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Nel ’43 Napoli cacciò i nazisti e poi cantò: “Chi ha avuto, ha avuto / Chi ha dato, ha dato/ Scurdammoce ‘o passato…”

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Cacciati via dalla città i nazisti, Napoli riprese a cantare, dopo anni di silenzio musicale. Il successo planetario di “Dove sta Zazà?” (1944), che Evita Peron scelse come inno del suo partito. L’ironia disperata di “Tammurriata nera”, e la proposta della pacificazione nazionale sviluppata in “ Simmo ‘e Napule, paisà”, che esorta a dimenticare le discordie private e i contrasti cittadini, ma non la lezione della Storia.

 

Durante la Seconda Guerra Mondiale e durante i bombardamenti degli aerei alleati, Napoli tacque. Michael Musmanno, autore di una biografia del generale Mark Clark, comandante della Quinta Armata alleata, i cui soldati entrarono per primi in una Napoli che si era già liberata da sola dai nazisti, scrisse che il silenzio musicale finì con l’arrivo degli angloamericani e che gli scugnizzi “si misero di nuovo a cantare. Non è facile abbattere lo spirito di Partenope.” In un primo momento i Napoletani cantarono una loro versione, intitolata “Ollero e Pistuddà”, della canzone più cara ai soldati liberatori, “Pistol Packin Mama “ di Al Dexter, e dentro vi misero anche l’amarezza per certi aspetti poco nobili della liberazione, come il mercato nero e i traffici di cibo, di sigarette, di “signorine”. Nel 1944 la musica di Giuseppe Cioffi diede coerenza e qualità a un testo “avanguardistico” composto da un giovanotto appassionato di musica e di poesia, che si chiamava Raffaele Cutolo, e così nacque “Dove sta Zazà ?”. Grazie agli angloamericani, che ne vennero stregati, la canzone conquistò un successo planetario, e Evita Peron la adottò come inno del suo partito. A Napoli il nome “Zazà” venne anche dato alle “signorine” dai costumi facilissimi, tanto che nel 1945 in via Montecalvario un napoletano reduce dalla prigionia in Germania, prestando fede a certi pettegolezzi che i suoi parenti gli avevano immediatamente riferito sul conto della fidanzata, sparò alla ragazza, e mentre sparava, le gridò: sei una Zazà. Racconta Vittorio Paliotti che quando la ragazza, operata e salvata dai medici dei “Pellegrini”, riprese i sensi, mormorò: “Non sono una Zazà. Diteglielo al mio fidanzato, che non sono una Zazà.”.

Nel 1944, con “Tammurriata nera”, Edoardo Nicolardi e E.A. Mario cercarono di “esorcizzare” attraverso il ritmo ossessivo della “tammorrra” il dramma delle ragazze napoletane che partorivano figli dalla pelle scura e venivano immediatamente travolte dalla ingiuriosa maldicenza degli ipocriti e dei benpensanti: “ca tu ‘ o chiamme Ciccio ‘o ‘Ntuono /ca tu ‘o chiamme Peppe ‘o Giro / chillo, ‘o fatto, è niro niro, / niro niro, comm’ a cché..”.Più fortunate, o più “signorine”, erano le ragazze che i figli li avevano avuti dai “liberatori” di pelle chiara: fu questo l’amaro commento di Nicolardi. Credo che “Tammurriata nera” sia una canzone “difficile”: ci sono nel testo e nelle variazioni musicali alcune note di un’ironia, più che amara, disperata, che la voce di Lina Sastri esprime con straordinaria precisione. Tra il ’44 e il ’45 ci fu il ritorno in patria dei soldati italiani dai campi di prigionia inglesi. In molti Comuni il livello della tensione sociale si alzò: i reduci non nascondevano il loro disprezzo per quelli che erano rimasti a casa e, a torto o a ragione, venivano accusati di aver tratto dalla guerra vantaggi di ogni genere. E il disprezzo si colorava di odio in chi, nonostante tutto, restava fascista nel cuore e ora scopriva che gli amici di un tempo, perfino  “camicie nere” e  gerarchi, erano immediatamente saltati sul carro del vincitore e si professavano liberali e “degasperiani”. Era necessaria – lo capirono De Gasperi, Togliatti, Moro, Don Sturzo- un’opera coraggiosa e profonda di pacificazione nazionale. Napoli contribuì con una canzone, “Simmo ‘e Napule, paisà”, di cui Peppino Fiorelli compose il testo, e Nicola Valente la musica: “basta che ce sta ‘o sole / ca c’è rimasto ‘o mare /….chi ha avuto, ha avuto, ha avuto…/ chi ha dato, ha dato, ha dato…/ scurdammoce  ‘o passato/ simmo ‘e Napule, paisà”.

Anche questa è una canzone amara, e sbaglia chi vi coglie i segni di quel disincanto e di quello scetticismo che molti considerano l’essenza della cultura napoletana. Napoli non attese gli angloamericani per ribellarsi ai nazisti, e forse non ha mai dimenticato che la Chiesa di Santa Chiara la distrussero gli aerei “alleati” e non quelli tedeschi. Napoli aveva, dunque, il diritto di esortare tutti ad avviare la pacificazione e a “scordare” le ragioni della sofferenza personale e privata: ma Napoli sapeva e sa che  la lezione della Storia restava e resta viva e presente.