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E’ indispensabile che la Festa delle Lucerne venga sottratta alle banali pratiche del “mercato” e torni alla magia e al mistero degli antichi riti della società contadina.

 

La Festa delle Lucerne sembra essere passata di moda. Non c’è il tam tam mediatico delle edizioni precedenti, né le richieste pressanti dei giornalisti che vogliono “assolutamente” sapere. Stavolta mancano perfino le interpretazioni offerte gratuitamente da etnologi e sociologi che tanto hanno infiammato le discussioni negli anni passati. Le Cupole si preparano all’accensione in sordina. Gli stessi organizzatori si augurano che non ci sia la folla delle ultime edizioni che hanno lasciato in molti l’amaro in bocca. La Festa delle Lucerne è un evento discreto che non abbisogna del clamore e delle grandi folle. Non è il Palio di Siena o la Festa di “No’antri di Roma”. La manifestazione è una specie di celebrazione arcaica che riesce a dare il meglio di sé nel silenzio e nella contemplazione. Ricordo l’atmosfera magica della edizione del 1976. Mi aggiravo stupito a guardare per la prima volta nella mia vita i coni di luce, seguendo una folla non invasiva e composta che si fermava in silenzio davanti alle Cupole, quasi in adorazione. Ho avuto la stessa impressione che si ricava in chiesa nel giorno dei Sepolcri, il giovedì Santo. Poi è arrivata la massificazione ed è stata tutta un’altra storia. I nostri antenati che hanno organizzato la Festa nel 1954 e nel 1970, prima che l’evento fosse ripreso dall’Arci, rispettavano pienamente, anche se inconsciamente, il significato più profondo dell’avvenimento. Non è un caso che non esista una sola foto di quelle edizioni. Girando tra le case e gli archivi abbiamo trovato solo un diploma concesso ad un vicolo per la partecipazione alla manifestazione negli anni del dopoguerra. Neanche le ricerche fatte dal compianto ingegner Giorgio Cocozza, che annunciò di aver trovato documenti datati 1757 e 1759, sembrano suffragate da prove concrete. La Festa delle Lucerne era un rito interno ad una comunità che non amava riprodurre o riproporre la propria esperienza. Non ne sentiva il bisogno. Non c’era necessità, anzi regnava il pudore. Lo stesso sentimento, insomma, che induce a non riprendere con foto i riti funebri o le processioni religiose. Nella accezione arcaica sembra che la Festa delle Lucerne non sia altro che un rito di passaggio dall’estate all’inverno. Il popolo rendeva omaggio al sole e ne prendeva auspici, dopo il periodo di massima esposizione, preparandosi al buio dell’autunno, al freddo ed al gelo. Non solo una celebrazione di morte, ma una speranza da illuminare con lampade votive. Dunque, una esigenza corale della una comunità. Un bisogno intimo che non ha nessuna necessità di essere trasferito agli altri. L’Arci, invece, ha giustamente progettato con gli stessi abitanti del luogo una moderna Festa proposta. Le Lucerne sono diventate occasione per reclamare un quartiere più vivibile, l’istituzione del Parco Vesuvio, per avviare la raccolta di firme per il recupero del Castello De Curtis o per proporre con molto anticipo un piano di evacuazione per il rischio Vesuvio. I piccoli commercianti, armonicamente, facevano il resto, pubblicizzando senza eccessiva enfasi i prodotti della campagna e l’artigianato. Durante le Feste proposte è stata ricostruita un’architettura nuova per le Cupole. Sono state inventate le forme geometriche (cerchi, triangoli, rombi, ecc.) esclusivamente per motivi pratici. Nella edizione successiva, poi, i pali di sostegno delle strutture di legno, che prima si fissavano a terra, furono messi in bidoni di ferro con il cemento. Non si sa, perciò, se le forme geometriche, tanto decantate per i significati rituali e magici esistessero anche prima. Qualche documento fotografico, nascosto negli archivi familiari, potrebbe risolvere il problema. Per la edizione del 1976 girammo in tutte lo soffitte e trovammo solo due “sporte” piene di lucerne vecchie ed annerite dall’olio e quattro mezzanelle dipinte con calce bianca, oramai tarlate. Un poco per volta è stato quindi preparato tutto iil materiale. Negli anni 2000 è iniziato il caos a causa della commercializzazione dell’evento. Le grandi masse sono state richiamo irresistibile per molti cittadini che si sono improvvisati cuochi, ristoratori o gestori di enoteche. Una forte pressione è arrivata anche dai venditori ambulanti che hanno invaso le strade con un carico di merci, completamente incompatibile con lo spirito della Festa. Qualcuno ha anche pensato di organizzare in alcune edizioni un improbabile raduno di tammurrari. Le varie amministrazioni comunali succedutesi non hanno fatto niente per fermare la deriva e non hanno mai compreso ed accompagnato lo spirito degli organizzatori dell’evento che lavorano per settimane intere solo per il gusto di perpetuare un rito antico e per una soddisfazione interiore, mentre altri ne ricavano un ingiusto guadagno. Gli aspetti organizzativi e logistici ed il comportamento dei politici stanno riducendo una tradizione millenaria in polvere. Prevalgono logiche clientelari che ancora adesso si fa fatica a combattere. L’augurio, quindi, è che la Festa ritorni discreta, indossando il suo abito formale. Un ritorno al silenzio ed alla magia, nel rispetto di una comunità in grave stato di sofferenza che non si rassegna e vuole continuare ad esistere.