L’evoluzione e lo sviluppo dell’architettura Sacra greca

Bentornati al ventisettesimo appuntamento di “Riavvolgi il futuro”.  Se nello scorso appuntamento abbiamo parlato dell’evoluzione dell’arte vascolare oggi approfondiremo la nascita dell’architettura Sacra Greca.   L’età arcaica (VII-VI secolo a.C.) è contrassegnata da una rinascita dei commerci e da un incremento demografico che spingono le poleis greche a fondare nuove città autonome, le colonie, diffuse principalmente in Italia meridionale (la Magna Grecia) e in Sicilia, oltre che sulle coste del Mar Nero. In questo periodo si definisce l’architettura del tempio, concepito come la casa terrena della divinità. Poiché la religione greca è politeista e attribuisce agli dèi sembianze e sentimenti umani, l’edificio sacro riprende la forma dell’abitazione terrena, evolvendosi dal modello originario a capanna con muri in mattoni crudi, sostegni in legno e tetto stramineo fino a strutture monumentali in pietra. Il tempio è progettato per custodire la sola statua della divinità all’interno del naos (o cella), mentre le cerimonie e i sacrifici si svolgono all’esterno, sull’ara votiva. La struttura del tempio presenta una spazialità ben precisa: il pronao è l’atrio antistante la cella che serve da filtro tra il mondo profano e il luogo sacro, mentre sul retro si trova talvolta l’spistodomo, un ambiente accessibile solo dall’esterno impiegato come deposito dei beni della comunità o dei voti. Come tramandato dall’architetto romano Vitruvio nel suo trattato De architectura, le configurazioni e la disposizione dei colonnati definiscono diverse tipologie di tempio. Nel tempio in antis, i prolungamenti murari della cella (detti ante) racchiudono due colonne frontali; nel doppiamente in antis, questa conformazione è replicata anche sul retro. Qualora le colonne siano disposte sull’intera facciata anteriore, il tempio prende il nome di prostilo, mentre è detto anfiprostilo se presenta un colonnato sia sulla fronte che sul retro. La forma più iconica è il tempio periptero, nel quale un colonnato continuo (la peristasi) circonda interamente il naos; se la peristasi è raddoppiata si parla di tempio diptero, mentre si definisce pseudoperiptero o pseudodiptero la variante con semicolonne addossate alle pareti della cella per simulare il portico continuo. Esistono infine vasi a pianta circolare circondati da colonne, detti monoptero o tholos, e complessi privi di copertura chiamati ipetri. Tutte le parti dell’edificio si coordinano tramite precise relazioni geometrico-matematiche basate su un modulo di riferimento, corrispondente di norma al diametro della colonna alla base. Questo concetto, noto come simmetria nel mondo greco, punta a creare una rispondenza armonica proporzionale paragonabile a quella delle membra di un corpo umano in salute. L’ordine dorico, il più antico e austero tra gli ordini architettonici, si sviluppa principalmente nel Peloponneso, in Magna Grecia e in Sicilia a partire dal VII secolo a.C.. L’edificio si eleva sopra un basamento in pietra detto crepidoma, composto da tre o più gradini, il cui piano superiore su cui poggiano le colonne è chiamato stilobate. La colonna dorica è priva di base e scarica il peso direttamente sullo stilobate; il suo fusto scanalato si assottiglia verso l’alto (scanalatura a spigolo vivo) e presenta a circa un terzo dell’altezza un leggero rigonfiamento, chiamato entasi, pensato per correggere l’illusione ottica di restringimento centrale. La colonna si conclude con il capitello, raccordo formale composto dall’ echino (un catino circolare conico) e dall’ abaco (un parallelepipedo schiacciato). Sopra i capitelli poggia la trabeazione, costituita dall’ architrave liscio e dal fregio. Il fregio dorico alterna in successione ritmica triglifi (placche con tre scanalature verticali) e metope (lastre quadrangolari lisce o scolpite con scene mitologiche). La parte superiore è chiusa dalla cornice (o geison), su cui s’imposta il timpano triangolare del frontone, che racchiude rilievi o sculture ed è coronato agli angoli da elementi decorativi detti acroteri e ante fisse. I maestri greci adottano sofisticate correzioni ottiche per conferire all’edificio proporzioni perfette alla vista. Oltre all’entasi delle colonne, le linee orizzontali dello stilobate e della trabeazione vengono fabbricate leggermente convesse verso il centro per evitare l’impressione che l’edificio s’imbarchi verso il basso. Inoltre, le colonne angolari hanno un diametro leggermente maggiore e vengono inclinate impercettibilmente verso l’interno per bilanciare la percezione visiva. Le coperture sono realizzate con incavature in legno che sorreggono manti di tegole piane e coppi in terracotta. Nonostante l’immagine attuale dei templi greci appaia priva di colore a causa dell’usura del tempo, gli elementi architettonici della trabeazione e le decorazioni scultoree erano originariamente dipinti con vivaci tinte cromatiche, specialmente rosso, blu intenso e oro, ereditando una tradizione cromatica già presente nel bacino egeo e miceneo. Parallelamente alla tradizione dorica, nelle coste dell’Asia Minore e nelle isole egee si sviluppa l’ordine ionico, caratterizzato da proporzioni più slanciate e un linguaggio più decorativo e grazioso. La colonna ionica non poggia direttamente sullo stilobate ma si erge su una base composita (come la base attica, formata da due tori convessi intervallati da una scozia concava). Il fusto presenta fino a 24 scanalature ad angolo smussato. Il capitello ionico è l’elemento più riconoscibile, distinto da due morbide volute a ricciolo laterali sostenute da un echino decorato a ovoli e dardi. La trabeazione ionica presenta un architrave tripartito a tre fasce sovrapposte e un fregio continuo privo di triglifi, adatto a narrazioni figurate in rilievo. Grandiosi monumenti appartenenti a questo stile sono l’ Heraion di Samo e l’imponente Artemision di Efeso, colossale tempio diptero ottastilo considerato una delle meraviglie dell’antichità. L’ultimo ordine architettonico a comparire è l’ordine corinzio, sviluppatosi a partire dal V secolo a.C. e diffuso soprattutto in età ellenistica e romana. Esso condivide con l’ordine ionico la struttura di base e la trabeazione, ma si distingue nettamente per il capitello a forma di tronco di cono (detto calato). Il capitello corinzio è riccamente adornato da due corone sovrapposte di foglie stilizzate d’acanto, da cui si dipartono gli steli dei caulicoli che culminano in volute e elici, culminanti al centro con un fiore d’abaco. Questo stile incarna la massima cura decorativa ed eleganza formale raggiunta dall’architettura greca classica.

💡 L’Angolo dell’Esperto: Architettura Dorica: Olimpia, Egina e Paestum 

Tra i più celebri esempi dorici dell’età arcaica spicca l’ Heraion di Olimpia (600-590 a.C.), una maestosa struttura periptera esastila la cui costruzione mostra il passaggio dalle originarie colonne in legno di quercia a colonne in pietra calcarea scolpite in epoche successive. Un altro esempio fondamentale è il Tempio di Athena Aphaia a Egina (510-480 a.C.), famoso per la sua armoniosa peristasi in calcare stuccato e per l’impiego del marmo nei frontoni figurati; la sua cella interna è suddivisa in tre navate da un doppio ordine di colonne doriche sovrapposte. Nei territori della Magna Grecia si distinguono i complessi di Paestum (l’antica Poseidonia). Il cosiddetto Tempio di Hera (noto come “Basilica”, ca. 540-510 a.C.) è un esempio arcaico periptero ennastilo (con nove colonne sul fronte) dotato di una navata centrale divisa da una fila di colonne e caratterizzato da capitelli con echini particolarmente schiacciati e espansi. A breve distanza sorge il Tempio di Atena (o di Cerere, ca. 510-500 a.C.), celebre per essere uno dei primi edifici in cui convivono elementi dorici all’esterno ed elementi ionici nel pronao. Ed eccoci arrivati a capolinea fantastici artisti e artiste, se siete giunti fin qui vi attendo nel prossimo viaggio per andare alla scoperta delle grandi meraviglie della storia medievale. P.S.: Vietato mancare ;^| . A presto!!!!! :^)  

Qualche nota storica sull’albicocca “pellecchiella”, prezioso tesoro dell’agricoltura vesuviana

Il 16 luglio si è svolta nella Reggia di Portici, promossa dal Dipartimento di Agraria dell’Università, la riunione propedeutica per il riconoscimento IGP all’ “albicocca vesuviana”. Partecipano al progetto il Parco Nazionale del Vesuvio, presieduto dal dott. Raffaele De Luca, il Comitato che è presieduto da Clementina Iervolino e di cui è vice presidente Mario Angrisani, – e membro influente il figlio Vincenzo Angrisani-, e il “Gal Vesuvio Verde”, di cui è presidente il prof. Biagio Simonetti. Il sindaco di Ottaviano, dott. Ferdinando Federico, ha proposto che a settembre, in alcune manifestazioni in programma, sia pubblicamente ricordato il contributo che gli Ottavianesi hanno dato alla coltivazione dell’albicocco vesuviano.     Mio padre, che era un sommese di poche parole, si scioglieva quando ci parlava di due “vanti” di Somma, l’albicocca “pellecchiella” e la “catalanesca”, e dell’arte dei contadini sommesi, e ricordava, con una nota d’orgoglio, che da sempre i membri della sua famiglia, i Cimmino “Scaracocchia”, facevano parte di quella società di “artisti”. E quando una volta gli dissi di aver trovato, in un documento d’archivio, la notizia che nel 1932 due contadini ottavianesi, Giovanni Balzano e Antonio Ammendola, producevano in località “Paradiso” “crissommele pellecchia”, lui si limitò a dire ciò che aveva detto altre volte, e cioè che gli Ottavianesi sono abituati a inventarsi tutto, pur di stare sempre in prima fila.   Fu mio padre a parlarmi del ruolo che la famiglia Angrisani svolgeva nel perfezionamento dell’albicocca prodotta a Somma, e Silvestro Sannino, che nel suo libro “Civiltà agricola vesuviana”, edito da “Gaia” nel 2009, dedica all’ albicocco 20 pagine, scrive che nella produzione del frutto nell’ “alto collo sommese” “Mario Angrisani ed altri hanno saputo esprimere livelli di assoluta eccellenza, grazie anche alla difesa contro la grandine con reti.”. In autunno, con l’aiuto degli dei greci, dedicheremo un saggio alla civiltà agricola vesuviana, all’orto, al vino, al commercio, ai mestieri connessi, e parleremo della storia affascinate dell’albicocco, dell’origine del nome, delle pagine significative che alle “crisomele e bericocche” dedicò G.B Della Porta, il grande saggista del ‘500 napoletano, nell’opera “Suae Villae Pomarium”.   Numerose sono le varietà dell’albicocco, ma oggi parliamo della “pellecchiella”, che prende il nome dal fatto che la “pelle” si può facilmente staccare dalla polpa. Scrive Silvestro Sannino che la “pellecchiella” , “originaria di Pollena, dove la signora Fortuna Miniero, la ricorda almeno dal 1930, presenta un albero vigoroso, ha una fioritura media, con fiori bianco-rosei, di ottimo aspetto, ha buccia liscia di color giallo-oro tendente all’arancione rosso nella parte esposta; polpa soda, consistente, color arancione, zuccherina, molto profumata , aromatica, mediamente succosa, saporosa”, Proprio il particolare sapore ha indotto i Maestri della rinomata pasticceria “Masulli”, che ha sede a Somma,  a creare il “panettone alla pellecchiella”, una testimonianza preziosa della gastronomia vesuviana.   In un articolo pubblicato sul nostro giornale nel 2020 Alessandro Masulli ci raccontò che “la frutta sommese – albicocche, ciliegie, mele e uva catalanesca – veniva convogliata, in parte, nei vicini mercati di Sant’Anastasia e Napoli ed,in parte, in altri mercati più lontani. Sin dall’inizio del XX secolo, le ciliegie, in particolare, e le albicocche di varie qualità viaggiavano, in apposite gabbiette, non solo alla volta dei grandi mercati italiani di Roma, Bologna, Padova, Piacenza e così via, ma anche verso quelli internazionali della Germania, Svizzera, Austria e Polonia, grazie alle spiccate capacità degli esportatori locali. L’albicocca di Somma Vesuviana, in particolare, sbarcò anche negli Stati Uniti grazie allo studioso svedese Gustav Eisen (1847-1940): lo scienziato – riferisce il prof. Domenico Parisi – presentò il frutto con tutte le sue proprietà all’Accademia dell’Agricoltura Americana in California nel luglio del 1914”.  Aggiungo che nel 1934 tre mercanti ottavianesi, Filippo Menna, Giovanni D’Ascoli e Carlo Colella chiesero alle autorità di essere autorizzati a portare nei mercati di Torre Annunziata e di Castellammare di Stabia un “carico” settimanale di “crisommele tipo Ottajanese, dagli orti di Domenico Mazza, e tipo Setacciara, dalla masseria di Bosco Gaudo”. Come si vede, c’è molto da scrivere.  

Imprenditore di San Sebastiano denunciato dopo controllo nell’azienda

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  Un imprenditore residente a San Sebastiano al Vesuvio è stato denunciato alla Procura della Repubblica dalla Polizia Provinciale di Caserta per presunte violazioni del Testo Unico Ambientale, al termine di un controllo eseguito in un impianto di recupero metalli situato nel Casertano. L’ispezione, condotta con il supporto dei tecnici dell’Arpac nell’ambito delle attività di vigilanza sugli impianti di gestione dei rifiuti, ha interessato un’azienda di circa 3.000 metri quadrati con sede a Vitulazio. Sebbene l’impianto fosse regolarmente autorizzato, gli accertamenti hanno permesso di individuare un’area realizzata abusivamente e utilizzata per lo stoccaggio di consistenti quantitativi di rifiuti ferrosi, in difformità rispetto alle autorizzazioni ottenute. Per il titolare dell’attività è quindi scattata la denuncia penale. Parallelamente, gli uffici competenti hanno avviato l’iter amministrativo che potrebbe portare alla sospensione o alla revoca delle autorizzazioni rilasciate all’impianto. Nel corso del controllo sono state inoltre verificate le posizioni dei dipendenti presenti nell’azienda. Gli esiti degli accertamenti sono stati trasmessi all’Ispettorato del Lavoro per le verifiche di competenza. L’operazione è stata coordinata dal comandante della Polizia Provinciale Biagio Chiariello e rientra nel piano straordinario di controlli ambientali promosso dalla Provincia di Caserta, guidata dal presidente Anacleto Colombiano, con l’obiettivo di rafforzare il contrasto ai reati ambientali e agli illeciti nel settore della gestione dei rifiuti, soprattutto nelle aree della Terra dei Fuochi.

San Giuseppe Vesuviano, Sepe supera la prova dei conti: nuovi equilibri in Consiglio e maggioranza da ricostruire

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Il voto sulla salvaguardia degli equilibri di bilancio evita lo strappo definitivo e apre una fase politica completamente nuova. Sei consiglieri del Pd si astengono, mentre arrivano voti favorevoli da una parte della minoranza.     SAN GIUSEPPE VESUVIANO – La crisi non è chiusa, ma il passaggio che avrebbe potuto trasformarla in una vera resa dei conti è stato superato. E da quella seduta del Consiglio comunale San Giuseppe Vesuviano esce con una certezza e molti interrogativi: Michele Sepe resta alla guida dell’amministrazione, ma la geografia politica che lo sostiene non è più quella di prima. Il punto di svolta è arrivato con il voto sulla salvaguardia degli equilibri di bilancio, uno degli appuntamenti più delicati per la tenuta dell’amministrazione. Il documento finanziario ha ottenuto il via libera dell’aula, consentendo al sindaco di oltrepassare lo scoglio più pericoloso di una crisi che da settimane agitava Palazzo di Città.  Ma sono proprio i numeri del voto a raccontare meglio di qualsiasi dichiarazione ciò che sta accadendo. Una parte consistente del Partito Democratico, fino a questo momento elemento centrale della maggioranza, ha scelto l’astensione. Secondo le ricostruzioni emerse dopo il Consiglio, sei consiglieri riconducibili all’area dem non hanno sostenuto il documento finanziario; a votare favorevolmente, all’interno di quella componente, sono stati la presidente del Consiglio comunale Michela Saggese e Giuseppe Avino.  E mentre una parte della vecchia maggioranza si allontanava, dall’altra parte dell’aula sono arrivati i voti che hanno contribuito a mettere in sicurezza il passaggio amministrativo. A sostenere il provvedimento sono stati Luigi Moccia, Letizia Miranda, Lorenzo Archetti e Francesco Massa, espressione di gruppi eletti originariamente nell’area della minoranza. Una scelta politicamente pesante perché, oltre al singolo voto sul bilancio, lascia intravedere la possibilità di una collaborazione più stabile sui provvedimenti futuri.  Da avversari a interlocutori. È qui che la vicenda diventa più interessante. Non si tratta necessariamente della nascita immediata di una nuova maggioranza formalizzata sulla carta. Letizia Miranda, subentrata in Consiglio dopo le dimissioni di Vincenzo Sangiovanni, aveva già chiarito la propria posizione parlando di sostegno esterno e non di ingresso organico nella maggioranza.  La distinzione non è secondaria. Quello che sembra prendere forma è piuttosto un nuovo spazio politico nel quale l’amministrazione Sepe potrebbe cercare i numeri necessari attraverso una convergenza sui singoli atti e, progressivamente, costruire una base consiliare diversa da quella sulla quale aveva iniziato il proprio mandato. Le interlocuzioni, secondo quanto emerge nelle ore successive al Consiglio, riguarderebbero proprio Risveglio Popolare, con Moccia e Miranda, e gli esponenti di Forza Italia Massa e Archetti. Un cambio di scenario maturato dopo settimane particolarmente turbolente. La crisi sangiuseppese, infatti, non nasce con l’ultimo Consiglio. Il quadro politico aveva già subito un duro contraccolpo il 4 giugno, quando Antonio Borriello aveva annunciato in aula le proprie dimissioni da vicesindaco.  A metà luglio erano poi arrivate le dimissioni del consigliere Vincenzo Sangiovanni e una tensione sempre più evidente tra il sindaco e settori della sua stessa maggioranza. Il voto sul bilancio ha dunque fatto emergere pubblicamente una frattura che covava da tempo. C’è però un altro dato che merita attenzione. Nell’ultima seduta non tutto si è consumato secondo lo schema maggioranza-opposizione. Provvedimenti riguardanti Siad, Distretto del Commercio e rottamazione dei tributi hanno ottenuto infatti un consenso unanime.  È probabilmente da qui che Sepe proverà a ripartire: spostare il confronto dalle appartenenze politiche ai singoli dossier amministrativi e verificare, atto dopo atto, l’esistenza di una maggioranza in grado di sostenere il governo cittadino. La distanza apertasi con una parte del Pd pone inevitabilmente anche il tema della composizione della Giunta comunale. Secondo le indiscrezioni raccolte nelle ultime ore, alcune posizioni nell’esecutivo potrebbero essere riconsiderate proprio alla luce del nuovo rapporto di fiducia tra il sindaco e le forze presenti in Consiglio.  Per ora non esistono però elementi sufficienti per trasformare le ipotesi di rimpasto in decisioni già assunte. È dunque un Consiglio comunale attraversato ormai da linee politiche nuove: non soltanto maggioranza contro opposizione, ma gruppi e consiglieri chiamati a decidere quale posizione assumere davanti alla prosecuzione dell’esperienza Sepe. Sepe resta, ma comincia un’altra partita: ha superato il voto più delicato e dispone, almeno sui numeri emersi nell’ultima seduta, dello spazio necessario per provare a proseguire il mandato. Il sindaco dovrà capire se il sostegno ricevuto in Consiglio rappresenti una convergenza circoscritta a un momento di responsabilità istituzionale oppure l’inizio di un nuovo patto politico capace di accompagnare l’amministrazione nei prossimi anni. E soprattutto dovrà farlo mentre una parte del Pd prende le distanze, una parte dell’opposizione apre al dialogo e un’altra chiede apertamente che si torni alle urne.

Somma e Sant’Anastasia piangono Antonio De Michele, lo storico preside del “Luca Pacioli”

Per anni ha guidato l’istituto superiore di Sant’Anastasia, lasciando un segno profondo nel mondo della scuola. Docenti, studenti e famiglie lo ricordano come un educatore capace di trasformare l’istituto in una comunità fondata sul dialogo e sulla crescita delle persone.     SOMMA VESUVIANA – C’è un dolore che attraversa in queste ore il mondo della scuola vesuviana. È quello per la scomparsa del professor Antonio De Michele, storico dirigente scolastico dell’Istituto di Istruzione Superiore “Luca Pacioli” di Sant’Anastasia, figura che ha rappresentato per anni un punto di riferimento per migliaia di studenti, insegnanti e famiglie. La notizia della sua morte ha suscitato profonda commozione non solo a Somma Vesuviana, città alla quale era profondamente legato, ma anche a Sant’Anastasia e in tutto il territorio vesuviano, dove il suo lungo percorso professionale gli aveva fatto conquistare la stima di colleghi e istituzioni. Antonio De Michele arrivò alla guida del Luca Pacioli nel 2013, assumendo la direzione di un istituto che negli anni successivi avrebbe conosciuto una significativa crescita, sia sotto il profilo dell’offerta formativa sia per il numero degli iscritti. La sua esperienza alla guida della scuola si è conclusa con il pensionamento nel 2021, quando gli è subentrata la dirigente Rosalba Sorrentino.  In quegli anni il “Pacioli” consolidò il proprio ruolo di polo scolastico di riferimento per un vasto comprensorio, accogliendo studenti provenienti non soltanto da Sant’Anastasia ma anche da Somma Vesuviana, Pollena Trocchia, Cercola, Massa di Somma e altri comuni limitrofi.  Chi ha lavorato con lui lo ricorda come un dirigente capace di coniugare rigore e umanità. Un uomo che vedeva nella scuola non soltanto un luogo di istruzione, ma una comunità educativa nella quale ogni componente – docenti, personale amministrativo, studenti e famiglie – doveva sentirsi parte di un progetto comune. La sua attenzione era rivolta soprattutto ai giovani. Numerose le iniziative promosse durante il suo mandato per valorizzare il merito, come il “Premio Pacioli”, nato proprio da una sua idea per riconoscere l’impegno degli studenti diplomatisi con i migliori risultati e trasmettere il valore dello studio come strumento di crescita personale e sociale.  Nel corso della sua carriera De Michele si è distinto anche per l’impegno nel difendere e rilanciare l’identità dell’istituto in anni non sempre semplici, affrontando con determinazione le difficoltà del sistema scolastico e promuovendo un’offerta formativa sempre più ampia e aperta al territorio.  Accanto alle qualità professionali, in queste ore emerge con forza anche il ricordo dell’uomo. I messaggi di cordoglio lo descrivono come una persona di grande cultura, disponibile all’ascolto, rispettosa dei rapporti umani e capace di instaurare un dialogo autentico con studenti e colleghi. Per molti ex alunni resterà il preside che conosceva i nomi dei ragazzi, che incoraggiava chi attraversava un momento difficile e che vedeva nell’educazione uno strumento per costruire cittadini consapevoli prima ancora che studenti preparati. La sua scomparsa lascia un vuoto profondo in una comunità scolastica che continua a riconoscersi nei valori che ha trasmesso durante gli anni della sua dirigenza: il rispetto, il senso delle istituzioni, il merito, l’inclusione e la convinzione che la scuola debba essere prima di tutto un luogo capace di accogliere e far crescere le persone. Oggi Somma Vesuviana, Sant’Anastasia e l’intero territorio vesuviano salutano un uomo che ha dedicato la propria vita alla formazione delle nuove generazioni. Perché il lavoro di un dirigente scolastico non si misura soltanto negli anni trascorsi dietro una scrivania, ma nelle migliaia di vite che ha contribuito, con discrezione e competenza, ad accompagnare verso il futuro. (fonte foto: rete internet)

Paesi Vesuviani, è ancora allarme emergenza idrica: disagi senza fine nel pieno dell’estate 

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L’estate 2026 non è iniziata nel migliori dei modi e sta continuando a mettere a dura provi i cittadini di diversi paesi dell’area vesuviana a causa di abbassamenti di pressione e continue sospensione del servizio idrico.     Nonostante le temperature elevate e il caldo intenso, l’erogazione dell’acqua continua ad essere sospesa troppo spesso. Da diverse settimane, infatti, in tanti comuni del territorio si stanno verificando enormi disagi proprio quando il bisogno di acqua aumenta per le temperature elevatissime e il caldo asfissiante. Tra i comuni maggiormente interessati ci sono Ottaviano, San Giuseppe Vesuviano, Somma Vesuviana, Terzigno, Boscotrecase, Poggiomarino e altri centri dell’area in cui l’acqua viene interrotta per diverse ore, spesso durante le ore serali e notturne anche se non sono mancati casi in cui la sospensione si è verificata durante il giorno, causando disagi enormi a intere famiglie, attività commerciali e lavoratori. Ogni volta che avviene un’interruzione, GORI, che gestisce il servizio idrico, informa i cittadini che i disservizi sono dovuti a interventi di manutenzione o lavori estremamente necessari per guasti alle rete idrica. Nonostante gli interventi siano annunciati e avvengano molto spesso nelle ore serali e notturne, non mancano casi di interruzioni durante il giorno causando problemi che dall’inizio dell’estate continuano a presentarsi con una certa regolarità creando una situazione di profondo disagio. Aumenta, infatti, il malcontento della popolazione dei comuni colpiti che ha più volte denunciato la gravità della situazione. L’ondata di caldo delle ultime settimane, poi, ha solo peggiorato una situazione già delicata: restare senza acqua, anche solo per poche ore, significa incorrere necessariamente in difficoltà nello svolgimento delle proprie attività quotidiane, come ad esempio l’igiene personale. Proprio per questo, i cittadini chiedono spiegazioni. Ormai questi lavori vengono svolti regolarmente durante l’anno, e allora ci si chiede come sia possibile che debba essere fatta manutenzione di continuo e in particolar modo in estate, quando il bisogno di acqua potabile aumenta vertiginosamente. I cittadini chiedono maggiore trasparenza sulle cause delle continue interruzioni e soprattutto interventi strutturali che rendano la rete idrica maggiormente efficiente e sicura, specialmente se poi si ritrovano consumi anomali sulla bolletta dell’acqua dopo questi lavori. In particolare, ad Ottaviano la protesta è cresciuta in modo vertiginoso visti i continui disagi, al punto che i cittadini si sono organizzati con lo Sportello di Ottaviano raccogliendo le proprie testimonianze per monitorare la situazione e chiedere eventuali risarcimenti. L’obiettivo finale, però, deve essere quello di evitare che ogni estate si ripetano le stesse problematiche e garantire un servizio continuo ed affidabile indispensabile per la qualità della vita e la sicurezza, soprattutto in questi periodi di forte caldo.

Nola, firmato il contratto per la nuova farmacia distrettuale ed il presidio 118

Riceviamo dal Comune di Nola  e pubblichiamo
Rafforzata la presenza dei servizi sanitari territoriali. Il sindaco Ruggiero: «Restituiamo un presidio fondamentale di salute alla città».
Un importante risultato per la città di Nola e per l’intero territorio dell’area nolana. Con l’accordo sottoscritto tra l’Ente di Piazza Duomo e l’ASL Napoli 3 Sud ed il Direttore Generale Giuseppe Russo, ritorna sul territorio urbano il servizio sanitario d’emergenza, il cosiddetto 118, insieme con la contestuale apertura della nuova farmacia ospedaliera.
Due interventi particolarmente significativi, destinati a rafforzare la presenza dei servizi sanitari sul territorio e a restituire a Nola un ruolo centrale all’interno della rete assistenziale della Napoli 3 Sud.
I servizi saranno ospitati nel riqualificato immobile comunale di via Guglielmo Pepe nel cuore del rione Gescal, e consentiranno di migliorare l’organizzazione dei servizi di competenza dell’Azienda Sanitaria, garantendo un presidio strategico a supporto la domanda di salute del comprensorio.
Principalmente, il ripristino del servizio di emergenza territoriale 118 consentirà di ripristinare una richiesta della cittadinanza, attesa da tempo dalla comunità.
Un risultato figlio di un percorso sinergico e condiviso tra Comune e ASL, costruito attraverso un costante confronto istituzionale e un intenso lavoro amministrativo, coordinato dall’Assessorato al Patrimonio e l’assessore Cinzia Trinchese, e la collaborazione della dirigente Vittoria Russo per la definizione di tutti gli adempimenti necessari alla sottoscrizione dell’accordo.
«La firma di oggi rappresenta il compimento di un lavoro portato avanti con impegno e senso di responsabilità. Aver contribuito a creare le condizioni per l’apertura della farmacia ospedaliera e per il ritorno del servizio 118 significa offrire alla città risposte concrete su un tema fondamentale come quello della salute. Ringrazio gli uffici comunali, la dirigente Vittoria Russo e i referenti dell’ASL Napoli 3 Sud per la disponibilità e la collaborazione dimostrate in ogni fase del percorso», dichiara l’assessore al Patrimonio, Cinzia Trinchese.
«La giornata di oggi segna un momento importante per Nola. Il ritorno del 118 e la nuova farmacia ospedaliera sono il segno di una collaborazione istituzionale che produce risultati concreti e che da il segno del nostro impegno per Nola ed i suoi cittadini. Continueremo a lavorare per consolidare il  ruolo di riferimento della città per il territorio», conclude il sindaco Andrea Ruggiero.

Giornalista assassinato e bruciato, trovato presunto assassino: era in un casolare

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  Giornalista ucciso e bruciato a Eboli: individuato il presunto responsabile   Le indagini sulla morte di Luca Esposito, giornalista salernitano di 53 anni rinvenuto carbonizzato nelle campagne di Eboli, hanno registrato un’importante svolta. Su disposizione della Procura di Salerno, i carabinieri hanno fermato un cittadino tunisino di 26 anni, ritenuto il principale sospettato dell’omicidio.   Il giovane è stato localizzato in un casolare in stato di abbandono dove si era nascosto dopo il delitto. Durante la perquisizione i militari hanno recuperato alcuni documenti e carte di credito appartenenti alla vittima. L’operazione è stata eseguita con il supporto del Ros e dello Squadrone Cacciatori di Puglia.   L’attività investigativa si è concentrata sull’analisi dei filmati di videosorveglianza e dei dispositivi elettronici utilizzati da Esposito. Le immagini avrebbero mostrato che il giornalista è arrivato nel terreno agricolo insieme a un’altra persona, circostanza che ha indirizzato gli accertamenti verso il fermato. Al momento, la pista ritenuta più credibile è quella di un delitto maturato nell’ambito di rapporti personali.   Anche l’autopsia ha fornito elementi rilevanti. Secondo i primi risultati, Esposito sarebbe stato colpito e soffocato prima che il suo corpo venisse incendiato. Le tracce di fumo rilevate nelle vie respiratorie suggeriscono che fosse ancora vivo quando è stato appiccato il rogo, probabilmente nel tentativo di eliminare prove utili alle indagini.   Gli investigatori stanno approfondendo anche alcuni aspetti della vita del giornalista. Tra i punti ancora da chiarire figurano il mistero di un secondo cellulare scomparso, alcuni messaggi inviati dopo il presunto orario del decesso e le informazioni relative alla sua attività lavorativa, su cui sono in corso verifiche. Saranno i prossimi accertamenti a stabilire con precisione il movente e la dinamica completa dell’efferato omicidio.

Somma, le vicende storico – testamentarie della chiesa ed ex-convento di Santa Maria a Castello tra il XIX e XX secolo

  I testamenti notarili rappresentano una fonte importante per ricostruire le dinamiche di successione patrimoniale e la circolazione dei beni nel tempo. E’ il caso della piccola Chiesa di S. Maria a Castello, gestita nei secoli da ordini religiosi, eremiti e privati, fino a diventare proprietà della Curia Vescovile di Nola.       Nella Santa Visita del 1829 del Vescovo nolano Mons. Gennaro Pasca (1778 – 1855) si attesta che all’epoca il romitaggio di S. M. a Castello non solo era di pertinenza dei Padri Domenicani di Napoli, ma era servito da un romito questuante con licenza della Polizia, che frequentava i sacramenti, era di buona condotta ed era naturale del Paese. Un documento, inoltre, conservato nella Curia Vescovile di Nola nel fascio Parrocchia di San Pietro ci conferma che, dopo la Rivoluzione francese (1799), erano subentrati i PP. Domenicani, in particolare quelli di Madonna dell’Arco, nella conduzione della chiesetta. A riguardo, lo stesso documento ci attesta che, dopo il 1866, vi erano delle pratiche depositate presso l’Ufficio del Registro di Sant’Anastasia che confermavano la presenza dei Domenicani, quelli di Madonna dell’Arco, in qualità di custodi e celebranti della chiesetta. L’avv. Francesco Migliaccio (1826 – 1896), appassionato storico locale, riporta nelle sue Notizie Inedite che nel 1855 vi erano ancora i Domenicani a Castello. Il prof. Raffaele D’Avino, nei suoi scritti, invece, afferma che la chiesa fu ceduta dai Domenicani al parroco Don Pietro Mauro (ca.1790 – 1873) fu Antonio, cui si avvicendò il nipote canonico Don Felice Mauro (1812 – 1893). In effetti, fu un ritorno dei Di Mauro in quanto quella masseria con chiesetta, titolata a Santa Maria de lo Castro, era appartenuta già a tale famiglia prima del 1623, cioè fino all’arrivò sul monte di Padre D. Carlo Carafa che la comprò.  
Stampa ottocentesca del canonico teologo D. Felice Mauro
Dopo la morte di Don Felice Mauro nel 1893, la proprietà transitò al nipote sacerdote D. Francesco Mauro (1873 – 1898) con testamento del notaio Fedele Auriemma di Sant’ Anastasia del 20 maggio del 1893. All’età di 25 anni, purtroppo, venne a mancare ai vivi anche il giovanissimo Don Francesco e la proprietà con annessa chiesetta pervenne ai suoi genitori Luigi e Vincenza D’Alessandro. La coppia, con atto del notaio Raffaele Saggese di Ottaviano del 29 marzo 1913, donò la sola chiesa al sacerdote sommese D. Giuseppe Terracciano (1869 – 1948), nativo di via S. Anna e figlio di Salvatore e Filomena Tufano. Il 5 febbraio del 1925, con atto del notaio Michele De Vivo di Napoli, i coniugi Di Mauro e D’Alessandro e il Rev. Don Giuseppe Terracciano vendettero a suor Maria Angela Coppola fu Francesco Antonio, al rev. sac. Giuseppe Porcaro fu Antonio, a suor Maria Luisa (Elisa) Rispoli fu Luigi, a suor Giovanna Segnich fu Lorenzo e suor Immacolata Calabrese fu Francesco Paolo, il fabbricato diruto composto di terranei e stanzette superiori, con terrazze, spiazzo di terreno adiacente, innanzi la chiesa e capanna coverta, a tegole, nonché annessa chiesetta, il tutto sito in Somma Vesuviana, luogo detto Castello [Notaio Michele De Vivo, Istrumento di vendita, 5 febbraio 1925, N. 8864, Vol. 320]. Il prezzo stabilito fu di lire seimila trecento, delle quali seimila per la vendita del fabbricato ed accessori e lire trecento per la chiesetta. Le consorelle citate appartenevano alla Comunità Cuore Eucaristico di Gesù delle Suore Serve dei Poveri di Marigliano.  
Suore Serve dei Poveri in via B. Bonazzi (Marigliano, ante 1947, Sillabe d’Arte per gentile concessione)
Quattro anni dopo, il rev. sacerdote Giuseppe Porcaro, nato e domiciliato a Marigliano, divenuto cappellano/rettore e amministratore della chiesetta, vendette la sua quota a suor Angelina Coppola con atto del notaio Giovanni D’Alessandro di Marigliano del 20 agosto del 1929. La descrizione della struttura, come rilevasi da quest’atto notarile, riporta anche stavolta un fabbricato composto di terranei e stanzette superiori, con loggia e terrazzo, spiazzo e capanna nonché l’annessa chiesetta con le relative accessori e pertinenze sito sul monte di Somma luogo detto Castello o S. Maria degli Angeli [Notai XX secolo, D’Alessandro Giovanni di Marigliano, copia n°2869 del repertorio, anno 1929]. Più tardi anche la Rispoli e la Segnich cedettero a suor Angelina la loro parte con un altro atto del notaio D’Alessandro in data primo aprile del 1930. Infine, pure la Calabrese, con atto del notaio Sepe Michele di S. Anastasia del 18 agosto del 1931, vendette la sua parte alla Coppola, che diventò, in questo modo, l’unica proprietaria della struttura montana. Ma chi era Suor Angelina Coppola? Nata a Brusciano da Francesco Antonio e Carmela Cimitile, era diventata la madre superiora dell’Orfanotrofio Cuore Eucaristico di Gesù delle Suore Serve dei Poveri di Marigliano in via Benedetto Bonazzi al civico 8. Durante la Grande Guerra, la religiosa prestò importanti servizi umanitari a Riparbella, in provincia di Pisa, chiamata al compito dal Cardinale Pietro Maffi (1858 – 1931). Oltre alla proprietà sommese, possedeva una casa a Flumeri, in provincia di Avellino, un vano terraneo ad Acerra, una casa ad uso orfanotrofio proprio in via Bonazzi a Marigliano, dove svolgeva la sua attività caritatevole nei confronti delle povere orfanelle. Sul monte Somma, la religiosa si trasferì con un nucleo di bambine abbandonate, tra cui la tradizione ricorda, ancora oggi, la mitica figura di Assunta Bisaccia, custode attenta che teneva le chiavi di tutto.  
Assunta Bisaccia
Con testamento pubblico del 31 marzo del 1943, reg. to in data 4 febbraio 1944 al n.906, ricevuto dal notaio Giovanni D’Alessandro, Suor Angelina nominò eredi universali Gervasio Angelina di Antonio e Russo Incoronata di Michele, nate entrambe a Bisaccia (AV) e residenti all’epoca a Marigliano, lasciando tutti i beni presenti e futuri, mobili ed immobili, niuno escluso ed eccettuato e dovunque siti. Sei mesi dopo, il 25 settembre del 1943, dopo una vita dedita all’accoglienza e alla carità, suor Angelina resse l’anima a Dio proprio a Somma Vesuviana sul monte. Alla morte della religiosa, i nipoti mariglianesi Romano ed Esposito, fecero apporre i sigilli alla casa – orfanotrofio di Marigliano con ordini del pretore dell’11 ottobre 1943. Le due eredi, Gervasio e Russo – con atto del notaio Francesco Erbani di Marigliano del 14 dicembre 1947, trascritto alle Ipoteche il 29/12/1947 n. 26979 – alienarono a favore delle Suore Francescane Elisabettine, dette Bigie non solo il fabbricato a ridosso della chiesa e il piazzale antistante la chiesetta di Castello a Somma Vesuviana, ma anche il vecchio orfanotrofio con annesso giardino di via Benedetto Bonazzi a Marigliano con lo scopo di continuare l’attività assistenziale a favore delle orfanelle di suor Angelina.  
Suora Bigia
Alla rogazione dell’atto era presente Suor Scolastica Pellegrina, al secolo Grazia Pellegrino fu Donato, nella qualità di mandataria della Superiora Generale della Congregazione delle Suore Francescane Bigie. Presente, inoltre, Mons. Alfredo Del Priore, procuratore generale di S.E. il Vescovo di Nola Mons. Michele Raffaele Camerlengo (dal 1935 al 1951). La cosa che più sorprende si legge al punto nove del sopracitato atto notarile, dove viene riportato quanto segue: 9°) a solo titolo chiarificatore, e non affetto di trasmissione, tanto le due costituite Gervasio Angelina e Russo Incoronata, che la Congregazione delle Suore Francescane Elisabettine riconoscono che la Chiesa di S. Maria di Castello, con i tre vani costituenti la canonica, non si appartenevano alla Maria Angela Coppola, e quindi non fanno parte della massa ereditaria di costei; essendo invece la chiesa e la canonica bene ecclesiastico alle dipendenze del Vescovo. Inoltre la Congregazione delle Suore Francescane Elisabettine concederanno al Vescovo di Nola, e per esso al rettore della Chiesa, l’uso dello spiazzo, che circonda la stessa, per scopi che abbiano netta relazione col culto e ministero sacerdotale […]. In effetti, ciò che sorprende è che l’articolo nove contrasta con gli atti notarili precedenti, in particolare con l’atto del notaio Giovanni D’ Alessandro del 20 agosto del 1929 sopracitato, in cui si legge invece che l’annessa chiesetta, con le relative accessori e pertinenze sito sul monte di Somma luogo detto Castello, era tra le proprietà della religiosa Coppola. Una forzatura del rappresentante della Curia Vescovile? Resta il fatto che il testamento del notaio Francesco Erbani rimane un atto valido a tutti gli effetti, che non solo annulla i precedenti, ma fa pubblica fede. La chiesetta di Castello con la relativa canonica è una proprietà della chiesa, mentre il fabbricato/convento e relativo spiazzo sono proprietà del Municipio di Somma Vesuviana.  
Disegno prof. Raffaele D’Avino
Nel 1956, in un contesto generale di riqualificazione paesaggistica, il Consiglio municipale di Somma Vesuviana con delibera n°31 del 24 marzo approvò l’acquisto delle case adiacenti alla Chiesa di S. Maria a Castello per la conseguente sistemazione del santuario. Il fabbricato e relativo spiazzo, con atto del notaio Pietro Rosanova di Napoli del 14 aprile del 1958, furono alienati dalle Suore Bigie al Municipio di Somma Vesuviana per la cifra di lire 300.000. All’epoca il sindaco che si occupò dell’acquisto fu il Comm. Francesco De Siervo [Atto del notaio Pietro Rosanova di Napoli del 14 aprile 1958, reg. a Sant’ Anastasia il 22/4/1958 n° 1128]. La struttura, comprendeva ben tredici vani a piano terra e quattro vani al primo piano, confinava da tre lati con le proprietà del barone Raimondo Alfano (1891 – 1953) e dal quarto lato con la strada d’accesso. Agli Alfano le proprietà terriere erano pervenute tramite i de Felice, padroni nel 1800, con cui si apparentarono. Nel 1964, infine, venne finalmente aperta dall’Amministrazione Provinciale una strada che collegava il centro del paese con la chiesetta. All’epoca, fu anche presentato un progetto di un nuovo complesso per poter sopperire all’accoglienza dei numerosi fedeli provenienti da ogni dove. Di quel progetto dell’Architetto Michele Sebastiano Cennamo rimane, attualmente, solo un vecchio plastico costruito e fotografato, all’epoca, dall’appassionato scultore Giorgio Perna, insieme al desiderio di poter edificare un vero santuario mariano, luogo di pace e preghiera.  
Progetto del nuovo complesso a S. M. a Castello

Somma Vesuviana. Festa delle Lucerne, tra fuoco, memoria e mistero

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Dalle antiche lucernelle alle scelte degli anni Settanta: una tradizione dai molti significati.   Qual è il vero significato della Festa delle Lucerne? Perché ogni quattro anni il Casamale mette in scena uno spettacolo capace di richiamare migliaia di visitatori? Non credo che esista una risposta semplice e definitiva. La Festa può avere significati diversi e non sbagliano gli abitanti quando ne danno interpretazioni differenti. La più antica testimonianza documentaria finora conosciuta risale alla metà del Settecento. In un registro religioso di Somma Vesuviana è riportata una spesa per l’acquisto dell’olio destinato ad alimentare le “lucernelle”. È una notizia importante, ma non ci dice quando sia nata realmente la Festa né quale fosse il suo significato originario. Dove mancano i documenti, inevitabilmente nascono le ipotesi e le leggende. Secondo alcuni, la manifestazione sarebbe legata alla Madonna della Neve e al miracolo che, la tradizione colloca a Roma nel IV secolo d.C. Nella notte tra il 4 e il 5 agosto una nevicata avrebbe ricoperto il colle Esquilino, indicando il luogo sul quale costruire una chiesa dedicata alla Madonna. Un’altra ipotesi collega la Festa ai Domenicani, presenti a Somma Vesuviana fin dal Medioevo. Nei riti domenicani la luce ha un ruolo importante e san Domenico era definito anche “Lucerna di Dio”. La sua festa, inoltre, un tempo veniva celebrata proprio il 4 agosto. Il giornalista e scrittore Paolo Rumiz ha invece ricordato l’abitudine degli abitanti di Somma di collocare lucerne alle finestre per esorcizzare la paura del Vesuvio dopo la terribile eruzione del 1631. Anche gli antropologi hanno proposto numerose interpretazioni. Alcuni considerano la Festa ciò che resta di un antico rito agricolo di ringraziamento per il raccolto e di saluto all’estate che finisce. Nel corso degli anni sono stati richiamati anche antichi culti legati a Cerere, Diana, Dioniso e Priapo. Le lucerne, le zucche, gli specchi, gli sposi e le forme geometriche sono stati interpretati come simboli della fertilità, della morte e della rinascita. Insomma, ognuno ha cercato di dare una spiegazione. Un documento molto interessante è l’articolo pubblicato da Il Mattino nel 1961 e firmato dal compianto Domenico Auriemma. In quella cronaca la Festa viene descritta in modo semplice e immediato. Le ragazze, vestite con i costumi tradizionali, suonavano e ballavano davanti alle installazioni delle lucerne, sotto lo sguardo vigile dei genitori e degli innamorati. La manifestazione era quindi anche un’occasione di incontro. Le giovani potevano incontrarsi, farsi conoscere e conoscere i possibili pretendenti. Questo non significa che la Festa fosse soltanto un rito di corteggiamento. Probabilmente era, nello stesso tempo, celebrazione religiosa, incontro popolare, momento di socialità e festa della comunità contadina. La Festa delle Lucerne può essere tante cose insieme. Ed è proprio questa complessità ad accrescerne il fascino e il mistero. A mio avviso, nel corso dei secoli è diventata un grande contenitore antropologico. I significati si sono aggiunti, sovrapposti e talvolta confusi. Ogni generazione ha conservato qualcosa e ha aggiunto qualcosa di nuovo. Personalmente ritengo che questa manifestazione sia collegata soprattutto al fuoco, ancora prima che alla luce. La luce è ciò che vediamo. Ma a generarla è la fiamma, alimentata dall’olio. Il fuoco, nelle società antiche, rappresentava protezione, calore, purificazione, pericolo e rinascita. Non è forse un caso che sul nostro territorio esistano anche altre tradizioni legate al fuoco, come per esempio il Sabato dei Fuochi. E non si può ignorare la presenza del Vesuvio, che da sempre condiziona la vita, le paure e l’immaginario delle popolazioni che vivono alle sue pendici. È soltanto un’ipotesi personale, che forse meriterebbe di essere studiata. Anche le forme degli allestimenti sono cambiate nel tempo. Alla fine degli anni Settanta, quando partecipammo alla ripresa della manifestazione, decidemmo innanzitutto che la Festa si sarebbe svolta ogni quattro anni. La preparazione era molto faticosa, richiedeva tempo e coinvolgeva numerose persone. Per rendere più semplice il lavoro cominciammo a costruire figure geometriche: triangoli, quadrati, rombi e cerchi. Tra il materiale delle edizioni precedenti avevamo ritrovato soprattutto lunghi assi di legno con gli angoli smussati. Quelle forme, nate anche da esigenze pratiche, furono successivamente interpretate dagli studiosi come simboli ricchi di significati. Ricordo inoltre che il compianto Felice D’Avino, che dirigeva le operazioni con competenza, capacità e spirito di collaborazione, propose di eliminare dalla Festa il suono delle tammorre e dei triccheballacche. Accettammo la proposta. Volevamo creare un’atmosfera più raccolta, nella quale fossero protagoniste le lucerne, le fiammelle e il silenzio dei vicoli. Anche quella fu una scelta compiuta in tempi relativamente recenti. Non sappiamo se in passato il silenzio fosse davvero una caratteristica fondamentale della Festa. L’articolo del 1961, al contrario, racconta di canti, danze e strumenti popolari. Questo dimostra che le tradizioni non sono mai immobili. Vengono riprese, modificate e adattate alla sensibilità di ogni epoca. Non esiste probabilmente una Festa delle Lucerne pura e immutabile. Esistono diverse fasi della sua storia, ognuna con i propri protagonisti e con il proprio modo di interpretarla. La Festa appartiene ai vecchi maestri, agli abitanti del Casamale, alle associazioni che l’hanno recuperata, agli studiosi che ne hanno analizzato i simboli e ai giovani che ancora oggi lavorano per accendere migliaia di piccole fiamme. Il mistero della Festa delle Lucerne non deve essere risolto completamente perché è proprio quel mistero, insieme alla forza del fuoco, a renderla ancora viva.