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Napoli

E Stendhal scrisse che Napoli era “la città più bella dell’universo”

Marie- Henri Beile (1783- 1842) usò per la prima volta lo pseudonimo “Stendhal” nel 1817, quando pubblicò “Rome, Naples et Florence” descrivendo le città italiane visitate. Scelse lo pseudonimo (gli studiosi di grammatica mi autorizzano a usare l’articolo “lo” davanti alla parola che inizia con – ps) forse come omaggio alla città tedesca Stendal, patria di Winckelmann, lo studioso di storia dell’arte che egli ammirava e che gli ispirò un autentico capolavoro, la “Storia della pittura in Italia”, pubblicato nel 1817. Correda l’articolo l’immagine di “Via Toledo”, un quadro di Carlo Brancaccio.

 

Due romanzi, “Le Rouge et le Noir” e“La Chartreuse de Parme”, pubblicati, l’uno nel 1831 e l’altro nel 1839, fanno di Stendhal uno dei più grandi scrittori dell’Ottocento francese. Egli amò intensamente l’Italia, fu affascinato da Roma e da Firenze, e alla città dei Papi dedicò nel 1829 “Pomenades dans Rome”, “Le passeggiate per Roma”, “un magnifico breviario estetico col quale Stendhal insegna a vedere e a capire la Città eterna, non soltanto nei suoi monumenti e nelle sue opere d’arte, ma anche nella sua storia passata, nella sua cronaca presente, nel suo popolo, nella sua società”( Diego Angeli, citato da Renato Mammuccari in un libro prezioso, “Napoli, il Paradiso visto dall’Inferno). E Mammuccari subito ci dice che per Stendhal la “città dell’anima” fu Napoli, dove egli avrebbe voluto trovare l’acqua del Lete, il fiume della dimenticanza, per cancellare il ricordo dei giorni già vissuti e per trascorrere a Napoli tutti i giorni che gli restavano da vivere.

 

La via di Toledo, scrive Stendhal, “è la strada più popolosa e allegra del mondo. Lo si crederà? Abbiamo corso gli alberghi per cinque ore; devono esserci qui due o tremila inglesi; alla fine metto il nido in un settimo piano, ma è di faccia al “San Carlo” e vedo il Vesuvio e il mare”. Stendhal va al teatro “Fiorentini”, ad assistere alla rappresentazione di “Paolo e Virginia”, “opera alla moda di Guglielmi”, ma trova “insipida e lamentevole” la musica, e perciò si dedica all’osservazione scrupolosa delle signore, che sono elegantissime, “poiché qui, a Napoli, non è come a Milano, c’è un certo tono.”. La musica del Guglielmi sembra al francese “un po’ parruccona, mi si perdoni questa brutta parola, tanto pittoresca. A volte il Guglielmi si dà un’aria di freschezza rubando, senza complimenti, dieci o dodici battute a Rossini”. Il giudizio di Stendhal divenne definitivo: anche a Milano e a Barcellona il melodramma semiserio, di cui Giuseppe Palomba aveva scritto il libretto e Pietro Carlo Giuglielmi la musica, non meritò l’ammirazione del pubblico. Poi si apre la stagione del “San Carlo”: e Stendhal paga per un posto in platea “trentadue carlini (dodici franchi)” e, per entrare, per non farsi travolgere dai “torrenti di popolo”, egli accetta anche “di dare e di ricevere qualche pugno e qualche spinta energica.”

 

Ma sopporta tutto, anche di perdere “due falde della giacca”. Il giudizio è chiaro e netto: “non esiste nulla in Europa, non dirò che si accosti, ma che possa, magari da lontano, dare un’idea di ciò.”. E poi Stendhal aggiunge una sua riflessione, diciamo così, “politica”, che dà l’esatta misura della sua straordinaria capacità di osservazione. Scrive, il Francese, che la sala del “San Carlo”, “ricostruita in trecento giorni, è un colpo di Stato: lega il popolo al re più della costituzione data alla Sicilia, e che si vorrebbe avere a Napoli” (la costituzione data alla Sicilia è quella del 1812). Il teatro “San Carlo” venne devastato dalle fiamme nella notte tra il 12 e il 13 febbraio del 1816: fu ricostruito in meno di 300 giorni, e organizzò e guidò gli operai l’architetto Antonio Niccolini, scelto da Giuseppe III, principe di Ottajano, che Ferdinando I aveva nominato “Sovrintendente” per i lavori. Giuseppe III era fratello di Luigi de’Medici (In appendice l’immagine del quadro che Pitloo dedicò all’incendio).  Quando parte da Napoli, Stendhal scrive: “Non dimenticherò certamente né la via Toledo, né la vista che si ha di tutti i rioni. Napoli è, senza paragone, ai miei occhi, la più bella città dell’universo…malgrado le sue trecentomila anime, è come una casa di campagna posta in mezzo a un bel paesaggio….Questo golfo così bello, che sembra fatto apposta per il piacere degli occhi, le colline a ridosso di Napoli, tutte guarnite di alberi, la passeggiata a Posillipo…tutto ciò non si può meglio esprimere che dimenticare.”

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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