Nel panorama artistico del Seicento l”artista napoletano si ribella alla retorica barocca volgendo la sua arte verso una pittura più europea, dai caratteri “nordici”, “grotteschi” e “bizzarri”.
Salvator Rosa, che i più ricorderanno per la celebre via napoletana a lui titolata, nasceva il 20 giugno del 1615 a Napoli. Formatosi “a bottega” da Aniello Falcone, in una Napoli in cui il soggiorno di Caravaggio e degli spagnoli Velázquez e de Ribera non era passato certo inosservato, si trasferisce giovanissimo a Roma. Qui, dove la tradizione artistica si sposava con il verismo caravaggesco e altre correnti d’avanguardia, il pittore partenopeo ebbe modo di crescere in un clima eterogeneo, entrando in contatto anche con i francesi Nicolas Poussin, uno dei protagonisti assoluti della pittura romana di quegli anni, e Claude Lorrain.
Seguendo le correnti principali del Barocco romano, il Rosa si avvicina alla Scuola dei Bamboccianti, che rinnegherà molto presto, e alla pittura di genere. Alla rappresentazione di “battaglie”, che conosceva bene sin dai tempi del suo tirocinio dal Falcone, affiancò anche “paesaggi”, che lo renderanno poi famoso dopo il suo ritorno a Napoli. Continuerà a viaggiare, soggiornando prima a Roma e poi a Viterbo, dove dipinge la sua prima opera di carattere sacro. Nel 1639 è a Firenze presso l’Accademia dei Percossi di cui fu uno dei fondatori. In questo periodo il pittore napoletano stringe amicizia con Lorenzo Lippi che lo spinge a comporre opere poetiche.
Salvator Rosa è, difatti, un’artista eclettico, capace di cimentarsi tanto nella pittura quanto nel teatro, nella musica e nella poesia. Al periodo fiorentino, dunque, risalgono le sue sette “Satire”, in cui critica i costumi del suo tempo e la stessa pittura, specie di genere, che considera palesemente “volgare”. È a cominciare da quegli anni che l’artista entra in contrasto con il linguaggio barocco e con la sua espressione più estrema. Dai temi sacri, che continua comunque a dipingere, il Rosa passa quindi a temi classici e mitologici trasferendosi nuovamente a Roma, luogo in cui, oltre a trovare campo fertile per le sue riflessioni artistiche, muore il 15 dicembre del 1673.
Gli anni più floridi, come si è visto, sono quelli tra il soggiorno fiorentino e l’ultimo, fatale soggiorno romano. Nel capoluogo Toscano, come anche a Roma, Salvator Rosa fu infatti attirato in particolar modo dai pittori stranieri e da tutto ciò che si discostava dalle correnti ufficiali dell’epoca. Affascinato dai nuovi sviluppi della pittura europea, l’artista si interessa soprattutto alla pittura di genere, “bizzarra”, “inusuale” e “curiosa”, degli artisti olandesi e tedeschi. Nelle sue opere questa componente “surreale” e “pittoresca” – come egli stesso la definisce – della natura, è espressa evidenziando una mimesi pittorica chiara e lampante che è, allo stesso tempo, un’ironica critica all’arte, “verista” e “popolare”, di moda a quel tempo.
Non a caso, negli anni tra Firenze e Roma, il Rosa inaugura quella che sarà definita la “veduta fantastica”, un genere di rappresentazione “surreale”, appunto, fatta di “paesaggi tenebrosi e selvaggi, cupe boscaglie e rupi a strapiombo, tempestose marine, scene di stregoneria o bivacchi di banditi, interpretati con umore malinconico”. La “leggenda” di un Salvator Rosa alchimista e filosofo, tenebroso e brigante, si è alimentata, nell’Ottocento, proprio attraverso questo suo rapporto con temi macabri e raccapriccianti, magici e stregoneschi che hanno trasformato questo pittore in un artista arcano, misterioso ed ermetico.
In verità, spiega bene l’Argan, “la sua pittura è più spiritosa che originale”; anzi, quell’“umore malinconico”, come lo definisce la Savani, che traspare dalle sue opere, ha fatto vedere, ad alcuni critici, nel pittore napoletano un precursore del Romanticismo. Le sue vedute “poetiche”, con una natura evidentemente di carattere pittorico e non reale, sono difatti molto simili ai romantici dipinti di un Caspar David Friedrich o di un John Constable che allo stesso Rosa guardarono con ammirazione.
Basta fissare la “Veduta del golfo di Salerno” (foto), oggi al Museo del Prado, per cogliere quelle suggestive atmosfere, dalla luce innaturale, che sembrano riprodurre più un sogno che la cruda realtà. Un pittore barocco, è vero, eppure anticonformista, spavaldo e laico; “uno dei nessi essenziali”, secondo sempre Argan, “tra l’Italia e la cultura artistica del resto d’Europa”; “un Caravaggio di metà Seicento” – come lo definisce Nicola Spinosa, soprintendente del Polo museale napoletano, in occasione della prima mostra monografica dedicata all’artista dal titolo “Salvator Rosa tra mito e magia”, tenutasi nel 2008 al Museo di Capodimonte – «con il cuore, l’occhio e la mente di un partenopeo incontrollabile e incontrollato».
(Fonte foto: Rete Internet)




