Poiché qualche storico torna a parlare del Veseri, fiume di Ottajano, e chiede la mia opinione, pubblico di nuovo un mio articolo sull’argomento, un articolo apparso sul “mediano.it” dieci anni fa. Una battaglia del 340 a.C. combattuta tra Roccamonfina e il Garigliano venne spostata, per un equivoco linguistico, ai piedi del Vesuvio. Correda l’articolo l’immagine di un alveo che attraversava Ottaviano ancora negli anni’60 del ‘900.
Adolfo Ranieri fu il primo storico di Ottajano, e giustamente il sindaco dott. Michele Saviano gli ha dedicato una strada. Nel 1907 egli pubblicò un libro che nasceva da un’idea geniale: raccontare la storia della nostra città attraverso la storia del Vesuvio, e dimostrare, a un anno dalla terribile eruzione del1906, che il vulcano aveva orientato e continuava a orientare non solo la storia dell’economia e della società del territorio, ma anche gli usi, i costumi e il temperamento stesso dei vesuviani, e degli ottajanesi in particolare.
Nel primo capitolo del libro il Ranieri affronta la questione del fiume Veseri, “sepolto sotto le rovine ottajanesi”. Egli non ha dubbi: gli scrittori latini Valerio Massimo e Sesto Aurelio Vittore condividono e confermano ciò che aveva scritto Tito Livio nelle sue “Storie”: la battaglia tra Latini e Romani, la famosa battaglia del 340 a. C. in cui il console Decio Mure offrì la sua vita agli dei e si offrì come vittima sacrificale perché gli dei garantissero la vittoria ai Romani, questa epica battaglia, che ispirò a Rubens un quadro “turbinoso”, si svolse “non lontano dalle radici del Vesuvio, sulla via che portava al Veseri”( Tito Livio, Storie, VIII, 9): “ad Veserim” scrive Livio, in questo passo, e in X, 18: non dice che era un fiume: potrebbe anche essere il nome di un città, e in questo caso tradurremo: “in direzione di Veseri”. L’indicazione “Veseris flumen” si trova in un’opera storica attribuita, tra molti e seri dubbi, a Aurelio Vittore, scrittore del sec.IV d.C.
Con lodevole correttezza il Ranieri ricorda che il Sanfelice e il Longlet ritenevano che questo fiume non esistesse, che il Maione, storico di Somma, supponeva che Veseri fosse un altro nome del Sebeto “il quale, girando per Ottajano, perviene a Torre del Greco”, e, infine, che il Siano, storico di Sarno, non escludeva che Sarno, Dragoncello e Veseri fossero lo stesso fiume. Ovviamente, le certezze di Ranieri sul corso del Sebeto si scontrano con le solide certezze di altri storici che spostavano le acque di questo leggendario fiume per tutta la piana tra Volla, Napoli e Torre Annunziata: ma questa è un’altra questione. Torniamo al Veseri.
Condividendo totalmente le parole di Camillo Pellegrino, il Ranieri scrive che il fiume Veseri venne sotterrato da una eruzione vesuviana del sec. XI e che prendeva il suo nome dal Castel Veseri, “posto su una pendice vicino a Ottajano, del quale si vedono tuttora le vestigia antiche e generalmente ricordate con il nome di Castel Vetere.”. Aggiunge, il Ranieri, che Ignazio Sorrentino, storico di Torre Annunziata, nel 1734, perlustrando la Montagna dal lato di Ottajano trovò sulla cima “sette bocche”, da cui “stillava la migliore acqua”, che, attraversando gli strati “porosi e permeabili”, raggiungeva l’abitato, e da qui, “raggirando”, scorreva fino a Somma e ai “casali attigui”. Aggiunge il Ranieri che l’acqua fluviale non si ferma, nemmeno quando incontra le rocce – e le terre di Ottajano sono in gran parte rocciose – perché è un’acqua straordinaria: “per processo d’imbibizione, a causa di gelo e disgelo, e per le azioni elettriche che ne conseguono”, essa spacca le rocce: anzi, quanto più esse sono resistenti e “scabre”, tanto più rapidamente le sgretola.
Questa aggiunta dimostra, da solo, quale fascino la mitologia del Vesuvio possa esercitare anche su una lucida intelligenza storica come quella dell’ avv. Adolfo Ranieri. Il quale ci racconta ancora che all’inizio dell’800 “ricchi proprietari ottajanesi, avendo fede nella tradizione” e, dunque, nell’esistenza di questo fiume sotterraneo, “anzi credendo di sentire ancora il rumore delle acque”, scavarono fossi e pozzi, “vi attinsero splendida acqua e ne formarono pubbliche fontanine”. Nel 1892 furono i contadini a scoprire, “con non molta fatica”, “limpide sorgive”. Riteneva il Ranieri che se si fossero approfonditi gli studi “sul sistema dell’elettricismo” che è attivo nelle visceri del vulcano, non sarebbe stato difficile far riemergere il corso sotterraneo del Veseri: ma le attenzioni di tutti erano ormai rivolte alle acque del Serino e alla costruzione, certamente più agevole e meno costosa, del nuovo acquedotto.
In realtà, le ragioni della filologia e della logica della guerra, che vennero condivise dal Perelli, dal Frederiksen e dal Maiuri, costringono ad escludere che il Veseri e il Vesuvio di cui parla Tito Livio si trovassero nel nostro territorio. Prima della battaglia, Romani e Latini mettono campo a Capua, e dopo la sconfitta i Latini in fuga puntano prima su Minturno e poi su Vescia, verso la riva sinistra del basso Garigliano: lo dice proprio Tito Livio (VIII,9-11), che attinge le notizie sulla ritirata da Diodoro Siculo. Il racconto dello storico non lascia spazio alcuno per il dubbio: Minturno è per i Latini in fuga la meta più vicina: e questo non sarebbe spiegabile se la battaglia fosse stata combattuta ai piedi del Vesuvio. Dunque, si può condividere la tesi di GiuseppeTommasino che nel libro “Aurunci patres” identificò il Vesuvio della battaglia del 340 a.C. con il vulcano di Roccamonfina e collegò i termini Vesuvius (Vesbio) e Veseri con “Vesuius”: da qui derivò il nome di Suio, le cui sorgenti termali, oggi molto celebrate, erano già note ai Romani, che le chiamavano Aquae Vescinae: e non a caso Vescia è la seconda meta della fuga dei Latini sconfitti. Giova ricordare che la radice “ves” di “Vescia”, di “Veseris” e di “Vesuvius” è connessa all’immagine del fuoco, come dimostra il nome della dea del focolare, Vesta.
Il patrimonio vesuviano di sorgenti, di fonti e di acque termali è tutta un’altra cosa: e un’altra cosa ancora sono i “rivi” degli alvei.


