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Che succede al Casamale nelle notti del primo quarto di luna di Agosto?
Viaggio nel mondo di una festa ricca di storia, di simbolismi e di magia.

Una festa particolare quella delle “Lucerne”,  la cui ricorrenza cade ogni quattro anni, il cinque di agosto, giorno dedicato dalla Chiesa alla Madonna della Neve. Una festa particolare perché ricca di fascino, intrisa di simbolismi e con identità popolare. Già, infatti, il ricorso ad un termine demodé, per denominare una minuscola sorgente di luce, impone un immediato salto nel passato. La lucerna era (ma lo è ancora?) una lampada di uso domestico, che assolveva, però, anche ad una funzione liturgica e votiva. Nelle catacombe era usata dai primi cristiani, per l’illuminazione dei luoghi di culto e per un tributo d’onore alla suprema divinità. Nel linguaggio ascetico il termine lucerna era ed è sinonimo di luce suprema di purezza e verità; nel linguaggio figurato, invece, resta sinonimo di guida morale. Nella cultura popolare lucerna sta per organo sessuale maschile (Simili gentarelle non son svogliati…né pigliano mai la lucerna in mano acciò che il suo lume gli faccia vedere quanti borselli ha la tua fica, stropicciandole gli orli [Aretino, 20-259]) e femminile (‘a lucerna ‘e donna ‘e donna Lucia ha fatto cinche figlie [I fescennini non tramontano mai]). Ma la lucerna è anche figurazione del lumino cimiteriale; è, forse, espressione di fuochi fatui. È sicuramente un fuoco intenso, nella cultura popolare, come un legame tra la vita e la morte. È il ritorno dei morti alla vita, attraverso il rito dell’(in)seminazione: quello tramandato dagli antichi Romani, che facevano l’amore sulle tombe dei loro defunti, o dagli Etruschi e dai Frigi, che abbellivano le tombe dei loro morti con falli che ne conservassero la potenza sessuale anche nell’altra vita. La lucerna, infine, significa la vita stessa dell’individuo. Ne “Le Fiabe del Vesuvio” (Mondadori, 1994), e in particolare ne “Il guardiano delle lucerne”, Angelo Di Mauro  fa dire al suo personaggio -il guardiano, appunto-, nel mentre si rivolge ad un uomo, che, dopo aver guardato la propria lucerna ormai agli sgoccioli, lo aveva invitato a rigenerarla, “No, non è possibile. Il mio compito qui è proprio questo. Questa è la porzione d’olio assegnata. Quando si consuma, si deve morire”.

In tempi remoti la festa delle lucerne si esauriva, forse, nell’arco di un solo giorno: una comunità contadina non poteva consentirsi il lusso di sottrarre preziose ore di faticoso lavoro alla terra, madre e matrigna. C’era da spaccarsi la schiena, sempre. E, poi, c’erano gli animali a cui badare, gli attrezzi da preparare, la montagna del Somma-Vesuvio da copulare col sudore, con la lama di un falcetto, con un bicipite teso nello sforzo della vanga, con l’affilato ferro quadrilungo di un’avita zappa. Col passar degli anni, dopo una momentanea cancellazione dell’evento festivo, dovuto alle preoccupazioni ed ai lutti causati dalle  molteplici occupazioni straniere e dalle innumerevoli guerre, le lucerne si riaccesero e si regalarono un’esistenza più lunga, della durata anche di due o tre notti. In un opuscolo sulla festa delle lucerne, pubblicato nel 1990 (a cura dell’Arci), il parroco della Chiesa di San Pietro al Casamale, don Armando Giuliano, fornì una preziosa testimonianza: “La festa delle lucerne, a causa della seconda guerra mondiale, era stata accantonata […] Nel 1951 presi contatto con i maestri di festa e mi adoperai per ripristinarla. […] La festa ebbe un grande successo per le sue caratteristiche e per il suo folklore popolare”.  Poi, di nuovo, la festa delle lucerne si oscurò, fin quando “negli anni settanta, dopo circa due decenni di interruzione, venne ripresa, per volontà e merito del locale circolo dell’Arci che la riscoprì e la ripropose nelle sue forme più autentiche”, (testimonianza di Vincenzo Maiello, uno dei membri del comitato organizzatore, in Guida alla festa delle Lucerne, 1998).    Dal momento in cui furono riaccese di nuovo, negli ultimi anni del secondo millennio, le lucerne diventano un richiamo, una curiosità, una ricerca antropologica, un’opportunità di sogno per visitatori incantati, per etnomusicologi, per il popolo di un antico borgo a stento compresso all’interno di una murazione aragonese.    Lo spazio della celebrazione del rito delle lucerne si rinchiude entro le mura del Casamale -a Somma Vesuviana-, luogo in cui migliaia di fiammelle illuminano gli antichi vicoli dalla suggestiva toponomastica (Giudecca, Cuonzolo, Puntuale,  Malacciso, Piccioli, Zoppo, Torre, Coppola, Stretto, Lentini, Perzechiello ), inequivocabile eredità di un cognome di un’antica famiglia, di un evento cruento capitatovi, di una colonia di giudei a lungo risiedutavi.    La vetusta e fascinosa festa delle Lucerne, -la cui origine si perde nella notte dei tempi e la cui memoria si tramanda con l’enfasi e il trasporto della favola, della poesia e dei fatti di storia locale-, rappresenta, perciò, la testimonianza e il simbolo di una lontanissima comunità agricola. Il Maestro Roberto De Simone, nel 1990, diede una suggestiva lettura della manifestazione vesuviana di fine estate: “Da diversi fattori (in particolare dal periodo calendariale) la festa appare collegata a particolari riti agricoli celebranti la fine del ciclo estivo o comunque la morte dell’estate. La stessa festa per la morte della Madonna (15 agosto)  è una trasposizione cristiana di tali precedenti celebrazioni. E gli elementi, raffiguranti la fine di un ciclo, si possono notare dalla presenza dei banchettanti (nota simbologia in relazione alla morte), dalle lucerne notturne, dagli apparati di fiori e dalle zucche che esplicitamente raffigurano una testa di morto. Purtuttavia, si colgono, come sempre in tali casi, quegli elementi tipici di riscatto dalla morte, che sono offerti dagli stessi elementi dei banchettanti in funzione rigenerante (un uomo e una donna), dalla zucca (nota simbologia fallica), dalla lucerna (nella cultura tradizionale come simbolo del sesso femminile) e dalle oche, che sono in strettissima relazione con gli antichi culti priapici. Infatti, dagli scavi di Pompei e di Ercolano sono riemerse molte lucerne composte da elementi osceni e molte raffigurazioni del dio Priapo accompagnato da oche e galline “. Ed anche nel museo della vicina città di Capua, una Diana Tifatina (VI secolo a. C.) troneggia su un cavallo con un’oca tra le zampe!   Ma cosa succede, a Somma Vesuviana e al Casamale, terre alle quali è stato concesso il privilegio di sognare, nelle notti del primo quarto di luna di agosto? Nel buio più assoluto, d’incanto, alimentate da purissimo olio, si accendono le lucerne di terracotta,che, poste su strutture lignee a forma di triangoli, cerchi, quadrati e spirali, disegnano un arredo urbano tanto suggestivo quanto fantasmatico. L’antropologa Annamaria Amitrano Savarese, in un opuscolo del 2002 sull’Evento Lucerne, curato dal Comune di Somma Vesuviana, dà un’interpretazione del simbolismo legato alla geometria delle strutture: “Le figure geometriche a nostro avviso sono esse stesse la metafora della Montagna e, quindi, sistema di collegamento, perché il ciclo dalla luce-al buio-dal buio-alla luce, nel rapporto Cielo-Terra-Alto-Basso, si espliciti nel sistema concatenato della rappresentazione integrale del ciclo Vita-Morte-Vita. E così all’infinito, com’è segnalato dai prolungamenti senza fine ottenuti dagli specchi. Se si dà corpo, infatti, ai significati simbolici che tali figure sottendono, avremo che il quadrato è una figura base dello spazio, simbolo della terra e dell’universo creato e che richiama le fondamenta; sapremo che il triangolo è lo spazio chiuso, definito e perfetto nella sua dimensione magico-sacrale riferita al numero 3; e sapremo, ancora, che esso, con la punta in su, rappresenta il fuoco e il sesso maschile, mentre con la punta in giù l’acqua e il sesso femminile; sapremo, ancora, che il rombo richiama lo scatenamento di forze telluriche primordiali e che esso poi rimanda, per sopravvivenza, allo strumento che evoca il tuono, quindi, per assimilazione, anche al ruggito del vulcano. Ora, incastonando virtualmente una sull’altra le figure geometriche del Casamale, ci si accorge che esse, accolte nei loro valori simbolici, possono in realtà rappresentare, logicamente, l’idea della “Montagna Calda” possente, ruggente, svettante dalla Terra a Cielo”. Sono, in effetti, i quattro elementi che ritornano sempre, anche nella simbologia geometrica. La rappresentazione grafica del triangolo li contiene tutti: il triangolo equilatero simboleggia la Terra, quello rettangolo, invece, l’Acqua; il triangolo isoscele è simbolo del Fuoco, quello scaleno, invece, dell’Acqua. Il cerchio è simbolo della perfezione, di ciò che non ha inizio e non ha fine; è anche simbolo del tempo ciclico (i Babilonesi usavano suddividere il cerchio per misurare il tempo). Il quadrato è il simbolo della Terra, rappresenta la delimitazione, il modello di un recinto sacro quale può essere il Tempio; Plutarco, in “Iside e Osiride”, affermava che il quadrato riuniva le potenze di Rhea (madre degli dei e Madre Terra), cioè si manifestava in Afrodite-Acqua, Hestia-Fuoco, Demetra-Terra, Hera-Aria. Infine, il rombo e la spirale. La prima figura è un simbolo vulvare; ha anche una storia di magia: i Greci traevano responsi da legnetti a forma di rombo; alcune tribù degli indiani d’America, invece, attraverso legnetti rombici ascoltavano la voce delle divinità; in Calabria un rombo in legno è ancora posto sui covoni, per auspicio, durante la mietitura; anche i dolci natalizi conservano la loro magia nella forma rombica (di matrice siciliana) del mostacciolo, della pasta di mandorla e degli imbottiti. La spirale, infine, è il simbolo dell’espansione, della crescita e dello sviluppo, dell’infinito e della vita che continua.