CONDIVIDI

Chi vi scrive non ama le feste paesane.

Detta così, è sicuramente poco gentile. Ma, vista una festa, è come averle viste tutte. Canzoni, bancarelle, soprattutto di cibarie suine (salsicce, porchetta ecc); a chiusura, fuochi d’artificio: e la festa è finita!

Delle sagre, poi, non ne parlerò neppure: in ogni paese se ne fanno almeno tre!

Quando, invece, nel 1986, ho visto per la prima volta la festa delle lucerne, ne sono rimasto letteralmente incantato.

Ero, sì,  stato “preparato” all’evento, visto che il mio trasferimento a Somma, da Napoli, risaliva al settembre del 1982, un mese dopo la festa. Questo mi aveva dato modo di sentirne parlare per i quattro anni successivi: ma nessuna descrizione, per quanto “accorata ed accurata”, mi aveva minimamente dato un’idea di cosa potesse essere questo strano, stupendo ed unico nel suo genere avvenimento.

Quando ho chiesto l’origine storica della festa, ho ricevuto solo notizie vaghe; mi sono state date mille risposte: nessuna di loro certa, poche, quelle in qualche maniera convincenti.

Ho cercato, allora, di dare una mia spiegazione e, con l’aiuto insostituibile della mia voglia di sapere e della mia caparbietà,  ho iniziato una precisa e circostanziata ricerca, fino ad elaborare una mia personale teoria.

Somma vesuviana è il paese delle feste. Qui si “sparano” fuochi d’artificio per occasioni che vanno da un matrimonio alla nascita di un figlio, dai suoi 18 anni, alla laurea, dall’elezione di Miss “qualcosa” a quella di Sindaco, Parlamentare, Amministratore di condominio, o Dio sa cos’altro. Oggi, l’usanza dei fuochi pirotecnici è divenuta abbastanza comune anche in altri paesi (Napoli compresa), ma, pensate, i sommesi lo hanno fatto sempre.

Il “popolo della montagna” ama l’allegria, il canto, il ballo, le “mangiate” a “Castello”, dove ognuno ha una casa, un rifugio, un amico, la montagna stessa….

In  tempi remoti la Libera Università (Municipio) di Somma Vesuviana, si è auto-tassata (partecipò tutto il popolo) per liberarsi dal vassallaggio di Napoli.

Gente fiera, ma mai superba, o “guascona” come certi nostri “vicini” di casa, è maniacale nella conservazione di antiche tradizioni, che deve al proprio al senso di appartenenza ed alla comunicatività che la caratterizza.

Una volta ho detto che Somma Vesuviana, uscita indenne da occupazioni, guerre, soprusi, eruzioni del Vesuvio e mille altre cose, sarebbe stata distrutta, se solo attaccata da un’epidemia di afonia: togliete la voce ai sommesi e questi moriranno di dolore.

La nostra città, inoltre, è quella che si è sempre aperta a quanto di buono c’era da accettare[1]. Il dialetto sommese (De Simone ci insegna) è il napoletano del ‘700. Così come le nostre ballate, i suoni, le canzoni, in parte nate qui, in parte qui perfezionate. Ricordo che quando sono venuto a Somma (da Napoli), c’era una ragazzina (oggi donna) che, ad ogni bravo cantante, attore, musicista che vedeva in televisione, mi confidava (credendoci): “è di Somma!” (Totò e Mario Merola compresi).

Tutto quanto abbiamo riferito, va collegato alla mia teoria (che qualcuno potrà trovare pura fanta-antropologia).

La prima affermazione che mi sento in grado di fare, smentendo autorevoli voci, è quella che riguarda l’età della festa: la festa delle lucerne, al di là di dotte dietrologie, è abbastanza recente.

L’uso di questi lumicini ad olio, identici a quelli utilizzati nel culto delle divinità familiari (i lari) e dei defunti, nell’antica Roma (e dintorni), non deve trarre in inganno. Gli scavi archeologici di Pompei ed Ercolano, avevano riportato alla luce migliaia, di queste piccole lampade e, comunque, il loro uso non era affatto infrequente.

A proposito delle risposte alle mie domande, voglio riferirne una in particolare; esattamente è quella di due anziani casamalesi (oggi scomparsi), che narravano di un mago venuto da lontano, il quale avrebbe istituito la festa.

Mio nonno, professore universitario (siciliano e residente a Napoli centro), amava aggirarsi nelle campagne sommesi, che trovava: “ricche di erbe e di magie”.[2]

Evidentemente,  la sua sensazione (condivisa, in tempi e modi diversi, da altri eminenti personaggi) doveva essere giusta. Il Vulcano è il Vesuvio, il Monte Somma non possiede il suo fuoco, la sua lava, forse neppure i suoi terremoti (di intensità minore, rispetto ai paesi vesuviano-marini): non ha, insomma, la “fisicità” del Vesuvio, ne è “libera”, pur essendo intimamente collegata a lui, di cui ne è una costola (il monte Somma si è staccato “solo” 18000 anni fa dal Vesuvio, dunque in tempi geologicamente recenti).

Ma non ne è il “fantasma”, come verrebbe da pensare… no, Somma è l’essenza stessa del Vesuvio, la sua coscienza, svincolata dal corpo; come anima pura, il monte Somma rappresenta l’Essere vero, privo di legami “materiali”.

Ecco il perché della magia di Somma Vesuviana, del suo vino, delle sue albicocche, dei suoi pomodorini e di tutto quello che, col “tocco di Mida”, trasforma in “oro”.

Somma, con il “mago venuto da lontano”, scopre un nuovo modo di comunicare con l’Assoluto: dice alla Terra, al Creato, all’universo intero, di quanto sia grata dei doni ricevuti. Ed impara l’attesa (con la ciclicità quadriennale), che fa coincidere la festa con il massimo dell’“errore” del calendario (che è all’anno pari non bisestile). Impara la pazienza dell’attesa. Offre in sacrificio quanto ha più caro, e cioè l’esprimersi: con il corpo (la danza), con la voce (il canto), con la stessa anima (la musica), tutte cose a cui rinuncia durante la festa.

In una sorta di rito purificatorio, il mondo resta in silenzio per tre giorni.

“Congela” la realtà, affermandone, in questa maniera, la assoluta dinamicità, attraverso la narrazione dell’Infinito, rappresentato dalle stelle (le lucerne, tremule, ma “fisse”), e dagli specchi, che hanno la duplice funzione di “riprodurre” il cosmo e l’uomo, che ne è parte e che si riflette in esso. E, a testimonianza della immagine e somiglianza   dell’uomo con Dio, nella festa sono presenti dei manichini, che hanno ancora la funzione di stabilire l’immobilità del momento e, nel contempo, il limite dell’uomo, che non riesce a dare vita autonoma ai fantocci. Dopo la festa, la “liberazione”: gli uomini prendono il posto dei manichini e finalmente, arriva il cibo, il vino, l’allegria. Durante i tre giorni della festa, infatti, è stato consumato il cibo delle “vigilie”,  senza carne, e, per una volta, solo per la Festa del Silenzio, senza neppure il pesce: solo farina, verdure ed ortaggi[3]: non si uccidono esseri viventi per celebrare la Creazione!

Detta così, forse anche la mia teoria risulta “artefatta”. Forse vi sono spiegazioni ancora più semplici: di più complicate, a mio avviso, decisamente non ne ravvedo.

La relativa giovinezza della festa, infine, sta proprio nei suoi elementi caratteristici: gli specchi, ad esempio, il cui uso, nell’antichità, era economicamente impensabile (erano lastre di metalli più o meno nobili, lucidissime). Olio per tante lucerne, neppure a parlarne, nell’antichità. La geometria, infine, permeò tutto il pensiero filosofico del seicento e del settecento, secoli nei quali la scienza tendeva ad essere, nella pratica, tutt’uno con la filosofia (Cartesio, Leibniz, Kant, lo stesso Newton). Nel settecento, per ultimo, la figura dell’alchemico è legata a quella del mago: da Nostradamus, poco prima, a Cagliostro, poco dopo. Al centro, cronologicamente parlando, troviamo un personaggio illustre ed oscuro, che rivestirebbe perfettamente il ruolo del mago venuto da lontano (Napoli lo era, in quel tempo): Raimondo di Sangro, principe di Sansevero, grande scienziato, matematico ed alchimista, in “odore” di magia; costui, secondo quanto riferito dalle cronache dell’epoca, amava frequentare le campagne vesuviane, e non è detto che…

[1] Lo stoccafisso, qui lavorato magistralmente, ne è un esempio “recente”.

[2] Come abbiamo letto nei suoi diari/appunti

[3] Pizza con scarole, freselle e pomodori