Ricordare degnamente l’amico Carmine significa, prima di tutto, capire perché l’ “apertura” della Montagna dal lato di Ottaviano rimane un miraggio, e scoprire chi ha deciso che la città e la “sua” Montagna restino estranee l’una all’altra.
Se volessi ricordare agli amici l’amico Carmine, che ci lasciò cinque anni fa, potrei pubblicare qualcuno dei magistrali articoli che egli scrisse per la “Ginestra”, di cui fu collaboratore e direttore, e sottolineare la sua capacità di andare rapidamente all’essenza dei problemi, la sua superiore ironia, che si divertiva a smascherare, con una battuta, con uno sguardo, la cialtroneria dei parolai e delle mezze cartucce che aspirano a recitare da demagoghi. Carmine aveva anche la virtù, assai rara, di ammettere serenamente i suoi errori e di ragionare sulle loro cause: in questo sereno ragionare c’era la misura della sua statura intellettuale e del suo acume politico.
Ma non amo le commemorazioni: la morte impone all’amicizia vera i toni del pudore. Negli ultimi giorni della recente campagna elettorale per le regionali mi capitò di assistere, nel Palazzo Medici, a un convegno sul turismo. L’ assessore regionale al turismo, che era l’ospite, parlò brevemente di cose non memorabili e ricordò ai presenti la sua vocazione a “legiferare”. Il Presidente dell’Ente Parco Nazionale del Vesuvio esortò pubblico e politici – se non ricordo male, era presente anche il sindaco di Ottaviano – a immaginare per il territorio vesuviano un modello di turismo religioso che si ispirasse al sistema, chiamiamolo così, di Santiago di Compostela. Dissi – e ripeto – che la circostanza, il ruolo di presidente e la statura dell’uomo di studi mi costrinsero, e ancora mi costringono, a ritenere che il prof. Leone parlasse seriamente. E, mentre tentavo di capire come nasceva la seria proposta, mi sovvenne di Carmine, e delle sue idee sul turismo a Ottaviano, di cui egli parlò a lungo, proprio nel Palazzo Medici, commentando l’organizzazione di una delle edizioni di “Vesuvinum”, e poi all’ inaugurazione di una mostra dedicata a Totò, che egli aveva allestito.
Carmine Ciniglio riteneva che il turismo ambientale fosse, per Ottaviano, l’unica risorsa: preziosa, e senza alternative. Immaginava una via delle Ginestre, e una rete di sentieri che “aprisse” la Montagna e svelasse i suoi incantesimi, e una capillare campagna di pubblicità e di informazione costruita su video e su fotografie adatti a spiegare, con immediatezza, perché certi luoghi del Somma – Vesuvio diventano, fatalmente, “luoghi dell’anima”. Egli aveva l’intenzione di intitolare i sentieri montani alle viaggiatrici e ai viaggiatori del Grand Tour che nell’ascesa al Vesuvio, e nel confronto con l’infinito mistero della Natura vesuviana, cercarono la misura di sé.
Per ricordare degnamente l’amico Carmine è necessario capire perché questa “apertura” della Montagna dal lato di Ottaviano rimane un miraggio, e scoprire chi vuole che non siano rimosse le sbarre materiali, e quelle ideologiche, e quali sono la storia e le intenzioni di questo “demone” potente che ha deciso che la città e la sua Montagna restino estranee l’una all’altra. Le carte degli anni ’80 dicono che Ottaviano, appena battezzata capitale della camorra, era già allora destinata a diventare, come certi luoghi siciliani, una specie di Eldorado per i professionisti dell’anticamorra: intellettuali, politici, enti pubblici. Ma sarei veramente deluso se mi capitasse di scoprire che questo gioco coinvolge in un modo o nell’altro anche il rapporto tra la città e la sua – sottolineo il “sua”- Montagna. Il sindaco di Ottaviano, che cariche importanti copre negli organismi statutari dell’Ente Parco, sa che deve darci, su questo argomento, anche su questo argomento , delle risposte chiare e precise. Intanto, dopo aver applaudito, ancora una volta, all’apertura al pubblico del giardino di Palazzo Medici, sono costretto a ricordare al sindaco che, per le ragioni dettate anche dalla storia, quel giardino in nessuna ora di nessun giorno merita di essere usato come parcheggio.
Carmine Ciniglio riteneva che il turismo culturale avesse bisogno di un Evento che, ripetendosi ogni anno, annodasse in una sola trama il patrimonio artistico della città, il Palazzo e le memorie dei Medici, l’esperienza dell’Istituto Alberghiero e le eccellenze dell’enogastronomia. “Vesuvinum” era già una risposta: concreta, ma parziale. Bisognava integrarla con una manifestazione in costume, come il Palio organizzato dal Circolo Diaz tra il 1989 e il 1992, che coinvolgesse per molte settimane contrade e quartieri e conferisse una qualche dignità storica all’ indispensabile momento della “sagra”: un banchetto di signori nell’Ottocento, la mensa semplice dei contadini vesuviani, “i Giorni dell’ albicocca e della ciliegia”, la Festa di Montevergine e “’a rretenata”. Il Palazzo era al centro del progetto: Carmine ricevette in dono dai Lancellotti immagini suggestive di alcune sale ancora splendidamente arredate e carte preziose, e fece sì che venisse pubblicato il primo catalogo delle opere d’arte conservate nelle chiese di Ottaviano.
Ma il suo sogno era il Festival del Teatro Napoletano, riservato alle compagnie dei giovani, e ospitato negli spazi esterni e interni del Palazzo, nei cortili interni delle case del centro storico, nelle piazze antiche di Ottaviano, che sono veri e propri teatri all’aperto. In un articolo del gennaio 1985 Carmine scrisse: “ Sono giovane, ma ho già dovuto mettere nel cassetto dei ricordi l’esperienza teatrale: niente di professionale, per carità, ma lo sfizio di mettere in scena i capolavori di Eduardo e della sua stirpe parallela e ascendente era inebriante… fino a qualche anno fa la gente, quella semplice e genuina che non va né a cinema né a teatro, che non va ai concerti e alle mostre, era contenta di farsi due risate venendo a vedere questi giovani vogliosi di allietare i pomeriggi estivi di chi non aveva altri divertimenti. Ma Ottaviano non ha un cinema, non ha una sala, ed allora diventa difficile scocciare le suore e le scuole per le prove e le rappresentazioni: l’ospite è come il pesce. Con tutto quel che segue…”.
Quel che segue è il rimpianto.








