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Sant’Anastasia, oggi a Santa Maria La Nova l’addio a Giovanni Barone

Oggi Sant’Anastasia dice addio ad un signore della politica. Ricordare Giovanni Barone per chi lo conosceva bene, per chi tante volte ha riso, discusso pure aspramente e più spesso amabilmente, condiviso parole e momenti conviviali non è facile. Vorremmo scrivere soltanto che lascia un grande vuoto nel cuore degli anastasiani, uno immenso in quello dei suoi familiari. Alla moglie Emilia De Simone, ai figli Vincenzo e Gianluca, alla nuora Emanuela e alle nipotine Vittoria ed Emilia che gli riempivano il cuore di gioia, alla sorella Bice, il nostro cordoglio ed affetto. Ma è giusto, per chi non abbia mai avuto modo di apprezzarne il calore, le battute di spirito, l’arguzia, la forza, anche la testardaggine, ricordare oggi chi è stato Giovanni. Tutto il resto lo teniamo nel cuore. I funerali alle 16,30 di oggi (giovedì 30 agosto) nella chiesa di Santa Maria La Nova. 

Sessantanove anni, medico chirurgo, Giovanni Barone aveva deposto i ferri della sala operatoria di recente. Pensionato da febbraio scorso, non aveva più gli impegni di «taglio cute», come amava definire la sua opera ospedaliera. E in tanti, tantissimi, buoni e cattivi, sono passati sul suo tavolo operatorio. Nella vita, così diceva, aveva tre direttrici: la Politica, la Medicina, il Movimento dei Focolari. Venivano tutte però dopo la famiglia che era il fil rouge della sua esistenza. Di cultura squisitamente democristiana, non aveva mai disdegnato di strizzare l’occhio alla Sinistra. Legatissimo alla città di Sant’Anastasia, è stato per lunghi periodi protagonista della vita politica locale, anche se spesso dietro le quinte. Come nel 1997, quando fu tra i fautori della candidatura di Enzo Iervolino, il sindaco eletto dai cittadini che più a lungo ha governato il paese. Consigliere comunale, segretario della Dc, per pochi mesi iscritto al Psi e poi di nuovo nella Dc fino a Tangentopoli quando scelse il Patto Segni, partito con il quale si candidò al Senato sfiorando l’elezione. Dopo un’esperienza con il Pds e i Democratici, preludio della nascita dell’Ulivo, scelse la Margherita sotto la cui egida tentò la candidatura alla Provincia, approdando infine al Pd, partito nel quale ha militato fino alla fine e con il quale si candidò alla carica di sindaco nel 2010 arrivando al ballottaggio contro Carmine Esposito. Medico specializzato in Chirurgia Generale, aveva scelto di restare nell’Ospedale in cui aveva cominciato, l’Apicella di Pollena Trocchia, dove era stato responsabile del Day Surgery. Era volontario dell’Opera di Maria, ossia del Movimento dei Focolari di Chiara Lubich.

Anastasiano doc, Giovanni ricordava spesso il suo papà Vincenzo e la mamma Palmira, anche di più la zia Luisa con la quale era cresciuto e che, antesignana, era segretaria femminile della Dc. E scherzava su una figura storica di Sant’Anastasia, il brigante Barone. Era un suo avo, ripeteva. Raccontando di possedere dei gemelli d’argento che al brigante erano appartenuti. Si intestardiva poi protestando e sembra ancora di sentirlo: «Non era un brigante, ma un patriota. Quel termine fu coniato dai conquistatori piemontesi per ridurne il fascino dinanzi al popolo». Guai, a contraddirlo. Raccontava, Giovanni, delle suore domenicane e degli amici d’infanzia, del liceo dai padri Domenicani, della sua poca voglia di studiare fino a quando aveva deciso di impegnarsi davvero fino a diventare uno dei primi della classe, al ginnasio.

Aveva il vezzo delle citazioni latine. E, ammetteva, andava a scovare nel dizionario lemmi e parole difficili, astruse. O di rispolverare termini dal greco antico per sbeffeggiare. Per il solo divertimento di lasciare spiazzati avversari politici meno preparati che immortalava in gustosi aneddoti da ripetere agli amici. Era anche un eccellente chirurgo, Giovanni. Si era laureato nel 1976, aveva conseguito la specializzazione in chirurgia generale e aveva un master in management sanitario di secondo livello. Il suo primo intervento fu una appendicectomia con il suo maestro Livio Simolo. «Mi tremavano un po’ le mani – raccontava – ma ero sicuro, sapevo già che era quella la mia strada». Così è stato. Nel ’78 vinse un concorso per assistente chirurgo. Da allora, così sosteneva con forza, tutto ciò che ha avuto nella professione è stato unicamente frutto del suo lavoro. Primario non lo è mai diventato. Una volta, a qualcuno che gli chiedeva perché, lui rispose: «Un concorso l’ho tentato, senza raccomandazioni e senza rivolgermi ad alcuno. Colui che vinse ebbe a commentare: “Giovanni Barone fa la politica, io la uso”. Diceva bene».

La politica, uno dei suoi grandi amori. La prima volta si candidò a 21 anni, nel 1970. Primo dei non eletti Dc, non entrò in consiglio. Dopo quella prima esperienza, secondo il suo racconto, ruppe con il partito e seguì la strada del dialogo con la sinistra. «Lì ci trovavo – diceva qualche anno fa – anche la radice della mia adesione al Pd». Aderì al partito socialista ma ci rimase pochi mesi convinto che non ci fosse spazio per i cattolici come lui. Tornò nella casa democristiana, si candidò e fu eletto, è stato nei banchi di opposizione con i sindaci Giuseppe Pone e Mario De Simone, in maggioranza con Antonio Manno. Negli anni ’80 fu consigliere, segretario cittadino e capogruppo della Dc. La verità è che Giovanni amava la politica pura, le alleanze, le strategie. Molto meno l’aspetto amministrativo. Si candidò al Senato con il Patto Segni, raccogliendo il 75 per cento dei voti anastasiani e circa 30mila in tutto il collegio. Poi però mentre Segni “deragliava” a destra Giovanni passò con il Pds, breve esperienza prima dei Democratici, poi la Margherita e infine il Pd. Nel 1997, anno della candidatura e della vittoria di Enzo Iervolino, il candidato naturale sarebbe invece stato proprio lui, Giovanni Barone. Ma era reduce da un intervento di bypass e decise di – parole sue – estrarre un “coniglio dal cilindro”. Che in quel caso era un nome, Iervolino.  “Il miglior sindaco che la città abbia mai avuto” – diceva Giovanni. Non ha mai ceduto, su questo punto. Con Iervolino, nel secondo mandato, fu anche presidente del consiglio comunale prima e assessore alla cultura, politiche sociali e pubblica istruzione poi. Candidandosi nel frattempo, era il 2004, al consiglio provinciale. L’incarico di assessore, per motivi personali, durò pochi mesi. La sfida successiva per le amministrative, quella che finì con la vittoria di Carmine Pone, Giovanni la guardò dal di fuori. Senza dimenticare di dire la sua senza peli sulla lingua, quando e dove poteva. Ma dopo le dimissioni del sindaco Pone nel 2009, decise di forzare la mano, preparare la campagna elettorale e spuntare, con un iter certo inusuale (fece affiggere un manifesto dichiarando la sua disponibilità e organizzò un convegno per chiedere ai cittadini cosa ne pensassero, mentre ancora erano in corso incontri ed eventuali progetti di alleanza), la candidatura a sindaco. A quell’iniziativa pubblica si presentarono circa 300 persone. Nel Pd successe il putiferio, ma Giovanni, con una lista di venti giovani e qualche altro nome che ora è in maggioranza al governo cittadino, divenne lo sfidante di Esposito. «Sapevo che avrei perso – disse più tardi Giovanni Barone – ma ero l’unico ad avere una possibilità e forse c’era, senza i veti incrociati di chi dopo ha fatto lo stesso con altri candidati sindaco». Così andò all’opposizione. E che opposizione. Gli scontri dialettici tra lui ed Esposito sono rimasti memorabili. C’era chi andava in consiglio comunale soltanto per quelli. Giovanni non disdegnava di provocare, utilizzando ironia e vis polemica. E quando a diventare sindaco fu l’attuale primo cittadino, Abete, Giovanni commentò: «Che dire, bisognerebbe studiare il fenomeno dal punto di vista sociologico, comprendere la condizione psicologica di massa che ha provocato tutto ciò». Lui però non si ricandidò nel 2014. «La mia famiglia non ha voluto e ho scelto di assecondarne le volontà».

Andato in pensione, Giovanni si diceva «padre nobile» del Pd. Ed era di fatto l’unico a poterselo permettere, anche se aggiungeva giocosamente modesto: «Se mi è concessa questa dicitura». La malattia ha avuto la meglio. Però Giovanni era un fautore delle teorie di Blaise Pascal: diceva che dovremmo vivere come se fosse una scommessa. E come se Dio esistesse, anche per chi non crede. Già, perché in quel caso, alla morte si potrà godere dell’eternità pur avendo perso qualche soddisfazione terrena. Se invece si vive come se Dio non esistesse, ci si potrà prendere tutti i piaceri del mondo ma non si vivrà l’eternità. «Per la legge della probabilità – diceva Giovanni –  è conveniente vivere come se Dio esistesse. Posto, naturalmente, che io ne ho l’assoluta convinzione». E allora addio, Giovanni. Se esiste un luogo dal quale tu possa guardare la passerella che oggi ci sarà ai tuoi funerali, con tanti amici veri e altrettanti volti ipocritamente contriti, sappiamo che sorriderai. Ironico, come sempre, come pochi.

Addio, Giovanni, con le parole del Tuo sindaco La Pira: “Quando tutto sembra crollare, tutto è ancora magnificamente valido”. Lo sarà anche il tuo ricordo, per dare forza ai tuoi cari.

Mors optima rapit, deteriora relinquit.

Tu capirai.

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