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Ogni aspetto della festa trasmette a tutti gli altri aspetti il proprio significato e ogni traccia suggerisce altre possibili  e suggestive letture.  

Questa festa è un raro esempio di modello culturale aperto che cerca la forma  definitiva    di rito. Mi viene di paragonarlo a un deposito archeologico, in cui sono confluiti molti relitti dello smisurato patrimonio delle tradizioni di Somma, e altri continuano ad aggiungersi, così che lo spettatore attento coglie, nello svolgersi dell’evento, la suggestione di un’energia che scompone per ricomporre . Poiché ogni aspetto della festa trasmette a tutti gli altri aspetti  il proprio significato, e ne riceve un incremento di senso, viene a crearsi un perfetto circolo ermeneutico, all’interno del quale gli oggetti, diventando cose, svelano gli intrecci molteplici delle relazioni, e le cose, caricandosi di valori simbolici, si aprono a ogni possibile lettura. La festa, proprio perché non ha ancora il rigore formale del rito, è un divenire, in cui il presente  innerva il passato e fa sì che la dialettica tra la morte e la vita risulti uno dei principi archetipi dell’evento e, inoltre, che ogni spettatore diventi  attore. Chi entra nello spazio della festa,  entra in uno spazio iniziatico: si separa dalla propria attualità, cerca la conoscenza di principi  e di forme che credeva di ignorare, e invece scopre che li aveva solo dimenticati. In questo senso, e’ una festa totalmente vesuviana, perché costruita sulla dimensione vesuviana del tempo, che è una dimensione circolare, in cui il flusso si dispiega  con ritmo non uniforme, ma per accelerazioni e per pause: un ritmo di pieni e di vuoti: è il tempo di Eraclito, è il tempo di Parmenide.  Nel flusso  la  Montagna  è un punto fermo: gli altri punti fermi sono la notte, l’acqua, lo specchio, la lucerna.

La notte e la lucerna ricordano che la festa ha le sue radici nel culto dei morti. La lucerna, a cui è dedicato lo splendido manifesto di quest’anno,  è affine ai tre manufatti, la coppa, il vaso, la brocca, sui quali Georg Simmel, Ernst Bloch e Martin Heidegger meditarono per scoprire l’elemento che trasforma  un oggetto anonimo e banale  in una cosa: e cioè in un nodo vitale di valori e di relazioni . La lucerna porta in sé la fiamma che fa luce finché è viva, finché non si spegne. Questa battaglia tra la vita e la morte, tra la luce e la tenebra,  si svolge sulla spazio cavo di un manufatto che ha la forma di un circolo: ma il beccuccio apre un varco nell’anello, interrompe la continuità della linea, mette in comunicazione  l’ interno e l’esterno, così come la porta dell’ Ade apre al mondo dei vivi il regno dei morti. E la civiltà contadina non ha mai escluso che la porta potesse essere attraversata in entrambi i sensi. I morti possono tornare, e non solo nel sogno, nelle visioni e negli incantesimi.  Alcuni teologi della Curia nolana  dopo le eruzioni del 1631 e del 1660 sostennero seriamente che l’ Atrio del Cavallo era una delle porte dell’Inferno, e un cronista dell’eruzione del 1631  scrisse, con non molta convinzione, in verità, che poco prima della catastrofe erano avvenuti alcuni prodigi di avvertimento: e tra questi si segnalava la resurrezione, con apparizione in luogo pubblico, di due defunti.  Candido Greco cesellò una splendida pagina sull’ipotesi che il nome stesso di  Somma fosse legato a Plutone, dio dei morti. La lucerna, l’abbondanza del cibo, il banchetto, si riferiscono, con evidenza, al simposio rituale che augurava al defunto un fausto viaggio nell’ aldilà e ,nello stesso tempo, prefigurava il convito a cui egli avrebbe partecipato nell’ Ade. Questo rito fu un cardine del culto dei morti presso gli Etruschi e, a partire dal II sec. a.C., presso le comunità delle città marittime di Campania e di Puglia, in cui più rapidamente si diffusero i culti misterici  greci, egiziani, orientali. Questo elemento rituale è sopravvissuto nella cerimonia, che ancora si pratica, del cuonzolo, il pranzo  in cui i parenti del defunto, subito dopo le esequie, consumano pietanze offerte dai vicini di casa.  

Al culto dei morti era collegato, a livello archetipo, il culto della fecondità: la relazione veniva svelata da una trama di miti che avevano come protagoniste  Cerere, dea delle messi,  sua figlia Proserpina rapita dallo zio Plutone, signore dei morti,   Diana, dea molteplice della verginità, delle fasi lunari, dei parti, della notte popolata da fantasmi e da mostri. La Madonna della Neve, a cui la festa delle lucerne è consacrata,  ha sotto la Sua materna tutela la salute e la fertilità, difende la vita degli uomini e i prodotti dei campi  dalla siccità che brucia la vegetazione e porta la febbre; in cambio, i contadini Le offrono  la loro fatica. E’ un’offerta sincera e umile:  la felce, che insieme a rami di castagno  adorna i luoghi della festa, rappresenta la sincerità, e  la castagna, che ha nutrito per secoli i vesuviani poveri, è il simbolo dell’ obbedienza: non a caso, il suo colore terroso è quello del saio dei francescani.  La neve suggerisce la purezza,  la vitalità dell’acqua, ma anche il gelo, e perciò anche la minaccia della morte che i vesuviani cercano di stornare da sé con la devozione per la Madonna, per i Suoi carismi e per i Suoi titoli , per quella Religione della Madre in cui francescani, domenicani e gesuiti fecero confluire, dopo averli purgati, alcuni valori essenziali dell’antica religiosità delle terre del Vesuvio e della Campania Felice.

Anche questa festa, come altre feste sommesi, conserva tracce cospicue di antichi riti iniziatici, la cui importanza e la cui vitalità  verranno certamente confermate dagli scavi archeologici . Il travestimento e il mascheramento riconducono al culto di Dioniso, che fu veramente il nume di questo territorio e ne segnò per sempre la storia. A Dioniso e alla Villa dei Misteri  fa pensare lo specchio, simbolo nodo di simboli:  “ cosa “ che duplica il mondo,  strumento della riflessione e dello sdoppiamento,  mezzo  grazie al quale l’uomo conquista la totale conoscenza di sé dopo essersi liberato dall’ “ inganno “ delle apparenze.  Alla forza simbolica dello specchio si richiamavano costantemente i predicatori gesuiti, quando invitavano i peccatori a riflettersi nella propria coscienza. La lunga stagione eruttiva che iniziò nel 1631 sconvolse dalle fondamenta il mondo vesuviano e portò in superficie pratiche e credenze che il tempo aveva sommerso. La Chiesa intervenne immediatamente, a frenare e a purgare. I Gesuiti napoletani inviarono nel territorio missionari di grande rilievo, come De Geronimo, Marquez, Martinez  e Mangrella,  i quali durante la missione del 1688, condotta in Ottajano, adottarono la pratica penitenziale della processione notturna . “ Per meglio muovere gli animi a compunzione e penitenza uscirono tre volte i Padri a notte inoltrata per le vie con l’immagine del Crocifisso e alcuni lumi, e in diversi posti… e cantavano alcune massime e disinganni, al cui eco uscivano quanti giungevano a sentirli: si teneva loro un breve discorso che si chiudeva con un atto di contrizione…”.Si legge nella relazione che le donne si affacciavano dalle “ logge “ per ascoltare  “ i disinganni “, per rispondere al canto e per pentirsi pubblicamente dei propri peccati.  Di questa pratica rimane qualche traccia nella festa sommese,  ed è una traccia che suggerisce, alla riflessione e alla ricerca, altre suggestive piste.