Poli produttivi e siti strategici, quale l’identità per il territorio circostante?
In Italia e in particolare al sud veniamo da decenni di sviluppo industriale e di impegno imprenditoriale che solo in rari casi hanno prodotto imprese e aziende davvero grandi e con una vera vocazione anche internazionale. Allo stato attuale quale può essere il futuro delle nostre realtà economico – industriali e dei tanti distretti che pur rappresentano parte sostanziale del tessuto produttivo e vetrine importanti dei nostri territori?
Spesso nei decenni si era assistito a crescite, talvolta anche esponenziali, di realtà aziendali forti e radicate ma che spesso erano poco e male inserite in più ampi poli, nei quali si potesse meglio far sistema e quindi creare dei circoli virtuosi utili non solo a fornire maggiore linfa a ognuno degli attori coinvolti ma anche a rilanciare su un piano di sinergie e politiche di scala intere aree geografiche.
Tante le eccellenze della nostra Campania a esempio, si tratti di settori di nicchia, di mondo manifatturiero o di quello dei servizi, alcune di queste sono in effetti vere e proprie ricchezze del già ricco tessuto produttivo locale. Quasi mai però imprenditori e aziende, consorziati o cooperative sono riusciti fino in fondo a imprimere un volto identitario ai territori ospitanti i quali potessero affermarsi in chiave internazionale, essere per ciò stesso riconosciuti per un particolare tipo di settore o una qualificata branca di produzione e riuscire a ottenerne le altre positive ricadute in ambito di presenze, convegnistica, formazione, perché no, turismo.
Per farla breve, il polo biomedicale modenese, mobili e legno della Brianza, il calzaturiero e la pelletteria marchigiane, i mega poli della logistica del parmense e della bassa lombarda, i grossi centri orafi del vicentino e dell’aretino, i poli metalliferi della bergamasca, per non parlare ovviamente dei tanti poli della finanza del nord Italia è sempre stato difficile trovarli incardinanti come sistema e non come isolate eccezioni nel nostro mezzogiorno.
Naturalmente, se già in generale i discorsi da farsi sarebbero molteplici, andando a toccare questioni anche storico sociali, possiamo dire però che se per alcune delle nostre care regioni del sud da sempre c’è da fare i conti con situazioni logistiche, di trasporto e di risorse, più deficitarie, ben altro discorso ci sarebbe da fare con regioni più agiate quali la Campania e la Puglia; regioni crocevia situale lungo tutti i grandi assi di trasporto, viari, ferroviari, portuali, tradizioni storico produttive non secondarie a nessuno, basti ricordare la gloriosa Fiera del Levante per la Puglia per decenni vetrina mondiale dell’Italia nel mondo, oggi sottotono, e la Campania a vantare addirittura il suo vecchio scrigno finanziario rappresentato dal Banco di Napoli.
E forse è lo stesso ragionamento a portarci a un tasto dolente e al cuore della problematica; senza una vera e propria banca del territorio, identitaria e rappresentativa di esso, e soprattutto senza un polmone bancario che abbia le capacità e le giuste leve per raccogliere, custodire e soprattutto investire le risorse economico finanziarie raccolte in loco sarà sempre ostico innescare circoli virtuosi di crescita economica che a sua volta dicenti crescita sociale e culturale di un dato luogo. Se invece ciò che si raccoglie sul territorio è poi dirottato altrove perché altrove, lontano, è la mente finanziaria dei vari gruppo bancari, di investimento e assicurativi, lontane saranno pure le ricadute di crescita.
Angelo Golino – Voci e Visioni



