aspetta l’inizio di uno spettacolo della commedia dell’arte…Stavamo fermi, in ginocchio, quando il coro delle donne strepitò di colpo, come il coro della tragedia greca, dando inizio a una litania ritmata, dolente, supplichevole e pressante…Quando quelle voci presero a ululare, cominciò qualcosa. Che cosa? Il miracolo? Non lo so…Era una mescolanza di superstizione, tradizione, liturgia, illusionismo, spettacolo circense, aveva un che di prettamente commerciale, eppure c’era dell’altro…E capimmo che il miracolo bisogna implorarlo. Non basta aspettare comodamente che arrivi…Il fatto è che bisogna crederci , e chiamarlo…” (p. 326)

– Anch’io ho letto questo libro dello scrittore ungherese, ormai un classico – osserva il prof. Fantasia – Originali…soprattutto l’idea che Napoli è come sorvegliata a vista dal Vesuvio, dal mare e dal vento e la trovata dell’autore di far dire a questi tre terribili elementi della natura parole di monito per i napoletani “scordarelli”, stupidi e pure presuntuosi. Il Vesuvio disse: «Non è facile farglielo capire, ma non è detto che alla fine non lo capiscano. Dimenticano in fretta, questa è la loro fortuna…Li ho visti piangere e correre sulle strade, quando li ho inseguiti lanciando loro lapilli ardenti e pece bollente, perché solo usando la severità si può insegnare…Li tengo d’occhio. Adesso credono che io dorma, e si sono fatti di nuovo insolenti. Ammiccano, si mettono a studiare i miei segreti, fanno gli spacconi, dicendo che anche loro sono capaci di produrre esplosioni più violente e rumorose delle mie….E non ho ancora detto l’ultima parola». (pp. 336-337)

– La letteratura – lo interrompe il prof. Piermario, insofferente di questa eccessiva divagazione letteraria che lui considera pura accademia, oziosa e inutile – ne siamo convinti tutti, ha (dovrebbe avere) una funzione sociale e civile di estrema importanza, ma… ma poi bisogna fare i conti con la realtà…Non invidio affatto il nuovo sindaco di Napoli…e non vorrei trovarmi al suo posto…
– Auguriamogli buon lavoro – sorride il prof. Carlo – e che possa trovare le formule operative adeguate…che possa realizzare la triangolazione virtuosa…lavoro, cultura e legalità, da contrapporre alla triangolazione perversa e diabolica: disoccupazione, ignoranza e camorra
– …. , – concorda il prof. Piermario – con la mente e il cuore napoletani di Eduardo e con la passione lucida di Leopardi!

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AL MASCHIO ANGIOINO “GRANDE NAPOLI ARTE”

È stata inaugurata martedì 7 giugno la mostra Grande Napoli Arte, visitabile fino al 27 giugno al Maschio Angioino – Sala della Loggia. In mostra opere di artisti napoletani.

In catalogo trentasette artisti. La mostra accoglie opere molto differenti tra loro, stili e linguaggi diversi, periodi differenti, riferimenti culturali anche distanti. La rassegna mette a confronto alcuni artisti che hanno vissuto e operato a Napoli nella prima metà del novecento e altri nella seconda metà. La mostra intitolata "Grande Napoli Arte", è organizzata e curata dal Daphne Museum, che ha aperto una sezione della propria galleria virtuale ad un progetto di arte contemporanea.

Un lungo elenco di nomi in catalogo: Renato Barisani, Elio Waschimps, Bruno Donzelli, Antonio Asturi, Gianni Strino, Eduardo Dal Bono, Gennaro Villani, Emilio Notte, Luciano Caruso, Salvatore Emblema, Rubens Capaldo, Domenico Spinosa, Giuseppe Ciavolino, Evan De Vilde, Giuseppe Casciaro, Mario Sangiovanni, Lucio Del Pezzo, Carlo Cordua, Elio, Luigi e Rosario Mazzella, Mario Persico, Roberto Carignani, Andrea Bisanzio, Carlo Striccoli, TTozoi, Errico Placido, Gaetano Bocchetti, Giovanni Parlato, Eduardo Dalbono, Antonio Isabettini, Salvatore Vitagliano, Vincenzo Gemito, Salvatore Ciaurro, Maria Rosaria Marchi, Salvatore Esembla, Michele Spatuzzi, Andrea Rossetti, Enrico Cajati, Sergio Gioielli, Luigi Grossi.

Una collettiva per indagare una fase particolarmente fervida, che vide all’avanguardia della ricerca artistica, una schiera di pittori e scultori, che seppero portare lo sguardo ben oltre i confini provinciali e collegarsi a quanto accadeva sulla scena internazionale.
Il filo rosso che accosta le opere resta intellettuale, poco leggibile dello spettatore.
Emergono però alcune opere che hanno la capacità di attrarre maggiormente l’attenzione. Così è per Mario Persico e Gianni Strino, le cui opere non hanno nulla in comune se non una particolare forza.

Mario Persico, 1930, tra i protagonisti del gruppo nucleare, che praticava un impasto cromatico e materico non dissimile da quello della pittura informale, ma era sensibile ai temi dell’era atomica, fonte di paura (la bomba) e di speranza (un’energia illimitata). Nell’opera esposta si ritrovano temi di una fantastica tecnologia, visionaria e un po’ magica, in cui ibridazioni di tempere e vernici, colori artificiali, smalti industriali, colle viniliche ricostruiscono un senso di materia tattile, quasi una ceramica, una terra. Un’immagine post industriale e allo stesso tempo fatata.
Gianni Strino, 1953, di cui sono esposte «Pane e Vino» e «Scacco matto».

Chiara influenza di Caravaggio e Josè Riviera nell’uso della tecnica delle luci e delle ombre, i contorni delle figure appaiono perfetti, ricercata la composizione e la scelta dei colori. Eppure nelle opere appare una sorta di ironia, nell’uso di soggetti contemporanei, come un tirabusciò, personaggi di vita quotidiana, occhiali da vista, un pullover.
CASTEL NUOVO – MASCHIO ANGIOINO
Piazza Municipio – 80133 Napoli
+39 081 4201241 – Biglietteria

SE UN ALUNNO SI FA MALE, NON SEMPRE É RESPONSABILE IL DOCENTE

Con la sentenza n. 1478/06, il Tribunale di Catania, sez V, affronta la delicata questione relativa alla responsabilità dell”istituto scolastico e dell”insegnante in caso di autolesioni dell”alunno.

Il caso
Un ragazzo di 15 anni, durante l’ora di educazione fisica, mentre eseguiva un esercizio di salto in alto, cadeva urtando il ginocchio sui denti, e riportando conseguentemente delle lesioni.
I genitori del ragazzo chiedevano al Tribunale di condannare la scuola al pagamento in favore del minore della complessiva somma di € 9.999,02 .
Il Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca si costituiva in giudizio, esponendo le sue ragioni
Alla fine i Giudici traggono le seguenti conclusioni:

Nel caso in oggetto, non potrà ritenersi sussistente quella che Cassazione ha definito come «una presunzione semplice» in ordine all’inadeguata o negligente prestazione dell’insegnante, per cui l’insegnante deve dar prova di aver fatto tutto il possibile per evitare il fatto, anzi, sembra del tutto evidente che tale presunzione non potrà ritenersi sussistente in tutti i casi, ma solo in quelli nei quali la concreta vicenda la giustifichi.
Dunque, se in una scuola materna un bimbo di tre anni verrà restituito ai genitori ferito e la maestra riferirà di non sapere come egli si sia procurato quelle ferite, si potrà e dovrà presumere – in mancanza di una prova del contrario – che la maestra medesima non abbia adempiuto correttamente la propria obbligazione di custodia del bimbo affidato alle sue cure.

Ma se, come nel caso di specie, un ragazzo di quindici anni e mezzo lamenta di essersi fatto male «sbattendo il ginocchio destro sui denti» mentre «eseguiva un esercizio di salto in alto», nessuna presunzione di responsabilità può ipotizzarsi a carico degli insegnanti e della scuola e l’azione di risarcimento dei danni dovrà fondarsi su concrete allegazioni e su prove delle medesime offerte dal genitore del ragazzo. Ed è fisiologicamente connesso all’esercizio di attività motorie che, facendole, si possa accidentalmente cadere e farsi male, senza che ciò necessariamente significhi che l’insegnante abbia posto in essere azioni o omissioni sotto un qualche profilo censurabili.

Il fatto, così come narrato, appare essere una normale conseguenza dell’esercizio di un’attività ginnica: un allievo compie un salto in alto e, cadendo male, sbatte il ginocchio destro sui denti.
Non avendo il ragazzo non solo provato, ma addirittura neppure allegato, che ciò sia avvenuto per una qualche ragione attribuibile a responsabilità dell’insegnante (come, per esempio, avere fatto eseguire agli allievi esercizi superiori alle loro capacità o da svolgersi con attrezzature e/o modalità inadeguate, ecc.), deve ritenersi che l’incidente in questione sia frutto di una inevitabile casualità (un piede messo male, la flessione non governata come si deve, ecc.) e che l’unico modo che vi sarebbe stato di evitarlo era non fare eseguire al ragazzo esercizi ginnici nell’ora dedicata all’educazione fisica. Il che, ovviamente, è del tutto illogico.

Cadere, sbattere il ginocchio sui denti è cosa che può accadere e con una certa “normalità” accade quando si fa ginnastica e, ancor più quando si fanno salti in alto, anche se li si fa sotto la più diligente vigilanza, e, dunque, il solo “essersi fatto male”, senz’alcuna altra precisazione, non può essere considerato indizio e men che meno prova di responsabilità di taluno nella causazione di quel fatto.

Sul punto, ha correttamente statuito anche il Tribunale di Milano che «ai fini della responsabilità dell’insegnante per fatto illecito occorso ad un alunno di scuola elementare, la presunzione di responsabilità per “culpa in vigilando” non può estendersi sino a ritenere sussistente la responsabilità stessa per il fatto solo che sia stato autorizzato lo svolgimento di giochi aerobici e dinamici».

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IL COLORE DELLA POVERTÁ DI NAPOLI

La povertà, ancor oggi, è forse la chiave per capire Napoli: e, quindi, anche per capire la vera, la buona cucina napoletana”. Idea triste e feroce, fatta passare anni fa da Mario Soldati, dopo uno dei suoi viaggi a Napoli. Di Carmine CimminoI “congiurati“ che da due secoli hanno un solo obiettivo, distruggere Napoli, e che portano avanti questo chiaro e lineare programma col sostegno entusiastico di molti napoletani, hanno deciso che la monnezza, il fetore, la morte per tumore facciano parte, definitivamente, del “pittoresco“ della città e della sua provincia: come il Vesuvio, la pizza, i maccheroni. Non c’è nulla a cui Napoli non sappia abituarsi. Nel 1975 Mario Soldati, in uno dei suoi “viaggi d’assaggio“, venne in città alla ricerca del vino di Lettere che egli aveva bevuto, subito dopo la guerra, in una fiaschetteria popolare, e che lo aveva incantato.

Colore rosso rubino carico, che tirava allo scuro; profumo vinoso e campestre; frizzantino, e quando giovane addirittura spumoso, non spumante, spumoso di una spuma che calava subito e subito spariva per sempre; pastoso, denso ma allo stesso tempo scivoloso: come un lambrusco di più corpo, come un barbera di meno corpo; e con un aroma, un retrogusto gradevolissimo di affumicato: un affumicato della stessa specie di quello del whisky al malto, ma infinitamente più volatile.

Così scrisse Soldati nel “pezzo“ dedicato a quel “viaggio“, che venne pubblicato nel 1977 in Vino al vino, con il titolo Il rosso di Napoli. Nel definire scivoloso il vino di Lettere e nel divertirsi intorno al significato di spumoso Soldati dimostrava di essere ispirato dal genio dionisiaco, che consente agli illuminati di trasformare le sensazioni e le percezioni in parole, immediatamente e totalmente. Il dio del vino e del banchetto ha rivelato gli “arcana“ di questo genio a pochi felici eletti, a Gianni Brera, per esempio, e oggi, a Gianni Mura e a Gimmo Cuomo. Dunque, nella primavera del ’76 Soldati segue la sua memoria immaginativa e cerca nei vicoli di Napoli quel vino di Lettere.

All’improvviso vede una bambina che regge un bottiglione di vino scurissimo. La segue. La bambina scompare in un basso, nella folla di donne semivestite e di uomini in calzoni e maglietta. Al centro della tavola sta, regalmente, proprio come in Miseria e Nobiltà, il piatto di maccheroni, purpurei di pomodoro. Purpurei: la porpora, segno di nobiltà. Soldati si fa indicare il luogo in cui la ragazza ha comprato il vino. In fondo al vicolo, vicino al tabaccaio. Il vinaio era vero, verissimo: ma infimo. Il vino non era Gragnano: ma Terzigno. La speranza delusa rende ingeneroso Mario Soldati.

Questo bicchiere di Terzigno, che bevo per aperitivo, lo trovo più aspro, più leggero, più volgare. Se il Gragnano appartiene a quelli che i francesi chiamano petits vins, piccoli vini, il Terzigno potrebbe essere definito addirittura un vino piccolissimo, non sgradevole a pasto, intendiamoci, e proprio perché così aspro e leggero, probabilmente buono anche sui pesci e sulle verdure, sebbene rosso. Mario Soldati non poteva sapere che a Napoli, in quegli anni, contrabbandavano per vini di Terzigno anche vini che non erano di Terzigno. Non sapeva che fino alla prima guerra mondiale i rossi di Terzigno, prodotti dai Medici, dai Roux e dai Bifulco in alcuni preziosi vigneti alimentati dal fuoco freddo delle lave pietrificate avevano conquistato, in tutta Europa, medaglie, diplomi e applausi.

Soldati va a pranzare in un vicolo, dall’altra parte di Toledo, in una piccolissima trattoria senza insegna, e credo, senza nome, che mi attrae da anni, ogni volta che vengo a Napoli, e dove non ho mai avuto il coraggio di entrare, tanto il suo aspetto è sordido. E invece il nome ce l’ha, lo squallido luogo: lo rivela, arrossendo, uno dei clienti. La bettola si chiama, scrive il torinese Soldati, Du fetente, traduzione approssimativa di “Add’’o fetente“. Il colto informatore ingentilisce il nome, assai poco adatto a un luogo di ristoro, spiegandolo in francese: come dire: chez celui qui sent mauvais, o se vuole, chez l’epoisonneur. In francese suona molto meglio, e non si sente il cattivo odore. Ma si mangia bene, qui, assicura il “parigino“. Perché la dispensa è sempre vuota.

Attendono il cliente, attendono l’ordinazione, e poi mandano a comprare. Tutto è sempre freschissimo. La sera, poi, si mangia ancora meglio della mattina: perché cambia gestione: ai fornelli subentra il cognato, che è un cuoco di grande classe. Il locale resta aperto fino all’alba, sempre. Soldati chiede come facciano a rifornirsi, la notte, e il “parigino“ risponde che a Napoli chi ha denari per comprare trova sempre chi vende, a qualunque ora. Specialmente se si tratta di cibarie.

A quel punto, la memoria di Soldati si illumina. Lo sorprende il nitido ricordo di una notte invernale di molti anni prima: un vicolo napoletano, buio, deserto, una donna che stringe a sé una bambina, e regge un vassoio colmo di qualcosa. Soldati si avvicina e “sente“ che è pane. Pane caldo, profumato. Chiede alla donna, con insistenza, dove abbia trovato, alle tre di notte, un forno aperto e pane appena sfornato. La donna risponde: Eh, caro signore, ce so’ pure di quelli che solo mo’ hanno i soldi. E poi.. e poi ognuno sta per i fatti suoi. Solo a Napoli, commenta il torinese, c’è qualcuno che solo alle tre di notte trova i soldi necessari per comprare un pezzo di pane, e c’è qualcuno, forse ancora più miserabile, che resta in piedi fino a quell’ora per venderglielo. La povertà, ancor oggi, è forse la chiave per capire Napoli: e, quindi, anche per capire la vera, la buona cucina napoletana.

Così si chiude l’articolo: con l’idea che la miseria di un popolo possa avere un’utilità pedagogica. Che è un’ idea feroce, perché genera l’idea che quella pedagogica miseria meriti di far parte, per sempre, dell’identità e del destino di quel popolo. Mentre leggevo, qualche mattina fa, l’articolo di Stella Cervasio sul tour tra i cumuli di monnezza dalla Stazione Centrale a Fuorigrotta, mi sono ricordato di quella turista inglese, non vecchia, non magra, non del tutto bionda, che nell’autunno del 1981 uscì dalla stazione della Vesuviana di Ottaviano e si mise a chiedere in giro, in un ruvido italiano, dove potesse incontrare un camorrista. E fotografarlo.
(Foto: "Sileno ebbro" (1628), acquaforte con bulino di Jusepe de Ribera)

L’OFFICINA DEI SENSI

TUTTI PER UNO

Un gruppo di adolescenti viene sconvolto dalla notizia che una di loro – un”immigrata irregolare – corre il rischio di essere espulsa. Con l”ostinazione e l”ingenuità della loro età faranno di tutto per scongiurare il pericolo.

Ultima prova dell’ex sessantottino Romain Goupil, Tutti per uno rispetta la tradizione di grande impegno civile del regista francese e propone una lettura quasi favolistica del delicato problema dell’immigrazione.

Il film inizia con un’anziana signora (Milana) che ripercorre la propria adolescenza, portandoci con i ricordi all’interno di un gruppo di bambini tra gli 8 e i 13 anni. Tra amicizia, cameratismo e telefonini (più per imitare i grandi che per altro), la combriccola conserva l’idealismo schematico dei ragazzini, che la porta a scontrarsi con le sfumature della realtà. Quando una di loro – proprio la cecena Milana che abbiamo visto da grande – si troverà a rischiare l’espulsione dalla Francia con tutta la famiglia, sarà la banda di amici a guidare la protesta sullo sfondo di una Parigi multietnica ma scombussolata dalla lotta all’immigrazione clandestina.

I bambini sono gli unici protagonisti di Tutti per uno. Goupil li mette al centro della scena dal primo all’ultimo minuto, relegando i “grandi” a semplice contorno. Curiosamente, questo avviene anche a livello di regia: spesso degli adulti sentiamo solo le voci, mentre la telecamera si sofferma sulle espressioni dei ragazzini. Nei pochi momenti di presenza sulla scena, gli adulti sono sempre rabbiosi e inaffidabili. Che essi siano poliziotti, giornalisti o genitori, è totale la loro estraneità al mondo dei bambini, alla sofferenza che deriva dalla possibile perdita di un’amica e che porterà ad una decisa quanto ingenua rivolta.

Il regista si butta di peso nella contrapposizione tra la bontà dei ragazzini e l’abbrutimento della vita adulta, rappresentata solo sotto forma di genitori che litigano, politici che cacciano gli stranieri, poliziotti che minacciano. Non è un caso che l’unico adulto ad uscire pulito – e con più spazio nelle vicende – sia Cendrine, la madre del leader del gruppetto (Blaise), poiché è l’unica in grado di capire la semplicità del dolore dei più piccoli rifiutando il politichese e arrivando ad “ospitare” Milana per evitarne l’espulsione. Cendrine, in realtà, è ancora un’adolescente, cresciuta senza aver mai perso l’idealismo che tutti le rinfacciano ma che la porterà a comprendere e perfino a giustificare i comportamenti da piccoli rivoluzionari dei propri figli e dei loro compagni.

Tutti per uno ci invita ad entrare nei piccoli protagonisti e a guardare tutto con i loro occhi. Peraltro è questo l’unico modo per apprezzarlo. La complessità dei problemi legati all’immigrazione – alla base del film – viene sbrigata in modo rapido e superficiale. Questo avviene non per mancanza di approfondimento, ma perché il regista sceglie di parlarci dalla prospettiva del gruppo di amici, per i quali tutti i discorsi sulla mancanza di documenti, sui clandestini, sui pericoli per la sicurezza crollano di fronte alla semplice possibilità di perdere un’amica solo perché è nata altrove e non in Francia. Quello dei protagonisti è un altruismo che non conosce ancora i limiti delle convenzioni sociali. Perfino un ratto – generalmente considerato come l’animale più disgustoso – troverà l’affetto di Blaise e Milana.

Con il passare dei minuti il nucleo del film si sposta dai garbugli dell’immigrazione allo scontro più immediato tra il mondo degli adulti e quello dei loro figli, con Cendrine a funzionare da unico collante in quanto è l’unica ad aver conservato ancora qualcosa della propria adolescenza.
Goupil ha avuto l’ambizione di costruire una fiaba su un tema delicato, ma con molta furbizia ha virato tutto sul piano emotivo dello scontro tra età, sacrificando la profondità dell’analisi politica o sociologica. Solo tenendo presente il vero significato del film saranno più sostenibili alcuni scivoloni grossolani come i poliziotti super-cattivi o il romanticismo esistenziale, ai limiti del diabetico, di Cendrine.

Ad una giornalista che le chiede perché hanno scelto di ospitare Milana, proprio Cendrine risponderà semplicemente “Se mi fa questa domanda vuol dire che non potrà capire la risposta”.
L’opera di Goupil è tutta in questa battuta: tenera, ingenua, tenacemente sognatrice nonostante un finale agrodolce suggerito dal bel titolo originale Les mains en l’air (puntualmente stravolto in modo orripilante dalla distribuzione italiana), che simboleggia la resa di fronte all’inevitabile passaggio dai sogni dell’adolescenza alla realtà.

Nella sua dimensione non pretenziosa di fiaba moderna – con i difetti propri delle fiabe, prima di tutto la schematicità dei personaggi – è un piccolo film che ci invita ad usare, ogni tanto, lo sguardo dei bambini per tornare a vedere sotto una luce diversa il mondo complicato dei grandi.
(Fonte foto: Rete Internet)

Regia di Romain Goupil, con Valeria Bruni Tedeschi, Jules Ritmanic, Linda Doudaeva, Romain Goupil.
Titolo originale: Les mains en l’air
Durata: 90 minuti
Paese: Francia
Uscita nelle sale: 1° giugno 2011
Voto 6/10

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“VOTIAMO I REFERENDUM E RIAPPROPRIAMOCI DELLA POLITICA”

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L”acqua non è una merce; è necessario ripensare il nucleare; la legge deve essere uguale per tutti. Bisogna votare i quesiti referendari per tornare a fare politica anche nella società civile. Di Don Aniello Tortora

Non spetta alla Chiesa dare indicazioni in occasione delle competizioni elettorali. Ma il 12 e il 13 giugno noi cittadini non saremo chiamati a schierarci per una persona o per un partito, ma a tutelare alcuni beni che appartengono a tutti.

I Referendum daranno l’opportunità di riflettere su alcuni valori comuni e universali e di esercitare la cittadinanza attiva, per cui è un dovere la partecipazione responsabile per la crescita democratica della nostra bella Italia.
È importante che tutti andiamo, fisicamente, a difendere, in primis, un bene comune, quale è l’acqua, elemento vitale, imprescindibile per la sopravvivenza e che deve essere salvaguardata come un diritto di ognuno.

L’acqua, per la sua stessa natura, non può essere trattata come una mera merce tra le altre e il suo uso deve essere razionale e solidale [… ] Il diritto all’acqua, come tutti i diritti dell’uomo, si basa sulla dignità umana […] L’acqua, ha una tale rilevanza sociale per cui gli Stati non possono demandarne la gestione ai soli privati” (dal Compendio della dottrina sociale della Chiesa).

La Chiesa di Nola, sempre attenta alle dinamiche sociali, attraverso l’Ufficio e la Commissione diocesana, nei giorni scorsi ha lanciato un appello perché tutti, informati e consapevoli, ascoltando la propria coscienza, sentano il diritto-dovere di dare il proprio fattivo contributo perché l’acqua non sia ridotta a merce o venduta.
Rispetto, poi, agli altri due Referendum (Nucleare e Legittimo impedimento) la Chiesa di Nola, rispettando la libertà di coscienza di tutti e di ciascuno, ritiene che sia necessario ripensare il problema dell’energia nucleare e perseguire la strada delle energie rinnovabili, per tutelare al meglio la salute dei cittadini ed ha affermato, inoltre, che la legge è uguale per tutti.

In Italia sono molte le diocesi (oltre 40) che si sono espresse sui referendum. Ma credo che un primo fondamentale dovere di ogni cittadino è quello della partecipazione alla costruzione di una buona convivenza per tutti. Particolarmente oggi è indispensabile che il cittadino si riappropri della politica, la quale deve essere espressione di un impegno insieme personale e sociale. È sempre bene ricordare che non si fa politica solo nei partiti e prendendo parte alla “lotta” all’interno di essi. Si può e si deve fare politica anche nella società civile, condizionando l’azione più propriamente partitica e legislativa, e soprattutto costruendo dalla base le condizioni per la realizzazione del bene comune.
(Fonte foto: Rete Internet)

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