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LA SICUREZZA URBANA

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Il tema ha uno spazio importante nelle dispute politiche, la ricerca di sicurezza, specialmente in ambito urbano, è diventata un”esigenza pressante, tanto da essere vista come unico rimedio per attenuare l”ansia crescente. Di Amato Lamberti

La sicurezza è il "bene comune" che tutte le amministrazioni comunali, come si vede anche dai programmi dei nuovi Sindaci eletti a Milano e Napoli, indicano come assoluta priorità. I programmi sono però molto diversi, a seconda dell’impostazione adottata. Qualche riflessione più generale mi sembra necessaria, per chiarire almeno i termini in cui oggi si pone il tema della sicurezza urbana, in particolare nelle grandi città.

La sicurezza come bene sociale è il prodotto di una concezione dell’attività di ordine pubblico inteso come servizio che i cittadini pagano, per avere organizzazioni che garantiscano la sicurezza come bene collettivo, utile ad un regolare svolgimento della vita civile e come garanzia dei propri diritti. Tale concezione è tipica dei paesi anglosassoni dove, per indicare il concetto di sicurezza, si usano i due termini: security, che indica, grosso modo, l’attività di ordine pubblico e di protezione dalla criminalità, e safety che invece, in senso generale, comprende tutte quelle attività che riguardano azioni di rassicurazione e di intervento miranti a creare “condizioni” di sicurezza.

Viceversa, nei paesi mediterranei, l’attività di polizia si è strutturata, tradizionalmente, come braccio del potere, il quale, utilizzandola ai fini del controllo repressivo interno, sottraeva ad essa il significato di servizio pubblico, per farne uno strumento di potere e di governo “esterno” alla società. Per questo, nel nostro paese, il termine “sicurezza” viene tradizionalmente associato, a quello di “ordine pubblico”.
Nel nostro Paese, l’esigenza di dare una prospettiva diversa alla questione sicurezza, in grado di rispondere alle nuove esigenze che accompagnavano le trasformazioni sociali e culturali, si è fatta strada man mano nel dibattito politico nazionale e sul governo degli enti locali, interessando amministratori, ricercatori, operatori sociali, fino a quando, all’inizio degli anni ‘90, l’aggettivazione “urbana” è parsa la più idonea a rappresentare questa prospettiva nuova che si era andata consolidando.

Si trattava, infatti, di conferire alla sicurezza una nuova accezione, capace di differenziarla dalla tradizionale equazione: sicurezza-ordine pubblico, che ne confinava lo spazio di intervento unicamente all’attività di protezione dalla minaccia criminale. Allo stesso tempo si riteneva necessario mettere in evidenza quanto la sicurezza stessa fosse un “bene” da costruire, in primo luogo come attività e azioni dirette al rafforzamento della percezione pubblica della sicurezza stessa.

Il concetto di sicurezza, abbandonato il suo stretto riferimento tradizionale all’ordine pubblico e la sua delimitazione al campo dell’intervento penale, diviene vago e difficile da definire e una volta uscito dall’ambito penale, il discorso sulla criminalità si fa sempre più politico, cioè legato ad interpretazioni e visioni del mondo, a forme del governo e dell’amministrazione della città, a strategie di responsabilizzazione di nuovi attori.
Così, il termine sicurezza urbana oltre a segnare il distacco dai concetti tradizionali di “sicurezza e ordine pubblico”, evidenzia l’affermarsi di un’idea di sicurezza che non richiede più soltanto un’assenza di minaccia all’integrità fisica e patrimoniale della persona, ma anche un’attività di rafforzamento della percezione della sicurezza, e fa riferimento alla città come luogo “privilegiato” ove si manifestano i problemi di insicurezza e dove quindi è necessario realizzare interventi adeguati.

I contesti urbani di oggi, siano essi del mondo occidentale, così come del terzo e quarto mondo, sono caratterizzati da un processo di “inurbazione selvaggia”, il quale, al di fuori di ogni pianificazione, non tiene conto di criteri che garantiscano qualità e sicurezza, ma esclusivamente il rendiconto economico. È così che nelle metropoli si creano periferie dove l’estetica è ridotta a mera praticità e la mancanza di controllo sociale, unita al degrado sono le ovvie conseguenze.

Mai come in questi anni, la ricerca di sicurezza, specialmente in ambito urbano, è diventata un’esigenza emergente e pressante, tanto da essere vista come unico rimedio per attenuare l’ansia crescente. Le ragioni a monte di tutto vanno ricercate sullo sfondo più ampio della globalizzazione e, nel contesto di un Paese come l’Italia, anche sulla messa in discussione del tradizionale sistema di welfare state che finora aveva retto.

Questi due fenomeni, congiuntamente alla frammentazione dei legami sociali e alla caduta della partecipazione politica, alla massiccia precarizzazione della dimensione lavorativa, in particolare per le generazioni più giovani, e al diffondersi di una cultura fondata sull’interesse individuale, concorrono nel generare un sottofondo di individualismo, solitudine ed incertezza.
Dopo l’11 settembre 2001, la percezione di trovarsi in una condizione di rischio costante ed imprevedibile si è ulteriormente acuita, con i riflessi delle guerra e delle violenze che scandiscono ormai sempre più la nostra quotidianità. Si tratta di un insieme di elementi che contribuiscono ad espandere il senso di insicurezza.

Per capire se si tratta di una paura oggettivamente fondata si può introdurre la distinzione tra sicurezza oggettiva e sicurezza soggettiva. Il bisogno di sicurezza ha da un lato una dimensione squisitamente psicologica e soggettiva che affonda nella sfera della personalità, mentre dall’altro ha dimensioni sociali e oggettive che toccano ragioni di ordine etico, giuridico, politico e mettono in causa l’insieme della vita collettiva e delle istituzioni che la reggono. Due dimensioni che si innestano comunque l’una sull’altra, in un percorso che va dal privato al pubblico, dal soggettivo all’oggettivo e viceversa.

Mentre però, per identificare la sicurezza oggettiva, normalmente si fa riferimento al tasso di criminalità di una data zona in un determinato periodo e alla diversa tipologia e numerosità delle vittime dei reati, nonché ad altre grandezze misurabili, appunto, oggettivamente, è invece assai più complesso giungere ad una misurazione univoca di ciò che è indicato con sicurezza soggettiva. Il giudizio relativo ad una determinata zona non può non dipendere dal metro di valutazione adottato, in cui appaiono determinanti variabili come la superficie territoriale, il tempo, la tipologia di reati presi in considerazione, oltre che, ovviamente, la città di riferimento. Ogni individuo, infatti, elabora la propria interpretazione delle condizioni di sicurezza, sulla base dell’interrelazione continua di parametri personali, sociali, fisici, psicologici, relazionali e culturali, rapportati alla qualità della vita e alla vivibilità delle realtà urbane di cui egli è fruitore.

Agli stimoli specifici che giungono della realtà locale, si aggiungono poi i messaggi provenienti tramite gli organi di informazione dal resto del “villaggio globale”. Le guerre, nello stesso tempo lontane e vicine, la minaccia terroristica, il continuo attacco all’ambiente fisico e al suo equilibrio naturale, la turbolenza del mercato globale, caratterizzato da sempre più rapide trasformazioni, la presenza di fenomeni migratori trattati sempre di più per i loro aspetti negativi, la perdita di punti di riferimento sicuri, quali il titolo di studio, il posto di lavoro, l’assistenza sociale e sanitaria, delineano, nell’inconscio ancor prima che nella realtà, uno scenario di precarietà e di ansia, che rappresenta un fertile terreno di coltura per ulteriori rappresentazioni, non sempre giustificate e oggettive, ma di certo forti e condizionanti.

Come ha inoltre rilevato Bauman, le grandi città metropolitane, un tempo luoghi di promozione sociale e anche di sicurezza, sono oggi un “vaso di Pandora” dal quale zampillano problemi che appaiono difficilmente risolvibili nel breve termine e generano un senso di frustrazione e insicurezza, tanto che molte città (non solo Milano, Torino, Roma, Napoli, Bari o Palermo, ma anche Bologna, Parma, Firenze, Venezia), stanno conoscendo il fenomeno inverso dell’abbandono di un numero crescente di abitanti, respinti da condizioni materiali sempre più difficili e da un senso di paura che si fa pervasivo.

Studi effettuati confermano che il senso di insicurezza provoca reazioni diverse nella popolazione urbana del nostro Paese e che esse variano secondo il ceto sociale di appartenenza. I ceti sociali più svantaggiati sono quelli in cui il sentimento di insicurezza è più diffuso perché sono costretti a subire direttamente gli effetti negativi del cambiamento e sono quelli che, non avendo altro modo per difendersi, fanno più spesso ricorso a precauzioni di tipo personale: dal semplice cambiare strada per evitare determinati luoghi, alla riduzione degli orari di uscita. Un’ampia quota di questi utilizza anche l’azione collettiva, riunendosi in comitati, partecipando a manifestazioni, firmando petizioni e scrivendo lettere di protesta. Tra i ceti sociali più agiati, invece, chi può permetterselo si difende mediante le agenzie private o con sistemi di sicurezza, oppure, più radicalmente, preferisce cambiare abitazione, trasferendosi in zone più tranquille ed eleganti.

In ambito urbano, quindi, il sentimento di insicurezza determinato dalla percezione del rischio si accompagna ad una situazione di disagio, di incertezza, quando non direttamente di pericolo e del conseguente bisogno di riportare l’equilibrio. Tutto ciò ha inciso sugli stili di vita, sui comportamenti quotidiani degli individui, sulle relazioni sociali, sul rapporto tra individui e territorio, nonché tra individui e ambiente.

Ha inciso sull’equilibrio tra spazi pubblici, esposti alle condotte incivili e ai rischi predatori e spazi privati, in cui la sicurezza delle persone e dei beni costituisce, oggi, uno dei principali canoni di progettazione degli immobili e un fondamentale criterio di scelta da parte degli acquirenti. Ha inciso sulla fisionomia stessa dei nuovi insediamenti abitativi, modificando i metodi di progettazione urbanistica ed architettonica. In molte aree urbane ci sono case fatte per proteggere i loro abitanti, piuttosto che per integrarli nella comunità cui appartengono.

Questi sono i frutti delle precarietà, delle incertezze e delle paure, che prendono forma quando ci si rende conto delle scarse possibilità di previsione e di controllo sulla vita e della situazione pericolosa ed incontrollabile in cui si trova la società. Il sentimento di insicurezza, condizionando l’esistenza poiché influenza in maniera pesante le abitudini quotidiane, la percezione del territorio, le relazioni interpersonali e il rapporto con le istituzioni, dà origine a disagi nel comportamento individuale e collettivo, rintracciabili in quella sottile angoscia che possa accadere qualcosa, indipendentemente dall’aver subito o meno uno o più eventi criminosi.

La constatazione di come il sentimento di insicurezza possa condizionare lo stile di vita delle persone, anche quando non è associato ad un effettivo pericolo, porta ad assimilarlo ad un fattore di stress, al pari di altre condizioni in grado di rendere svantaggiata la vita delle persone, sia sotto l’aspetto della salute individuale, sia sotto l’aspetto della vita comunitaria.
(Fonte foto: Rete Internet)

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