I testamenti notarili rappresentano una fonte importante per ricostruire le dinamiche di successione patrimoniale e la circolazione dei beni nel tempo. E’ il caso della piccola Chiesa di S. Maria a Castello, gestita nei secoli da ordini religiosi, eremiti e privati, fino a diventare proprietà della Curia Vescovile di Nola.
Nella Santa Visita del 1829 del Vescovo nolano Mons. Gennaro Pasca (1778 – 1855) si attesta che all’epoca il romitaggio di S. M. a Castello non solo era di pertinenza dei Padri Domenicani di Napoli, ma era servito da un romito questuante con licenza della Polizia, che frequentava i sacramenti, era di buona condotta ed era naturale del Paese. Un documento, inoltre, conservato nella Curia Vescovile di Nola nel fascio Parrocchia di San Pietro ci conferma che, dopo la Rivoluzione francese (1799), erano subentrati i PP. Domenicani, in particolare quelli di Madonna dell’Arco, nella conduzione della chiesetta. A riguardo, lo stesso documento ci attesta che, dopo il 1866, vi erano delle pratiche depositate presso l’Ufficio del Registro di Sant’Anastasia che confermavano la presenza dei Domenicani, quelli di Madonna dell’Arco, in qualità di custodi e celebranti della chiesetta. L’avv. Francesco Migliaccio (1826 – 1896), appassionato storico locale, riporta nelle sue Notizie Inedite che nel 1855 vi erano ancora i Domenicani a Castello. Il prof. Raffaele D’Avino, nei suoi scritti, invece, afferma che la chiesa fu ceduta dai Domenicani al parroco Don Pietro Mauro (ca.1790 – 1873) fu Antonio, cui si avvicendò il nipote canonico Don Felice Mauro (1812 – 1893). In effetti, fu un ritorno dei Di Mauro in quanto quella masseria con chiesetta, titolata a Santa Maria de lo Castro, era appartenuta già a tale famiglia prima del 1623, cioè fino all’arrivò sul monte di Padre D. Carlo Carafa che la comprò.

Dopo la morte di Don Felice Mauro nel 1893, la proprietà transitò al nipote sacerdote D. Francesco Mauro (1873 – 1898) con testamento del notaio Fedele Auriemma di Sant’ Anastasia del 20 maggio del 1893. All’età di 25 anni, purtroppo, venne a mancare ai vivi anche il giovanissimo Don Francesco e la proprietà con annessa chiesetta pervenne ai suoi genitori Luigi e Vincenza D’Alessandro. La coppia, con atto del notaio Raffaele Saggese di Ottaviano del 29 marzo 1913, donò la sola chiesa al sacerdote sommese D. Giuseppe Terracciano (1869 – 1948), nativo di via S. Anna e figlio di Salvatore e Filomena Tufano. Il 5 febbraio del 1925, con atto del notaio Michele De Vivo di Napoli, i coniugi Di Mauro e D’Alessandro e il Rev. Don Giuseppe Terracciano vendettero a suor Maria Angela Coppola fu Francesco Antonio, al rev. sac. Giuseppe Porcaro fu Antonio, a suor Maria Luisa (Elisa) Rispoli fu Luigi, a suor Giovanna Segnich fu Lorenzo e suor Immacolata Calabrese fu Francesco Paolo, il fabbricato diruto composto di terranei e stanzette superiori, con terrazze, spiazzo di terreno adiacente, innanzi la chiesa e capanna coverta, a tegole, nonché annessa chiesetta, il tutto sito in Somma Vesuviana, luogo detto Castello [Notaio Michele De Vivo, Istrumento di vendita, 5 febbraio 1925, N. 8864, Vol. 320]. Il prezzo stabilito fu di lire seimila trecento, delle quali seimila per la vendita del fabbricato ed accessori e lire trecento per la chiesetta. Le consorelle citate appartenevano alla Comunità Cuore Eucaristico di Gesù delle Suore Serve dei Poveri di Marigliano.

Quattro anni dopo, il rev. sacerdote Giuseppe Porcaro, nato e domiciliato a Marigliano, divenuto cappellano/rettore e amministratore della chiesetta, vendette la sua quota a suor Angelina Coppola con atto del notaio Giovanni D’Alessandro di Marigliano del 20 agosto del 1929. La descrizione della struttura, come rilevasi da quest’atto notarile, riporta anche stavolta un fabbricato composto di terranei e stanzette superiori, con loggia e terrazzo, spiazzo e capanna nonché l’annessa chiesetta con le relative accessori e pertinenze sito sul monte di Somma luogo detto Castello o S. Maria degli Angeli [Notai XX secolo, D’Alessandro Giovanni di Marigliano, copia n°2869 del repertorio, anno 1929]. Più tardi anche la Rispoli e la Segnich cedettero a suor Angelina la loro parte con un altro atto del notaio D’Alessandro in data primo aprile del 1930. Infine, pure la Calabrese, con atto del notaio Sepe Michele di S. Anastasia del 18 agosto del 1931, vendette la sua parte alla Coppola, che diventò, in questo modo, l’unica proprietaria della struttura montana.
Ma chi era Suor Angelina Coppola? Nata a Brusciano da Francesco Antonio e Carmela Cimitile, era diventata la madre superiora dell’Orfanotrofio Cuore Eucaristico di Gesù delle Suore Serve dei Poveri di Marigliano in via Benedetto Bonazzi al civico 8. Durante la Grande Guerra, la religiosa prestò importanti servizi umanitari a Riparbella, in provincia di Pisa, chiamata al compito dal Cardinale Pietro Maffi (1858 – 1931). Oltre alla proprietà sommese, possedeva una casa a Flumeri, in provincia di Avellino, un vano terraneo ad Acerra, una casa ad uso orfanotrofio proprio in via Bonazzi a Marigliano, dove svolgeva la sua attività caritatevole nei confronti delle povere orfanelle. Sul monte Somma, la religiosa si trasferì con un nucleo di bambine abbandonate, tra cui la tradizione ricorda, ancora oggi, la mitica figura di Assunta Bisaccia, custode attenta che teneva le chiavi di tutto.

Con testamento pubblico del 31 marzo del 1943, reg. to in data 4 febbraio 1944 al n.906, ricevuto dal notaio Giovanni D’Alessandro, Suor Angelina nominò eredi universali Gervasio Angelina di Antonio e Russo Incoronata di Michele, nate entrambe a Bisaccia (AV) e residenti all’epoca a Marigliano, lasciando tutti i beni presenti e futuri, mobili ed immobili, niuno escluso ed eccettuato e dovunque siti. Sei mesi dopo, il 25 settembre del 1943, dopo una vita dedita all’accoglienza e alla carità, suor Angelina resse l’anima a Dio proprio a Somma Vesuviana sul monte. Alla morte della religiosa, i nipoti mariglianesi Romano ed Esposito, fecero apporre i sigilli alla casa – orfanotrofio di Marigliano con ordini del pretore dell’11 ottobre 1943. Le due eredi, Gervasio e Russo – con atto del notaio Francesco Erbani di Marigliano del 14 dicembre 1947, trascritto alle Ipoteche il 29/12/1947 n. 26979 – alienarono a favore delle Suore Francescane Elisabettine, dette Bigie non solo il fabbricato a ridosso della chiesa e il piazzale antistante la chiesetta di Castello a Somma Vesuviana, ma anche il vecchio orfanotrofio con annesso giardino di via Benedetto Bonazzi a Marigliano con lo scopo di continuare l’attività assistenziale a favore delle orfanelle di suor Angelina.

Alla rogazione dell’atto era presente Suor Scolastica Pellegrina, al secolo Grazia Pellegrino fu Donato, nella qualità di mandataria della Superiora Generale della Congregazione delle Suore Francescane Bigie. Presente, inoltre, Mons. Alfredo Del Priore, procuratore generale di S.E. il Vescovo di Nola Mons. Michele Raffaele Camerlengo (dal 1935 al 1951). La cosa che più sorprende si legge al punto nove del sopracitato atto notarile, dove viene riportato quanto segue: 9°) a solo titolo chiarificatore, e non affetto di trasmissione, tanto le due costituite Gervasio Angelina e Russo Incoronata, che la Congregazione delle Suore Francescane Elisabettine riconoscono che la Chiesa di S. Maria di Castello, con i tre vani costituenti la canonica, non si appartenevano alla Maria Angela Coppola, e quindi non fanno parte della massa ereditaria di costei; essendo invece la chiesa e la canonica bene ecclesiastico alle dipendenze del Vescovo. Inoltre la Congregazione delle Suore Francescane Elisabettine concederanno al Vescovo di Nola, e per esso al rettore della Chiesa, l’uso dello spiazzo, che circonda la stessa, per scopi che abbiano netta relazione col culto e ministero sacerdotale […].
In effetti, ciò che sorprende è che l’articolo nove contrasta con gli atti notarili precedenti, in particolare con l’atto del notaio Giovanni D’ Alessandro del 20 agosto del 1929 sopracitato, in cui si legge invece che l’annessa chiesetta, con le relative accessori e pertinenze sito sul monte di Somma luogo detto Castello, era tra le proprietà della religiosa Coppola. Una forzatura del rappresentante della Curia Vescovile? Resta il fatto che il testamento del notaio Francesco Erbani rimane un atto valido a tutti gli effetti, che non solo annulla i precedenti, ma fa pubblica fede. La chiesetta di Castello con la relativa canonica è una proprietà della chiesa, mentre il fabbricato/convento e relativo spiazzo sono proprietà del Municipio di Somma Vesuviana.

Nel 1956, in un contesto generale di riqualificazione paesaggistica, il Consiglio municipale di Somma Vesuviana con delibera n°31 del 24 marzo approvò l’acquisto delle case adiacenti alla Chiesa di S. Maria a Castello per la conseguente sistemazione del santuario. Il fabbricato e relativo spiazzo, con atto del notaio Pietro Rosanova di Napoli del 14 aprile del 1958, furono alienati dalle Suore Bigie al Municipio di Somma Vesuviana per la cifra di lire 300.000. All’epoca il sindaco che si occupò dell’acquisto fu il Comm. Francesco De Siervo [Atto del notaio Pietro Rosanova di Napoli del 14 aprile 1958, reg. a Sant’ Anastasia il 22/4/1958 n° 1128]. La struttura, comprendeva ben tredici vani a piano terra e quattro vani al primo piano, confinava da tre lati con le proprietà del barone Raimondo Alfano (1891 – 1953) e dal quarto lato con la strada d’accesso. Agli Alfano le proprietà terriere erano pervenute tramite i de Felice, padroni nel 1800, con cui si apparentarono. Nel 1964, infine, venne finalmente aperta dall’Amministrazione Provinciale una strada che collegava il centro del paese con la chiesetta. All’epoca, fu anche presentato un progetto di un nuovo complesso per poter sopperire all’accoglienza dei numerosi fedeli provenienti da ogni dove. Di quel progetto dell’Architetto Michele Sebastiano Cennamo rimane, attualmente, solo un vecchio plastico costruito e fotografato, all’epoca, dall’appassionato scultore Giorgio Perna, insieme al desiderio di poter edificare un vero santuario mariano, luogo di pace e preghiera.










