Il positivismo giustificò il colonialismo e classificò come “inferiori” e pericolosi coloro che erano “diversi” rispetto ai modelli definiti dalla cultura dominante: i pazzi, le prostitute, i briganti, gli ebrei. Uno splendido libro di Umberto Eco sulla storia della bruttezza. Qualche nota sull’antisemitismo. L’ostilità contro gli ebrei nell’Italia del ‘700, l’atteggiamento di Carlo di Borbone, l’esortazione di Tanucci ad affrontare il problema tenendo conto della “percezione” di coloro che ne sperimentano quotidianamente gli aspetti. Il tema della “percezione” è importante anche oggi.
Umberto Eco pubblicò la “Storia della bruttezza”, uno dei suoi libri più preziosi, nel 2007, come seguito della “Storia della bellezza”. L’autore ci avverte, nel risvolto di copertina, che il “brutto” non è solo l’opposto del “bello”, ma ha una realtà sua propria che si sviluppa lungo i secoli in modi e forme diversi, e suscita sentimenti e reazioni contrastanti, pur risultando costante quella dimensione del “negativo” che suggerisce all’autore un elenco di 43 attributi, da “goffo”, ad “ignobile”, da “repellente” a “odioso”. Racconta Umberto Eco che il primo editore straniero che lesse il suo libro restò a tal punto affascinato dal corredo delle immagini e dall’antologia dei testi che esclamò “Come è bella la bruttezza”.
La società liberale del secondo Ottocento, fondata su una precisa scala di valori politici, etici, sociali, razziali, giudicò come “diversi” tutti quelli che non volevano o non potevano condividere nella sua interezza quella scala, e emise contro la “diversità” una condanna implacabile di “bruttezza” e di pericolosa “inferiorità”. In nome di questa sentenza i positivisti francesi e inglesi sentenziarono che il colonialismo meritava non condanne, ma elogi e riconoscenza, perché era giusto, anzi doveroso, che i popoli civili dell’Europa trasmettessero le “meraviglie” della loro civiltà ai neri africani e ai gialli dell’Asia, e sostenessero anche con l’uso della forza questa azione educatrice, che molti intellettuali giudicarono “illuminata”. Del resto anche qualche gesuita del ‘600 aveva osato pensare che nelle Americhe Dio avesse voluto creare un mondo inferiore a quello europeo, perché gli indigeni non avevano i peli, che sono segno di energica mascolinità, e le loro donne non possedevano il naturale senso del pudore.
In Italia “diversi” divennero subito i “briganti”, termine che nelle relazioni degli ufficiali piemontesi indicava tutti i meridionali poco soddisfatti dei modi con cui veniva realizzata l’unità d’Italia. Le relazioni di questi ufficiali e le disposizioni che essi davano alla truppa parlano dei paesi del Sud come di comunità “lombrosiane”, composte quasi interamente da delinquenti abituali che non conoscevano né legge, né civiltà, per i quali l’uccidere era una pratica quotidiana: era quasi impossibile che questi “barbari” potessero imparare a vivere in un sistema sociale ordinato. Nel febbraio del1870 un funzionario della questura di Napoli comunicava al Ministero che nel1869 ben 5449 napoletani erano stati ammoniti “per oziosità e vagabondaggio” – e di questi 1574 erano minori – , i “sospetti” risultavano 2800, 3700 erano stati condannati alla “sorveglianza di polizia”- e di questi “sorvegliati” 1444 erano ragazzi. L’autore di questo arido elenco di delinquenti già in carriera o solo ancora aspiranti non faceva alcun riferimento alla crisi economica e sociale della città, ma lasciava chiaramente intendere che i numeri si spiegavano solo con le inclinazioni naturali dei Napoletani, e che bisognava ringraziare lo zelo e “il lavoro conciliativo” della polizia, se l’elenco dei delinquenti non risultava ancora più lungo. Sulla “diversità” delle prostitute anche Francesco Mastriani sviluppa pensieri lombrosiani: “la raucedine della voce, ecco il carattere particolare di queste infelici…. Dalle loro bocche non escono che suoni rauchi e discordi che lacerano gli orecchi e che un carrettiere potrebbe appena imitare.” Le “infelici” hanno voce rauca e “occhi grigi”, senza luce.
I funzionari di polizia ritenevano le prostitute inclini a ogni tipo di “furto e di rapina”, e pronte a far da complici anche negli omicidi: ma in un documento del 1873 il commissario del quartiere Porto scrive al Prefetto che i “gamorristi” si servono delle prostitute solo come “spie”, poiché, per il resto, le considerano “ di scarsa o nulla fiducia”. Karl Rosenkranz scrisse nell’ “Estetica del Brutto” (1853) che l’esercizio abituale del male lascia segni anche nella espressione della persona: le ladre, per esempio, hanno uno sguardo “insicuro che sfugge lateralmente, con un movimento che i francesi chiamano, dal latino “fur” – ladro – “fureter”: che significa “osservare attentamente, con maliziosa cautela”. La “diversità “del pazzo, che Lombroso descrisse distinguendola in numerosi livelli, ispirò a Lionello Balestrieri, nel 1911, il quadro che correda l’articolo, “Il pazzo e i savi”, e che fa parte della collezione d’arte della Provincia di Napoli: un quadro di notevoli dimensioni (cm.200 x400), precisa e amara descrizione, per figure, dell’irrisione sociale di cui è bersaglio il presunto “pazzo”.
Umberto Eco ci ricorda che hanno contribuito a definire lo stereotipo dell’ “ebreo odioso” anche Geoffrey Chaucer, nei “Racconti di Canterbury” ( 1532), “L’ebreo di Malta” di Marlowe, il “Mercante di Venezia” di Shakespeare, il “disgustoso” Fagin, personaggio dell’”Oliver Twist” di Dickens, e Wagner. Anche Gogol non parla bene degli ebrei: ma poi arrivano i nazisti e Hitler, e la follia diventa disumana. Ricordiamo che anche nell’Italia del’700 alcune comunità imposero ai loro amministratori di adottare provvedimenti per contenere il controllo, sempre più rigido e ampio, che gli Ebrei esercitavano sull’economia. Anche Carlo di Borbone, il più illuminato dei re di Napoli, dovette affrontare il problema: e le sue leggi dimostrano che egli fece fatica a liberarsi da molti dubbi e a superare consistenti incertezze. Osservò Bernardo Tanucci, il grande ministro di quel grande re, che non si poteva comprendere l’atteggiamento antiebraico di singole persone e di interi gruppi sociali, se non si esaminava la questione dal punto di vista e dalla prospettiva di coloro che “vivevano” quotidianamente il problema e ne avevano una percezione diretta e concreta.
Penso che il ruolo della “percezione” sia importante per capire anche le complesse e contrastanti reazioni che provoca negli Italiani il drammatico problema dei migranti.



