CONDIVIDI

Il successo della Festa delle lucerne ha rilanciato proposte e discussioni. Molti si interrogano sul senso della manifestazione e sui suoi sviluppi futuri 

“Non ci fa paura la fatica, ma la perdita di senso”. La frase di Carlin Petrini sembra un vestito cucito addosso all’ultima edizione della Festa delle lucerne, di cui ancora conserviamo negli occhi immagini, visioni e tentazioni. La Festa 2010 ha lasciato aperti molti interrogativi. Non sono mancate le critiche. Ho incontrato molte persone che chiedevano “Ma che significa? Che senso ha?”. Nonostante le molteplici interpretazioni, i litri di inchiostro versati e milioni di parole scambiate in dibattiti, aule universitarie e simposi il significato della Festa resta sconosciuto ai più. Sarebbe il caso di interrogarsi sull’opportunità di rendere più leggibili i significati di una manifestazione in cui la gente ama calarsi per viverla profondamente. Non sono stati neanche pochi i reduci delle passate edizioni che hanno accennato alla perdita di senso. Eppure stavolta nelle decorazioni usate da bancarellari, cuochi dell’ultima ora e da enotecari improvvisati non c’era una sola cosa fuori posto. L’effetto scenico è stato eccezionale. Sembrava quasi che la gente del Casamale, guidata dalla mano di un esperto architetto dell’immaginario, avesse disegnato scenari d’incanto per costruire la grande suggestione. Non c’era, però, la stessa atmosfera delle passate edizioni. Qualcosa ha disturbato. Innanzitutto la folla. Un serpente ininterrotto di gente. Una sola massa. Un corpo enorme di persone. Milioni di teste. Il rauco vociare gracchiante. Esclamazioni, urlate ad alta voce. Altro che contemplazione del silenzio! Il Mediano è stato l’unico organo di stampa ad aver predetto che l’afflusso poteva rappresentare un problema. Per fortuna è andato tutto bene. Molti, però, hanno avuto paura. La Festa delle lucerne rischia di diventare uno spettacolo di consumo e si sottopone al giudizio di studiosi, esperti di comunicazione e del pubblico in tutta la sua bellezza, ma anche nelle contraddizioni. Contiene però nella sua stessa essenza elementi che la caratterizzano e che costruiscono i significati più profondi che spesso vengono celati perché non sembrano eclatanti. Spetta agli organizzatori rifondare la manifestazione, riportando a galla i valori fondanti. Non bisogna avere paura di rinnovare una tradizione che non può essere ingessata dai giudizi di critici e di esperti di arte, tradizione e della comunicazione. Tre episodi in particolare parlano della grande forza rigeneratrice di una comunità che non ama solo essere ammirata, ma che ha l’esigenza estrema di proiettarsi verso il futuro. Marilena è una ragazza di 31 anni che nel giorno della Feste delle lucerne si è licenziata dal suo impiego ad Aosta per venire a vivere a Somma, città da cui i suoi genitori sono emigrati 35 anni fa. Marilena ha curato l’addobbo di un vicolo  e con Ferdinando, poeta e barbiere ha costruito una scenetta davanti alle lucerne in cui sono stati rappresentate la speranza, la critica alla società attuale e la lotta all’inquinamento. Invece delle “papere” che molti antropologi definiscono derivate dal culto di Priapo, Marilena e Ferdinando hanno messo sott’acqua sacchetti di rifiuti e lattine. Sopra la scritta “Non vogliamo più che sia così”. Questo messaggio profondamente attuale modernizza il sistema di comunicazione, offre un senso alla Festa. Apre una prospettiva. Si proietta con piena legittimità verso il futuro. Rinnova la tradizione per conservarla  e per renderla più attuale che mai. I due giovani ragazzi, eredi della tradizione di antichi avi che hanno inventato il gioco delle lucerne, non hanno tenuto minimamente conto delle opinioni che di chi vorrebbe relegare la Festa in una specie di archetipo della memoria. Altro esempio positivo è quello di Lello Maione e dei suoi amici che hanno costruito un percorso matematico della  Feste delle lucerne, rimasto sconosciuto ai visitatori. In questa iniziativa c’è il germe del cambiamento di una società contadina che si rinnova, attualizzando i suoi contenuti senza aver paura di trasformarli in modello di comunicazione moderna e in ricerca scientifica. Non è stata un’operazione dotta. Uno snobismo intellettuale, ma un tentativo di rigenerarsi, utilizzando le stesse basi della tradizione. Un ultimo esempio è stato veramente commovente. L’ingegnere Arcangelo Rianna e Ciccillo Salierno, noto umorista  e suonatore di tamburo, la mattina di sabato, si sono visti aggirare, armati di metro e carta millimetrata, nei vicoli dove erano sistemate le strutture delle lucerne. Hanno voluto lasciare una documentazione scritta ai posteri sul sistema di allestimento dei quadri di legno su cui poggiano le lucerne. Sono gli ultimi rimasti in grado di farlo. <E’ stata una nostra iniziativa spontanea – hanno detto-. Quattro anno sono tanti e non vogliamo che si perda questa conoscenza>. In pratica hanno consegnato al Granaio della memoria il loro sapere. Un’azione degna dei loro antenati contadini che non hanno avuto mai paura di parlare di morte. Di esorcizzarla. E di costruirci sopra la rappresentazione “sacra” delle Festa delle lucerne.