OTTAVIANO. LA SAGRA DELLA COMUNITÁ CHE CELEBRA SÉ STESSA

La sagra si celebra nel quartiere San Giovanni, abitato da persone che hanno a portata di bocca parole più puntute di una freccia.Di Carmine CimminoDal 23 al 25 giugno, a San Giovanni, piazza e quartiere in cui è stata scritta la storia di Ottajano, si svolge la Sagra. La 12° della serie. Si canta e si mangia. Canta una voce professionista; cantano i bambini, nel segno della continuitĂ  e della speranza. Presenta il cantabimbi il dott. Gino Aprile, conduttore per divertissement. Che sia lui il presentatore, lo si dĂ  per scontato. E se per caso sui manifesti non comparisse il suo nome, tutti penserebbero di aver letto male. Egli è la “voce“ storica dell’ evento e della comunitĂ .

È una voce frizzante: non di quel frizzante artificioso e bislacco che si coglie, talvolta, nei sorsi dell’acqua minerale contraffatta; non di quel frizzante itterico annidato, spesso, nell’occhio dell’ipocrita che davanti ti fa le moine, ti bacia e ti abbraccia con chiassoso entusiasmo, e intanto vorrebbe piantarti un pugnale nelle spalle. Vorrebbe, ma non ci riesce. Non è all’altezza. I biliosi non hanno colleones. Il caso ha voluto che per tutto il secolo XX la Chiesa di San Giovanni sia stata retta da parroci dell’agro nolano. Don Pietro Capolongo la governò per 40 anni, dal 1920 al 1960, battezzò molte generazioni di ottajanesi, e fu un don Camillo meno agitato, più severo e più riservato del modello letterario.

Quando lessi per la prima volta il suo commovente diario del 1943-44, mi convinsi che un parroco come Capolongo da solo bastava a giustificare il potere che la Chiesa esercitava nella societĂ  del territorio. Egli scrisse nel testamento: nacqui povero e muoio povero. Quel poco che possedeva, lo lasciò alla Chiesa di San Giovanni.
La Sagra di San Giovanni non celebra un prodotto particolare, e non è la “revisione“ cristiana di qualche antica festa agricola. Nella Sagra la comunitĂ  di San Giovanni celebra sé stessa. I Sangiovannari sono, tra gli Ottajanesi, un popolo a sé. Hanno carattere, vedono e sanno, e non fingono di non vedere e di non sapere, come troppo spesso fanno gli altri Ottajanesi.

Conservano, intatto, il gusto del pizzicare, e hanno sempre pronte, a portata di bocca, parole più puntute di una freccia. Così sono i Sangiovannari. Quasi tutti. Il quartiere si dispone intorno alla piazza come una trama di spigoli e di squarci, di curve cieche e cupe, di vicoli che si impennano in quel groviglio di mura, di cortili, di silenzi, che nel ‘500 giĂ  chiamavano Pennino, luogo che “pende“. La storia di Ottajano vi è scritta sui muri con i segni della luce, con le ombre delle camere alte e fresche nei palazzi poderosi costruiti tra il ‘700 e i primi anni del ‘900, con il buio profumato delle cantine ipogee che formano un quartiere sotterraneo, immagine speculare del quartiere di sopra. La Chiesa di San Giovanni Battista è assai antica. Meritano una visita il portale di delicata pietra vesuviana, e il quadro dell’altare maggiore con San Giovanni che predica alle turbe.

Il giovanile fulgore del Battista, e il suo modo di stare ricordano, da vicino, il San Rocco che Paolo De Matteis dipinse per la Chiesa di Guardia Sanframondi; ma Nicola Spinosa ha attribuito il capolavoro al Bonito. Non c’è fotografia che possa dare l’idea della sfavillante eleganza dell’opera, che meriterebbe di essere contemplata e ammirata nel momento magico in cui la luce dall’alta finestra laterale scende a incendiare il vermiglio e l’ocra nelle spalle della popolana che stringendo il figlio al petto chiude l’angolo della tela in basso a sinistra. Sono spalle meravigliose, tra le più belle della pittura napoletana del primo Settecento: sono un profetico omaggio alla grazia delle signore del quartiere, che oggi contribuiscono al successo della Sagra.

La piazza, che pare un salotto, ha ospitato da sempre mense “pubbliche“. Durante la processione di San Michele le famiglie importanti preparavano davanti ai portoni tavole imbandite con caraffe di vino fresco, con palate di pane e con sperlunghe colme di spizzichi di formaggio e di salumi. I notabili e i preti, spossati dalla lunga processione sui roventi basoli delle strade, s’arricriavano, mentre la folla assisteva a brevi “teatri“ recitati da attori di provincia: la vittoria dell’Arcangelo, la caduta di Belzebù, la gloria degli Angeli. Anche durante la processione dell’Assunta i “signori“ offrivano vino bianco in brocche colme di ghiaccio, fette di pane “bagnate“ nella zuppa dei fagioli e fette di melone acerrano.

Nel 1888 le autoritĂ  di polizia misero fine a questa manifestazione di civica generositĂ , perché l’anno prima la processione era stata bloccata da una rissa violentissima, scatenata dal vino e dalla protesta dei cittadini contro il carovita e la disoccupazione. Una “cantina“, che occupava tre “bassi“ proprio di fronte alla Chiesa, restò chiusa cinque mesi, per decreto del Sindaco. Il cantiniere, un Finelli, era stato ingiustamente sospettato di vendere vino acconciato con l’infusione di mandorle amare e di lauro ceraso. Le guardie urbane che scortavano nell’ispezione Giovanni Picariello, l’esperto nominato dal Comune, ci hanno lasciato un’interessante relazione anche sulla “dispensa“ della “cantina“. Vi erano ceste colme di fave secche e cinque forme di cacio di Moliterno, il cui odore destò qualche sospetto nel Picariello. Ma il Finelli garantì che si serviva delle fave e del cacio solo per preparare la zuppa.

È probabile che fosse la così detta zuppa agra degli almanacchi popolari: le fave secche venivano cotte con il sedano e con il prezzemolo, abbondante, e con cipollotti. Le fave cotte si passavano, si “allungava“ il passato con l’acqua calda e con una misura di vino bianco e lo si rimetteva sul fuoco lentissimo. Il tutto, prosciugato finché non assumesse una densitĂ  consistente, si versava in una zuppiera giĂ  spalmata, all’interno, di formaggio di Moliterno o di pecorino grattugiato a “virgole“ spesse. I bocconi venivano accompagnati da morsi di pomodoro crudo, o di cipolle del Pantano di Aversa. Gli odori e i sapori si amalgamavano nei sorsi del Vesuvio rosso. Furono trovati nella “cantina“ due sacchi di ceci caliati, cioè abbrustoliti e “bagnati“ nel sale grosso, che servivano a stuzzicare la voglia di vino durante gli interminabili e pericolosi giochi del tocco e di sotto e padrone.

Era di San Giovanni l’ultima venditrice di spighe e di allappanti lazzarole: la ricordo seduta, come in un quadro di Lojacono o di Costantini, davanti alla nera caldaia delle spighe, poco lontano dallo Chalet Delizie, che fu negli anni ’70 il più elegante ritrovo per i giovani del Vesuviano. Erano altri tempi, ed era un’altra Ottaviano.
Alcuni anni fa la Sagra riportò in piazza il delicato sapore della zuppa di cicerchie, uscita dalla memoria dei più. La salsiccia e la pasta e fagioli restino le regine della festa: ma la Sagra di San Giovanni dovrebbe sviluppare la ricerca di antichi alimenti. Lo richiede la nobile storia del quartiere. E richiede anche manifesti più originali, più vivaci, più festosi.
(Foto: quadro di Paolo De Matteis "San Giovanni predica alle turbe")

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THE HUNTER

Un uomo affronta il dramma della morte della moglie e della figlia, colpite accidentalmente durante una manifestazione. La sua vendetta sarĂ  un gesto folle che lo trasformerĂ  in preda.

Dall’Iran arriva The Hunter, un film che ripropone i classici temi della vendetta e della fuga. La trama è molto esile: ad un uomo vengono ammazzate la moglie e la figlia durante una manifestazione. Sconvolto dalla perdita, l’uomo cercherĂ  vendetta nel modo più imprevedibile, andando incontro a sua volta ad un’inevitabile rappresaglia.
I registi iraniani ci hanno spesso abituato a film dove il lirismo delle immagini accompagnava storie semplici in contesti molto realistici. Rafi Pitts cerca di costruire un film minimalista dove le parole sono rare e quasi superflue mentre tutto viene affidato, in teoria, alla potenza delle immagini e ai volti dei protagonisti. Ma non tutto fila per il verso giusto.

Partiamo con una nota di merito. Lo stile del regista iraniano è efficace e introduce perfettamente lo spettatore nei due ambienti che connotano tutta la trama. La prima parte, infatti, vede le strade di Teheran come protagoniste. Pitts filma una cittĂ  caotica dove il silenzio tra gli uomini è totale. Le immense strade che tagliano la capitale del Paese sono un crocevia continuo di macchine che danno l’idea di vite destinate a non entrare mai in contatto le une con le altre. Il protagonista si aggira come gli altri per viali e giganteschi condomini, perlopiù in silenzio ed estraneo ad ogni forma di comunicazione, riuscendo a ritagliarsi qualche momento di felicitĂ  solo quando è con la propria famiglia oppure si dedica alla sua passione, la caccia.

Può essere letta, in questa Teheran enorme ma dove gli individui sono estranei gli uni agli altri, una testimonianza storica di un Paese difficile, animato da malumori sociali che fanno fatica ad emergere. In realtĂ , un’interpretazione politica del film di Pitts sembra eccessiva. Il regista piuttosto suggerisce come l’incomunicabilitĂ  sia una condizione propriamente umana e sceglie – più o meno consciamente – di lasciare ogni discorso politico o legato all’attualitĂ  al di fuori del film.
La seconda parte dell’opera cambia totalmente scenografia e ci porta sulle montagne impervie e boscose dove il protagonista, novello vendicatore, cerca la fuga mentre è braccato dai suoi persecutori. Dal paesaggio urbano passiamo a quello naturale.

La nebbia, gli alberi, i ruscelli, creano un quadro più armonico del caos cittadino; il bosco e le montagne sono lo sfondo di una “caccia” che, in quella cornice, assume un significato allegorico: in preda alle sue passioni, alla vendetta e al dolore, l’uomo dimentica le convenzioni sociali e fa emergere la propria natura violenta. La caccia diventa il simbolo della condizione umana, dove i rapporti sono regolati dalla violenza che di volta in volta mette di fronte il più forte al più debole.
Ma l’approfondimento psicologico fa crollare il castello del film. Sullo sfondo di una vicenda altamente emotiva (la morte di due innocenti) i personaggi sembrano muoversi in modo meccanico e apatico.

La debole caratterizzazione sfocia poi in toni da macchietta nel caso dei due poliziotti che danno la caccia al protagonista e portano addosso tutti i clichè del dualismo “poliziotto buono-poliziotto cattivo”, litigando in modo pretestuoso senza che una sceneggiatura decente riesca a supportarne i dialoghi.
Si arriva così al punto di vedere sulla scena dei manichini assai poco realistici, le cui relazioni seguono i capricci del copione senza che ci sia della sostanza sotto.
La debolezza della trama e dei personaggi trascina a fondo con sé, purtroppo, anche la bellezza delle immagini che, abbandonate a se stesse come piacevole inframmezzi, non riescono a reggere da sole la storia. Si passa, così, da un film che poteva essere molto manieristico ma comunque interessante ad una serie di riprese affascinanti che non nascondono il vuoto.

Non basta una bella carrellata nella nebbia di un bosco o la ripresa di una strada periferica a “creare” il racconto o la rappresentazione. Se non c’è un rapporto tra le immagini, le parole e le dinamiche che vediamo in scena, le belle inquadrature rimangono un esercizio di stile esterno al film.
Rafa Pitts, con questo The Hunter, dimostra indubbiamente di avere uno sguardo interessante che, nel caso specifico, risulta totalmente insufficiente ad affrontare la complessitĂ  di temi come la vendetta o il rapporto preda-predatore.

Regia di Rafi Pitts, con Rafi Pitts, Mitra Hajjar, Naser Madahi, Malek Jahan Khazai
Titolo originale: Shekarchi
Durata: 90 minuti
Uscita nelle sale: 17 giugno 2011
Voto 4/10

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EMIGRAZIONE. COME ERAVAMO, COSA SIAMO

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Presentato il 6° Rapporto Italiani nel mondo, ad opera della Fondazione Migrantes, della CEI. Di Don Aniello Tortora

È stato presentato martedì 21 giugno a Roma il sesto “Rapporto Italiani nel mondo” della Fondazione Migrantes (Conferenza episcopale italiana) sull’emigrazione. Un’opera ricca di dati statistici e di notizie storiche.

Ad abitare all’estero, mantenendo o avendo acquisito la cittadinanza, sono 4.115.235 italiani, aumentati di quasi 90 mila unitĂ  nel corso di un anno. Concentrati in larga misura in Europa (2 milioni e 263 mila) e in America (1 milione e 629 mila), hanno realizzato consistenti insediamenti anche in altri contesti, come in Sudafrica e in Australia, mentre, con numeri più contenuti, sono presenti praticamente in tutti i paesi del mondo.

Una volta si emigrava anche dalle regioni italiane attualmente più ricche, come pure dall’isola di Lampedusa, oggi teatro di sbarchi. La vita media, che alla fine dell’Ottocento era di appena 31 anni, aiuta a capire questo esodo di massa. Si viaggiava stipati come una merce umana, inizialmente nei velieri e poi nelle navi a vapore (talvolta vere e proprie carrette del mare destinate a naufragare), per inseguire un futuro da sogno che tale non era, indebitandosi per il biglietto, trattati dalla burocrazia poco garbatamente. “Mamma mia dammi cento lire che in America voglio andar” sottolinea i rischi insiti in un avventuroso viaggio per mare dall’esito incerto.

Anche le mete europee erano caratterizzate dal disagio. La considerazione per gli italiani poteva essere infima tanto in Francia quanto nel Sudafrica, tanto nella vicina Svizzera come negli Stati Uniti, dove nel 1897 il salesiano don Raffaele Maria Piperni, che operò a San Francisco, scrisse: «Gli italiani sono così in bassa stima presso tutti, che i buoni arrossiscono di chiamarsi italiani».
I flussi di massa sono cessati verso la metĂ  degli anni ’70. I flussi attuali, sottostimati negli archivi, si compongono di 45.000 persone in uscita e 35.000 di ritorno, ma resta insediata all’estero una consistente collettivitĂ  di cittadina italiani, alla quale si aggiunge quella degli oriundi che, secondo alcune stime, sono 20 volte di più (quasi 80 milioni), molto al di sopra dell’attuale popolazione italiana: in Brasile, nel passato grande sbocco per i nostri flussi, gli oriundi italiani raggiungono il picco di 25 milioni.

Non è questo l’unico motivo per ricordare la realtĂ  dell’emigrazione italiana. Vi sono flussi qualificati, come quelli dei circa 20.000 studenti che, nell’ambito del Programma Erasmus, studiano per un semestre all’estero. Secondo un’indagine della Banca d’Italia vi sono 20 milioni che ogni anno affrontano quelli che la Fondazione Migrantes ha chiamato “i viaggi della memoria” (11 milioni in entrata e 9 milioni in uscita) per passare un certo periodo in una casa di proprietĂ  (il sogno dei migranti, oggi come ieri) o presso parenti e amici. La stessa indagine evidenzia che sono 14,6 milioni gli italiani che lasciano l’Italia effettuando dei brevi pernottamenti all’estero (specialmente in Europa) per motivi di lavoro o professionali,
L’Italia all’estero non è una realtĂ  lontana, fa parte integrante del “Sistema Paese” al quale è in grado di fornire un importante apporto.

È quanto mai utile fare una riflessione sui Paesi dove si sono inseriti gli emigranti, ai quali il Rapporto ha dedicato diversi capitoli. Non può e non deve essere un esercizio di maniera, ma un utile confronto dialettico, derivante dalla consapevolezza di dover contribuire al rinnovamento dell’Italia anche attraverso la valorizzazione della presenza italiana nel mondo. Ma tutto questo non a parole, non secondo progetti approssimativi e inconcludenti e, soprattutto, non secondo previsioni di corto respiro o ispirate a interessi di partito.
Nel “villaggio globale” che è il mondo di oggi, sarĂ  sempre più necessario educarci all’accoglienza del diverso, al dialogo interreligioso, al confronto con le culture. Solo così cresceremo insieme, nella giustizia e nella pace e nella giustizia. “Ogni uomo è mio fratello”: è sempre bene ricordarcelo.
(Fonte foto: Rete Internet)

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LUCIO AMELIO E LA MOSTRA TERRAE MOTUS. I CRONISTI E LE IMMAGINI DI UNA TRAGEDIA

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La galleria di Lucio Amelio, luogo d”incontro e spazio di promozione artistica, nel 1980 ospitò artisti da tutto il mondo che videro con i propri occhi la tragedia del terremoto, realizzando opere segnate dall”espressione di quei giorni.

Sono da poco trascorse le sette e mezza di sera. La terra smuove le sue viscere incandescenti e in pochi secondi esplode la sua immane potenza, lacerando ogni cosa radicata al suolo. Un’immagine mestamente nota, anche per le recenti sciagure, che la Campania ha conosciuto il 23 novembre dell’ ’80 e che brucia ancora come ferita aperta.

Quella del terremoto irpino è stata una delle dolenti pagine della nostra storia recente, di fronte alla quale, insieme all’attenzione dell’opinione pubblica e delle istituzioni, anche l’arte non è rimasta a guardare. La sensibilitĂ  e le potenzialitĂ  socio-culturali del medium artistico hanno spesso concorso ad una presa di posizione rispetto a tragedie di questo genere. Emblematico il caso di Gibellina, nella valle del Belice, completamente distrutta da un altro disastroso terremoto nel 1968 e faticosamente ricostruita, soprattutto a causa delle inefficienze che, troppo spesso in queste occasioni, emergono in tutta la loro macroscopica portata.

La drammatica vicenda offre la possibilitĂ  ad un nutrito numero di artisti ed intellettuali (tra cui Guttuso, Sciascia e Zavattini) di ripensare un luogo dilaniato dalla furia della natura attraverso svariati interventi, riconvertendolo, con la forza irresistibile dell’utopia artisitica , alla dignitĂ  che il malgoverno della ricostruzione, ancor più che la ferita inferta dalla natura, aveva sottratto alla cittadina siciliana. Nell’ ’80 avviene qualcosa di simile e ancor più rivoluzionario. È Lucio Amelio, uno dei protagonisti della “rinascita” post terremoto, attraverso il mezzo dell’arte.

Apre la sua galleria a Napoli nel 1965 col nome Modern Art Agency e una personale dell’artista tedesco Wirtz, segno di un profondo rapporto con la cultura e l’arte tedesca, che culminerĂ  nel ‘71 con la prima mostra in Italia di Joseph Beyus, nella nuova sede della galleria che ormai porta il suo nome. Gallerista d’arte contemporanea affermato e rispettato nonché mecenate, estremamente sensibile all’evento di cronaca, convocò presso la propria galleria in Piazza dei Martiri a Napoli, gli artisti più attivi del momento del panorama internazionale e giovani emergenti; lo scopo della rèunion era dei più nobili: realizzare in loco opere intorno al tema del terremoto e dispensare il ricavato degli incassi alle popolazioni disastrate dei comuni avellinesi in Irpinia.

Terrae Motus era il titolo della geniale iniziativa. Oltre 60 artisti e più di cento opere di mostri sacri della scena mondiale come Andy Warhol e Joseph Beuys, il giovane Nino Longobardi, Twombly, Michelangelo Pistoletto, il fotografo Robert Mappletorphe, Mimmo Paladino, Mario Merz. Il miracolo dell’arte cui ci si appella per risollevare dalle ceneri un territorio al martirio. Furono giorni di fervore e clamore: orde di giovani, appassionati d’arte e non radunati nel corteo che accompagnava il gruppo da Piazza dei Martiri, al lungomare Caracciolo fino al mitico City Hall Cafè, locale alla moda dalle atmosfere internazionali di Dino Lugli, quando le mille sfumature di Napoli venivano immortalate nelle migliaia di polaroid che Andy Warhol scattava lungo il percorso.

Il guru della pop americana a pochi mesi dal dramma realizzò un opera di estremo impatto emozionale, riattualizzando la grammatica della serie Death and disaster cui aveva lavorato durante gli anni 60’, quando una tragedia aerea in cui morirono centoventinove passeggeri gli offrì lo spunto mediatico per elaborare immagini di morte, in una ripetizione seriale, febbrile, tale da provocare un’indigestione visiva nello spettatore, pur mantenendo la presunta neutralitĂ  del mezzo fotografico. Il trittico napoletano consiste in tre grandi tele, con la riproduzione serigrafica della prima pagina del Mattino del 26 novembre 1980, dove veniva enfatizzato all’infinito il titolo-urlo del giornale (Fate presto).

Il consumo dell’immagine non risparmia nulla che non sia di dominio pubblico: laddove c’è la notizia, anche la più violenta e cruda, c’è il pubblico di massa che la divora. Qualche tempo più tardi la “fascinazione” per la catastrofe, “neutralizzata” attraverso il filtro pop, verrĂ  riproposta in occasione di una grande mostra presso la Reggia di Capodimonte, per la quale realizzerĂ  la serie Vesuvius by Warhol, una serie di lavori grafici nelle quali l’immagine ottocentesca del vulcano in eruzione viene riproposta ossessivamente.

La scossa mortale fu d’ispirazione per Joseph Beuys che, invece s’inventò, tra le altre, la performance Terremoto in Palazzo; una certosina raccolta di oggetti e vecchi mobili, il drammatico resoconto della tragedia sismica, vennero trasportati ed esposti alla Modern Art Agency,con una cura e un attenzione quasi maniacale nella disposizione caotica volta ad assecondarne e rafforzarne il senso di estrema precarietĂ . La collezione, che fu successivamente legata per lascito testamentario alla Reggia di Caserta, e il vivace spirito degli artisti legati alla galleria di Lucio Amelio, rappresentano la migliore immagine di una cittĂ  dove l’obsolescenza culturale viene, spesso, additata come fattore dilagante.

Ma Napoli con Terrae Motus diventava epicentro di vicende internazionali, finendo sotto i riflettori mondiali, questa volta per fregiarsi, seppure per quella breve parentesi storica, del titolo di capitale dell’arte contemporanea. “A Napoli, sopra nuove e vecchie macerie il nostro Terrae Motus ha ricostruito una nuova idea dell’arte per gli anni a venire. Un’ idea di partecipazione morale, civile e politica”. Così il gallerista napoletano, amico e promotore dei campioni che hanno segnato pagine fondamentali della storia dell’arte contemporanea, scriveva di quella eccezionale esperienza attraverso la quale, per un momento, Napoli rubava la scena a Parigi e a New York.
(Fonte foto: Rete Internet)

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CORRUZIONE E P4

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I risvolti politici, imprenditoriali e criminali che stanno emergendo col caso P4, dimostrano che la corruzione è tutt”uno col governo e l”amministrazione del Paese. Di Amato Lamberti

Le cronache di questi ultimi mesi sembrano aver scoperto che la mafia ha trasferito al Nord i suoi capitali e la sua capacitĂ  di controllo dell’economia di interi territori. Sotto i riflettori è oggi l’espansione della ‘ndrangheta in Piemonte, addirittura con il trasferimento della sua articolazione territoriale, vale a dire le ‘ndrine. Nessuno però pone l’accento sui necessari collegamenti con i livelli politici e imprenditoriali che le organizzazioni criminali devono attivare per potersi espandere.

Varrebbe la pena tornare a riflettere su modi e forme dell’espansione della camorra in Campania per comprendere questi processi di invasione criminale dell’economia. Per avere un quadro più chiaro di come, concretamente, l’organizzazione criminale si sia diffusa sul territorio campano e si sia confusa con lo Stato e le pubbliche amministrazioni e in alcuni casi si sia addirittura integrata a tal punto da rendersi invisibile, assumendo la faccia dell’ impresa, basterebbe ripercorrere alcuni fatti salienti della cronaca, a partire dagli anni 80. In Campania, il terremoto del 1980 è stato colto come occasione dalla camorra per ampliare i propri poteri, i propri utili e il controllo del territorio.

Infatti tra il 1981 e il 1982, periodo in cui la camorra aveva, come massimo esponente Cutolo, le organizzazioni criminali assumono un ruolo fondamentale nel governo della ricostruzione, tanto che molti uomini politici, soprattutto locali, non riescono neppure a gestire la presenza e le richieste della camorra che così prende in mano lo stesso governo del territorio e degli interventi pubblici. Questo perchè i camorristi nell’immediato dopo-terremoto non si presentano nella loro solita veste criminale, con minacce e intimidazioni, ma come un organizzazione di affari. I contatti vengono presi da uomini di spicco dell’organizzazione, come Casillo e Rosanova, che detengono stretti e consolidati rapporti con il PSI e la DC, allora partiti dominanti nell’arena politica, e si concretizzano anche attraverso il coinvolgimento di alcuni esponenti politici locali direttamente in societĂ  della camorra, le quali vengono così più facilmente registrate e fornite di tutte le autorizzazioni.

La camorra si muove con una logica imprenditoriale. Non essendo, ad esempio, pronta a fornire i servizi richiesti dal Commissario straordinario per il terremoto, cioè i prefabbricati, si rivolge al sistema affaristico veneto, in contatto stretto con le imprese del settore. Si forma cosi un circuito in cui il camorrista-imprenditore contatta i politici locali e le ditte venete e fa assegnare, con gare truccate, gli appalti a quelle ditte giĂ  contattate. Gli atti dei processi a carico della NCO, come dei clan Alfieri, Nuvoletta, ecc., parlano di riunioni a pochi giorni dal sisma e soprattutto di costituzioni di societĂ  e acquisti di imprese realizzati ad una settimana dal terremoto, mentre erano ancora in corso le ricerche di eventuali dispersi. La camorra in tal modo guadagnava una tangente sull’intero importo dell’affare e obbligava la ditta vincitrice a dare subappalti alle sue imprese.

Come ho giĂ  scritto, la camorra assume tre nuove facce: Affari, Tangenti, Imprese. Le dinamiche di tale sviluppo vanno considerate in base al fatto che i camorristi, come i mafiosi, fondano il loro potere principalmente su base territoriale. Infatti, in termini più generali, il persistere del fenomeno mafioso è dato proprio dalla combinazione tra controllo del territorio e attivitĂ  legali e illegali svolte a fine di lucro. Questa combinazione ha reso ancor più agevole il passaggio da sistema di esclusiva violenza a sistema di impresa violenta. Nel caso del terremoto, la variabile decisiva è stato il legame che si è costruito con il sistema politico e amministrativo e che ha permesso, soprattutto attraverso la corruzione, ma anche attraverso capacitĂ  militari e disponibilitĂ  di ingenti capitali liquidi, di alterare le regole giuridiche e di mercato a proprio vantaggio.

Per avere uno specchio di tale situazione basterebbe sfogliare le pagine di cronaca nera tra il 1977 e il 1983, che da sole rendono l’idea dell’alto numero di intimidazioni e attentati ad esponenti politici locali. Per quanto riguarda tale aspetto è importante però fare una distinzione: in Campania, la camorra cerca di non rompere gli equilibri necessari al raggiungimento dei suoi obiettivi; in Sicilia, invece, la mafia siciliana concentra la propria capacitĂ  di violenza sui rappresentanti dello Stato nella regione Sicilia. Clamorosi gli omicidi di La Torre, Dalla Chiesa, Falcone e Borsellino.

A circa dieci anni di distanza, precisamente nel 1992 la magistratura italiana ha scoperto “Tangentopoli”, termine con cui l’opinione pubblica indicò il sistema di corruzione che pervadeva il Paese a livello politico ed economico, utilizzando lo strumento tipico delle organizzazioni criminali, vale a dire la tangente, la pratica del pretendere o del ricevere un compenso non dovuto, in cambio di favori.

Tangentopoli è stato un fenomeno diffuso di corruzione che ha intrecciato la classe politica e il mondo degli affari illeciti. Politica e criminalitĂ  parlavano la stessa lingua. Per gli imprenditori non faceva alcuna differenza parlare con la politica o con la camorra. Cifre da capogiro furono intascate da personaggi illustri, parlamentari, alti dirigenti dello Stato, ma anche Ministri. L’indagine partita inizialmente dalla procura di Milano, in breve tempo fu estesa all’intero paese. L’illegalitĂ  che emerse era talmente diffusa da non risparmiare alcun ambito sociale.

Il nuovo caso, quello della cosiddetta P4, di cui si parla in questi giorni, dimostra che il fenomeno
della corruzione, con tutti i suoi risvolti politici, imprenditoriali, criminali fa, forse, ormai parte
strutturalmente del governo e dell’amministrazione del Paese. Questa, senza forse, è la ragione
della capacitĂ  di penetrazione delle organizzazioni criminali nel tessuto politico, economico
amministrativo dell’intero Paese, anche nelle aree in cui non c’è mai stato alcun radicamento
storico di organizzazioni di tipo mafioso.
(Fonte foto: Rete Internet)

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:E DON CICCIO GRIDAVA: “GOVERNO LADRO!”

Napoli ha sempre sacrificato le sue energie migliori per l”Italia intera. Migliaia furono i giovani napoletani morti nel corso della I guerra mondiale. Di Carmine Cimmino

Sarebbe utile, forse, leggere le vicende dell’unitĂ  d’Italia dalla prospettiva della Prima Guerra Mondiale. Alla guerra del ’15-’18 Napoli diede il sangue di migliaia di giovani. Diede il Comandante della Vittoria. Armando Diaz sostituì Cadorna nell’ora più triste della guerra, dopo la catastrofe di Caporetto: il re pensava che solo lui possedesse la virtù che mancava a Cadorna: saper rispettare i soldati. Diaz migliorò le condizioni di vita dell’esercito; l’alimentazione venne variata, e finalmente la truppa poté mangiare il riso che Cadorna aveva bandito (forse su consiglio del generale Cavaciocchi).

Nel 1918 Toscanini, che giĂ  nel 1916 aveva portato l’Orchestra della Scala in territorio di guerra, diresse alcuni concerti per i reggimenti ancora attestati sul Piave, e il suo esempio venne seguito dai più grandi attori del nostro teatro, Ermete Zacconi, Lyda Borrelli, Dina Galli e Ruggero Ruggeri. Napoli diede la canzone dell’orgoglio e della vittoria, La leggenda del Piave, e nel 1915, iniziata la guerra, aveva dato ‘O surdato ‘nnammurato, destinata a far da sottofondo musicale alle lacrime, e agli ultimi baci che le ragazze lanciavano, prima di svenire, ai fidanzati affacciati ai finestrini dei convogli che li portavano al fronte. Napoli diede la più spettacolare figura di anarchico, don Ciccio Cocozza, di cui Vittorio Paliotti disegnò un saporoso ritratto.

Prima che venisse dichiarata la guerra, don Ciccio, “vestito di nero, con una svolazzante cravatta a fiocco, con i capelli candidi tagliati alla bébé“, arringava ogni domenica la folla iniziando il discorso con una invettiva: Governo ladro. Sempre la stessa. I poliziotti lo arrestavano immediatamente, lo portavano in carcere per qualche giorno, e così accrescevano la sua fama, e il rispetto e l’attesa della gente. Un giorno un delegato di polizia decise di non arrestarlo subito dopo l’invettiva d’apertura, Governo ladro: aspettò che continuasse. Ma don Ciccio non continuò: non sapeva dire altro. Gridò solo “Arrestatemi“, rivolto al maligno delegato: che non si mosse, e la fama dell’anarchico si squagliò tra le risate e gli sfottò del pubblico. Dichiarata la guerra, don Ciccio da anarchico si trasformò in un interventista così appassionato da indurre il figlio a partire volontario.

Rimase per sempre contrario all’intervento in guerra dell’Italia Edoardo Scarfoglio, il fondatore del “Mattino“, il terribile Tartarin maestro di sarcasmo e di invettiva, che era stato, nel 1911, favorevole alla guerra per la conquista della Libia e ne aveva seguito alcune fasi dal suo panfilo, il Tartarin. Nel 1915 Scarfoglio incominciò ad allontanarsi dalla vita quotidiana del giornale, anche perché il Governo lo aveva avvertito che non sarebbero stati tollerati, a guerra in corso, articoli di polemica anti-interventista. Tra l’altro, fonti governative alimentavano la calunniosa diceria che Scarfoglio avesse ricevuto fondi cospicui dall’Austria e dalla Germania, e il deputato socialista Ciccotti lo aveva bollato con il marchio di filotedesco. Tuttavia, l’11 gennaio 1916 Tartarin firmò un articolo di prima pagina, intitolato polemicamente Parliamo d’altro: parlava, infatti, della Cavalleria rusticana che Pietro Mascagni aveva composto 25 anni prima.

Celebrando l’anniversario del capolavoro, Tartarin riuscì a parlare anche della guerra, a ricordare che da 17 mesi ormai in Europa non si pubblicava un libro, non si rappresentava un’opera teatrale, non si scriveva un’opera lirica. “Ora è un sogno di menti inferme concepire che questo stato di bestialitĂ  possa prolungarsi all’infinito”. Il primo novembre del ’16 egli ritornò sul tema delle enormi ricchezze che la guerra stava accumulando nelle casse di alcune industrie del nord. Le forbici della censura massacrarono l’articolo: sopravvisse un solo periodo, in cui Tartarin si chiedeva se e come il Mezzogiorno potesse essere risarcito per lo spaventoso sacrificio dei suoi giovani.

Nella notte tra il 10 e l’11 marzo del 1918 uno Zeppelin austriaco sganciò una ventina di bombe sul centro di Napoli. I napoletani, atterriti, scesero nelle strade, mentre le vetrate della Galleria crollavano con fragore e le fiamme di un vasto incendio si levavano dal porto. Ci furono 16 morti e molti feriti: Giovanni Artieri, che aveva allora 14 anni, uscì per la cittĂ  con il padre: “Vidi a terra, decapitato, lo spazzino dell’angolo di via Santa Brigida, e a Sant’ Anna di Palazzo una vecchia ridotta in poltiglia. Fu quello il mio primo servizio di guerra: la ricognizione del primo bombardamento aereo della storia su una cittĂ  aperta”.

Scrive Paliotti che sotto le bombe morì anche Giuseppe De Martino, l’erede diretto del grande Antonio Petito. “È morto Pulcinella!”. La voce dilagò per tutta la cittĂ , e lo sgomento fu enorme: era tradizione, infatti, che i Pulcinella morissero sul palcoscenico, recitando. Poco prima del bombardamento, uscirono in gruppo dalla sede del “Mattino“ Libero Bovio, Marcello Orilia, Silvino Mezza, Ugo Ricci e l’avvocato Pisani di Massamormile, in divisa di colonnello di cavalleria. Il caso si divertì, in quella notte di terrore, a mettere insieme, in via Toledo, alcuni splendidi protagonisti della belle époque, che è stato, forse, il momento più vivo della storia della cittĂ . Pochi attimi dopo, una bomba cadde alla salita Cariati e l’immenso fragore, la vampa orrenda illuminò il creato e annichilì gli animi sospesi.

Ma avvenne qualcosa di epico. Avvenne che Pisani di Massamormile, gridò: Non ve mettite paura. E compì un gesto meraviglioso: sfoderò la sciabola“. Così Giovanni Artieri. Il demone misterioso che da sempre scrive, in forma di opera teatrale, la storia di Napoli, non avrebbe potuto “costruire“ una scena più bella per chiudere degnamente un’epoca.
(Cartolina disegnata da Pietro Scoppetta)

LA STORIA MAGRA

POCHI SPAZI PER LA MUSICA. MA NOI CI PROVIAMO

“I giovani musicisti stanno appena iniziando a farsi sentire e sono giĂ  superstiti, in un mondo in cui inseguire un sogno sembra una follia”. L”Equobar dĂ  spazio a talentuosi under diciotto.

Napoli ha una grande storia musicale. Da sempre produce arte e musica, la cittĂ  ha vissuto momenti importanti, ha prodotto talenti. Anche oggi sono tanti a cimentarsi, la provincia vesuviana è vivace, ricca di proposte, di musicisti in erba che però, hanno spesso non solo la difficoltĂ  di emergere, ma anche il problema di trovare spazi in cui proporsi ed incontrare un pubblico. Da questo bisogno nasce l’idea di un giovane musicista, Davide Costagliola: la Rassegna Jazz “Young & Fine” (New Sounds in Town!), dedicata ai giovani musicisti che di strada ne hanno da fare e da qualche parte devono pur «iniziare». Così l’Equobar di San Sebastiano al Vesuvio diventa un palco e, forse, un trampolino di lancio per alcuni gruppi di giovanissimi, tutti under diciotto, che si esibiscono per proporre la propria musica con energia e un gran piacere di suonare.

«La musica è un bene accessorio. Oggi che alimentare un sogno sembra quasi una follia.» racconta Davide Costagliola, curatore della rassegna «oggi produrre è molto difficile. I produttori vogliono ricevere un prodotto giĂ  confezionato. Qui i ragazzi hanno l’occasione di suonare quello che vogliono, sono responsabili di quello che propongono, hanno una responsabilitĂ  verso il pubblico. Sono consapevoli delle conseguenze. Ma così diventano anche fiduciari di un luogo, di una loro radice vesuviana. Non è il Blue Note, ma è comunque un trampolino. Ovunque si suoni, quando suoni sei sempre tu e la tua musica, la musica è un non luogo.»

«Scegliere di curare questa rassegna è stata una mia esigenza personale» racconta Davide «nata da un incontro con Fabio, uno dei due soci che gestiscono il locale. Da un lato, la voglia di esprimersi così forte, sana, un impeto quasi magmatico che scalpita nei musicisti più giovani. Che di talento, credetemi, ne hanno da vendere e per questo vanno incoraggiati. Dall’ altro, la mia passione per la cucina di Fabietto fatta con i prodotti Equosolidali e Bio. Tra l’altro in questa cucina c’è un artista dei dolci: l’aiuto cuoco Elena Amatucci.»
«Durante la rassegna sono stati ospitati diversi gruppi» continua Costagliola «i Waterhole Trio, Antonio Raia Free Jazz Quartet, Quartet of Luck, l’ultimo appuntamento per questa edizione, è stato il 15 giugno con Alessio Busanca Trio.

Alcuni dei musicisti che hanno suonato: Andrea De Fazio, Ron Grieco, Giuliano Albanese, Naomi Rivieccio, Aldo Capasso, Valerio Loungella, Francesco Cirillo, Luca Mignano, Alessio Busanca. Stiamo giĂ  ideando la prossima edizione che inizierĂ  ad ottobre.»
info: 0815749320 – info@sottencoppa.it
www.equobar.it

ECCO PERCHÉ NON SERVONO ALTRI INCENERITORI

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Regione e Provincia devono convincersi che vanno cambiate le scelte, che non è più tempo di saldare gli interessi della politica con gli appetiti di imprese senza scrupoli e organizzazioni criminali. Di Amato Lamberti

La regione Campania è di nuovo in una situazione di emergenza per quanto riguarda lo smaltimento rifiuti. Dopo anni di commissariamento, di interventi spot, di intervento dell’esercito, di discussioni sterili, siamo sempre allo stesso punto: cumuli di immondizia non raccolti ad ogni angolo di strada, roghi notturni, cittadini infuriati.

Non si capisce cosa fanno la Regione e le Province: forse vogliono solo dare ragione a chi ne chiede da tempo lo scioglimento. I Comuni fanno quello che possono, anche con molto impegno, come dimostrano i Comuni ricicloni e, oggi, finalmente anche Napoli, ma il sistema complessivo evidentemente non funziona. Invece di azzerare tutto e provare a ripartire con un minimo di razionalitĂ  e di impegno ci si esercita solo nel gioco dello scaricabarile tentando di lasciare il cerino nelle mani del Governo.

Anche il cittadino più sprovveduto a questo punto capisce che non interessa a nessuno risolvere il problema e che tutti sono impegnati a chiedere più soldi solo per salvaguardare le situazioni anomale e scellerate messe in piedi, e per evitare le rivolte delle migliaia di lavoratori imbarcati, con le manovre più spregiudicate e clientelari, per la costruzione di un modello che prevede infiniti passaggi, dove la camorra la fa da padrone, e che non riesce a conseguire alcun risultato.
Invece di dire, azzeriamo tutto e ripartiamo da capo, qualcuno pensa di imbarcare ancora altro personale per fare la raccolta porta a porta senza neppure porsi il problema del come smaltire il tutto, a partire dalle frazioni umide e indifferenziate, oltre al residuo raccolto con lo spezzamento stradale.

Spetterebbe alla Regione definire il modello di raccolta e di smaltimento, unico per tutti i Comuni della regione. Alle Province spetterebbe il compito di farlo applicare, anche sanzionando i Comuni inadempienti. Visto che il modello fin qui seguito non funziona, non si capisce perché non si provveda a modificarlo, semplificandolo e riducendo tutti i passaggi inutili e le diseconomie che ne conseguono.

In tutto il mondo dove vigono le regole della razionalitĂ  si procede:
1- con la raccolta differenziata domestica delle frazioni secche (carta, cartone, plastica, alluminio, banda stagnata, legno, stracci, tetrapack);
2- con la raccolta differenziata domestica, ma anche degli esercizi pubblici, bar, pub e ristoranti, della frazione umida e indifferenziata;
3- con la raccolta differenziata della frazione umida nei mercati generali e nei negozi di fruttivendoli;

4- con la raccolta differenziata delle frazioni secche presso negozi, supermercati e ipermercati;
5- con la raccolta degli inerti da costruzione in apposite cave, dove procedere al recupero dei materiali ferrosi;
6- con raccolte differenziate specifiche per olii esausti, batterie esauste, medicinali, pile elettriche, materiali ferrosi, scarti della lavorazione del legno, delle plastiche, delle gomme, ecc., tutti da avviare a specifici processi di smaltimento o riutilizzazione.

In un modello di questo tipo, sempre dove vige la razionalitĂ , ogni cittadino dovrebbe procedere solo ad una separazione della frazione secca (che finirebbe nel sacco multimateriale) da quella umida e indifferenziata (che finirebbe in un altro sacchetto). Il sacco multimateriale va agli impianti che provvedono a separare le frazioni e ad avviarle alle aziende che le riutilizzano. Il sacchetto dell’umido e dell’indifferenziato, di provenienza domestica, ma anche di bar e ristoranti, va direttamente agli impianti di digestione anaerobica che li smaltiscono senza bruciarli e producendo anche energia. Agli impianti di compostaggio vanno solo gli scarti dei mercati ortofrutticoli e dei fruttivendoli.

In questo modo si semplifica anche la raccolta. Non c’è bisogno di centinaia e migliaia di addetti alla raccolta differenziata: basta responsabilizzare cittadini, condomini, esercizi pubblici. Per le utenze domestiche non è necessaria la raccolta giornaliera: il sacchetto dell’umido può anche essere raccolto ogni due o tre giorni; quello multimateriale anche due volte alla settimana; solo per gli esercizi pubblici e i fruttivendoli dovrebbe essere prevista la raccolta giornaliera, che avrebbe anche la funzione di controllo del corretto smaltimento. Gli impianti di compostaggio dovrebbero essere allocati presso i mercati generali, per evitare inutili e costosi trasporti.

Gli impianti di digestione anaerobica, che sono di piccole dimensioni e che non rilasciano odori e miasmi, potrebbero essere allocati anche nei pressi di centri urbani, oltre che nelle aree industriali, sempre per evitare costosi ed inutili trasporti. Va anche detto che questo tipo di impianti, largamente presenti in Italia e in Europa, non richiedono investimenti pubblici, perché sono realizzati a proprie spese da imprenditori privati in cambio di una concessione pluriennale.
In un modello di questo tipo, razionale e facile da implementare dovunque, gli inceneritori sono del tutto inutili. Quello esistente potrebbe al massimo essere utilizzato per smaltire le ecoballe che a milioni si sono accumulate sul territorio e per smaltire i rifiuti dello spazzamento stradale, quando ci si decidesse a farlo soprattutto sulle strade provinciali.

Viene da chiedersi perché è così difficile una scelta assolutamente razionale, che abbassa anche i costi, oltre all’impatto ambientale. Non lo so. O meglio, dovrei rispondere che nelle "terre della camorra", dove si saldano appetiti ed interessi della politica, dell’imprenditoria senza scrupoli, delle organizzazioni criminali, gli interessi collettivi non vengono neppure presi in considerazione. L’unica preoccupazione è quella di mettere le mani sui fondi pubblici per appropriarsene direttamente, per favorire questa o quella impresa, non importa se malavitosa, per allargare clientele elettorali, per sfruttare a proprio vantaggio politico anche la conflittualitĂ  sociale, figlia di un disagio economico che si preferisce alimentare piuttosto che risolvere.
(Fonte foto: Rete Internet)

LA RUBRICA

QUANDO SI FA MALE UN ALUNNO

ResponsabilitĂ  del direttore di una scuola elementare, del preside della scuola media e del sindaco per l”incidente in danno di un alunno di scuola elementare.

Fatto
Durante una lezione di educazione motoria alla quale erano interessati gli alunni della quinta classe della scuola elementare, il piccolo B.A. era rimasto ferito mentre spostava con due compagni una porta di pallamano verso il fondo della palestra dove si trovava l’insegnante.

Originariamente la porta era impiantata al pavimento con appositi bulloni filettati, da tempo rimossi, tanto che era invalsa l’abitudine di spostare l’attrezzo da un punto all’altro della palestra secondo le necessitĂ  dei vari utilizzatori, che erano non solo gli alunni delle elementari, ma anche quelli delle scuole medie e varie associazioni sportive che frequentavano la palestra.

Responsabili, per inosservanza di norme antinfortunistiche, risultavano il direttore della scuola elementare S.V. e il preside della scuola media di Spiazzo G.D. perchè, quali dirigenti scolastici, non avevano adottato misure tecniche ed organizzative dirette ad evitare la presenza di porte di pallamano non ancorate al suolo all’interno della palestra durante le lezioni di educazione motoria e per non aver impedito che tale attrezzo potesse essere utilizzato per operazioni o in condizioni non adatte, così creando i presupposti per il verificarsi dell’incidente occorso al B..
Anche il sindaco del Comune al tempo dei fatti, Z. A., era stato ritenuto responsabile per non aver formulato il parere obbligatorio in ordine alla sicurezza dei locali dopo le modifiche strutturali apportate nel 1997, in base alle quali la porta di pallamano , impiantata in modo fisso, era stata rimossa

Sia il direttore didattico, quale datore di lavoro dell’insegnante di ginnastica che utilizzava la palestra della scuola media per le lezioni di educazione motoria degli alunni della scuola elementare, che il preside, quale datore di lavoro degli insegnanti, inservienti etc. della scuola media frequentanti la palestra, secondo la sentenza sono responsabili per non avere operato in modo da impedire che le attrezzature della palestra potessero essere utilizzate in situazioni di non sicurezza.
Il comportamento dovuto per legge era pertanto rappresentato, congiuntamente o alternativamente per i due dirigenti, quantomeno dalla emissione del divieto di uso della palestra nelle condizioni esistenti o nell’adozione di misure di propria pertinenza e disponibilitĂ  per eliminare il pericolo rappresentato dalla sopravvenuta mobilitĂ  delle porte di pallamano.

Per quanto riguarda la posizione del Sindaco Z., la Corte territoriale ha sostanzialmente ritenuto che il Comune e per esso il suo sindaco pro tempore avesse omesso di adottare cautele a lui imposte dalla legge per evitare il tipo di evento poi prodottosi.
Ed invero, secondo la L. 11 gennaio 1996, "per l’allestimento e l’impianto di materiale didattico e scientifico che implichi il rispetto delle norme sulla sicurezza e sull’adeguamento degli impianti, l’ente locale competente è tenuto a dare alle scuole parere obbligatorio preventivo sull’adeguatezza dei locali ovvero ad assumere formale impegno ad adeguare tali locali contestualmente all’impianto delle attrezzature".

A giudizio della Corte territoriale tale doverosa attivitĂ  avrebbe sicuramente impedito il verificarsi dell’evento, ponendosi pertanto l’omissione della stessa come condizione necessaria dell’evento.

Quanto poi al fatto riferibile all’insegnante dell’alunno infortunato, il comportamento imprudente dell’insegnante è stato valutato come prevedibile, quantomeno in ragione del fatto che era comune a molti utilizzatori della palestra, quindi sicuramente noto e pertanto concorrente con quello del Direttore, del Preside e del Sindaco nella produzione dell’evento dannoso.
(Cassazione Penale, Sez. 3, 11 ottobre 2007, n. 37397 – Infortunio ad alunno e responsabilitĂ )

LA RUBRICA

A NAPOLI IL DRAMMA DELLA GUERRA FU CANTATO NELLA <I>TAMMURRIATA NERA</I…

Nell”inverno del 1943-44 la realtĂ  di Napoli era terribile e Tammurriata nera descrive al meglio l”asprezza della violenza di quei tempi. Peppe Barra la interpreta in modo insuperabile. Di Carmine CimminoMe pare giusto che, nel celebrare il cinquantesimo anniversario della morte di E. A. Mario, poeta finissimo, musicista ispirato, si ricordi, prima di tutto, che fu l’autore della Leggenda del Piave. Ma non bisogna dimenticare che anche la II guerra mondiale gli ispirò la musica di un capolavoro, Tammurriata nera. Questa canzone era, a suo modo, un canto di guerra: non celebrava né vittorie né resistenze eroiche, ma la dura battaglia per la sopravvivenza combattuta da un popolo che aveva resistito con grande dignitĂ  ai tedeschi e poi veniva umiliato dalla fame e dai liberatori.

“Napoli era come una puttana malmenata da un bruto – scrisse il regista John Huston, che girava documentari per il Signal Corps – : denti spezzati, occhi neri, naso rotto, puzza di sporcizia e di vomito. Gli uomini e le donne di Napoli erano un popolo diseredato, affamato, disperato, disposto a fare assolutamente tutto per sopravvivere. L’anima della gente era stata stuprata. Era veramente una cittĂ  senza Dio.”.

Nel terribile inverno 1943-‘44 perfino il giornalista Moorehead, noto per la sobrietĂ  dello stile, era costretto dalla realtĂ  delle cose a usare le tinte forti, alla Curzio Malaparte: “La fame dominava su tutto…Di fatto stavamo assistendo al crollo morale di un popolo. Non avevano più nessun orgoglio, né dignitĂ . Dominava su tutto la lotta bestiale per sopravvivere.“. Ma nessuno ha descritto questa tragedia meglio di Eduardo De Filippo e di Totò, che fa la parte del morto sotto le bombe. Solo chi l’ha provata totalmente, può spiegare con sintetica chiarezza cosa è la fame. Chi ha la pancia piena non può capire fino in fondo.

Edoardo Nicolardi, che scrisse il testo della canzone, non inquadra la signorina, una delle tante, che ha avuto un figlio, nero, da un nero “marocchino“ o da un nero americano. L’ “occhio“ del poeta va a registrare le voci e i toni del coro delle commare e dei passanti, e cioè di quel “teatro“ di pietĂ , malignitĂ , disperazione, sarcasmo, che si tiene da sempre, ogni giorno, nelle vie della cittĂ . C’è, nel coro, la voce dei napoletani che si illudono di nascondere la veritĂ  sotto il velo delle parole, “ ‘o chiamma Ciro“, e c’è l’ amarezza, anche cattiva, di chi invita ad arrendersi ai “fatti“: il bambino, anche se la mamma ‘o chiamma Giro, Ciro, è un “fatto“ nero: non un nero sbiadito, che possa passare per un bruno mediterraneo, ma è niro niro, comm’a cché.

Ma le parole non si arrendono: interviene a difesa la commara apparatrice, rinacciara e cosetora, la sarta pronta a ricucire strappi e lacerazioni di ogni tipo, materiali e morali: ella oppone alla cruda chiarezza del fatto niro niro la forza insondabile del mistero. Può capitare che una donna, legittimamente incinta del marito legittimo, durante la gravidanza guardi, con eccessiva intensitĂ , la faccia di un uomo, colpita dalla forma del naso, dal colore dei capelli, dal ghigno. Ebbene, l’imprudente gravida può restare sotto a botta impressionata: e può capitare che il figlio abbia le fattezze non del padre legittimo, ma di quel tizio che così fortemente “ha impressionato“ la madre.

È come la voglia. Quando la moglie incinta incominciava a dire: “che bei grappoli d’uva, me ne farei una sbafata”, oppure “ho sognato dei fichi, voglio dei fichi“, il marito, anche in piena notte, anche sotto la neve, si sbatteva per soddisfare il desiderio della moglie: se no, il bambino sarebbe nato con il segno della “voglia“ non soddisfatta: una macchia vermiglia, viola o nera. Ricordo che le vecchie, quando decantavano le virtù di una vergine in etĂ  da marito, dicevano, in apertura: non è guliosa, non fa capricci, nemmeno quando è incinta. Ma la commara maligna dĂ  il colpo di grazia: fa capire, sarcastica, che l’”impressione“ non ha colpito “gli occhi“, ma un’altra parte del corpo, “ha cugliuto buono ‘o tiro“: e di che tiro si tratti, lo si capisce, in tutta chiarezza, dal fatto niro niro che ne è venuto fuori.

Il coro, infine, esplode, in un baccanale di rime e di assonanze, in cui caramelle corrisponde con zitelle e con burdelle, freselle con zelle, ricotto con carnacotta, e viene storpiato e stravolto il titolo di una canzone di Al Dexter, cantata da Bing Crosby: è un’ esplosione di immagini brevi e scorciate, frammenti e dettagli di una tragedia terribile. E. A. Mario, non sapendo comporre musica, “ricorreva – racconta Artieri- a trascrittori ai quali dettava i suoi motivi, o fischiando, o accennando sul mandolino“. Ma quando musicò Tammurriata nera, questa “ignoranza“ gli fu di grande aiuto, perché gli venne naturale ridurre al minimo l’ampiezza della strofe musicale e ripetere i nodi ritmici dei colpi di tamburo in sequenze interminabili, di uguale altezza e di uguale intensitĂ : un’ossessione , che porta in sé la furia scabra e primitiva della musica delle Baccanti.

L’interpretazione che Peppe Barra dĂ  di questa canzone – di questo cantico- è insuperabile, perché la voce dell’ artista corrisponde per estensione e qualitĂ  alla misura della musica e alla potenza espressiva delle parole: testo, musica e voce obbediscono a un solo segno: un’asprezza che viene dalle viscere e sale fino al cielo, che salva sé stessa nel deridere sé stessa, e rovescia sui violentatori la maledizione della violenza. Cantata da Peppe Barra, la canzone è quello che nell’intenzione di Nicolardi e di E.A.Mario doveva essere: una evocazione allucinata di spiriti.

Anche le “altre Napoli“ cantarono, ciascuna a modo suo, il dramma della guerra. La Napoli pragmatica e cinica si riconobbe in Simmo ‘ e Napule, paisĂ , di Peppino Fiorelli e Nicola Valente: “Chi ha avuto, ha avuto, e chi ha dato, ha dato. Dimentichiamo il passato“ Tirammo a campa’. “Siamo di Napoli“. Siamo della cittĂ  dell’amalgama, che non ha mai voluto lo spurgo degli sconfitti: e perciò non ha mai distinto tra vincitori e vinti: tutti alla fine hanno vinto, anche e soprattutto gli sconfitti: gli ultimi fedelissimi borbonici sono stati i primi “unitari“ fedelissimi, e la Repubblica, costruita sull’antifascismo, proprio a Napoli ha incominciato a imbarcare e a mettere al timone noti fascistissimi convertiti repentinamente alla democrazia.

La Napoli sentimentale e melanconica dettò a Michele Galdieri, figlio di Rocco, e a Alberto Barberis le parole e le note del Munasterio ‘e Santa Chiara. Se le cittĂ  avessero un’anima, e l’anima fosse, come pensava Pitagora, una musica, l’anima di Napoli “scontraffatta“ dalla guerra sarebbe un territorio vasto e accidentato che si estende dalla zuccherosa melodia del Munasterio al vigore della Tammurriata, alle sue immagini essenziali. E ardenti. Arzulente. Arzulenta E.A.Mario definì l’uva di Ottajano nella Canzone Vesuviana.
(Fonte foto: Rete Internet)

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