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Somma Vesuviana, i riti della Montagna e il culto di Mamma Schiavona

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Era il Sabato in Albis del 1650. Il popolo di Somma, acclamante, riportò processionalmente la Madonna di Castello nella sua chiesetta. Da allora il Santuario è meta di un ininterrotto pellegrinaggio e di un’ intramontabile venerazione.

I cittadini sommesi, per tenere la venerata statua della Madonna di Castello più lontana possibile dal pericolo del fuoco del Vesuvio, decisero di collocarla più a valle nell’antica chiesa di San Lorenzo dove attualmente insiste una piccola Cappella dedicata a Santa Maria delle Grazie. Questo fino a che fosse rifabbricata la nuova chiesa dopo la disastrosa eruzione del 1631. Tutto ciò non piacque alla Vergine di Castello: essa comparve ad una povera vecchierella, che devotamente le accendeva le lampade, comandandole che dicesse al signor Antonio Orsino, gentiluomo di nobilissimo sangue e discendente dei Conti di Sarno, che sue spese ponesse fine alla costruzione della sua Chiesa, non volendo più dimorare nella Chiesa di San Lorenzo. Il Conte Orsini, udita la sovrana ambasciata, portò a compimento il desiderio della Vergine. Era il Sabato in Albis del 1650. Il popolo di Somma acclamante riportò processionalmente la Madonna nella sua chiesetta. Da allora il Santuario è meta di un ininterrotto pellegrinaggio e di una intramontabile venerazione. Il culto della Mamma Schiavona, così denominata dai contadini del posto, è accomunato al mistico cerchio delle sette Madonne distribuito in diverse aree culturali. E’ di queste ore la tanto attesa notizia della confermata volontà di Sua Eccellenza Mons. Francesco Marino, Vescovo di Nola, di aprire al culto il Santuario per tutti i giorni dell’anno.

La festa della montagna calda, che ha inizio proprio il Sabato in Albis, ha una durata variabile e termina il tre maggio. Alcuni studiosi la inquadrano nei cosiddetti riti della vegetazione, cioè tra quei riti di primavera, propiziatori al risveglio della natura e attraverso i quali il contadino spera di ottenere un ricco e favorevole raccolto. Alla festa sono interessati tutti i Comuni vicini al Monte Somma che hanno fissato un giorno del periodo festivo per recarsi al Santuario. La statua lignea fu portata a Somma dal Padre Carlo Carafa nel 1622 e numerose sono le grazie che gli abitanti del posto hanno ricevuto, testimoniate anche dalla presenza di numerosi ex-voto.  Nell’antica Roma era già consuetudine, in questo periodo dell’anno, celebrare feste in onore di Flora, dea della vegetazione, e di Maia, dea della fecondità e del risveglio della natura. Le paranze dei devoti della Vergine di Castello, di queste giornate, sono parecchie. Posizionate lungo le vallate del monte, fanno sentire la loro presenza mediante spari, botti e grandi falò, oltre a bevute di vino, balli e tanta frenesia. E’ il ritorno di Dioniso, dio della religiosità agraria e del rinnovarsi annuale della produzione delle messi. Alla base dell’antico culto greco vi erano tre elementi che ritroviamo tuttora: la musica, la danza e il vino, oltre ai colori delle fiaccolate nell’ambientazione notturna che ci riportano alle torce accese in serata durante la salita e la discesa del monte.

Il sabato in Albis la zona per eccellenza dei festeggiamenti è lo Gnundo: la parola significa congiunzione, riferendosi al limite orientale del territorio di Somma, che in questo posto incontra Ottaviano. Nella località denominata tuoro ‘ nuvesca vi è una cappella votiva con l’immagine della Madonna di Castello. Alle ore 12 si apre la devozione con l’invocazione diretta alla divinità e il canto a figliola. Un prete dice la Messa, mentre i devoti si accalcano all’esterno della stretta cappella. Alla fine, il prete benedice la bandiera italiana ed il capo paranza la consegna ad un giovane che la fissa ad una pertica e la issa sulla cima di una albero, il più alto. Dopo una ultima bomba, il gruppo si fraziona in tanti capannelli intorno al cibo. Il pranzo è caratteristico della vigilia di Natale: vi è il divieto assoluto di consumare carne. Ricordiamo il detto “Nun po’ essere ca carne esce e carne trase”. Se si trasgredisce, gli anziani dicono che fanno e tempeste.  Il 3 maggio, invece, conosciuto come anche tre della Croce, il ringraziamento sale sul ciglio, il punto più alto della montagna e quindi più vicino al cielo. E’ il giorno di chiusura della festa. Le manifestazioni sono le stesse del Sabato dei fuochi ma la simbologia attivata nelle circostanze è quella del ringraziamento per l’abbondante raccolto.

I lunghi pomeriggi musicali sono dettati dalle paranze, che con gli strumenti tradizionali (tamburi, putipù, triccabballacche e scetavaiasse) iniziano a suon di tammurriate a cantare e a danzare, creando agli occhi dei visitatori spettacolari emozioni.  Il ballo e il canto non sono solo momenti di evasione, come sostiene lo storico Angelo Di Mauro. La presenza anche qui delle invocazioni, delle preghiere, del pianto, di una commozione corale durante l’apertura del rito mattutino innanzi alla statua della Madonna, carica l’atmosfera di un pathos evocativo di lutti e fatalità che si vogliono esorcizzare. La Madonna diviene per tutti Mamma, Mamma schiavona, Vicchiarella mia.