La sagra si celebra nel quartiere San Giovanni, abitato da persone che hanno a portata di bocca parole più >puntute di una freccia.Di Carmine CimminoDal 23 al 25 giugno, a San Giovanni, piazza e quartiere in cui è stata scritta la storia di Ottajano, si svolge la Sagra. La 12° della serie. Si canta e si mangia. Canta una voce professionista; cantano i bambini, nel segno della continuitĂ e della speranza. Presenta il cantabimbi il dott. Gino Aprile, conduttore per divertissement. Che sia lui il presentatore, lo si dĂ per scontato. E se per caso sui manifesti non comparisse il suo nome, tutti penserebbero di aver letto male. Egli è la “voce“ storica dell’ evento e della comunitĂ .
È una voce frizzante: non di quel frizzante artificioso e bislacco che si coglie, talvolta, nei sorsi dell’acqua minerale contraffatta; non di quel frizzante itterico annidato, spesso, nell’occhio dell’ipocrita che davanti ti fa le moine, ti bacia e ti abbraccia con chiassoso entusiasmo, e intanto vorrebbe piantarti un pugnale nelle spalle. Vorrebbe, ma non ci riesce. Non è all’altezza. I biliosi non hanno colleones. Il caso ha voluto che per tutto il secolo XX la Chiesa di San Giovanni sia stata retta da parroci dell’agro nolano. Don Pietro Capolongo la governò per 40 anni, dal 1920 al 1960, battezzò molte generazioni di ottajanesi, e fu un don Camillo meno agitato, più severo e più riservato del modello letterario.
Quando lessi per la prima volta il suo commovente diario del 1943-44, mi convinsi che un parroco come Capolongo da solo bastava a giustificare il potere che la Chiesa esercitava nella societĂ del territorio. Egli scrisse nel testamento: nacqui povero e muoio povero. Quel poco che possedeva, lo lasciò alla Chiesa di San Giovanni.
La Sagra di San Giovanni non celebra un prodotto particolare, e non è la “revisione“ cristiana di qualche antica festa agricola. Nella Sagra la comunitĂ di San Giovanni celebra sé stessa. I Sangiovannari sono, tra gli Ottajanesi, un popolo a sé. Hanno carattere, vedono e sanno, e non fingono di non vedere e di non sapere, come troppo spesso fanno gli altri Ottajanesi.
Conservano, intatto, il gusto del pizzicare, e hanno sempre pronte, a portata di bocca, parole più puntute di una freccia. Così sono i Sangiovannari. Quasi tutti. Il quartiere si dispone intorno alla piazza come una trama di spigoli e di squarci, di curve cieche e cupe, di vicoli che si impennano in quel groviglio di mura, di cortili, di silenzi, che nel ‘500 giĂ chiamavano Pennino, luogo che “pende“. La storia di Ottajano vi è scritta sui muri con i segni della luce, con le ombre delle camere alte e fresche nei palazzi poderosi costruiti tra il ‘700 e i primi anni del ‘900, con il buio profumato delle cantine ipogee che formano un quartiere sotterraneo, immagine speculare del quartiere di sopra. La Chiesa di San Giovanni Battista è assai antica. Meritano una visita il portale di delicata pietra vesuviana, e il quadro dell’altare maggiore con San Giovanni che predica alle turbe.
Il giovanile fulgore del Battista, e il suo modo di stare ricordano, da vicino, il San Rocco che Paolo De Matteis dipinse per la Chiesa di Guardia Sanframondi; ma Nicola Spinosa ha attribuito il capolavoro al Bonito. Non c’è fotografia che possa dare l’idea della sfavillante eleganza dell’opera, che meriterebbe di essere contemplata e ammirata nel momento magico in cui la luce dall’alta finestra laterale scende a incendiare il vermiglio e l’ocra nelle spalle della popolana che stringendo il figlio al petto chiude l’angolo della tela in basso a sinistra. Sono spalle meravigliose, tra le più belle della pittura napoletana del primo Settecento: sono un profetico omaggio alla grazia delle signore del quartiere, che oggi contribuiscono al successo della Sagra.
La piazza, che pare un salotto, ha ospitato da sempre mense “pubbliche“. Durante la processione di San Michele le famiglie importanti preparavano davanti ai portoni tavole imbandite con caraffe di vino fresco, con palate di pane e con sperlunghe colme di spizzichi di formaggio e di salumi. I notabili e i preti, spossati dalla lunga processione sui roventi basoli delle strade, s’arricriavano, mentre la folla assisteva a brevi “teatri“ recitati da attori di provincia: la vittoria dell’Arcangelo, la caduta di Belzebù, la gloria degli Angeli. Anche durante la processione dell’Assunta i “signori“ offrivano vino bianco in brocche colme di ghiaccio, fette di pane “bagnate“ nella zuppa dei fagioli e fette di melone acerrano.
Nel 1888 le autoritĂ di polizia misero fine a questa manifestazione di civica generositĂ , perché l’anno prima la processione era stata bloccata da una rissa violentissima, scatenata dal vino e dalla protesta dei cittadini contro il carovita e la disoccupazione. Una “cantina“, che occupava tre “bassi“ proprio di fronte alla Chiesa, restò chiusa cinque mesi, per decreto del Sindaco. Il cantiniere, un Finelli, era stato ingiustamente sospettato di vendere vino acconciato con l’infusione di mandorle amare e di lauro ceraso. Le guardie urbane che scortavano nell’ispezione Giovanni Picariello, l’esperto nominato dal Comune, ci hanno lasciato un’interessante relazione anche sulla “dispensa“ della “cantina“. Vi erano ceste colme di fave secche e cinque forme di cacio di Moliterno, il cui odore destò qualche sospetto nel Picariello. Ma il Finelli garantì che si serviva delle fave e del cacio solo per preparare la zuppa.
È probabile che fosse la così detta zuppa agra degli almanacchi popolari: le fave secche venivano cotte con il sedano e con il prezzemolo, abbondante, e con cipollotti. Le fave cotte si passavano, si “allungava“ il passato con l’acqua calda e con una misura di vino bianco e lo si rimetteva sul fuoco lentissimo. Il tutto, prosciugato finché non assumesse una densitĂ consistente, si versava in una zuppiera giĂ spalmata, all’interno, di formaggio di Moliterno o di pecorino grattugiato a “virgole“ spesse. I bocconi venivano accompagnati da morsi di pomodoro crudo, o di cipolle del Pantano di Aversa. Gli odori e i sapori si amalgamavano nei sorsi del Vesuvio rosso. Furono trovati nella “cantina“ due sacchi di ceci caliati, cioè abbrustoliti e “bagnati“ nel sale grosso, che servivano a stuzzicare la voglia di vino durante gli interminabili e pericolosi giochi del tocco e di sotto e padrone.
Era di San Giovanni l’ultima venditrice di spighe e di allappanti lazzarole: la ricordo seduta, come in un quadro di Lojacono o di Costantini, davanti alla nera caldaia delle spighe, poco lontano dallo Chalet Delizie, che fu negli anni ’70 il più elegante ritrovo per i giovani del Vesuviano. Erano altri tempi, ed era un’altra Ottaviano.
Alcuni anni fa la Sagra riportò in piazza il delicato sapore della zuppa di cicerchie, uscita dalla memoria dei più. La salsiccia e la pasta e fagioli restino le regine della festa: ma la Sagra di San Giovanni dovrebbe sviluppare la ricerca di antichi alimenti. Lo richiede la nobile storia del quartiere. E richiede anche manifesti più originali, più vivaci, più festosi.
(Foto: quadro di Paolo De Matteis "San Giovanni predica alle turbe")

