Il 16 luglio si è svolta nella Reggia di Portici, promossa dal Dipartimento di Agraria dell’Università, la riunione propedeutica per il riconoscimento IGP all’ “albicocca vesuviana”. Partecipano al progetto il Parco Nazionale del Vesuvio, presieduto dal dott. Raffaele De Luca, il Comitato che è presieduto da Clementina Iervolino e di cui è vice presidente Mario Angrisani, – e membro influente il figlio Vincenzo Angrisani-, e il “Gal Vesuvio Verde”, di cui è presidente il prof. Biagio Simonetti. Il sindaco di Ottaviano, dott. Ferdinando Federico, ha proposto che a settembre, in alcune manifestazioni in programma, sia pubblicamente ricordato il contributo che gli Ottavianesi hanno dato alla coltivazione dell’albicocco vesuviano.
Mio padre, che era un sommese di poche parole, si scioglieva quando ci parlava di due “vanti” di Somma, l’albicocca “pellecchiella” e la “catalanesca”, e dell’arte dei contadini sommesi, e ricordava, con una nota d’orgoglio, che da sempre i membri della sua famiglia, i Cimmino “Scaracocchia”, facevano parte di quella società di “artisti”. E quando una volta gli dissi di aver trovato, in un documento d’archivio, la notizia che nel 1932 due contadini ottavianesi, Giovanni Balzano e Antonio Ammendola, producevano in località “Paradiso” “crissommele pellecchia”, lui si limitò a dire ciò che aveva detto altre volte, e cioè che gli Ottavianesi sono abituati a inventarsi tutto, pur di stare sempre in prima fila.
Fu mio padre a parlarmi del ruolo che la famiglia Angrisani svolgeva nel perfezionamento dell’albicocca prodotta a Somma, e Silvestro Sannino, che nel suo libro “Civiltà agricola vesuviana”, edito da “Gaia” nel 2009, dedica all’ albicocco 20 pagine, scrive che nella produzione del frutto nell’ “alto collo sommese” “Mario Angrisani ed altri hanno saputo esprimere livelli di assoluta eccellenza, grazie anche alla difesa contro la grandine con reti.”. In autunno, con l’aiuto degli dei greci, dedicheremo un saggio alla civiltà agricola vesuviana, all’orto, al vino, al commercio, ai mestieri connessi, e parleremo della storia affascinate dell’albicocco, dell’origine del nome, delle pagine significative che alle “crisomele e bericocche” dedicò G.B Della Porta, il grande saggista del ‘500 napoletano, nell’opera “Suae Villae Pomarium”.
Numerose sono le varietà dell’albicocco, ma oggi parliamo della “pellecchiella”, che prende il nome dal fatto che la “pelle” si può facilmente staccare dalla polpa. Scrive Silvestro Sannino che la “pellecchiella” , “originaria di Pollena, dove la signora Fortuna Miniero, la ricorda almeno dal 1930, presenta un albero vigoroso, ha una fioritura media, con fiori bianco-rosei, di ottimo aspetto, ha buccia liscia di color giallo-oro tendente all’arancione rosso nella parte esposta; polpa soda, consistente, color arancione, zuccherina, molto profumata , aromatica, mediamente succosa, saporosa”, Proprio il particolare sapore ha indotto i Maestri della rinomata pasticceria “Masulli”, che ha sede a Somma, a creare il “panettone alla pellecchiella”, una testimonianza preziosa della gastronomia vesuviana.
In un articolo pubblicato sul nostro giornale nel 2020 Alessandro Masulli ci raccontò che “la frutta sommese – albicocche, ciliegie, mele e uva catalanesca – veniva convogliata, in parte, nei vicini mercati di Sant’Anastasia e Napoli ed,in parte, in altri mercati più lontani. Sin dall’inizio del XX secolo, le ciliegie, in particolare, e le albicocche di varie qualità viaggiavano, in apposite gabbiette, non solo alla volta dei grandi mercati italiani di Roma, Bologna, Padova, Piacenza e così via, ma anche verso quelli internazionali della Germania, Svizzera, Austria e Polonia, grazie alle spiccate capacità degli esportatori locali.
L’albicocca di Somma Vesuviana, in particolare, sbarcò anche negli Stati Uniti grazie allo studioso svedese Gustav Eisen (1847-1940): lo scienziato – riferisce il prof. Domenico Parisi – presentò il frutto con tutte le sue proprietà all’Accademia dell’Agricoltura Americana in California nel luglio del 1914”. Aggiungo che nel 1934 tre mercanti ottavianesi, Filippo Menna, Giovanni D’Ascoli e Carlo Colella chiesero alle autorità di essere autorizzati a portare nei mercati di Torre Annunziata e di Castellammare di Stabia un “carico” settimanale di “crisommele tipo Ottajanese, dagli orti di Domenico Mazza, e tipo Setacciara, dalla masseria di Bosco Gaudo”. Come si vede, c’è molto da scrivere.






