LA CALDA ESTATE DEI DETENUTI ITALIANI

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La Camera Penale ha discusso della possibilità di adire la Corte Europea dei diritti dell”Uomo, per denunciare l”attuale condizione delle carceri, affollate e lesive della dignità di chi vi è rinchiuso. Di Simona Carandente

Con l’estate alle porte, come ogni anno, torna prepotentemente alla ribalta il tema del sovraffollamento delle carceri, posto che con l’impennata delle temperature, la detenzione tende a divenire sempre più insostenibile, specie nelle strutture carcerarie presenti al meridione, ed in Campania in particolare.
Non è un caso, difatti, che d’estate tenda ad aumentare progressivamente il numero dei detenuti morti suicidi in carcere, disposti a porre fine alla propria esistenza pur di interrompere ogni legame con l’amara, e spesso insostenibile, privazione della propria libertà.

Dall’inizio del 2011 ad oggi si contano già 21 casi di suicidio, mentre in carcere si continua a morire, spesso inspiegabilmente, con la media di 15 morti al mese, circa uno ogni due giorni. In caso di grave malattia, al detenuto non resta che sopportare la malattia in attesa di cure, che spesso non sono specifiche e che, nella maggior parte dei casi, andrebbero fronteggiate ricorrendo a specialisti.

In un convegno tenutosi di recente presso il Palazzo di Giustizia di Napoli, la Camera Penale ha discusso della possibilità di adire la Corte Europea dei diritti dell’Uomo, allo scopo di denunciare l’attuale condizione degli istituti di pena, nel tentativo di porvi soluzione in via definitiva.
Tale organismo, attuando il sistema di norme previsto dalla Convenzione Europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, è in grado di svolgere un ruolo sussidiario rispetto agli Stati Membri, invitando quest’ultimi a non porre in essere condotte lesive della dignità dei singoli e dei loro diritti, nonché ad osservare le norme della Convenzione stessa, pena l’applicazione di ingenti sanzioni.

La stessa Corte, peraltro, ha più volte contestato le condizioni carcerarie dei detenuti italiani, giungendo addirittura a definire le stesse come inumane e degradanti, in aperta violazione con la disciplina sovranazionale del trattamento penitenziario, da improntarsi a finalità di rieducazione non contrarie al senso di umanità della pena stessa (fonte Il Carcere Possibile Onlus).

Ancora una volta, una soluzione concreta non potrebbe non passare, verosimilmente, per una copiosa riduzione della popolazione penitenziaria, ottenuta incentivando forme alternative alla detenzione in carcere, che prevedano lo svolgimento di attività lavorativo-sociali da svolgersi al di fuori del penitenziario, sotto il controllo degli organi di polizia e dei servizi sociali competenti.
Del resto, le statistiche parlano chiaro: i suicidi in carcere vedono come vittime sempre più giovani, alla prima esperienza criminale, poco avvezzi alle complesse dinamiche della detenzione, convinti di non avere più alcuna speranza di vita, lavorativa ed affettiva, al di fuori delle spesse mura che li circondano. (mail: simonacara@libero.it
(Fonte foto: Rete Internet)

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ALLA SCOPERTA DEL CAM, CONTEMPORARY ART MUSEUM DI CASORIA

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A pochi chilometri da Napoli, il Museo d”Arte Contemporanea di Casoria coniuga l”attenzione alle vicende artistiche contemporanee, attraverso mostre ed eventi culturali, ad un”accorta e moderna gestione aziendale

La sfida viene lanciata nel 2005. Ad accoglierla è Antonio Manfredi che saluta felicemente l’iniziativa del comune di Casoria di organizzare il primo nucleo di una collezione permanente per un museo di arte contemporanea. Il dado è tratto. Manfredi , artista poliedrico che spazia dalla pittura alla scultura passando per la fotografia, è il primo e più tenace sostenitore di un’impresa che, nata in un contesto provinciale, si estende con tale successo da conoscere una consacrazione internazionale e che, in pochi anni dalla genesi del progetto, arriva ad arricchire il corpus della sua collezione in maniera vertiginosa, tanto da contare oggi oltre mille opere provenienti da ottanta nazioni differenti .

Una vittoria dal peso duplice se si considera che da allora la direzione (affidata ovviamente allo stesso Manfredi) è stata in grado di perseguire risultati egregi, esclusivamente ricorrendo a finanziamenti privati , poiché la giunta comunale si sciolse poco dopo l’assegnazione del progetto all’art-director casoriano, il quale è riuscito laddove troppo spesso le aziende culturali (soprattutto in Italia) falliscono: non semplicemente sopravvivere, ma progredire, ricorrendo anche grazie ad una moderna campagna di marketing aziendale, senza alcun’ausilio di fondi istituzionali. Il Contemporary Art Museum di Casoria, attraverso la fitta rete di collaboratori, promotori e critici d’arte attivi intorno alla struttura, ha saputo, in poco più di cinque anni, scardinare i limiti di un’ubicazione decisamente poco felice, intrecciando una rete fitta di rapporti con artisti e istituzioni internazionali.

Alcune delle realtà e degli enti che cooperano con il centro promotore dei più disparati linguaggi attraverso cui l’arte contemporanea veicola il suo prorompente messaggio: lo Studio Contemporary Art Museum di Tokyo, il Today Contemporary Art Museum di Pechino, il Mac-Museo Arte Contemporaneo di Santa Fè in Argentina oltre a realtà universitarie come la Federico II di Napoli, l’Accademia di Belle Arti di Bologna e l’Istituto nazionale di Belle Arti di Berlino. Ecco, dunque, chiaramente riconoscibile il primo attributo del Cam, quello della interrelazione culturale e artistica, che lo rende capace di imporsi come contesto promozionale e di scambio, luogo di incontro stimolante e vivace; qualità non da poco, anzi, in grado di giustificare l’appeal del museo e la sua leadership come spazio di ricerca e sperimentazione.

La struttura del museo è ricavata negli spazi tecnici di una scuola. La sua originale funzione ha garantito una conformazione che fornisce uno spazio di quasi tremila metri quadrati e si offre, dunque, come un immenso open space bianco. Una morfologia del genere permette una fruizione delle opere priva di condizionamenti o percorsi imposti al visitatore (in accordo con la concezione dei più avanguardistici musei d’arte dei giorni nostri), il quale è libero di spostarsi attraverso il candido ambiente, di volta in volta riorganizzato da una serie di operazioni di curatela e di allestimento che ne trasformano il percorso periodicamente, in occasione delle mostre, quando le opere cambiano ubicazione e il museo si offre in aspetti sempre nuovi al pubblico.

Il Cam, attraverso la sua collezione permanente, copre un ventaglio di linguaggi artistici disparati, come la fotografia la pittura e le installazioni scultoree, ma è noto soprattutto per aver costituito in pochi anni uno dei più ricchi repertori d’arte digitale e multimediale internazionale e per aver affrontato, tra i primi, il problema della conservazione del medesimo. L’ altra peculiarità del museo consiste nel porsi al di fuori dei circuiti tradizionali, autoescludendosi dal mercato e dalle politiche commerciali. La scelta che lo libera da questi condizionamenti d’ordine economico garantisce al centro la possibilità di aprire democraticamente i proprio spazi alle nuove generazioni di artisti, motivati da una realtà votata a patrocinare un’arte come pura espressione di territorialità e di pensiero.

Per questo accanto alle opere di grandi maestri, il Cam, attraverso la sua politica di “critica militante”, affianca la produzione di tanti giovani, contribuendo, spesso e volentieri, a lanciare nuovi talenti sulla scena delle gallerie e dei musei italiani. Lo spirito avveniristico del museo di Casoria e le capacità, anche manageriali, di sfoderare attività che ne fanno quasi una mosca bianca nel panorama museale meridionale, vengono confermate dai numerosi strumenti utilizzati per coinvolgere nella comprensione dei tortuosi viali dell’arte contemporanea l’utenza più vasta, dalle scuole (avvicinate attraverso percorsi ludici) al mondo degli adulti, non specialisti della materia.

La connessione con web cam in real time,ad esempio, ha permesso il collegamento in diretta con strutture museali e università del nord Europa, proprio in merito alla discussione sulla circolazione e sulla diffusione dell’arte multimediale. Il risultato? Sfruttando al massimo le potenzialità del web, viene “virtualmente” predisposta la presenza e il coinvolgimento di visitatori internazionali . Lo stesso dicasi per le performance, immancabili espressione delle soluzioni artistiche contemporanee e che presentano , in occasioni sempre diverse, un carattere sempre intrigante ed affascinante.
(Fonte Foto: Rete Internet)

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“CORPI IN TRAPPOLA. VITA E STORIE TRA I RIFIUTI”

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La camorra, che avvelena la Campania, non è solo un”organizzazione criminale, ma è la forma stessa della politica e dell”economia. Complici, le Amministrazioni pubbliche, spesso colluse. Di Amato Lamberti

Il 9 giugno, alle ore 10, presso il museo di mineralogia dell’Università Federico II, in via Mezzocannone 8, al terzo piano, sarà presentato il libro “Corpi in trappola. Vite e storie tra i rifiuti, a cura di Vincenza Pellegrino e Liliana Cori, che raccoglie numerosi interventi di studiosi e ricercatori di diverse Università italiane e del CNR.

Il cuore del libro è una ricerca sull’immaginario epidemiologico, realizzata attraverso interviste in profondità nei Comuni delle province di Napoli e Caserta più interessate dallo smaltimento illegale di rifiuti.
I Comuni sono: Acerra, Caivano, Pianura, Giugliano, Castelvolturno, Villa Literno, Aversa, Marcianise, per quanto riguarda la prima fascia, quella più inquinata; Nola, Villaricca, Qualiano, Maddaloni, per la seconda fascia; Brusciano, Mugnano, Casapesenna, Frattamaggiore, per la terza fascia a basso inquinamento.

Le interviste esplorano l’immaginario delle persone riguardo all’inquinamento del corpo, all’informazione scientifica, alla fiducia nei soggetti istituzionali che devono gestire le questioni ambientali e alle visioni del futuro della comunità.

Il tema dei rifiuti e la devastazione del territorio, come emerge bene dalle interviste, assumono forme del tutto inusitate rispetto ad altre realtà italiane. “La gente comune, come scrive Vincenza Pellegrino, percepisce un “grande marciume”, parla di inquinamento e di governo illegale dei rifiuti negli stessi termini in cui lo fanno gli esperti, vale a dire definendo la camorra come un fenomeno globale, come un “sistema” in cui tutti sono dentro senza bisogno di chissà quali giuramenti d’onore o frequentazioni assurde, solo entrando a far parte di giri d’affari e di scambi nei quali la soglia tra pubblico e privato, politica ed economia, legale e illegale è superata, evaporata, quasi inconcepibile.”

Un intero ceto sociale, che potremmo definire piccola borghesia, fatto di impiegati, commercianti, giovani neolaureati, lavoratori atipici, che aveva bene o male trovato una collocazione sociale, sono oggi travolti dall’aria irrespirabile, dall’acqua imbevibile, dai prodotti della terra inquinati, temono per la loro salute e quella dei propri figli, parlano del tumore come della minaccia incombente e sempre presente. Per comprendere la situazione che si è venuta a creare, dobbiamo partire dalla Campania che è, come dice Pietro Greco, una regione unica in Europa per l’intrecciarsi di almeno cinque fattori:

-la presenza di una criminalità organizzata diffusa che in molte zone, soprattutto in provincia di Napoli e Caserta, si fa antistato e fa del controllo illegale del territorio, nelle sue diverse dimensioni, una delle leve principali del suo potere e una delle fonti principali della sua ricchezza;
– una enorme disgregazione socioeconomica, resa ancora più acuta, nell’ultimo ventennio, da un processo di deindustrializzazione che ha visto chiudere le industrie manifatturiere e non ha visto realizzarsi alcun serio progetto di politica di riqualificazione e di ricostruzione del tessuto economico;

– una enorme densità demografica che rende l’area a cavallo tra le province di Napoli e Caserta un’unica città “in-finita”, una megalopoli “in-terminata” in cui non c’è soluzione di continuità tra realtà urbana e realtà rurale, in cui si affastellano senza alcun ordine metropoli, paesi e campagne, case, capannoni, strade e terre coltivate, cemento, campi, discariche abusive, in una condizione di degrado senza eguali;
-la presenza contemporanea di due grandi flussi migratori, l’uno in entrata (generalmente extracomunitari), l’altro in uscita (giovani, con un numero molto alto di migranti laureati) che si intrecciano in modo caotico e che contribuiscono a lacerare il già lacerato tessuto sociale;

– la risposta autoritativa dello Stato che, nelle sue varie articolazioni, ora in maniera esplicita (attraverso leggi e decreti) ora in maniera implicita (attraverso il concreto operare o le omissioni delle burocrazie) inibisce di fatto a ogni livello la domanda di partecipazione, di trasparenza e persino di semplice informazione.

A questi fattori aggiungo io, Amministrazioni pubbliche spesso colluse con le organizzazioni criminali per favorire il controllo della spesa pubblica da parte di una imprenditoria di rapina e di consumo scriteriato del territorio. La Campania, appare così, un territorio avvelenato nella terra, oltre che nell’anima dei suoi abitanti, dalla camorra che non è solo una organizzazione criminale, ma è la forma stessa della politica, dell’economia, dell’amministrazione pubblica in Campania come nell’intero Mezzogiorno.

In un contesto con queste caratteristiche i rifiuti diventano il dispositivo simbolico che porta allo scoperto l’incapacità di governo di una realtà nella quale, saltato ogni confine tra legale e illegale, ognuno è chiamato ad inventarsi modelli d’azione e punti di riferimento.
La ricerca sull’immaginario epidemiologico prende le mosse da Sebiorec, Studio epidemiologico e di biomonitoraggio umano della Regione Campania, nato come studio disegnato per valutare quanto le persone sono state esposte ai composti chimici che si trovano nell’ambiente, andando a misurare l’assorbimento di inquinanti, come le diossine e i metalli pesanti, nel sangue e nel latte materno di circa novecento persone che vivono in 16 Comuni delle province di Napoli e di Caserta.

Per ogni persona che ha partecipato alla ricerca si sono raccolte con un questionario informazioni personali sull’abitazione, lo stato di salute, la condizione lavorativa, le abitudini e gli stili di vita, la percezione del rischio, le fonti di informazione e il livello di fiducia.
La comunicazione dei risultati ha sollevato molti problemi a causa della sensibilità della popolazione, portata a reagire con risposte di allarme, ma anche a causa della diffidenza verso i livelli istituzionali privi ormai di alcuna legittimazione. Si è pensato così di affiancare alla prima ricerca un’altra indagine per esplorare l’immaginario delle persone, come ci parlano dell’inquinamento, cosa sentono del loro corpo esposto all’ambiente, cosa fanno per difendersi.

La sintesi, secondo le parole di un intervistato, potrebbe essere questa: “non cammino per la strada altrimenti mi tocca respirare”, dove c’è tutta la disperazione di chi deve continuare a vivere in un contesto che si sa bene quanto sia inquinato, innanzitutto nell’aria. La crisi ambientale della Campania, dicono i ricercatori, è la manifestazione estrema di un processo di autodistruzione, una trappola che come tale deve essere spezzata, per trovare soluzioni che portino almeno a un miglioramento delle condizioni.

Leggendo i saggi di questo libro, pur se travolti dalle denunce, dalla camorra e dal cancro, dal senso di colpa e dall’angoscia, si scorge il filo rosso di una nuova stagione di desiderio di un cambiamento radicale: un desiderio di democrazia che si presenta urgente, reale, legato alla stessa idea di salute e, potremmo dire, di sopravvivenza.
(Fonte foto: Rete Internet)

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MUSICA AL RIONE SANITÁ PER DIRE QUATTRO VOLTE SI

Quindici interventi musicali, poesia e impegno civile in Piazza Sanità per sensibilizzare il quartiere e la città ai temi del referendum. Con particolare attenzione all””acqua bene comune”.

È Alex Zanotelli, padre missionario che da anni vive nel quartiere, a salutare il pubblico e ringraziare i tanti artisti e i tecnici intervenuti, gratuitamente, al concerto che si è tenuto sabato scorso nella piazza del popolare quartiere napoletano. «E’ importante partire da questo quartiere, in cui tante famiglie hanno difficoltà economiche, per dire a tutta Napoli che non vogliamo la privatizzazione dell’acqua. Perché se questo bene, scarso e indispensabile, verrà gestito da enti privati si rischia un costo delle bollette trecento volte più alto, che vorrebbe dire tante difficoltà in più. Noi chiediamo che venga gestito da un Ente di diritto pubblico.»

Per sostenere questa causa sono intervenuti tanti artisti, alcuni originari dello stesso quartiere, come Enzo Colursi, cantautore e Antonella Monetti, cantante e musicista dalla grande capacità di intrattenere il pubblico, scesa dal palco per cantare insieme ai presenti.
Proprio da questo palco Marco Zurzolo ha annunciato di aver preso uno spazio nel quartiere in cui darà lezioni gratuite ai ragazzi del rione Sanità. Proprio nel quartiere il musicista darà il via ad un nuovo progetto di musica jazz. Zurzolo ha suonato con Stefano Costanzo alle tastiere, Vincenzo Denise, batteria, Davide Costaiola al basso.

La lista di interventi è lunga, sono stati in quindici tra gruppi e solisti a portare la propria musica in favore dei si al referendum: Fulvio de Innocentiis, che ha proposto canzoni del repertorio classico napoletano, Raffaele Bruno Precario Blues – Rete co’mar, che hanno concluso con un brindisi, innalzando bicchieri di acqua, Lino Blandizzi con il suo Canto sull’acqua, Waterhole trio, i cui musicisti, V.Langella, A.Capasso, G. Albanese, tutti under diciotto molto promettenti, hanno coinvolto il pubblico a suon di jazz, Antonio Piccolo Il disertore – Boris Vian, Massimo Curzio cantautore, Concetto Etico Rock band di Piazza Nazionale, la ballerina Antonella Migliore, con una danza col fuoco, Francesco Esposito Band, Amelia Cozzolino in duo chitarra e voce con Michele Serao, Claudio Cimmino – Il Trio con amato Rock band, R&fusion "Aveto e forte", che hanno chiuso la serata invitando i ragazzi del quartiere a partecipare attivamente.

Così i ragazzi, giovanissimi, hanno lasciato i motorini e sono saliti sul palco a salutare.
Oltre ai musicisti sono intervenuti gli attori Tina Femiano che ha recitato «Nelle tue mani» poesia per raccontare una realtà difficile e complessa dei quartieri popolari, in cui la morale, a volte, è condizionata da un ambiente socialmente ed economicamente svantaggiato, e Antonello Cossia, che ha letto «Valore» di Enri De Luca. Hanno portato il proprio saluto anche Consiglia Salvio, del Comitato referendario Acqua Bene Comune e Giuliana Di Sarno, presidente della terza Municipalità.

IL CALCIO A SCUOLA NON É PERICOLOSO

Si fa sempre fatica a convincere gli alunni che durante l”attività motoria a tutto possono giocare tranne che a calcio, perchè considerato pericoloso. Questa sentenza chiarisce i dubbi.

Se un alunno si fa male durante una partita di calcio la scuola non è tenuta ad alcun risarcimento, tanto più che il calcio non può essere considerata una attività pericolosa.

Suprema Corte di Cassazione, Sezione Terza Civile, sentenza n.1197/2007

Caso
Durante la lezione di educazione fisica nella palestra dell’Istituto ***, si giocava una partita di calcio, un alunno cadeva riportando la frattura dell’avambraccio destro.
I giudici hanno evidenziato:

Deve escludersi che alla attività sportiva riferita al gioco del calcio possa essere riconosciuto il carattere di particolare pericolosità, trattandosi di disciplina che privilegia l’aspetto ludico, pur consentendo, con la pratica, l’esercizio atletico.

È rimasto accertato che l’infortunio subito dal minore è stato conseguenza di un fatto accidentale ascrivibile a un suo errore nel controllare il possesso del pallone, in un frangente del gioco in cui, senza che vi fosse contrasto con altro giocatore, è inciampato sul pallone stesso e nel cadere ha appoggiato a terra la mano sinistra, procurandosi la frattura all’avambraccio sinistro;

non può attribuirsi una qualche condotta colposa all’Istituto, posto che gli allievi (tra cui il minore M. E. ) erano stati affidati all’insegnante di educazione fisica nell’ora destinata a tale materia e la vigilanza dell’insegnante è stata esercitata traverso la presenza fisica sul campo di gioco;

deve escludersi la responsabilità dell’insegnante e dell’amministrazione, atteso che nella specie la vigilanza era stata esercitata dall’istituto nella misura dovuta e l’incidente deve essere ricondotto a una disattenzione dello stesso minore, non prevedibile, per la sua repentinità.

Viene sottolineato con questa sentenza che la disciplina in questione (gioco del calcio) "è normalmente praticata nelle scuole di tutti i livelli come attività di agonismo non programmatico finalizzato a dare esecuzione a un determinato esercizio fisico", così dimostrando la irrilevanza di ogni indagine volta a verificare se tale attività faccia, o meno, parte dei programmi scolastici ministeriali, ma viene sottolineato, altresì, che deve escludersi che si sia una "attività pericolosa" a norma dell’art. 2050 c.c.

La responsabilità dell’insegnante e della amministrazione da cui questo dipendente, ha concluso la sentenza, non appare ravvisabile in questo caso, atteso che la vigilanza era stata esercitata dall’istituto nella misura dovuta e l’incidente subito dal minore deve essere ricondotto a una sua disaccortezza certamente non prevenibile per la sua repentinità e fatalità.

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NAPOLI DIVENTI UN GIGANTESCO ATTRATTORE TURISTICO-CULTURALE

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Musei, chiese, palazzi e giardini storici, parchi, musica, teatro, artigianato, sono il giacimento artistico e culturale e l”idea forte su cui poggiare la rinascita della città di Napoli. Di Amato Lamberti

“Chiunque si candiderà a Sindaco di Napoli, scrivevo nel mese di marzo su un quotidiano nazionale, dovrà per forza confrontarsi con la condizione della città che è al limite di ogni sopportabilità in termini di immagine, di vivibilità, di attività produttive, di occupazione, di prospettive di sviluppo. Ma sbaglierebbe, come purtroppo vedo per tutti coloro che finora si sono candidati a Sindaco, se continuasse a insistere su rifiuti, criminalità, povertà, disoccupazione. Tutto vero, ma Napoli ha bisogno di una scossa positiva, quasi un elettroshock, che la risvegli dal torpore del cupio dissolvi nel quale è precipitata. A Napoli sembra che si sia persa ogni fiducia in un possibile cambiamento, ed è contro questa sfiducia che bisogna mettere in campo un progetto che rimetta in circolo fiducia e speranza”.

Oggi, dopo una vittoria trionfale al di là di ogni ottimistica previsione, possiamo dire che Luigi de Magistris ha saputo interpretare proprio quella esigenza, che covava nell’animo di molti napoletani, di “scassare tutto”, di liberare la città dalle incrostazioni dell’incapacità e del malaffare, di fare piazza pulita delle vecchie facce di un potere ottuso, chiuso nella difesa solo di interessi personali. Le dimensioni del suo successo possono meravigliare solo chi non sa leggere nei volti dei napoletani l’insofferenza per amministratori incapaci di affrontare e risolvere qualsiasi problema, a partire da quelli più minuti, dalla buca nella strada all’intasamento del tombino.

Ma i napoletani, al nuovo Sindaco, chiedono anche la speranza che tutto possa cambiare per dare alla città un nuovo orizzonte di vivibilità, di sviluppo, di occupazione. Anche in questo caso, per quanto riguarda il futuro, sarebbe necessaria almeno un’idea forte. Nel 1993 prese corpo, con il contributo di molti, l’dea che l’oro di Napoli fossero i suoi giacimenti culturali. Un’ idea grande, capace di far sognare ma anche di stimolare iniziative, promuovere attenzione e investimenti anche internazionali. Non si capì però fino in fondo, da parte degli amministratori, che attorno a questa idea-forza bisognava ripensare tutta l’attività amministrativa, tutta l’organizzazione della città. Molti ricorderanno le grandi mostre, sul Seicento, sul Settecento, sugli argenti dei Borbone, su Micco Spadaro, e tante altre.

La mia proposta, purtroppo inascoltata, è sempre stata quella di rendere queste mostre permanenti, così come permanente dovrebbe essere l’esposizione del Tesoro di S.Gennaro in tutti i luoghi possibili, come sta avvenendo in questi giorni. Senza dimenticare che i depositi dei Musei di Napoli nascondono al pubblico tesori inestimabili che con la loro esposizione potrebbero consentire anche la riqualificazione di edifici storici che giacciono anch’essi abbandonati. Ma oltre ai musei, alle chiese, ai palazzi, ai giardini storici, ai parchi monumentali, ai tesori artistici, c’è la musica, c’è il teatro, c’è l’artigianato dell’oro, dell’argento, della ceramica, dell’ebanisteria.

Se tutto questo giacimento artistico-culturale-monumentale si sposasse con le nuove tecnologie informatiche, digitali e virtuali, che in città possono contare su centinaia di giovani con altissima preparazione tecnica e professionale, Napoli, l’intera città, da Bagnoli a Ponticelli, potrebbe diventare un gigantesco attrattore turistico-culturale, articolato su centinaia di "contenitori" fisici e virtuali di tesori d’arte, di cultura e di artigianato fruibili tutto l’anno, una città d’arte e di cultura senza eguali, capace di primeggiare anche rispetto alle grandi capitali europee.

Le ricadute in termini di occupazione e attrazione di investimenti sarebbero sicuramente enormi e aiuterebbero gli amministratori ad affrontare e risolvere anche i tanti problemi di vivibilità quotidiana che l’affliggono.
(Fonte foto: Rete Internet)

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“LA POLITICA TORNI SERIA E PENSI AI LAVORATORI”

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Torna prepotentemente in primo piano il tema del lavoro. “La politica deve tornare a farsi più seria e cercare subito soluzioni concrete”. Licenziare significa uccidere le città, un intero popolo. Di Don Aniello Tortora

Nei giorni scorsi si è tenuta a Castellammare di Stabia, nel Duomo, una veglia di preghiera, presieduta dal Vescovo Cece, per dare solidarietà ai lavoratori della Fincantieri. Mons. Cece ha “gridato” la dignità del lavoro e ha lanciato un appello a tutti, perché Castellammare non muoia con la paventata chiusura della Fincantieri. Ma già la scorsa settimana la chiesa è intervenuta sulla drammatica vicenda. «Siamo molto preoccupati. La decisione dell’azienda è una cosa terribile». Servono «subito soluzioni concrete», l’azienda non può lasciare gli operai a casa perché le cose in Borsa vanno male: le fabbriche «sono anche degli operai, di un intero popolo».

Lo ha detto monsignor Bregantini, presidente della Commissione episcopale per i problemi sociali e il lavoro, e arcivescovo di Campobasso-Bojano, intervenendo su One-o-five Live, canale della Radio Vaticana, sulla annunciata chiusura degli stabilimenti Fincantieri di Sestri Ponente e Castellammare di Stabia. «Bisogna intervenire subito prima che sia troppo tardi – ha chiesto a gran voce Bregantini -. La politica deve tornare a farsi più seria e cercare subito soluzioni concrete. E poi l’azienda non può dire: siccome i conti in Borsa vanno male gli operai li lasciamo a casa. Voglio ricordare che le fabbriche non sono solo degli imprenditori o degli azionisti, ma sono anche di una città, del sindacato, degli operai, di un intero popolo».

«In tutto questo – ha aggiunto il presidente della Commissione episcopale per i problemi sociali e il lavoro – la Chiesa può fare molto. Da una parte deve stare vicino a chi rischia il lavoro o lo ha già perso, dall’altra può essere un collante nelle trattative tra impresa e sindacato. È già avvenuto molte volte che un vescovo o un prete delegato abbiano aiutato le parti contrapposte a trovare una soluzione. Che molto spesso c’era ma non si voleva adottare».

Riguardo alle proteste violente avvenute a Genova e Castellammare di Stabia, monsignor Bregantini non ha dubbi: «Le violenze non sono mai giustificate. Però queste sono comprensibili. Il dolore e la disperazione di questi operai è tanto grande che si arriva a queste forme di protesta che noi non condividiamo ma comprendiamo. Ed è per questo che bisogna stargli vicino in tutti i modi. La Chiesa lo sta già facendo». «E poi – ha concluso monsignor Bregantini – se verrà toccato anche lo stabilimento di Ancona con che spirito potremmo svolgere il prossimo Congresso eucaristico nazionale che si svolge proprio in quella città? Come faremo a celebrare l’Eucaristia in quello specchio di mare con i cantieri navali chiusi? Sarebbe come chiedere il Pane e negarlo allo stesso tempo».

Sul tema del lavoro è intervenuto anche il Papa nel discorso ai vescovi italiani alla veglia di preghiera in Santa Maria Maggiore il 26 maggio scorso, così affermando:

“La Chiesa – forte di una riflessione collegiale e dell’esperienza diretta sul territorio – continua a offrire il proprio contributo alla costruzione del bene comune, richiamando ciascuno al dovere di promuovere e tutelare la vita umana in tutte le sue fasi e di sostenere fattivamente la famiglia; questa rimane, infatti, la prima realtà nella quale possono crescere persone libere e responsabili, formate a quei valori profondi che aprono alla fraternità e che consentono di affrontare anche le avversità della vita. Non ultima fra queste, c’è oggi la difficoltà ad accedere ad una piena e dignitosa occupazione: mi unisco, perciò, a quanti chiedono alla politica e al mondo imprenditoriale di compiere ogni sforzo per superare il diffuso precariato lavorativo, che nei giovani compromette la serenità di un progetto di vita familiare, con grave danno per uno sviluppo autentico e armonico della società”.

Nel nostro Sud (e non solo) il tema del lavoro torna prepotentemente in primo piano. Anche a Pomigliano, in attesa della Panda, continua da due anni la Cassaintegrazione e da più di un mese gli ormai “famosi” 36 precari, in mobilità, non percepiscono uno stipendio. Il lavoro è e deve tornare ad essere il problema centrale del governo e delle Istituzioni tutte. Le ultime elezioni amministrative hanno dato un segnale molto chiaro in questo senso. La gente non crede più alle chiacchiere e ha voglia di cambiamento. Milano e, soprattutto Napoli, vogliono risorgere. Sono i problemi veri e reali, quelli che interessano, e che bisogna assolutamente cercare di risolvere. È una questione di civiltà e di democrazia. E di futuro per i giovani.
(Fonte foto: Rete Internet)

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IL COMPLESSO DELLE BASILICHE PALEOCRISTIANE DI CIMITILE: UN TESORO DIMENTICATO

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Nei pressi di Nola il cristianesimo vantava, alle sue origini, una delle più vaste comunità di fedeli. Oggi, un sito dall”inestimabile valore artistico non sembra però attirare gli esperti in materia.

Nei primi secoli d.C. le dottrine cristiane si diffondono clandestinamente a Roma e all’interno dell’Impero romano. Nella capitale il messaggio cristiano trova ampio consenso nonostante le autorità continuino a diffidare di questa religione. Molti imperatori, temendo che la diffusione di questo culto tra le classi meno agiate potesse portare alla formazione di focolari di rivolta popolare, cominciarono a perseguitare i seguaci di questa nuova fede. Per sfuggire a queste persecuzioni le prime comunità cristiane iniziarono a radunarsi presso le catacombe. In questi complessi cimiteriali, sacri anche ai romani, era infatti garantita ai cristiani una sorta di immunità temporanea. Tuttavia, le catacombe non furono gli unici edifici impiegati per la celebrazione della liturgia cristiana. I ricchi e gli aristocratici che si erano convertiti al cristianesimo, ad esempio, misero segretamente le loro abitazioni a disposizione della comunità come luogo di riunione e di culto.

Di queste “chiese domestiche” non sono rimaste che poche testimonianze, portate alla luce dagli scavi archeologici. Spesso, infatti, l’area sulla quale esse sorgevano veniva poi coperta dalla costruzione di una basilica. Altri luoghi utilizzati, successivamente, come fondamenta per la costruzione di edifici ecclesiastici, furono i cimiteri, comparsi proprio nei primi secoli d.C. La fede nella resurrezione del corpo, difatti, aveva portato i primi cristiani ad abbandonare l’antica pratica romana della cremazione, a favore del seppellimento, o inumazione, dei defunti. Cimitile, dal latino “Cimiterium”, prende il nome da uno di essi. Queste necropoli ospitavano, ovviamente, anche le ossa di martiri e santi cristiani, il che, secondo i fedeli, consacrava il suolo e legittimava la realizzazione di complessi religiosi.

Le prime basiliche interamente dedicate alla celebrazione della liturgia cristiana risalgono al IV secolo d.C. Solo nel 313, infatti, l’aumento vertiginoso dei cristiani, e della loro influenza politica, aveva portato l’imperatore Costantino a sancire, definitivamente, la neutralità dell’Impero nei confronti di ogni fede. Con la liberalizzazione del culto cristiano si avvertì la necessità di costruire edifici adatti alla celebrazione della liturgia, rivolta ad un numero sempre più esteso di fedeli, i quali dovevano poter assistere alla messa in luoghi adeguatamente vasti. Antichi templi, ville e cimiteri, come si è detto, furono, di conseguenza, adattati per la celebrazione dei riti cristiani. La basilica, che per i romani era un edificio riservato alle riunioni pubbliche, divenne la costruzione in assoluto più adatta ad assolvere il ruolo di chiesa cristiana.

Tra le più antiche basiliche del mondo, erette per il nuovo credo religioso, spiccano quelle del complesso di Cimitile che, nell’insieme, comprende almeno tredici edifici fra chiese e resti basilicali. Gli affreschi e i mosaici, raffiguranti santi, madonne e simboli del culto, risultano essere un’importantissima testimonianza di arte paleocristiana e, negli edifici più recenti, dell’influenza dei modelli classici e bizantini nel panorama artistico medievale dell’Italia meridionale. Dopo le difficili operazioni di scavo e i notevoli lavori di restauro, è possibile oggi intuire la complessa stratificazione della basilica di San Felice in Pincis. Questo edificio, fondato nel IV secolo d.C., fu, tra il 409 e il 431, ampliato sfruttando la struttura della preesistente necropoli romana.

A dirigerne i lavori fu San Paolino, vescovo di Nola, che a Cimitile aveva fondato un ordine monastico ispirato agli insegnamenti feliciani. La Basilica ospita, ancora oggi, la tomba del martire Felice, per secoli meta di assidui pellegrinaggi. Le decorazioni parietali del complesso basilicale presentano soggetti e temi ricorrenti lungo tutto il medioevo; ciò permette di ammirare la straordinaria sovrapposizione di stili artistici ed architettonici che contraddistingue l’intero sito. Tuttavia, l’importanza di tali testimonianze artistiche non sembra aver attratto molti studiosi, tanto che le basiliche cimitilesi continuano a non comparire nei manuali di storia dell’arte. Tutt’oggi, gli scritti di Gino Chierici, Arcangelo Mercogliano, Carlo Ebanista, Tomas von Lehmann e Mario de Matteis, in totale poco più di mille pagine, restano le uniche fonti per una ricerca ancora potenzialmente vastissima.

La mancanza di studi approfonditi in materia è davvero qualcosa di agghiacciante. Tra queste mura, infatti, sembrano ancora risuonare quei riti che, da 2000 anni, echeggiano nelle chiese e nelle cattedrali del mondo cristiano.
(Fonte Foto: Rete Internet)

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ALLARME SICUREZZA URBANA

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A Napoli mancano politiche sociali per la sicurezza. La criminalità predatoria, principale fonte di paura nella città, è la sfida politica più urgente per il nuovo sindaco, Luigi De Magistris. Di Amato Lamberti

La morte del turista americano a Napoli, in conseguenza di una aggressione violenta per impadronirsi di un orologio Rolex, ha riaperto la questione sicurezza nella città che ha il più alto tasso di microcriminalità. Un problema che è stato centrale anche nella appena terminata campagna elettorale e che finora non ha visto concretizzarsi proposte concrete, e nemmeno analisi puntuali delle situazioni sociali che generano tanti problemi di insicurezza dei cittadini.

In termini generali, la sicurezza è un bene fondamentale per il libero esercizio dei diritti che uno stato democratico si impegna ad assicurare ai suoi cittadini. Nello specifico, quello della sicurezza urbana è un tema che ormai da tempo si è posto all’attenzione generale, non perché sia il più grave sul piano oggettivo – si pensi ai rischi ecologici, atomici, di guerra o di terrorismo, ecc –, ma molto più semplicemente, perché è quello maggiormente percepito, dal momento che insiste su un terreno più concreto ed immediato di altri: la città è un luogo dove si vive, si lavora, si coltivano emozioni, si moltiplicano esperienze.

Per questo, l’insicurezza maturata nel contesto urbano può divenire la cassa di risonanza di timori ed ansie, più o meno definiti che ciascuno si porta dentro, che trascendono i confini nazionali, per legarsi, come hanno confermato recenti indagini e numerosi studi (ISTAT, 2003; Ministero dell’Interno, 2005), a molteplici fattori riconducibili a grandi linee agli effetti dei mutamenti globali che osserviamo quotidianamente sul piano sociale, politico ed economico.

L’aumento dei flussi migratori ha portato alla convivenza all’interno delle città di migliaia di persone di diverse culture, abitudini e stili di vita, e se da un lato questa vicinanza ha ottenuto risultati di integrazione, di scambio e di crescita culturale, è altrettanto vero che ha determinato lo scatenarsi di manifestazioni di insofferenza, di incomunicabilità e di razzismo, con la conseguente esplosione di sentimenti di inquietudine, diffidenza e pericolo.

Nello stesso tempo si assiste, particolarmente nel nostro Paese, ad una crisi dei sistemi di sicurezza e di protezione sociale – welfare –, che ha reso evidenti i limiti dell’attuale apparato di giustizia, a cui lo Stato sta cercando di porre rimedio attuando nuove politiche di sicurezza, che si fondano sulle politiche di prevenzione e sulla filosofia della Prossimità, in modo da recuperare la fiducia dei cittadini verso le istituzioni e la possibilità dell’abitare le città con minori vincoli e paure, abbandonando vittimismi non sempre realistici.

Tuttavia, la criminalità predatoria, che statisticamente è la principale fonte di paura in ambito urbano – perché può colpire chiunque indistintamente – non basta da sola a spiegare il sentimento di insicurezza derivante dalla percezione della criminalità, dal momento che il fear of crime non è strettamente connesso all’effettiva entità dei reati, bensì, più in generale, ai crescenti disagi urbani che penalizzano la convivenza civile e la qualità del vivere urbano: le zone degradate, i quartieri ghetto e l’assenza di infrastrutture primarie, la carenza di illuminazione pubblica, i problemi derivanti dalle tossicodipendenze e dall’immigrazione irregolare, ma anche il contesto generale che si associa a questa situazione, come la diffusione di situazioni di vulnerabilità sociale o a rischio di povertà e di esclusione sociale, alimentate dalla precarietà occupazionale e dall’indebolimento dei tradizionali sistemi di solidarietà.

In questi sentimenti non vi è una relazione diretta con la delinquenza, ma nell’insieme individuano segnali di un degrado sociale che avanza, provocando la caduta delle certezze e il crescere del disagio sociale e della percezione del rischio.
Non bisogna, inoltre, dimenticare il ruolo notevole nel determinare la percezione del rischio e nel fomentare il sentimento di insicurezza che hanno i mass media e nello specifico gli organi di informazione, che spesso si collocano a cavallo tra la necessaria di divulgare notizie, la loro amplificazione e la ricerca del sensazionale. In particolare, la stampa napoletana, con lo spazio dedicato tutti i giorni a fenomeni di criminalità comune e organizzata, contribuisce oggettivamente ad alimentare le paure di una popolazione che comunque deve fare i conti tutti i giorni con problemi di degrado, devianza, marginalità.

Ma i problemi, in particolare a Napoli, non sono comunicazionali ma politici, in quanto mancano politiche sociali per la sicurezza. Le politiche repressive-poliziesche non sono sufficienti né in Italia, né in altri Paesi. La "tolleranza zero" è uno slogan elettorale ma non risolve nessun problema. La paura della criminalità si fronteggia con politiche sociali e culturali capaci di costruire solidarietà e dare risposte ai bisogni della popolazione, in particolare delle fasce più marginali e problematiche troppo spesso spinte nella zona della società dominata dalla violenza criminale.

La sfida della sicurezza è forse quella più urgente per il nuovo Sindaco, Luigi de Magistris, anche per le ricadute che la diffusione dell’insicurezza può avere sulla vivibilità della città e sulla economia, in particolare quella turistica.
(Fonte foto: Rete Internet)

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IL PRIMO “RITRATTO IN NERO” DELL’ITALIA UNITA

La caccia ai super latitanti non è una novità dell”Italia moderna. È dal 1862 che il Ministero dell”Interno insegue i criminali più “famosi”. Di Carmine Cimmino

Il 20 marzo 1862 la Direzione Generale di Pubblica Sicurezza del Ministero dell’Interno pubblica l’elenco di coloro che vengono ricercati in tutto il Regno, perché colpiti da mandato di cattura. Sono 375 “criminali“, le cui “descrizioni“ costruiscono il primo “ritratto in nero“ dell’Italia unita.

L’elenco non comprende, ovviamente, i ricercati per brigantaggio, di cui si interessano i Comandi militari: i 99 membri di due “comitive“ del territorio di Avezzano, in gran parte provenienti da Poggio Cinolfo e da Tuso, sono accusati dal giudice istruttore di Rieti di “ associazione in banda armata che mira“ al saccheggio, e non all’eversione dello Stato. Chiudono l’elenco dieci napoletani che la Gran Corte Criminale di Napoli ha accusato, il 24 dicembre 1861 “di cospirazione contro l’attuale Governo“: ma, nel dispositivo del rinvio a giudizio, i giudici hanno ritenuto più gravi i crimini, diciamo così, “comuni“, anche perché il nucleo del gruppo è costituto da Salvatore Cardinale, dai suoi tre figli, e da Giosuele Viespoli alias Merolla, che sono camorristi storici del quartiere Pendino.

Nell’estate del ’62 i carabinieri di Caserta comunicano alle caserme di Nola, di Acerra e di Cicciano che il gruppo si aggira per le campagne di San Felice a Cancello, protetto e ospitato dalle “comitive“ dei contrabbandieri di tabacco, e, secondo il Direttore del Dazio Indiretto di Terra di Lavoro, anche e soprattutto dalle guardie daziarie. In questo “ritratto in nero“ i ladri qualificati e gli omicidi sono equamente distribuiti dalle Alpi a Reggio Calabria: in Sicilia, per gli omicidi, si va, anche se di poco, oltre la media. L’associazione a delinquere è un crimine di cui napoletani e salernitani pare abbiano l’esclusiva, anche perché a quella data la Polizia non ha notizie certe sulla mafia.

I cinque avvelenatori hanno perpetrato i loro delitti tra Genova, Milano e Torino. I più bassi della lista, i “nani“, sono cittadini di Roccamandolfi evasi dalle carceri di Isernia: Pasquale Lupo è alto m. 1, 35; Giovanni Ricciardone è alto m. 1, 45 e Alessandro Gioia 1, 48; il loro compagno di fuga, Felice di Pinto, detto Coscitto, che è di Pietrabbondante, misura m. 1,40, e ha “capelli biondi, occhi chiari, naso aquilino, viso lungo e colorito naturale“. Ma anche il settentrionale Giovanni Bonfadino di Breno di Val Camonica, accusato di furto qualificato, è alto m. 1,40, e perciò lo chiamano Giovannetto, mentre Nunzio Bianco, di Somma Vesuviana, “di anni 24, capelli neri, ciglia ed occhi castani, naso lungo, barba nera, bracciante“, misura m, 1, 72.

Lo ricercano “per ferimento producente sfregio permanente“ ed è di “colorito pallido“: la polizia si serve di questa dicitura per indicare un soggetto la cui salute non è proprio florida. Il più alto della lista, m. 1, 79, è Giovanni Battista Gazzera, di Saluzzo, “capelli, ciglia e occhi neri, naso grosso, mento oblungo, colorito bruno“: lo accusano di falso e di truffa. Supera il metro e settanta anche il diciannovenne Giuseppe Papaglia, un vetturale calabrese che ha “capelli e ciglia castani, occhi chiari, colorito pallido“ : è di Platì, ed è stato condannato, ma è un caso, per sequestro di persona.

È sanguigna la complessione di Bruno Giolitto, di Solero ( Alessandria), “statura m. 1, 62, capelli misti, ciglia e barba rossicce, occhi bigi, naso grosso, viso magro, colorito rossiccio, contadino, “ricercato“ per grave ferimento“. Come un certo Zaccaria di Tagliacozzo, che di nome fa Miserabile: proprio così: e più che un nome, è un vaticinio, perché la Corte Criminale dell’Aquila lo accusa non solo di ferimento grave, ma anche di furto qualificato, e di rapina a mano armata, compiuta con tre compaesani.

Tra i ricercati “napoletani“ vi sono nomi di spicco. Il sommese Lorenzo Majello, armiere di briganti e camorristi, uomo di fiducia degli Scarpati, verrà arrestato alla fine del mese di marzo. Luigi Panariello, cantiniere di Torre del Greco, imparentato con i Panariello briganti di Boscoreale, è accusato di furto, di estorsione e di omicidio. Francesco Vuolo, di Agerola, “alto m. 1, 60, capelli, ciglia e occhi neri, fronte bassa, viso largo, privo di sopracciglia da una parte“ e Melchiorre Vespoli, contadino di Gragnano, “naso lungo, colorito bruno e viso magro“, entrambi ricercati per grassazione, fanno parte di una sanguinaria “comitiva“ di Pagani, guidata da Carmine Marchitella e da Nicola Zarra, che taglieggia il mercato della canapa e del lino.

Viene ricercato per “grassazione, associazione con malfattori e furto qualificato “Giuseppe Russo, di San Giovanni a Teduccio, figlio d’arte, perché suo padre Raffele era già noto come “contrabbandiere incorreggibile“ ai giudici borbonici.
Il giovane Peppino, che è nato nel 1840, svolgerà, dopo il 1880, un ruolo notevole nella riorganizzazione della camorra vesuviana, scompaginata dalla “politica“ del domicilio coatto. Sono colpevoli di omicidio i 6 latitanti siciliani: Salvatore La Rocca, Giuseppe Vella e Francesco Paolo Bambina, tutti di Alcamo, i trapanesi Antonio Coppola, detto Petrilla, e Pasquale Letizia, e Francesco Riggio che è di Corleone, e ha “statura ordinaria, capelli e ciglia castani, fronte alta, occhi cerulei, viso lungo, colorito bruno.”. Anche Bambina ha i capelli biondi, mentre Letizia ha “colorito bianco“.

La Direzione Generale di Pubblica Sicurezza ordina, infine, che si conducano indagini “severe“ per scoprire “l’identità di un cadavere dall’apparente età di anni 30, statura m. 1, 70, capelli lunghi castano-chiari, fronte elevata, naso aquilino, occhi cerulei, viso oblungo, piccoli baffi e barba all’italiana color biondo sul mento tondo, vestito con giacchetta di velluto nero con grossi bottoni di latta gialla, una cintura di lana a diversi colori, un farsetto di velluto olivastro con bottoncini pure di latta gialla, pantaloni di cotone con fondo nero e punti bianchi, fazzoletto al collo di seta nera, camicia di tela di lino quasi nuova colle iniziali G.C.“.

Il cadavere è stato rinvenuto il 26 febbraio “sulla strada nazionale presso Pavia, “ nuotante nel proprio sangue grondante da cinque ferite” . L’autore della nota, inebriato dall’immagine forte che gli è uscita di penna, si sente un novello Auguste Dupin, l’investigatore creato da Edgar Allan Poe: deduce, da quelle cinque ferite da cui scorrono lave di sangue, che il signore in giacca di velluto è stato “certamente assassinato.”. Ma no!

Spesso le carte d’archivio aprono storie che poi non si concludono. Le iniziali, il farsetto, e quel fazzoletto di seta nera annodato intorno al collo… Chi era quell’uomo ? Chi l’uccise? E perché? Una rapina? Un delitto passionale? Quante puntate riuscirebbero a costruire su questo mistero certi padroni e certe padrone dei salotti televisivi…
(Acquerello di Enrico Coleman, "La fontana dei briganti")

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